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Dal governo giallo-verde a quello giallo-rosa (pallido)

Creato: 07 Ottobre 2019 Ultima modifica: 07 Ottobre 2019
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 290

un cambio imposto dal riacutizzarsi della crisi e della guerra imperialista

pupiNon era mai accaduto nella storia parlamentare italiana che un governo in carica fosse sfiduciato da una componente della sua stessa maggioranza e solo un paio di giorni dopo averne ottenuto la fiducia sull’approvazione di un suo decreto, il decreto sicurezza bis da essa stessa proposto. Un comportamento rimasto ancora oggi inspiegabile per la gran parte dei commentatori e analisti politici.  

Per molti di loro sarebbero stati gli esiti di tutte le più recenti tornate elettorali nonché di tutti i sondaggi ultra-favorevoli alla Lega, ad aver convinto il suo segretario Salvini, a forzare la mano nella speranza di poter ottenere, vincendo nuove elezioni, “i pieni poteri”.  

Capita spesso agli uomini, soprattutto se mediocri e perciò portati all’immediatezza e all’azione sempre e comunque, di rimanere talmente affascinati dell’accumulo di potere da ritenersi onnipotenti. Una sorta di accecamento che li induce a perdere a tal punto il senso della misura, e a volte perfino della propria finitezza, da indurli a compiere azioni talmente scriteriate che si ritorcono contro loro stessi. Per rimanere nella fattispecie del caso Salvini: a sottovalutare, se non del tutto a ignorare, lo specifico contesto politico, economico nazionale ed internazionale in cui agiva. Ne ha tenuto così poco conto che gli è completamente sfuggito che quel contesto stava subendo profondi mutamenti che non avrebbero potuto non ripercuotersi sulla politica del governo di cui faceva parte imponendogli precise scelte di campo e di politiche economiche. E ciò nonostante fosse evidente da tempo che lo stato delle cose era in rapido mutamento. Il segnale più importante: il rallentamento dell’economia mondiale e in particolare dell’Unione europea e degli Usa. 

La Recessione

In particolare, deve essergli sfuggito che esso giungeva non dopo una più o meno lunga fase espansiva, ma dopo un breve periodo di crescita peraltro alquanto asfittica nonostante lo stimolo delle politiche di allentamento monetario (Quantitative easing) senza precedenti, per qualità e quantità, praticate da tutte le maggiori banche centrali.

Solo la Bce, tra il 2015 e il 2018, aveva iniettato liquidità per circa 2640 miliardi di euro. Ma, contrariamente alle aspettative, solo meno del 30% di essa si è riversata nell’economia reale essendo stata per lo più fagocitata dalla fabbrica della finanza.  La stessa cosa è accaduta negli Usa e un po’ ovunque nel mondo. Cosicché non solo non si è verificato il superamento della crisi ma si è ricreata una situazione molto simile, se non peggiore, a quella che condusse nel 2007-8 all’esplosione della bolla speculativa dei mutui subprime. É accaduto infatti che il sistema bancario, dati i bassi saggi del profitto offerti dalla cosiddetta economia reale, ha utilizzato quella liquidità a costo zero per finanziare attività meramente speculative. Negli Usa, per esempio, sono stati concessi prestiti a imprese già fortemente indebitate per finanziare fusioni e acquisizioni di e con altre imprese con lo scopo di determinare variazioni dei corsi azionari e speculare su di esse. Come con i mutui subprime, anche questi prestiti - detti a leva (Leveraged loan) perché concessi a imprese con un debito quattro volte superiore alle loro entrate - uniti ad altri prodotti finanziari sono stati spezzettati, rinominati e, così camuffati, rivenduti sui mercati finanziari ben sapendo che si trattava di una valanga di crediti inesigibili di dimensioni molto simili a quelle dei subprime.

 «Mentre la cifra dei famigerati subprime– ci informa M. Bortolon su Il Manifesto - allo scoppiare della crisi viene valutata sui 1300 miliardi di dollari i prestiti a leva vanno arrampicandosi verso i 1200 miliardi di dollari. In un contesto in cui il debito delle imprese non finanziarie Usa è di livello paragonabile al 2007-08: solo quello delle grandi aziende ammonterebbe al 46% del Pil Usa… Aggiungendo poi le piccole e medie imprese, il totale disegna un ammontare pari a un catastrofico 74% del Pil Usa attuale»[1].

Né le cose vanno meglio altrove. In Europa la Deutsche Bank è sull’orlo del fallimento avendo accumulato, fra l’altro, derivati - quegli stessi che furono all’origine della crisi del 2008 – per un ammontare pari a 43 mila miliardi di dollari, vale a dire 16 volte il Pil tedesco.

