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La gestione dei flussi migratori come fattore di stabilizzazione al ribasso del valore della forza – lavoro e di divisione del proletariato

Creato: 11 Aprile 2019 Ultima modifica: 11 Aprile 2019
Scritto da Greco Gianfranco Visite: 869

Dalla rivista D-M-D' n°13

“ Trattiamo bene la terra perché essa non ci è stata lasciata dai nostri Padri, ma ci è sta data in prestito dai  nostri Figli “ (proverbio indiano)

L’immigrazione, fenomeno inarrestabile e incontrollabile

jacob immBen al di là di tutte le analisi portate avanti, delle teorizzazioni che sottendono a tali analisi, delle prese di posizione le più variegate, i pregiudizi innalzati come barricate con annesso corollario di xenofobia e razzismo, ad imporsi è un’unica lettura della realtà, quella che parla di una immigrazione incontrollabile e, in quanto tale, di un fenomeno inarrestabile.

Soltanto partendo da questa ineludibile constatazione si può far da argine ad un pensiero mainstream omologato e tarato o sui farfugliamenti di chi elabora soluzioni transitorie che, come tali, non possono che produrre effetti irrisori senza scalfire minimamente le criticità reali o rinfocolare contrapposizioni a carattere nazionalistico, xenofobo, razziale che altro non rappresentano se non quel processo di imbarbarimento e di degrado che accompagnano la crisi del sistema capitalistico internazionale.

Per essere ancor più chiari:  finchè  il capitalismo non verrà superato e non ci sarà, quindi,  un totale ribaltamento di prospettiva il fenomeno dell’immigrazione permarrà come fenomeno inestricabile in quanto generato esso stesso da un sistema criminale che vede, tra le sue tante ed irrefutabili manifestazioni, una povertà sempre più diffusa a livello planetario, ripugnanti forme di schiavitù, la cappa sempre più soffocante di una guerra permanente con la quale milioni di persone condividono la loro quotidianità.

 Una emigrazione massiccia e disordinata  diventa quindi la sola via di fuga da livelli di violenza – in tutte le sue sfaccettature: guerre, dittature, terrorismo, condizioni climatiche e catastrofi varie - senza precedenti generando quell’afflusso di esseri umani disperati che già dai primi anni 2000 avevano indotto, secondo quanto scrive l’ex diplomatico italiano Enrico Calamai “ i paesi dell’Unione europea e della Nato ad includere l’arrivo in massa di migranti e richiedenti asilo nell’elenco dei pericoli da affrontare, alla pari del terrorismo, proliferazione nucleare e cyberwar, e gli effetti destabilizzanti che possono derivarne.”[i]

Lo stesso Calamai focalizza l’attenzione sulle manifestazioni più feroci di questa diffusa pratica della violenza facendo riferimento alle torture, i massacri, i trattamenti inumani e degradanti, la riduzione in schiavitù, l’espianto di organi e le esecuzioni che sono all’ordine del giorno, andando il tutto a configurare quello che potrebbe diventare “ il più perfezionato sistema eliminazionista della storia dell’umanità”.

Dati inequivocabili ci illuminano sulle dinamiche attuali del fenomeno nonché su quelle prospettiche, ma particolarmente significativi sono i dati sciorinati da un rapporto della Oxfam (confederazione internazionale di organizzazioni no-profit) secondo cui “Tra marzo 2016 e marzo 2017, ogni due giorni è “nato” un nuovo miliardario. E la sua nascita è frutto dello sfruttamento intensivo del lavoro su scala globale”[ii]. Nello stesso rapporto è poi scritto come “Le 50 più grandi corporation mondiali hanno impiegato lungo le loro filiere una forza-lavoro fatta di 116 milioni di “invisibili”, il 94% di tutti i loro occupati. Senza contare i 40 milioni di persone schiavizzate tra cui 4 milioni di bambini”.[iii]

Questi pochi dati bastano a far cogliere la dimensione di un fenomeno dietro il quale, in controluce, si staglia lo sfruttamento, la devastazione, l’affamamento; tutte forme di oppressione dalle quali – come legittimamente evidenziato da Moni Ovadia – “ ogni essere vivente ha il pieno diritto di sottrarsi”.[iv]

La dissoluzione progressiva di questa società, il suo crescente sfilacciarsi, il suo mantenersi in vita se non attraverso una produzione sempre più seriale di crimini non può non avere come punto d’arrivo – tra i tanti effetti deleteri con cui si accompagna –  se non una sorta di “esodo biblico” che va ad interessare 200 milioni di persone in movimento da un paese ad un altro, da un continente ad un altro. Se a queste cifre si assommano quelle relative alle migrazioni interne che interessano paesi come la Cina o il Brasile, vien fuori che il popolo migrante costituisce, dopo la Cina e l’India, il terzo popolo del mondo.

