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La manipolazione genetica tra barbarie e possibilità

Creato: 14 Dicembre 2018 Ultima modifica: 21 Dicembre 2018
Scritto da Mario Lupoli Visite: 709

genoma

{Screengrab da Genome Editing with CRISP1}

Le tecnoscienze contemporanee da una parte producono possibilità straordinarie per l’umanità intera, dall’altra rispondono a interessi economici, sociali e politici della società capitalistica, e ne esprimono e riproducono una razionalità cieca e costitutivamente incapace di autoriflessione. La facoltà di porre un argine contro i rischi e le minacce che comportano gli interventi sulla genetica umana, e di cogliere al contempo le opportunità che le scienze possono offrire, rimanda necessariamente a un consapevole controllo di un’umanità  socializzata, capace non solo di  un’amministrazione generale coerente con gli interessi umani e con gli equilibri del pianeta, ma di assumere un punto di vista e una prospettiva radicalmente altri da quello della razionalità del dominio, troppo spesso assunta come in sé neutra, come se fosse sufficiente liberarla dalle mani borghesi. Una prospettiva riduzionistica e metafisica che compromette uno statuto della teoria comunista all’altezza delle questioni che pone la società contemporanea.

L’annuncio della nascita in Cina di due gemelle «con il Dna modificato con la tecnica del taglia-incolla del Dna, la Crispr, in modo da renderlo resistente al virus Hiv»[1], è in attesa di conferme da fonti terze. La notizia sta comunque sollevando dibattiti di portata globale, per le speranze sulle ricadute sanitarie che potrebbe avere e per le preoccupazioni che implicano gli interventi di ingegneria genetica sull’uomo e i possibili programmi di eugenetica.

D’altronde anche le ricerche che si stanno sviluppando nella Silicon Valley sull’immortalità, attraverso la combinazione di robotico, digitale e biologico, rientrano in una tendenza prepotente a oltrepassare in modo visibile i confini di ciò che appare tacitamente lecito alla coscienza comune.

Alcune implicazioni a latere possono essere quelle denunciate da J. Crary nel suo 24/7. Il capitalismo all'assalto del sonno, come le ricerche per rendere possibile la «completa astensione dal sonno e al contempo un funzionamento produttivi ed efficiente»[2], così da realizzare «il mantra del capitalismo contemporaneo», «l'ideale di una vita senza pause, attiva in qualsiasi momento del giorno o della notte, in una sorta di condizione di veglia globale»[3]. È del resto in continuità con il crescente incremento di ogni ritmo, di lavoro e di vita, di consumo e di distruzione, tipico del capitalismo contemporaneo, un’accelerazione che è una «"potenza" che domina in modo totalitario la società moderna», divorando «sogni, obiettivi, desideri e progetti di vita" stritolandoli entro gli ingranaggi del suo inarrestabile movimento»[4].

Una serie di interventi sulla sfera biologica e genetica che non può che destare interrogativi e preoccupazioni. Anche su un piano generalizzato, è facile percepire angoscia e turbamento nel recepire questo genere di notizie, perché sempre di più la scienza si staglia contro gli uomini come un potere loro estraneo, una potenza incontenibile, incomprensibile e ingovernabile. La scienza, incorporata nel processo produttivo[5] agisce proprio così, come potere della macchina contro gli uomini, del tutto estranea alla coscienza degli individui che lavorano e quindi al di fuori della loro possibilità di verifica, comprensione, condivisione, finanche dell’intelligenza generale dei suoi processi[6]. Come nell’immagine proposta da M. Horkheimer, «la macchina ha gettato a terra il conducente, e corre cieca nello spazio». Siamo nel momento storico in cui giunge «al culmine [il] processo di razionalizzazione», una ragione che tuttavia «è diventata irrazionale e stupida»[7]

A gettare un’ombra di allarme anche sulle possibilità più promettenti in ordine alla prevenzione e alla salute umana è il rapporto sociale capitalistico in cui queste ricerche vedono la luce, con la sua stessa razionalità.

