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Governo Lega M5s: Se questo è il nuovo che avanza.

Creato: 05 Luglio 2018 Ultima modifica: 07 Agosto 2018
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 1192

I suoi latrati contro i migranti, come ai suoi esordi le smargiassate di Renzi, possono portare voti e consenso, ma non possono fermare la crisi né la marginalizzazione di una parte crescente della popolazione locale e mondiale.

randagiIn campagna elettorale sembravano nemici irriducibili, ma alla fine M5s e Lega Nord hanno trovato l’accordo per dar vita al nuovo governo. Lo hanno definito il governo del cambiamento, con la promessa di fare sfracelli contro Bruxelles, in quanto dependance al servizio   della perfida Germania e ancor più contro il sistema in generale, insomma: una rivoluzione. Ma appena hanno annusato l’aria del Palazzo – quello che Grillo voleva aprire come una scatola di tonno- per prima cosa hanno giurato fedeltà alla Ue, all’eurozona e assegnato il ministero dell’economia anziché al prescelto prof. Savona, che non aveva mai perso l’occasione per dire peste e corna dell’euro a trazione tedesca, all’economista, molto vicino al forzista Brunetta, della III Università di Roma, il prof. Tria.

Hanno cioè dovuto prendere atto-ammesso che non lo sapessero già- che nell’epoca dello Stato a due dimensioni[1], i centri di produzione e controllo del capitale fittizio, nella forma specifica della produzione di denaro quale mezzo di pagamento e riserva internazionale, prevalgono su qualsiasi altra istanza nazionale.  Chi in Europa prospetta per i singoli stati il ritorno alla propria valuta nazionale o mente per puro opportunismo elettorale o mira ad agganciarsi direttamente o indirettamente a un’altra valuta che svolga la medesima funzione di mezzo di pagamento e di riserva internazionale. Altro che sovranità monetaria!Questo è il moderno imperialismo!  E non ci si può opporre al suo opprimente dominio, se si ritiene che il modo di produzione capitalistico, di cui è uno specifico prodotto, è l’unico modo di produzione possibile, al massimo da ritoccare qua e là, come appunto propongono il M5s, la Lega e tutti coloro che li hanno preceduti. D’altronde che a tutto mirassero fuorché a mettere in discussione il sistema, era già scritto a lettere di fuoco nei loro programmi elettorali. Prendiamo, per esempio, la flat tax e il reddito di cittadinanza,

La flat tax   

Benché presentata come la novità con cui ridare fiato alla ripresa economica, in realtà, essa è stata già sperimentata in diversi altri paesi ma con risultati completamente opposti a quelli sbandierati dalla Lega in campagna elettorale. Essa si fonda sull’assunto che i più ricchi, disponendo di una quantità di risorse che eccede di gran lunga il soddisfacimento dei loro bisogni, siano naturalmente vocati a investire i loro capitali in attività produttive attivando così un circolo virtuoso di occupazione, domanda aggregata e investimenti crescenti, tale per cui alla fine la maggiore ricchezza prodotta sgocciolerà (trikle down) fino a raggiungere anche la parte più povera della popolazione.

Si suppone cioè che i capitalisti investano sempre e comunque in attività che creano posti di lavoro e che a ogni incremento degli investimenti corrisponda anche una crescita dell’occupazione. La qualcosa è stata in parte vera solo fino a tutti gli anni ’60 del secolo scorso, ma già a partire dai primi anni  ‘70, non è stato più così.

Oggi la calamita che attira la gran parte dei capitali è la fabbrica della finanza e non più quella dell’industria.

A tal proposito scrive Matteo  Bortolon su il Manifesto del 23 giugno u.s.:

Diversi studi, fra cui uno del 2001 di Froud et al. «Accumulation under conditions of inequality» vanno oltre disegnando una prospettiva di sistema. I gruppi più agiati cosa fanno delle risorse che non consumano? Semplice, le investono in titoli finanziari: Banca d’Italia segnala infatti che il 10% più ricco possiede il 52% dei titoli finanziari, il secondo decile (la seconda fila dei ricchi) possiede un altro 16,3%. Il passaggio successivo ci porta alla definizione di capitalismo finanziario odierno.