Tuttavia, a rendere ancor meno gestibili i futuri scenari concorre il fatto che di qui al 2050 si assisterà ad una crescita della popolazione mondiale stimabile intorno ai 2,3 miliardi e che “si concentrerà per il 91,6% nei paesi meno sviluppati: una vera e propria bomba demografica dagli effetti distruttivi che, a sua volta, andrà ad aggiungersi agli altri grandi squilibri ecologici, economici, sociali. In conclusione possiamo ben dire che ci troviamo, già adesso, in un più che realistico punto di biforcazione storico.”[v]

Paure, fobie, razzismo

Partiamo dall’inconfutabilità di un assunto: la capacità della classe borghese e segnatamente della sua ideologia di manipolare, incontrastata, la realtà attraverso una narrazione fuorviante che distoglie i proletari indirizzandoli verso obiettivi che nulla hanno a che vedere con i motivi strutturali di una crisi destinata ad esasperare ancor di più i problemi posti dalla situazione attuale. In tal senso, cosa c’è di più semplificante, oggigiorno, se non nell’indicare nei migranti, quali concorrenti stranieri sul mercato del lavoro, la causa dei mali che affliggono una classe lavoratrice sempre più depressa ed incarognita? Liturgia fasulla ma assai efficace.

Si usa fatica, o non si vuol capire, o, ancor più, fa comodo, per ovvi motivi, che passi una aberrante lettura che – per effetto di trascinamento – non può non condurre all’estremizzazione di un concetto basato sul rifiuto di riconoscere gli altri come individui.

Si usa fatica a riconoscere, ammettere, innanzitutto, che queste persone che emigrano lo fanno perché qualcuno, qualcosa ha devastato le loro esistenze. In quale altro modo vogliamo definire la povertà diffusa, la mancanza di lavoro, la diseguaglianza, lo sconvolgimento ambientale, la guerra? Sono tragiche rappresentazioni che vanno a fare il paio – nei paesi industrializzati - con i processi sempre più diffusi di precarizzazione del lavoro, di caduta verticale di reddito, dei sistemi di protezione, delle garanzie sociali. Fenomeni che si iscrivono in una tendenza di lunga durata e che sono sintetizzabili nella perdita di quel benessere e di quelle acquisizioni conquistate in precedenza, ma soprattutto nell’incedere sempre più inarrestabile dei processi di precarizzazione, della flessibilità del lavoro, portati avanti dalle elite borghesi a cui si accompagna una campagna accuratamente preparata, atta a sviare malessere e rancore nella raffigurazione di una minaccia esistenziale che proviene dall’esterno. E’ da queste  paure, da questo disagio sociale, da tutte queste ansie che sottendono, purtroppo, ad una cieca rabbia di riconquista più che aleatoria, dalla percezione che qualcosa si è perduto, che nasce quell’humus nel quale ha facile gioco - nell’attecchire - il populismo, il nazionalismo, il riposizionamento identitario, la xenofobia, accrescendo – in un intreccio perverso - la divisione all’interno di un  proletariato disorientato, diviso e assai lontano dal condurre la sua lotta contro il capitalismo. Ne offrono, in tal senso, una esemplare rappresentazione le determinazioni a cui si è pervenuti in Gran Bretagna con la Brexit o negli Stati Uniti con l’elezione di Donald Trump o, peggio ancora, con l’arroccamento identitario e sovranista dei paesi del cosiddetto gruppo di Visegrad (Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Slaovacchia).

Un nuovo assetto economico-industriale protezionista ed un rinnovo del settore manifatturiero  hanno costituito, sempre unitamente all’avversione contro l’immigrazione di massa, la chiave di volta con cui, ad esempio, l’Ukip (partito nazionalista britannico) ha saputo portare dalla sua parte un mondo di esclusi, di perdenti ai quali sono state fatte delle promesse impossibili da mantenere, a corredo di falsità del tutto evidenti.