Ne Il Capitale, Marx applica il motto di Mirabeau, Impossibile? Non ditemi mai questa sciocca parola!, alla tecnologia moderna[8]. Al grado attuale di sviluppo delle tecnoscienze, questo loro essere svincolate da limiti di ogni sorta ha i connotati conturbanti di un potenza fuori misura e senza controllo, capace di un grado di distruttività che mai l’uomo è stato in condizione di generare e allo stesso tempo di subire. Il monito di Adorno e Horkheimer che indicava che «la razionalità tecnica di oggi non è altro che la razionalità del dominio», che «il carattere coatto, se cosi si può dire, della società estraniata a se stessa»[9] è oggi probabilmente più attuale che mai, e dovrebbe contribuire a orientare a una riconsiderazione critica della stessa ratio della società capitalistica.

Non può che preoccupare, difatti, la razionalità tutta strumentale del dominio capitalistico, al livello di una potenza che si manifesta scatenandosi immediatamente sulla vita umana, sui suoi confini, il suo statuto, i suoi ritmi.

I problemi che pone non sono nemmeno affrontabili, difatti, se si resta incatenati al suo orizzonte.

Nella sua riflessione sui rischi di una genetica liberale, ad esempio, J. Habermas parte dal fatto che le tecnoscienze contemporanee, con la loro potenza nell’intervento in ambito genetico, portano a sfumare il «confine tra la natura che noi “siamo” e la dotazione organica che “noi ci diamo”»[10], con la quale si supera l’idea stessa di un margine di indisponibilità nell’uomo, avvicinando brutalmente quest’ultimo allo statuto della cosa manipolabile, con un impatto inaudito sull’individuo di scelte a lui esterne e irreversibili. Commenta rispetto a questo aspetto che «va, dunque, salvaguardato eticamente e politicamente lo spazio di questa indisponibilità naturale o primaria, proprio a garanzia di una soggettività che si autointerpreta come segnata al principio da una contingenza liberante» e che «la persona non può pensarsi come disposta e programmata asimmetricamente da terzi, perché il sé di quel fine in sé che ogni uomo rappresenta risponde ad una specifica auto-finalità fondata sull’iniziale libertà originaria»[11]. Questo tipo di considerazioni rivela da una parte tutto il limite di un approccio normativistico e l’impossibilità di gestire la questione in termini individualistici, dall’altra che restando nell’orbita del realismo capitalista la vera questione non è nemmeno posta.

Difatti non è problematico di per sé che l’uomo si autotrasformi continuamente, perché è nelle sue caratteristiche più proprie. C’è anzi una coincidenza del mutare delle circostanze, dell’attività umana e dell’auto-trasformazione (Selbstveränderung), che caratterizza, nella consapevolezza che sia comprensibile solo come praxis rivoluzionaria, il nuovo materialismo fondato da Marx e che sfugge al materialismo tradizionale[12]. Per esempio, l’idea engelsiana secondo cui «la mano non è quindi soltanto l'organo del lavoro: è anche il suo prodotto»[13] offre un’idea molto chiara della correlazione tra prassi trasformatrice e autotrasformatrice dell’uomo.

Il punto peculiare è che ora il mutamento possibile dell’essere umano stesso si fa progettabile. Inoltre, è che è programmabile da strutture scientifiche, civili o militari, private o statali, che rispondono a una razionalità cieca che riduce tutto a ente manipolabile, misurabile, sostituibile[14], alla razionalità e alla normatività del dominio borghese, agli interessi prodotti dal modo di produzione capitalistico. Una potenza smisurata che è completamente nelle mani di un sistema la cui stessa natura è in aperta contraddizione con la vita umana, con gli interessi e il benessere degli esseri umani, con la sopravvivenza del pianeta intero.

L’uomo appendice di un sistema di macchine è concepito e agito come una cosa tra cose. Tuttavia si può sottolineare come «la tesi corrente della “meccanizzazione” dell’uomo [sia] ingannevole, in quanto concepisce l’uomo come un ente statico, sottoposto a certe deformazioni ad opera di un “influsso” esterno, e attraverso l’adattamento a condizioni di produzione esterne al suo essere. In realtà, non c’è nessun sostrato di queste “deformazioni”, non c’è un’interiorità sostanziale, su cui opererebbero – dall’esterno – determinati meccanismi sociali: la deformazione non è una malattia che colpisce gli uomini, ma è la malattia della società, che produce i suoi figli come la proiezione biologista vuole che li produca la natura: e cioè “gravandoli di tare ereditarie”. È solo in quanto il processo che comincia con la trasformazione della forza-lavoro in merce investe e compenetra gli uomini in blocco e individualmente, e oggettiva e rende commensurabile a priori tutti i loro impulsi, come altrettante forme o varietà del rapporto di scambio, è solo sotto queste condizioni che la vita può riprodursi nel quadro degli attuali rapporti di produzione»[15].