Lo studio, infatti, rileva come aziende (Usa e Uk) acquisiscono risorse dal mercato dei capitali vendendo propri titoli e poi acquistano attività  finanziarie in operazioni di acquisizioni, fusioni e simili, nel mercato finanziario che diventa il perno di tutto… il risparmio dei ricchi diventa quindi il carburante di una valorizzazione esclusivamente finanziaria.[2]

Negli Usa - il paese dove mediamente un plurimiliardario come Buffet paga meno imposte della sua segretaria- ci informa Joseph Stiglitz:

Negli anni della «ripresa» con la risalita dei corsi azionari (provocata in parte dagli sforzi squilibrati della Fed di resuscitare l’economia incrementando il patrimonio dei più facoltosi), i ricchi hanno riacquistato gran parte delle fortune perdute; lo stesso non si può dire per il resto del paese….Fra il 2005 e il 2009 un numero colossale di americani ha visto diminuire drasticamente la propria ricchezza. Il patrimonio della famiglia bianca tipica si è ridotto considerevolmente: nel 2009 era di 113.349 dollari, il 16 per cento in meno rispetto al 2005. Ma altri gruppi sono stati colpiti molto più pesantemente: la famiglia afroamericana tipica ha perso il 53 per cento della propria ricchezza (ora ha un patrimonio equivalente ad appena il 5 per cento della famiglia bianca mediana), la famiglia ispanica tipica il 66 per cento. [3]

Si ignora o si finge di ignorare, che già da qualche decennio, una quota crescente della produzione di capitale è produzione di capitale puramente fittizio il cui fine è l’appropriazione parassitaria di quote crescenti del plusvalore globalmente prodotto. E si ignora o si finge di ignorare, che già da un po’ di anni- fatto inedito nella storia del capitalismo - con le nuove tecnologie anche gli investimenti in macchinari non generano nuova occupazione ma una riduzione netta dei posti di lavoro. In sostanza, è la riproposizione, su più ampia scala, della stessa politica economica perseguita anche dal governo Renzi tutta sbilanciata a favore delle imprese e in generale dei più ricchi, con il risultato che, nonostante la tanto declamata ripresina, nel 2017, l’Istat ha registrato il record del numero dei poveri sia assoluti (ben 5 milioni e 58 mila individui) sia relativi (9 milioni 368 mila individui, l’1,6% in più rispetto al 2016). Cambiano i toni ma la musica è sempre la stessa.

Il Reddito di Cittadinanza

Già Keynes nel suo saggio Possibilità economiche per i nostri nipoti, prevedendo, grazie allo sviluppo della tecnica, un mondo senza lavoro o quasi, prospettava l’istituzione di un reddito che avrebbe dovuto consentire a tutti di: “Impiegare il tempo libero che la scienza e l’interesse composto gli avranno guadagnato, per vivere bene, piacevolmente e con saggezza”.   Quindi un reddito, come precisa il magistrato presso la sezione lavoro della Corte di Cassazione italiana Giuseppe Bronzini: Attribuito su base universale e incondizionata da un’autorità pubblica a tutti i cittadini di una determinata comunità politica, diretto a garantire le basi di un’esistenza libera e dignitosa.[4] E il Movimento 5s di questa idea ne ha fatto il proprio cavallo di battaglia che gli ha portato una valanga di voti soprattutto dei giovani, i più penalizzati dalla crisi. Ma ecco che ora, a governo conquistato, lo stesso Luigi Di Maio ha precisato al recente congresso della Uil che si tratta di tutt’altro: Non è dare soldi a qualcuno per starsene sul divano ma è dire con franchezza: hai perso il posto di lavoro, il tuo settore è finito, si è trasformato, ora ti è richiesto un percorso per riqualificarti e essere inserito in nuovi settori. Hai una famiglia e dei figli da mantenere e mentre ti formi e lo Stato investe su di te, ti do un reddito, in cambio tu dai al tuo sindaco ogni settimana 8 ore lavorative gratuite di pubblica attività.

Sembra un distillato di saggezza e di buon senso, ma in realtà è un impasto dei soliti luoghi comuni secondo i quali il disoccupato è uno sfaccendato, un lazzarone che, fosse per lui, trascorrerebbe tutta la sua vita standosene comodamente sul divano a godersi il sussidio pubblico. Ecco, quindi, l’obbligo, per ottenerlo, di svolgere un lavoro “socialmente utile”al posto di lavoratori che altrimenti dovrebbero essere assunti stabilmente e regolarmente retribuiti.  E in più a condizione di accettare almeno un’offerta di lavoro su tre e per una durata massima di due anni. Tuttavia anche così riformulato non si sa ancora se e quando vedrà la luce. Certamente non nel 2018, stando a quanto ha dichiarato il ministro dell’economia Tria al termine dell’ultima riunione dell’Ecofin a Bruxelles: “I giochi per il 2018 sono fatti. Ci muoveremo su interventi strutturali che non hanno costi.”        

