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Delle elezioni o del trionfo dell’ideologia dominante

Creato: 19 Aprile 2018 Ultima modifica: 19 Aprile 2018
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 685

Il vero capolavoro della classe dominante è l’essere riuscita a imporre la falsa idea secondo la quale il modo di produzione capitalistico è l’unico possibile.

elezioni 2018Renzi, l’uomo immediato e d’azione che al suo esordio sulla scena politica nazionale era stato salutato dai commentatori e dagli analisti di regime come il nuovo che avanza, l’uomo della provvidenza che avrebbe finalmente impresso alla vita politica nazionale, e perfino europea, la svolta decisiva per portare il Bel Paese certamente fuori dalla crisi, contrariamente a tutte le aspettative dell’esordio, il quattro marzo scorso è finito nella polvere. E’ affondato lui e con lui anche Il Pd che chissà per quale arcana ragione è stato considerato, e per molti continua ancora a essere, un partito di sinistra nonostante, sin dalla sua nascita, sia stato fra gli interpreti più coerenti dei desiderata di sua maestà il capitale.  Riformista sì, ma non nel senso della socialdemocrazia storica – quella, per intendersi, dei Bernstein, dei Kautskj o di Turati - ma del liberismo più ortodosso secondo cui il capitalismo è l’unico modo di produzione possibile della ricchezza e il libero mercato il miglior regolatore della vita economica e sociale.

L’uomo immediato d’azione non è spuntato dal nulla e intanto ha potuto conquistare il Pd in quanto a sua volta imbevuto della stessa ideologia della classe dominante che ha ispirato la politica di questo partito sin dalla sua fondazione. Nel condurlo alla disfatta vi ha messo certamente del suo obbedendo ciecamente al gruppo di potere che ne ha sostenuto l’ascesa; ma fare di lui l’unico artefice della miserabile fine della sinistra, come capita di leggere in questi giorni, è confondere una comparsa con l’interprete principale.

In realtà, già con l’erompere della crisi dei primi anni ’70 del secolo scorso, la sedicente sinistra, ossia la neo-socialdemocrazia italiana ed europea (e noi in questa includiamo, seppure con le sue specificità, anche il Pci), in quanto forza della conservazione capitalistica, ha dovuto assumersi il compito di far ingoiare ai lavoratori la rimozione di qualsiasi ostacolo si frapponesse al libero dispiegarsi delle leggi di mercato, e in particolare  del mercato del  lavoro per favorire un significativo livellamento al ribasso dei salari reali. Lo richiedeva l’irrompere della microelettronica nei processi produttivi e gestionali, l’intensificarsi – grazie a essa - del processo di mondializzazione dell’economia e la nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro. Un sacrificio che però sarebbe stato ben presto ampiamente ripagato dalla costituzione di una nuova società - così affermava l’ideologia dominante - in cui ognuno avrebbe potuto essere imprenditore di se stesso, un capitalista avente come capitale la sua abilità e un computer. E così è iniziata quella lunga stagione delle riforme (in realtà, controriforme) in cui centrodestra e centrosinistra - le due destre, come a suo tempo ebbe felicemente a definirle Marco Revelli - nel loro alternarsi al governo, hanno fatto   a gara a smantellare qualsiasi presidio giuridico, economico e sociale che opponesse la benché minima resistenza alla nascita del nuovo mondo.  Gara, va detto, vinta con ampio margine di vantaggio dalla sinistra, grazie all’approvazione dell’indecente riforma Fornero e del Jobs Act, con cui è stato sancito il trionfo della precarietà e della totale subordinazione dei lavoratori alle esigenze anche le più contingenti delle imprese.   

D’altra parte, trattandosi di forze politiche borghesi per le quali il profitto è una sorta di salario che compensa l’abilità dell’imprenditore e non il frutto esclusivo dello sfruttamento della forza-lavoro, non potevano che esultare all’irrompere di una tecnologia che prometteva di ridurre a una frazione infinitesimale l’impiego di forza-lavoro: era finalmente a portata di mano il Capitale senza il lavoro.[1]  Ne sarebbe scaturito un tale incremento della produttività complessiva del sistema che, oltre al superamento della crisi, si sarebbe  dato il via a una nuova fase espansiva del ciclo di accumulazione del capitale, abitata da un’unica indistinta classe di cittadini capitalisti, quasi tutti imprenditori di se stessi.