Non molto dissimile è quanto avvenuto negli Stati Uniti con l’elezione di Trump la cui campagna elettorale è stata condotta enfatizzando a dismisura una volontà di far tornare gli USA ai fasti d’un tempo e mettendo alla berlina – senza alcun sprezzo del ridicolo – la globalizzazione. La stessa globalizzazione che li ha visti quali principali artefici. All’interno di questo impianto propagandistico che è riuscito a far breccia soprattutto tra la “middle class” e i lavoratori  della “Rust Belt” (cintura della ruggine, ossia la fascia che comprende gli ex- stati industrializzati) impoveriti da 40 anni di stagnazione salariale si va a situare, in maniera del tutto capziosa, questa sorta di risveglio del sentimento di rivincita sociale, alimentato scientemente da chi è all’origine di queste fratture sociali e che non si perita di affermare :” Riavremo indietro il nostro lavoro, i nostri confini, il nostro futuro, perché “da oggi il potere torna al popolo” e ci saranno due regole da seguire : comprate “americano” e assumete “americano”.[vi] In una: disagio sociale e conati di protesta che vengono abilmente incanalati verso un approdo populistico in cui il nazionalismo e la xenofobia vanno a fomentare  una miscela assai pericolosa.

Ancor più assurdo e pericoloso è il rifiorire di teorie che si riteneva ormai definitivamente sepolte ma che, al contrario, rinascono come l’Araba Fenice in quanto funzionali a quei processi identitari e sovranisti che assurgono a portati di fondo a cui attingono taluni settori della borghesia.

Che si tratti di volgare mistificazione è dato acquisito da tempo. Al di là del fatto che i pregiudizi di razza sono interamente riconducibili ai pregiudizi di classe coi quali l’ideologia dominante, nel tempo, ha potuto/saputo dare giustificazione ai propri meccanismi di sfruttamento, rapina ed oppressione. Un percorso storico costellato da nefandezze di ogni genere ci ha condotti, per tappe successive, alla fase attuale laddove il capitalismo mantiene, purtroppo, ancora intatta la capacità di intercettare le spinte emotive della società incanalandole verso gli “untori” di turno. Non solo. Affina ancor di più le proprie armi andando a pescare nel peggior repertorio possibile per addivenire – attraverso le elucubrazioni di menti malate – a formulazioni imperniate esclusivamente sul delirio xenofobo. Tesi aberranti sulla “sostituzione dei popoli” hanno preso a circolare ormai da tempo dando vita ad una visione paranoica condensata ne “Le Grand Remplacement” dello scrittore francese Renaud Camus o in quella cospirativa dell’austriaco Richard Kalergi che fa menzione, denunciandolo,  di un progetto - ordito non si sa da chi – imperniato su di un genocidio programmato dei popoli europei.

AIUTIAMOLI A CASA LORO

I disegni di tutti questi “benefattori dell’umanità” si arricchiscono anche di altri proponimenti che pur senza toccare i picchi della pura paranoia a cui abbiamo fatto appena cenno, si distinguono per la sgradevole e chiara percezione di dove intendano andare a parare. 

“Aiutiamoli a casa loro”. Ma esiste un concentrato di insensatezze più subdolo, più opportunistico, più cinico di quello contenuto in questo slogan , oggi così in voga ? Uno slogan che potrebbe ingenerare degli equivoci su un più che malinteso empito solidaristico che nella concretezza dei fatti non esiste in quanto non può esistere laddove  - ammesso per assurdo fosse pervaso dalle migliori intenzioni – andrebbe a scontrarsi con le cogenti determinazioni della accumulazione capitalistica.

Tutto lascia pensare, in tal senso, che siano state tutt’altro che aiutate – per calarci, attraverso dei riferimenti ben precisi, nella dimensione pratica del fenomeno migratorio – le comunità di pescatori di Yoff, in Senegal, le quali sono state letteralmente ridotte alla fame dalle grandi navi di pesca cinesi che sono passate da 13 che erano nel 1985 alle attuali 600, dato di per sé preoccupante ma reso ancor più dannoso se ci si riferisce ai metodi illegali di pesca, comuni sia alla China National Fisheries Corporation che alle navi oceaniche europee. Si è consapevoli del fatto, giustamente sottolineato da Tonino Perna, che :”Sono secoli che come europei “aiutiamo a casa loro” i popoli africani, latino-americani ed asiatici. Che soprattutto gli africani sono stati oggetto delle nostre attenzioni, premure, affetto. . . con la tratta degli schiavi, con l’installazione delle monoculture intensive più moderne. Che li abbiamo aiutati attraverso l’insegnamento delle moderne tecniche militari a combattersi nel modo più moderno ed avanzato possibile offrendo loro consiglieri militari e le armi più sofisticate.”[vii]?

