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Tacchino Express, ai confini dell’umanità

Creato: 20 Novembre 2018 Ultima modifica: 20 Novembre 2018
Scritto da Egidio Zaccaria Visite: 190

caminataSe non fosse per il considerevole numero di partecipanti, stando alla trattazione fatta dai quotidiani, sembrerebbe che nel centro America stia andando in onda l’ennesimo adattamento di un format da reality show, una gara a tappe dove i concorrenti, a piedi o con mezzi di fortuna, hanno l’obiettivo di raggiungere un luogo prefissato potendo contare soltanto sulla generosità e ospitalità degli indigeni. La chiamano “Carovana” e così su Repubblica, in una attenta disamina: «Circa 4000 migranti hanno lasciato Città del Messico per riprendere la marcia verso gli Stati Uniti. La carovana [..] si è messa in cammino alle 5 di questa mattina. [..] viaggeranno lungo l'autostrada Città del Messico - Città di Queretaro [..]. Un migliaio di persone, partite già ieri, hanno raggiunto la tappa successiva e hanno trovato rifugio nello stadio La Corregidora. La carovana, arrivata in territorio messicano il 19 ottobre, è partita il 13 ottobre da San Pedro Sula, in Honduras. [..] Vengono presi in considerazione due diversi itinerari per arrivare alla frontiera con gli Usa. Il primo porterebbe a Tijuana, al confine con la California: si tratta di coprire ben 2.900 km, in condizioni però di relativa sicurezza. Per arrivare al Texas, invece, di chilometri se ne devono percorrere "solo" 900, ma le difficoltà e i rischi legati all'attraversamento dello Stato messicano di Tamaulipas sono decisamente superiori. Davanti allo stesso bivio, prevedibilmente, si troveranno le altre due carovane in viaggio. In totale, sono in cammino fra le 3.500 e le 4.000 persone, tutte provenienti dall'America Centrale: Honduras, Salvador, Guatemala, Nicaragua»[1]

Come se non bastasse la già disgustosa narrazione, un editoriale del Guardian, in apertura, si cimenta con la retorica da talent show «Le sei o settemila persone - uomini, donne e bambini - che hanno deciso di percorrere 3.000 miglia [..] sono coraggiosi, intraprendenti e determinati a migliorarsi. Potrebbero diventare il tipo di cittadini di cui ogni paese ha bisogno e di cui dovrebbe essere orgoglioso ogni politico. Naturalmente, sono oggetto di avversione per il presidente Trump, un uomo la cui intera vita è stata protetta dai privilegi»[2]. Questa concezione non è poi così nuova e non si fa molta fatica ad identificarla con ciò che Engels commentava nei riguardi di Feuerbach: «La sua concezione della storia è dunque essenzialmente pragmatica, giudica tutto secondo i motivi dell’azione, divide gli uomini operanti nella storia in nobili e ignobili, e di regola scopre che i nobili sono i gabbati e gli ignobili i vincitori»[3]. «Non partiamo perché vogliamo, ci espelle la violenza e la povertà» così dal volantino di convocazione della “Caminata del migrante”. Francamente, poche e chiare parole mettono in ridicolo qualsiasi retorica di superiorità nobilitante che voglia opporsi all’ignobile Trump, sebbene dargli dell’ignobile ci sembra quasi scontato. Si avverte la consapevolezza di vivere in un luogo divenuto ormai inospitale, dominato da violenza e povertà, da cui scappano anche contro la propria volontà; si avverte la consapevolezza che il loro agire è determinato dalla società in cui vivono.

La fame, la violenza, la povertà sono nel bagaglio delle condizioni storiche che l’umanità trascina con sé; alla sua trasfigurazione come essenza naturale, come un destino inevitabile perché connaturato all’esistenza umana, concorre anche la spettacolarizzazione che si fa di esse. Oggetti da analizzare e non prassi da rivoluzionare, appunto. Intorno alla sofferenza - artefatta sia chiaro - si costruiscono spettacoli per guardarsi allo specchio, lo spettatore proietta la sua realtà nel reality e le sue capacità nel talent; si immedesima nella competizione e la competizione diviene l’unica via d’uscita magari con qualche azione ignobile ma è chiaro che il fine giustifica il mezzo. Sono gli spettacoli ideologici della società borghese: la gara come possibilità di salvezza, comunque individuale, tralasciando che è proprio questa gara che determina le condizioni per la generale sofferenza.

Dal momento di inizio stesura di questo breve articolo mancheranno pochi giorni alla Festa del Ringraziamento, il 22 novembre; sembra difficile che la Caravana possa sedersi alla tavola imbandita e degustare il prelibato tacchino, sia per ragioni imputabili alla difficoltà del viaggio, di cui, possiamo starne certi, non mancheranno i reportage, sia per ragioni storico-sociali, che esclusivamente dal nostro punto di vista, certamente non da quello dei viaggiatori, assumono importanza preminente. La sopravvivenza dell’umanità che bussa alle porte dell’Occidente è ben più importante delle nostre analisi politiche ma essa, inevitabilmente, si scontrerà con le compatibilità capitalistiche.

A 400 anni di distanza dai primi festeggiamenti di Ringraziamento, dei Pellegrini venuti dall’Europa, il nord America non è un posto così ospitale come potrebbe apparire, se non altro per chi possiede e, per sopravvivere, può vendere soltanto la propria forza-lavoro in un mercato che eccede per offerta. Non sono più nemmeno gli anni degli States, in corsa per la supremazia mondiale, che reclutavano forza-lavoro europea. È tutto un altro mondo nonostante sia ancora dominato dal modo di produzione capitalistico e le sue compatibilità.

Tale condizione accomuna le carovane dei Latinos, che bussano alle porte nordamericane, a quelle africane, che bussano alle porte europee, ma «assimilare, anche solo lontanamente, i flussi migratori attuali a quelli del passato, anche più recente, ci sembra volutamente fuorviante. “La fame - diceva Marx - è la fame ma la fame che si soddisfa con carne cotta, mangiata con coltello e forchetta, è una cosa diversa da quella che divora carne cruda, aiutandosi con mani, unghie e denti”. E ciò vale anche per le migrazioni»[4]. Sebbene sussistano delle peculiarità, rimando alla lettura dell’articolo alla nota 4 onde evitare il ripetersi della nostra valutazione circa le differenze tra forza-lavoro migrante e profughi della società capitalistica.

A conclusione, parafrasando Marx ed auspicando almeno uno dei due pasti, potremmo dire che mangiare il tacchino crudo, a mani nude, non è equivalente al mangiarlo cotto, con posate, ma la fame è fame ed i viaggiatori, non quelli di Pechino Express, la conoscono benissimo quando decidono di incamminarsi. Il problema sono le compatibilità capitalistiche che spingono l’umanità verso confini di abbrutimento, se paragonati alle possibilità storiche, non ancora esplorati.

 

[1] Messico, in migliaia riprendono la marcia per raggiungere la frontiera USA

[2] The Guardian view on the migrant convoy: a heroic journey

[3] F. Engels - Feuerbach and the End of Classical German Philosophy

[4] Lampedusa, ossia quando a decidere della vita o della morte degli uomini è qualche variabile macroeconomica

 

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