Secondo un dato fornito dall’Istitute of International Finance nel 2018

 «Il debito mondiale ha raggiunto l’incredibile cifra di 233.000 miliardi di dollari, pari al 325% del Pil mondiale [mentre] il valore nozionale dei derivati in circolazione ha raggiunto la stratosferica cifra di 2,2 mila miliardi di euro, pari a 33 volte il Pil mondiale».[2]

   A fronte di un risultato così deludente, ci si poteva aspettare da parte delle banche centrali e dai governi almeno un tentativo di battere strade diverse e invece ecco che sia la Bce sia la Federal Reserve altro non hanno potuto fare che riprendere quelle stesse politiche di allentamento monetario già praticate senza successo. La Bce lo farà a iniziare dal prossimo novembre e a tempo indeterminato, iniettando liquidità per un ammontare di 20 miliardi di euro al mese. La Federal Reserve, invece, ha già iniziato immettendo sul mercato in soli tre giorni più di 200 miliardi di dollari.

È così evidente la contraddizione che vi è implicita che d’emblée viene da pensare di essere in presenza del parto di quella stupidità purtroppo sempre presente nell’agire degli uomini. In realtà è una scelta obbligata e coerente con le odierne esigenze della conservazione capitalistica. Quando cioè nel processo di accumulazione del capitale la fabbrica della finanza comanda e subordina a sé la fabbrica dell’industria mediante la produzione di denaro a partire dal nulla.  È il mezzo con cui essa - ancor più poi se funge, come il dollaro e in subordine l’euro, anche da denaro mondiale - si insinua nella catena di produzione del plusvalore su scala planetaria e si appropria di una quota parte senza che contribuisca in alcun modo a produrne. In realtà, poiché si tratta di denaro prodotto a partire da altro denaro e non dal reale processo di produzione delle merci (D-M-D’), esso incarna una pura astrazione di valore, niente di più niente di meno del classico lenzuolo che ricopre un fantasma. Nondimeno, una volta che assume compiutamente la forma di denaro (dollari, euro ecc.), ne acquisisce anche il suo potere per configurarsi come direbbe Marx: «Come un Moloch che pretende il mondo intero come vittima a lui spettante.»[3]

È del tutto evidente, quindi, l’importanza che riveste oggi il controllo della sua produzione nonché la durezza dello lo scontro interimperialistico per esercitarlo. Uno scontro che è insieme globale ma anche fra le diverse frazioni di una stessa borghesia nazionale (Brexit docet); finanziario ed economico, politico e militare e che il riacutizzarsi della crisi, con la riduzione della torta da spartire, non poteva non rendere incandescente esasperando le divergenze fra i vari interessi in campo. Ecco quindi il continuo mutare della composizione dei fronti e delle alleanze fra i diversi attori in campo. Al riguardo è emblematica la recente decisione degli Usa di imporre dazi anche sulle importazioni provenienti dalla Unione europea, sua storica alleata, obbligandola, data l’enorme importanza che ha l’export per la sua economia, a cercare sbocchi di mercato alternativi fra i quali per esempio, ci potrebbe essere quello russo rimuovendo quelle sanzioni che gli stessi Stati Uniti le hanno imposto di praticare.

In questo contesto è del tutto evidente che non sono ammesse ambiguità di sorta circa il proprio posizionamento sullo scacchiere internazionale. Probabilmente Salvini, a cui sfugge, per essere in ogni caso espressione della conservazione capitalistica, la gravità e il carattere epocale di questa crisi, ha ritenuto invece di poter trarre grandi vantaggi (e potere) schierandosi ora con l’uno ora con l’altro. Con la Russia e con gli Usa promettendo loro, se lo avessero sostenuto, di fare sfracelli nell’Unione europea; ma anche con la Russia contro gli Usa e viceversa a seconda delle circostanze. Alla fine, non stupisce più di tanto che si sia ritrovato del tutto isolato, soprattutto in quella Ue da cui la borghesia italiana non può in alcun modo prescindere essendone, non la vittima sacrificale come racconta la narrazione sovranista, ma parte costitutiva e integrante. Quindi è stato retrocesso al ruolo che più gli è congeniale: bocca altisonante al servizio degli stessi dèi con lo specifico compito di tenere a bada gli ultimi aizzando contro di loro i penultimi e sostituito con il più affidabile Pd. Il che significa che per il proletariato non cambierà assolutamente nulla.  In un modo o nell’altro sono tutti egualmente servi di sua maestà il capitale.

[1] M. Bortolon - Leveraged Loans, nuovi debiti nuova catastrofe – il Manifesto del 24.08.2019

[2] Marco Bersani – L’annuncio della Bce, ovvero la crisi dopo la crisiil Manifesto del 9 marzo 2019

[3] K. Marx – Le teorie sul plusvalore – Opere Complete – vol. XXXVI – pag. 491 – Editori Riuniti

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