Il riferimento alle armi è particolarmente calzante in quanto ci consente di far emergere ancor meglio le logiche che sottendono all’operare dei cosiddetti “mercanti di morte” dietro i quali si celano aziende militari o multinazionali  corroborate, sul piano operativo, dai rispettivi Stati di appartenenza. E’ il caso, ad esempio, per restare in Italia, della Leonardo e della Fincantieri che esportano un ampio arsenale bellico: siluri, razzi, missili, sistemi di puntamento, aeromobili, mortai. Lo stesso armamentario - che fa parte di un ordinativo di 134 milioni di euro fatto dal presidente turco Erdogan al governo Renzi nel 2016 – che viene utilizzato dall’esercito turco per bombardare campi profughi, ospedali, case, convogli e forni per il pane, siriani e curdi.

Ambiguità criminale? Certamente. Come lo è il continuare a sostenere come il riarmo sia finalizzato in larga parte per combattere il terrorismo nel mondo. Si fatica a trovare parole che commentino adeguatamente tali assurdità alla luce, soprattutto, dei dati forniti dal Sipri ( Istituto internazionale di Stoccolma per le ricerche sulla pace) secondo cui le spese militari sono cresciute, nel 2017 rispetto all’anno prima, dell’1,1%.

Lotta al terrorismo? Solo in parte. Guerra globale permanente? In larghissima parte. Guerra in Siria, in Libia, in Afghanistan, in Yemen, guerre in ogni angolo del pianeta. Guerre asimmetriche, per procura,, contro milizie armate, soprattutto guerre contro la popolazione civile. Tanto per dare ulteriormente un’idea, giorni addietro è stato reso pubblico uno studio, The Afghanistan Living Conditions  Survey, realizzato congiuntamente dall’Unione Europea e dall’Afghanistan’s Central Statistics Organization, secondo il quale, stando a quello che scrive Giuliano Battiston:” Negli ultimi cinque anni, i poveri (coloro che vivono con meno di 70 “afghanis” al giorno, meno di 1 euro) sono passati dal 38% al 55%. Eppure i soldi ci sono, eccome. Basta veder passare le lunghe jeep blindate con i vetri oscurati.”[viii]

Al di là delle capziose differenziazioni -  tra rifugiati, migranti economici, e altre cretinate a seguire – partorite dalla mente di chi si aggrappa ai sofismi pur di occultare la vera e unica causa di questa disumanizzazione crescente, restano gli esodi, tutti, a racchiuderne il più autentico senso. 

Verrebbe quindi del tutto naturale chiedersi, provocatoriamente, perché non provare (sic!) a diminuire l’intensità di questi “aiuti a casa loro”. Ma non è che, per puro caso, questo andrebbe ad incidere negativamente sui profitti da realizzare in ogni modo dovunque e comunque?

DALLI ALL’UNTORE. MA E’ PROPRIO COSI’?

Tuttavia le dissennatezze dei tempi non preoccupano più di tanto chi – da sempre – volge a proprio vantaggio ogni pur minima contingenza. Ci riferiamo, come d’obbligo, alla leggiadra borghesia che, passando sotto silenzio sulle vere cause delle migrazioni, soffia, alimentandola ad arte, sulla contrapposizione tra un proletariato autoctono e gli immigrati, dando linfa, in tal modo, alla classica guerra tra poveri, dalla quale ad uscire da unica vincitrice è sempre ed unicamente la borghesia medesima.

 E’ infatti essa a volgere a proprio vantaggio il fenomeno migratorio in quanto conseguenza più immediata di tale fenomeno è il prodursi di un surplus di forza-lavoro che, a sua volta, tende a deprimere sempre più il costo della forza-lavoro, ovverosia i salari.

E’ tale il ruolo del fenomeno migratorio nel sostenere l’economia capitalistica che in paesi come la Germania o la Danimarca sono previsti incentivi per i datori di lavoro che assumano rifugiati o richiedenti asilo. Ma cosa si nasconde dietro questa specie di carità pelosa? La possibilità, per i datori di lavoro, di pagarli sotto il minimo salariale.

Qualcosa di analogo avviene in Svezia e Finlandia laddove è lo Stato ad elargire sovvenzioni salariali ai datori di lavoro, sempre all’interno dell’unica logica di ridurre il costo della forza-lavoro.