Una sconfitta prevedibile

 Invece, come ampiamente previsto dalla critica marxista dell’economia politica, i borghesi sono rimasti borghesi e sempre più ricchi e i proletari sono rimasti letteralmente in mutande e privi anche delle più elementari salvaguardie di ciò che loro avanza di quell’essere uomini in un mondo nel quale contano quanto una merce usa e getta, tanto le nuove tecnologie hanno reso il lavoro erogazione di semplice energia fisica, ossia forza-lavoro in assoluta purezza.

Solo anime rese sorde e mute dall’accecante potere del capitale, potevano ritenere che prima o poi l’evolversi dei fatti non avrebbe svelato anche ai ciechi un simile inganno. Quindi, una sconfitta inevitabile e ampiamente prevedibile. Anche quella di Leu, il cartello elettorale costituito dai vari fuoriusciti dal Pd (Mdp e Possibile) e Sinistra italiana. Immaginavano che sarebbe bastato dichiarare di voler perseguire “un cambiamento concreto nell’interesse dei molti che hanno poco e non dei pochi che hanno molto” per far dimenticare che molti dei loro esponenti sono stati fra i più fervidi sostenitori della stagione delle contro-riforme. Si pensi al punto forte del loro programma: l’abolizione delle tasse  universitarie per tutti che svela fino a che punto costoro abbiano introiettato l’ideologia dominante per la quale disoccupazione crescente e bassi salari sono il frutto della mancata risposta dei lavoratori alla domanda di nuove qualifiche richieste dal progresso tecnico.  Negli Stati Uniti – ci informa Joseph Stlglitz:

«Dal 1980 la percentuale degli americani con un diploma universitario di primo livello è quasi raddoppiata, superando il 30 per cento, ci si sarebbe aspettati un incremento significativo dei salari. Al contrario, negli ultimi tre decenni i salari orari reali medi di tutti gli americani che possiedono solo un diploma di scuola superiore sono diminuiti.»[2]

Sono ormai a rischio professioni di alto profilo, come l’ingegnere, il medico, il tecnico  informatico laureato e questi immaginano che la soluzione consista nel conseguire una più elevata specializzazione della quale, peraltro, non c’è traccia neppure nella mente del dio della tecnica.

 

There is no alternative

Ma evidentemente, come per Margaret Thatcher, anche per costoro There is No alternative (non c’è alternativa) al capitalismo. A ben vedere, è proprio questo il vero capolavoro della classe dominante. Aiutata non poco dai misfatti dello stalinismo[3], essa, dichiarando morte tutte le ideologie, è riuscita a imporre come vera solo l’idea, in realtà del tutto falsa, secondo la quale il modo di produzione capitalistico, al pari di un qualsiasi fenomeno naturale, non ha alternative. L’attuale mondo - non sarà il paradiso in terra, poiché anche esso trabocca di merda da ogni poro, ma rimane pur sempre il migliore dei mondi possibili.  Oltre può esservi solo quanto di più nefasto si possa immaginare: la dittatura, il terrore staliniano spacciato per comunismo, gli sgozzatori dell’Isis e/o uno dei tanti mostri provvidenziali[4] di volta in volta appositamente costruiti. Per costoro, per dirla con lo scrittore Mark Fisher, ormai: «È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo». [5]

Così anche per i suoi critici più radicali, il vero problema è il neoliberismo che individua nella mano invisibile del mercato il demiurgo a cui affidare - perché di meglio in natura non è dato - il governo della vita economica e sociale e non il fatto che l’avanzare delle nuove tecnologie, nella misura in cui rende superflua una quantità crescente di forza-lavoro, mette in luce anche il limite storico del modo di produzione capitalistico che sul suo sfruttamento si fonda. Mostra cioè «[…] Il carattere ristretto, semplicemente storico, passeggero del modo capitalistico di produzione; prova che esso non rappresenta affatto l’unico modo di produzione che possa produrre la ricchezza, ma al contrario, giunto a una certa fase, entra in conflitto con il suo ulteriore sviluppo»[6].