Nella corrente identificazione di sapere e scienza, si circoscrive l’intelligenza all’organizzazione dell’esistente già dato nell’ordine di schemi già vigenti, rinunziando a ogni possibilità critica[16].

La possibilità di esercitare una critica, invece, oltre i dogmi della società attuale, consente di gettare uno sguardo oltre i suoi confini pratici, ideali e simbolici, mettendo in discussione ciò che appare scontato e prospettando di rispondere alla potenza distruttrice che è ormai scatenata nella società borghese.

E si può rispondere, perché la forza per farlo è generata infatti dalle stesse dinamiche del modo di produzione capitalistico. Scrivevano Marx ed Engels nel Manifesto del Partito comunista che «la borghesia è portatrice involontaria e passiva» del progresso dell’industria; se oggi questo sviluppo si manifesta ancora più acutamente con i tratti di Giano, il bifronte, come opportunità di liberazione e come minaccia di distruzione, è indispensabile non perdere di vista che con esso «viene  […] sottratta sotto i piedi della borghesia la base stessa su cui essa produce e si appropria dei prodotti»[17]. Questa fase storica può indurre allo scoramento e alla sfiducia, ma insieme alle ragioni di un fondato timore sul destino dell’umanità e del pianeta, non cessa di crescere il numero dei proletari in tutto il mondo, i becchini che il capitalismo è costretto a produrre in ragione della sua stessa esistenza. Un celebre brano del giovane Engels propone il vero significato che il comunismo ha sul piano della storia universale: «per i suoi principi», scrive, «il comunismo è al di sopra del conflitto tra borghesia e proletariato, giustificandolo storicamente nel presente, non per il futuro; esso sopprime tale conflitto ma riconosce, finché permane il conflitto di classe, che l'ostilità del proletariato verso i suoi oppressori è una necessità e rappresenta la leva più importante del movimento operaio al suo inizio; ma va oltre tale ostilità, perché il comunismo è la causa di tutta l'umanità, non solo della classe operaia»[18]. Una causa, oggi, che di fronte all’orizzonte di barbarie e distruzione che squaderna questa fase del capitalismo, ha il portato ancor più radicale delle possibilità inaudite che sarebbero invece disponibili a una società finalmente umana.

[1] Nate in Cina due gemelle con il Dna modificato, resistente all'Hiv. L'esperimento descritto su un documento approvato dal comitato etico, 27 novembre 2018, ansa.it.

[2]  J. Crary, 24/7. Il capitalismo all'assalto del sonno, Einaudi, Torino 2015, p. 3.

[3] Ivi, dalla presentazione.

[4] H. Rosa, Accelerazione e alienazione. Per una teoria critica nella tarda modernità, Einaudi, Torino 2015.

[5] K. Marx, Il Capitale, Utet, Torino 2009, p. 519.

[6] Cfr. il Frammento sulle macchine nei Grundrisse di Marx.

[7] M.  Horkheimer, Eclisse della ragione, Einaudi, Torino 1969, p. 113.

[8] K. Marx, Il Capitale, op. cit.,  p. 624.

[9] T. W. Adorno, M. Horkheimer, Dialettica dell’illuminismo, Einaudi, Torino 2010, p. 127.

[10] J. Habermas, Il futuro della natura umana. I rischi di una genetica liberale, Einaudi, Torino 2002, p. 15.

[11] Ivi, p. 6.

[12] Cfr. III Tesi su Feuerbach.

[13] F. Engels, Parte avuta dal lavoro nel processo di umanizzazione della scimmia (1876)

[14] «Come la sostituibilità è la misura del dominio e il più potente è quello che può farsi rappresentare nel maggior numero di operazioni, cosi la sostituibilità è lo strumento del progresso e nello stesso tempo della regressione», T.W. Adorno, M. Horkheimer, Dialettica dell’illuminismo, op. cit., p. 42.

[15] T.W. Adorno, Minima Moralia, Einaudi, Torino 2015, p. 279.

[16] Cfr. M. Horkheimer, Eclisse della ragione, Einaudi, Torino 2000, p. 75.

[17]  K. Marx, F. Engels, Manifesto del Partito Comunista (1848).

[18] F. Engels, La situazione della classe operaia in Inghilterra (1845).

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