Mica stupidi i “datori” di lavoro…La deriva nazionalista, identitaria, xenofoba la lasciano portare avanti ai “dementi” nel mentre essi concentrano il loro impegno su come “massimizzare il contingente” rimanendo, in tal senso, coerentemente ancorati alla regola aurea del “business first”.

D’altro canto viene utile ribadire come la spinta verso la cosiddetta globalizzazione, derivata in primo luogo dal permanere di una crisi sistemica irrisolvibile , abbia consentito ai capitali di potersi muovere su scala globale pervenendo, a livello di effetti,  da un lato, ad un  considerevole aumento dei profitti e, dall’altro, ad un processo di caduta verticale delle condizioni di vita delle classi subordinate che ha dato la stura ad un flusso inarrestabile di tensioni, contrapposizioni, al costituirsi di veri e propri bacini d’ira,  accesi – giova ribadirlo -  da squilibri che appartengono interamente al modo di produzione capitalistico e che, al contrario,  vengono artatamente addossati a persone, ad esseri umani, che hanno l’unico torto di fuggire dalla disperazione.

No, dunque, alla guerra tra poveri in quanto “ Non sono i proletari immigrati a rubare il lavoro ai proletari autoctoni, ma è il capitalista che lo ruba quando delocalizza la produzione. Non sono i proletari immigrati a fare concorrenza a quelli autoctoni, ma è il capitalista che scatena la concorrenza tra lavoratori per abbassare il  loro salario. Non sono i proletari immigrati a fare la guerra, ma è il capitalismo imperialista a portare  guerra e distruzione in tutto il mondo.”[ix]

Considerazioni assai pertinenti che hanno l’indubbio merito di ridefinire l’intera questione in termini più  aderenti a quella che è la realtà fattuale. Non è questa umanità marginalizzata, criminalizzata a fare la guerra, a far sprofondare i salari o a far trasferire all’estero i posti di lavoro.

Non sono gli 11 milioni di immigrati centro e sudamericani a far tagliare le tasse ai milionari americani né a far togliere l’assistenza sanitaria a 18 milioni di persone.  Sono, al contrario, le multinazionali americane con il loro sfruttamento intensivo della manodopera messicana, la causa principale dell’emigrazione, senza contare che l”American Dream” si regge anche sulle spalle di milioni di immigrati, sottopagati, che vivono ai margini della società americana, che comprano “americano”, che pagano le tasse e  che, alle corte, danno il loro contributo all’economia americana che potrebbe accusare dei contraccolpi negativi se tale flusso migratorio venisse interrotto.

Gli stessi meccanismi – in una deriva ininterrotta verso il peggio -  sono rintracciabili nella cosiddetta “accoglienza stile turco” elogiata dal commissario europeo per l’ ”Allargamento della UE”, l’austriaco Johannes Hahn, il quale trovava modo, in una sua visita di qualche anno addietro in Anatolia, di tratteggiare con enfasi la decisione del governo turco di dare il permesso di lavoro agli immigrati siriani in un ottica che tuttora prevede un progetto-pilota incentrato su una città-lavoro per i siriani. La città in questione sarebbe Gaziatep sul confine turco-siriano che, tra l’altro, è uno dei più importanti centri dell’industria tessile turca.

Per smontare decisamente le argomentazioni di una  propaganda basata su istanze sovraniste quando non anche isolazioniste e che investe oramai milioni di persone - mostrandone il carattere retorico e strumentale -  può bastare il semplice riferirsi a quanto dichiarato da Tito Boeri, presidente dell’INPS, il quale oltre a rimarcare come gli immigrati siano un efficace sostegno per le casse dello stato italiano, entra più nello specifico col ricordare che “ Gli immigrati non sono un pericolo ma piuttosto una risorsa fondamentale per ripensare un’altra idea di welfare e di Europa. Loro versano, ogni anno, 8 miliardi nelle casse dello del sistema di sicurezza sociale e ne prelevano sotto forma di pensioni e prestazioni sociali circa 3, con un saldo attivo di 5 miliardi.”[x]

Parrebbe quindi di trovarsi di fronte ad una ambiguità di fondo che è lungi dall’ essere sciolta se non fosse che ci si imbatte, in tutta evidenza, in un doppio registro, all’interno del quale due opzioni che apparentemente si elidono, procedono invece in una sintonia che è del tutto funzionale a quelle che comunemente vengono definite “compatibilità borghesi”.