Al punto che ormai a ogni passo avanti del progresso tecnico scientifico corrisponde l’arretramento della condizione economico-sociale di strati crescenti della società. 

Eppure anche l’orizzonte dei tanti che pure dicono di richiamarsi alla critica marxista non va oltre i dettati keynesiani con la riproposizione dello Stato quale agente regolatore dei mercati per orientarli verso un non meglio precisato bene comune.

In tal senso, davvero emblematica è l’esperienza di Potere al Popolo. Ha ritenuto che sarebbe bastato mettere insieme, sulla base del solito scontato antifascismo resistenziale e una generica opposizione alle dilaganti ingiustizie sociali, il movimentismo assemblearista di alcuni e il rim-pianto per la Russia socialista di altri per potersi accreditare come l’unica reale alternativa avente come obiettivo la modificazione dell’attuale stato delle cose e tutto ciò replicando senza sosta quelle pratiche “dal basso” già sperimentate in passato e tutte miseramente fallite.

Non stupisce quindi che anche molti proletari e ampi strati di piccola e media borghesia proletarizzati o in via di proletarizzazione, abbiano ritenuto rispettivamente più convincenti i messaggi del M5s e della Lega, soprattutto di quello del M5s che, come ha calcolato l’Istituto Cattaneo, ha catturato ben il 40 per cento del voto operaio. 

Entrambi, indicando nella corruzione, nell’incapacità e nella subordinazione all’Europa o ai poteri forti delle forze politiche al governo sono stati percepiti oltre che come nuovi, diversi, perfino antisistema e soprattutto come gli unici in grado di dare risposte al sempre più diffuso e crescente disagio economico e sociale.

Se i migranti giungono a migliaia e ci rubano il lavoro è perché i partiti al governo, speculandoci sopra, non hanno alcun interesse a rispedirli a casa. Oppure: se i posti di lavoro diminuiscono è perché i politici rubano e fanno pagare troppe tasse alle imprese sottraendo così risorse agli investimenti necessari per creare nuovi posti di lavoro e/ o attivare una qualche forma di reddito di base per sostenere i più colpiti dalla crisi. Mandiamo a casa questi signori e tutto cambierà in meglio: basta tasse, immigrati solo quanto basta e reddito di cittadinanza ai più deboli da finanziare con il solito taglio agli sprechi e la lotta all’evasione fiscale.

A ben vedere, più o meno le stesse cose che sosteneva Renzi ai suoi esordi. Anche  egli poneva la rottamazione del vecchio ceto politico come la condizione necessaria per  varare quelle riforme che, rendendo più efficiente il sistema, avrebbero dischiuso le porte a una nuova fase di sviluppo economico e sociale. Le riforme sono state fatte ma essendo il loro obbiettivo la conservazione capitalistica sono andate in direzione ostinatamente contraria a quella attesa da chi capitalista non è.

Questo per dire che anche sotto il cielo degli odierni vincitori  non c’è nulla di nuovo, poiché  il nuovo potrà venire soltanto rimuovendo gli attuali rapporti di produzione.

Ora, quindi,  è il turno di Di Maio e Salvini senza escludere  qualche prestanome di Berlusconi. Ma se dovesse essere necessario, per il bene degli italiani, perché no, anche tutti insieme, come brave marionette,  a prendere ordini da sua maestà il capitale?

    

[1] Cfr. Giorgio Paolucci,  Capitale senza lavoro,

http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/lavorolottaclasse/427-capitale-lavoro.

[2] J. Stiglitz, Invertire la rotta, Ed. Laterza, Roma – Bari, feb. 2018, pag. 10

[3] Cfr. Carmelo Germanà, Considerazioni sulla presunta scomparsa delle classi sociali,  DmD’, n.12/2018.

[4] É così che la rivista Limes ebbe a suo tempo a definire l’Isis.

[5] Mark Fisher, Realismo capitalista, Ed. Nero, Roma,  2018, pag. 25. 

[6] K. Marx, Il Capitale,  Libro III,  Cap. 15°,  Ed. Einaudi, Torino 1975, pag. 340.  

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