In ogni caso, quel che balza agli occhi è l’assoluta continuità con le cosiddette politiche attive del lavoro in gran parte già previste dal Jobs act varato dal governo Renzi.[5] Sì, proprio quel Jobs act che in campagna elettorale promettevano di cancellare.

D’altra parte, dato il carattere strutturale ed epocale di questa crisi, una frattura radicale con tali politiche presuppone necessariamente una critica altrettanto radicale del capitalismo contemporaneo e della crisi che sta vivendo. Perciò è impossibile che possa essere anche solo pensata da forze pervase fin nel midollo dall’ideologia della classe dominante e a questa asservite.

E se non sono le contraddizioni insite nel modo di produzione capitalistico la causa del crescente disagio sociale, essa deve essere necessariamente ricercata altrove. E chi meglio dell’invasore straniero spaventa e induce a compattarsi contro?

Ed ecco gli assordanti latrati contro i migranti. Sono loro che ci rubano il lavoro e non solo il lavoro; sono loro con la loro pretesa di vivere a nostre spese che sottraggono risorse altrimenti destinabili agli italiani. «Prima di tutto e di tutti gli italiani, gli americani, gli ungheresi, i tedeschi ecc.  ecc.» urlano questi palafrenieri del capitale in salsa sovranista, ma soprattutto tacciono. Il loro silenzio è ancora più assordante dei loro latrati. Non dicono che i migranti fuggono dai conflitti scatenati dalle diverse potenze imperialistiche (la guerra imperialistica permanente) per il controllo delle vie e delle fonti di produzione del petrolio e di tutte le materie prime di interesse strategico che - ahi loro! - abbondano proprio in quelle terre. Per non dire del gigantesco furto di risorse materiali e finanziarie perpetrato - con la complicità delle borghesie locali - quotidianamente dalle grandi imprese transnazionali e dalle varie istituzioni finanziarie internazionali, a cominciare dal Fondo monetario internazionale.

Del resto si tratta di un’umanità in gran parte superflua, priva di qualsiasi utilità. Inutile anche solo per essere arruolata in quel famoso esercito industriale di riserva che finora era stato necessario per contenere verso il basso i salari. Ormai l’alternativa al lavoratore autoctono non è più - o almeno non più come anche solo dieci anni fa – un immigrato disposto a svolgere il medesimo lavoro per un salario più basso ma un robot, come nel caso dei casinò di Las Vegas che licenziano i loro baristi per sostituirli con un robot e non con un immigrato messicano.

Insomma, bocche da sfamare senza alcuna prospettiva di poterne ricavare una qualche utilità, un qualche profitto.

Sono utili soltanto per brevi periodi e nella misura in cui accettano la loro riduzione in schiavitù nei campi di pomodori in Puglia, negli agrumeti calabresi o siciliani e così via. Ma oggi soprattutto perché funzionano egregiamente come arma di distrazione di massa a basso costo, giusto, a parte gli annegati, quel tanto perché non crepino tutti di fame.

 Resta però che questi latrati, come ai suoi esordi le smargiassate di Renzi, nell’immediato portano voti e consenso, ma non fermano la crisi né la marginalizzazione di una parte crescente del proletariato e della popolazione mondiali. Il nemico, allora, non sarà più solo l’immigrato ma chiunque dovesse opporsi alla dittatura del capitale e ai suoi sgherri.  Vale a dire, il clima giusto per passare dalla distrazione alla distruzione di massa. C’è un gran bisogno di comunismo!

[1] Cfr. G. Paolucci – Lo Stato a due dimensioni - e L’unione europea nella tormenta della crisi infinita.

[2]Matteo Bortolon – La «tassa piatta» e il boom delle renditeil manifesto del 23 giugno 2017.

[3]J. Stglitz-  Invertire la rotta – Disuguaglianza e crescita economica – Ed. La terza – 2018 . pag. 14- 15. 

[4] G. Bronzini – Il diritto a un reddito di cittadinanza – Ed. Gruppo Abele 2017 – pag. 155

[5] Cfr. G. Paolucci - Jobs act: lavoratori all’asta e per un salario sempre più basso.

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