Far credere – come anzidetto – che un malessere sociale, ascrivibile a cause ben note, quelle vere, sia interamente riconducibile ad una presunta minaccia esterna altro non è se non una bieca opera di strumentalizzazione politica con la quale si tende ad occultare dati che, invece, in altri ambiti, caratterizzati da una maggiore consapevolezza, sono tenuti nella dovuta considerazione.

Quando ci si riferisce di continuo ad un calo demografico che interessa, nella sua interezza, il contesto occidentale, con conseguente corollario relativo alla disponibilità di forza-lavoro, non ci si adagia di certo su di una rappresentazione non autentica. Prova ne sia quanto, incontestabilmente, evidenziato da Ignazio Masulli, che, sul Manifesto, così scrive “Per quanto riguarda le spese sociali, il mantenimento degli attuali standard di welfare richiederebbe una base contributiva garantita da un aumento della popolazione europea di 42 milioni di persone in 5 anni. Sul piano fiscale, come dimostra il bilancio italiano del 2016, tasse e contributi versati dagli immigrati nati all’estero e regolarmente censiti eccedono di oltre il 60% le spese di cui beneficiano. Né è trascurabile il loro apporto all’aumento del Pil (circa il 9% nello stesso anno).”[xi]

UNA CORSA VERSO DOVE? LE PROSPETTIVE  CHE VANNO A DELINEARSI

La Fao, l’Ifad, l’Unicef, il Wfp e l’Oms, cioè a dire le cinque agenzie dell’ONU che hanno a che vedere con la fame nel mondo, nel loro ultimo rapporto, puntano il dito sulla insicurezza alimentare e sugli “affamati”, cioè su” coloro che non hanno abbastanza cibo per nutrirsi mettendo così a rischio la propria salute – sono 821 milioni nel 2017 e l’anno prima erano invece804. Segno che rispetto all’obiettivo “Fame Zero” che le Nazioni Unite si erano date entro il 2030 si sta tornando indietro. La situazione sta peggiorando – segnala il rapporto – soprattutto in Sudamerica e in Africa ma anche in Asia il rallentamento della sottonutrizione sta rallentando. Negli ultimi tre anni la fame è tornata a livelli addirittura di un decennio fa.”[xii] Vengono citate anche le principali cause che risiedono nei cambiamenti climatici con relativi riflessi sulle colture agricole, gli “ever green” conflitti armati, le crisi economiche con relativi cali di reddito e il sostenuto incremento demografico.

Considerazioni che servono a introdurre le argomentazioni assai pertinenti di Piero Bevilacqua il quale trova modo di chiedersi se – al livello a cui è giunta l’economia mondiale – avremmo ancora bisogno di “crescere”, “correre”, “competere”, denunciando decisamente ed a ragion veduta “ Il capitalismo del nostro tempo e la sua tragica assurdità. Che bisogno c’è ancora di crescere se ogni anno vanno al macero 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, rimangono invendute, solo in Europa, decine di milioni di auto e un numero imprecisato viene quotidianamente rottamato?....A che fine questa corsa l’un contro l’altro stato, se essa condanna una parte estesa dell’umanità alla disoccupazione, alla polverizzazione della vita sociale, al ritorno del lavoro schiavile anche nelle campagne?”[xiii] Per proseguire ancor più incisivamente con l’esplicita accusa “ a questo modo di produzione che va celebrando i fasti più distruttivi della sua storia, contro il lavoro e contro gli ecosistemi della Terra”[xiv]

Questo modo di produzione capitalistico incentrato su follie che producono dappertutto distruzione e morte.

Follia…Non è forse folle il rischiare di tornare al 2008, alla peggiore crisi della storia recente? A dirlo, come sostiene Andrea Baranes è stato “il Fmi che ha segnalato i crescenti rischi per il sistema finanziario globale. Gli ha fatto eco l’Ocse, lanciando l’allarme per una possibile nuova crisi. I motivi sono diversi e vanno dal principale, ossia che la finanza non è cambiata rispetto alle promesse fatte dieci anni addietro circa la chiusura, una volta per tutte, del casinò finanziario, all’altrettanto importante rilievo che anche i derivati e gli altri strumenti speculativi sono ai massimi livelli… Se il sistema finanziario nel suo insieme è sempre più votato alla speculazione ed a orizzonti di brevissimo termine, rispetto al 2008 ci sono almeno due differenziazioni, tutt’altro che positive. La prima è legata alla montagna di liquidità immessa prima per salvare le banche e poi per far ripartire l’economia. Oltre 11 mila miliardi di dollari dalle bvanche centrali di Usa, Giappone ed Europa. Risorse in massima parte incastrate in circuiti finanziari se non speculativi, che non arrivano all’economia reale. La seconda differenza è che, malgrado la debole ripresa, conti pubblici ed economia portano ancora le cicatrici dell’ultimo disastro. Basta guarda all’inaccettabile aumento delle diseguaglianze per capire l’insostenibilità della situazione”[xv]

 Considerazioni di varia attinenza ma attraversate da un unico filo conduttore seguendo il quale arriviamo al nocciolo del tema oggetto della nostra trattazione, ossia la insostenibilità sempre più accentuata di una realtà il cui evolversi in senso sempre più peggiorativo rende sempre più incalzanti punti di deflagrazione inimmaginabili fino a qualche tempo addietro.

Se a tratteggiare la dimensione entro la quale l’umanità è costretta a vivere sono categorie quali la abnorme polarizzazione della ricchezza e della miseria, la distruzione di risorse, i cambiamenti climatici, un ecosistema metodicamente violentato dalle fantasiose “mani invisibili” del mercato - ascrivibile il tutto alle storture proprie del modo di produzione capitalistico - ne consegue come l’ineludibile portato non possa non essere, tra le tante, l’esodo di moltitudini di affamati, di perseguitati, di marginalizzati che hanno il solo torto di essere poveri. Rohingya, honduregni, sudamericani, africani, mediorientali: una gamma infinita di disperazione a cui il “migliore dei mondi possibile” manca poco che riservi quella che i nazisti chiamavano sadicamente “endlosung” (soluzione finale). 

D’altra parte talune linee di tendenza si erano esplicitate già dopo il secondo conflitto mondiale allorchè la britannica Royal Commission on Population sul tema in questione si era espressa in questi termini:” L’immigrazione su larga scala in una società pienamente stabilita come la nostra sarà benvenuta senza riserve solo se gli immigrati sono di buon ceppo umano e non impediti dalla loro religione o razza dal contrarre matrimoni con la popolazione locale e mescolarsi ad essa.”[xvi]

Di buon ceppo umano…Non riecheggia, forse, in questa sintetica rappresentazione mentale un rimando al “Progetto Lebensborn”, ossia al programma avviato dai nazisti – more solito – per realizzare le teorie eugenetiche del Terzo Reich?

Una problematica – quella della migrazione – che, stante il sistema capitalistico dominante, non potrà – occorre ripeterlo – mai essere risolta e  sovviene, a tal proposito, una proiezione che, sebbene riguardi il solo contesto europeo ma che può essere coerentemente estesa ad altri ambiti internazionali, che riporta come, tenuto conto della crescita demografica che interessa il complesso dei paesi africani che di qui al 2030 dovrebbe superare il miliardo e mezzo di abitanti, in larghissima parte giovani, per poi toccare entro il 2050 i due miliardi di essere umani, se ai giovani africani “ non verrà offerto un ambiente sociale, economico e politico consono alle loro crescenti aspettative, nemmeno asserragliandoci dietro chissà quali fortificazioni potremo fermarne la pressione.”[xvii] 

E questo ambiente economico, sociale, politico, queste opportunità dovrebbero/ potrebbero essere offerte dalla compagine capitalistica? Men che mai. Sono nodi questi che possono essere districati da una rivoluzione  che abbia come esito finale il superamento di un sistema borghese sempre più criminale.

Ribadiamo con maggiore forza, per chiarire ulteriormente nonchè convinti di non tediare, alcuni punti che rappresentano il punto nodale intorno a cui è incentrata la nostra trattazione per agire, d’altra parte, da contrasto ad una ripugnante catena di rimandi artatamente volti ad alimentare una contrapposizione sempre più regressiva tra poveri oltre ad occultare, altrettanto subdolamente, che a “rubare” il lavoro ai proletari autoctoni attraverso la delocalizzazione della produzione o attraverso un sempre più intenso ricorso all’automazione è il capitalista così come a scatenare la concorrenza tra migranti e lavoratori autoctoni - per abbassare i salari – sia sempre il “filantropo”capitalista.

Dal che consegue che “uscire dal capitalismo” rappresenti un orizzonte sociale imprescindibile e che come, nell’attuale situazione, un “ no alla guerra tra poveri” rappresenti la sola parola d’ordine che oltre a dare il necessario impulso ad un processo di solidarizzazione tra i vari strati del proletariato, serva pure ad enuclerare quel processo di omogenizzazione dello stesso proletariato su obiettivi di classe. Solo queste dinamiche potranno portare ad una reale crescita della coscienza di classe che non può prescindere dalla consapevolezza che occorre mettere in discussione gli attuali rapporti di produzione che sono alla base dei processi di accumulazione, della distruzione delle forze produttive, dell’appropriazione da parte di pochi della maggior parte della ricchezza dal proletariato mondiale, dei processi di dis-umanizzazione dell’umanità che forse rappresenta oggigiorno la cifra peculiare dell’attuale dominio borghese.

Per esser più precisi con riferimento alla coscienza di classe: i capitalisti attraverso la diffusione pervasiva di piacevolezze d’ogni genere è come se conoscessero l’arte di produrre i propri nemici. Nemici che, però, usano, a tuttoggi, tanta fatica a riconoscere sé stessi come destinatari delle piacevolezze di cui sopra ed i capitalisti come i principali responsabili di una condizione sempre più grama in cui li costringe a vivere.

Disumanità e immoralità che sono ormai riscontrabili nel vivere quotidiano,  che inficiano sempre più negativamente il  rapportarsi tra essere umani e che assicurano ulteriore spazio ad “ una fascistizzazione del senso comune che tende a svalutare insieme al principio della dignità delle persone solo perché persone, anche i normali sentimenti di umanità e solidarietà.”[xviii]

Non riteniamo di andare molto lontano dalla realtà nel sostenere che in una società a misura d’uomo, in una società comunista, uno degli impegni maggiormente prioritari dovrebbe essere la ri-umanizzazione di una umanità imbarbarita e scaraventata nei meandri di una crescente dis-umanizzazione da una classe sociale che si distingue solo per il fetore di morte che promana.

Disumanità, immoralità, morte.

Cosa ci riserva il futuro? Quale sarà il futuro del mondo, delle future generazioni, dei nostri figli (come spesso si sente ripetere)? Quale futuro potrà riservare il capitalismo al mondo, alle nuove generazioni? Il presente ci sta dicendo molte cose, questo è certo. Per cui se i nostri figli ci hanno dato la terra in prestito, dato lo stato delle cose, è assai difficile che possano vedere restituito il loro prestito.

A meno che…

       

[i] E. Calamai: Perché i migranti sono i nuovi desaparecidos – Il Manifesto 7 febbraio 2018

[ii] B. Ardù: Davos e la disuguaglianza. Quell’uno per cento che prende tutto – La Repubblica 22 gennaio 2018

[iii]  idem

[iv] M. Ovadia: L’Esodo biblico è il dolore dei migranti – Il Manifesto 31 dicembre 2015

[v] I. Masulli: Migranti, demografia, tasse, crescita. Gli inganni della propaganda. – Il Manifesto 7 febbraio 2018

[vi] F. Tonello: American Psycho. Le fatture sociali che portano all’”uomo forte” – Il Manifesto 21 gennaio 2017

[vii] T. Perna: “Aiutiamoli a casa loro”, il virus che contagia la sinistra – Il Manifesto 29 luglio 2017

[viii] G. Battiston: Poveri civili afghani, uccisi pure da chi dovrebbe proteggerli. Il Manifesto 9 maggio 2018

[ix] A. Visalli: Eros Barone, circa “Fisica e metafisica”: internazionalismo, sinistra e immigrazione – Tempo fertile 16 marzo 2018

[x] L. Fazio: Tito Boeri:” I lavoratori stranieri sono fonte di ricchezza” – Il Manifesto 17 giugno 201

[xi] I. Masulli: Demografia, tasse, crescita. Gli inganni della propaganda – Il Manifesto 7 febbraio 2018

[xii] R. Gonnelli: La fame nel mondo torna al livello di dieci anni fa – Il Manifesto 12 settembre 2018

[xiii] P. Bevilacqua: I confini e le sovranità necessarie alla retorica del capitalismo – Il Manifesto 29 settembre 2018

[xiv]  idem

[xv] A. Baranes: Ritorno al passato, la finanza non è cambiata – 13 settembre 2018

[xvi] Limes n.6/215: Chi bussa alla nostra porta - Editoriale

[xvii] idem

[xviii] R. Ciccarelli : Intervista a Luigi Ferraioli – Il Manifesto 28 agosto 2018

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