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2050, una pessima annata

Creato: 14 Aprile 2018 Ultima modifica: 14 Aprile 2018
Scritto da Egidio Zaccaria Visite: 482

pessima annataIl filosofo tedesco aveva ragione: pensare solo a sé equivale ad un non pensarci affatto[1]. Potrebbe essere questo il pensiero dell’uomo seduto, ben vestito, ormai rassegnato e solo, a braccia conserte ed in maschera a gas. La sua insana passione per il gioco d’azzardo gli ha tirato un brutto scherzo. Non sappiamo cosa pensasse del mondo ma è certamente assuefatto dalla narrazione che prospettava il 2050 come un anno su cui scommettere. È ostinato, fisso dinanzi ad un televisore in rottami, continua ad osservare quella schizofrenica mano di poker dove tutti i giocatori al tavolo sono costretti a rilanciare, rimandare al futuro, per restare in partita anche quando le proprie carte valgono niente. Avrebbe fatto meglio a pensare alla sorti di altri esseri umani, avrebbe potuto capire che dietro quel continuo rilancio si nascondeva un bluff per tirare a campare con altri tre decenni di barbarie capitalista ma possiamo fargliene una colpa?

“Si stima che nel 2050”, questo è l’incipit più di moda degli ultimi anni. Recente è la pubblicazione - televisiva - dei dati OMS[2] sulla Antibioticoresistenza ma se ne discute da tempo. Così su Repubblica nel novembre 2017: «Un preoccupante futuro post-antibiotico. Si stima che nel 2050 una persona ogni 3 secondi possa morire a causa di un'infezione multiresistente agli antibiotici [..] "futuro 'post-antibiotico' nel quale potremmo non essere più in grado di effettuare interventi chirurgici importanti”, ha spiegato Vytenis Andriukaitis[3]. "Entro il 2050 la resistenza antimicrobica potrebbe uccidere una persona ogni tre secondi e diventare una causa di morte più comune del cancro". Il commissario ricorda come la resistenza antimicrobica sia "una delle più grandi minacce per la salute globale", all'origine di 25.000 decessi l'anno, con spese sanitarie e perdite di produttività per 1,5 miliardi di euro»

Vale la pena, a questo punto, fare un passo indietro: la storia umana attraversa la fase capitalista costretta a spezzare ogni vincolo naturale; al lavoro collettivo della specie, che media il ricambio organico tra uomo e natura, viene chiesto lo straordinario e il turno notturno. Conosce grande impulso la medicina, scienza che si intesta, in modo non esclusivo, le capacità, talvolta taumaturgiche, di arginare e compensare le storture di un desiderato innalzamento dei limiti produttivi e consumistici. Poste le dovute differenze tra forma universalistica e privatistica, l’accesso alle cure mediche, affinché la merce forza-lavoro non deperisca sotto la spinta produttivistica del Capitale e le masse possano continuare a consumare, diviene necessità e problema, gioie e dolori, per una classe dominante, la borghesia, che deve fare i conti con l’oste, soprattutto in un settore, quello sanitario, dove la ristrutturazione non equivale ad una immediata riduzione della spesa.

Che Vytenis Andriukaitis abbia a cuore le sorti della salute globale non lo rende più buono bensì, nel concreto, un esponente della classe dominante. Le stime su «spese sanitarie» e «perdite di produttività» non rendono nessuno più cattivo ma appartengono ai deterrenti statistici della classe dominante. Non è questione di discernere tra buoni e cattivi né, tantomeno, di mettere in discussione l’effettiva portata della minaccia alla salute, minimizzandola o, addirittura, negandola (colossale sciocchezza). Le stime provengono dalla scienza ma sono strumento della politica: entrambe, politica e scienza, non hanno alcun primato nel determinare le sorti degli esseri umani, vale a dire che comunque hanno parte in causa. Le contromisure potrebbero risultare velleitarie per una struttura capitalista che annaspa in una crisi pluridecennale. Ciò che è velleitario, però, non è nullo nella prassi sociale borghese: la narrazione sul minaccioso futuro ci vorrebbe tutti uniti dinanzi al pericolo, impauriti e (co)stretti nella loro apparente comunità.

L’autonomia teorico-politica della classe dei dominati, e delle sue avanguardie, passa anche attraverso la comprensione del significato storico di “comunità” nell’epoca del Capitale. Anche in questo caso, non si tratta di scegliere - posto che una scelta sia davvero possibile - tra un capitalismo cattivo, quello individualista, ed uno buono, comunitarista. L’ideologia comunitarista, la variante sinistra benecomunista oppure destra identitaria, sono una falsa coscienza: gli interessi dei dominanti si manifestano come necessità collettive. L’idea di bene comune, e di comunità, diviene strumento di dominio di una classe sull’altra. Nella produzione per mezzo del Capitale, dove i capitalisti agiscono l’un contro l’altro armati ed uniti per il dominio sul proletariato, individualismo e comunitarismo sono complementari. La produttività è condizione stringente del modo di produzione capitalistico e, a tal proposito, non preoccupano tanto le difficoltà tecnico-scientifiche di un «futuro post-antibiotico» quanto l'incremento della spesa sanitaria per tenere in buona salute la popolazione, che partecipa a determinare i costi di produzione della forza-lavoro e del suo esercito di riserva: un affare che mette le mani nelle tasche dei capitalisti. Dinanzi a queste istanze abbiamo modo di valutare correttamente sia la natura dei rapporti sociali che il corredo ideologico della prassi borghese.

Scrive Engels ne La Questione delle Abitazioni: «Poniamo che in una data regione industriale sia diventato normale che ogni operaio possegga la sua casetta. In questo caso la classe operaia di quella regione abita gratuitamente; del valore della sua forza lavoro non fanno più parte le spese per l'abitazione. Ma ogni riduzione dei costi di produzione della forza lavoro, cioè ogni durevole deprezzamento dei bisogni vitali del lavoratore, si risolve nel ridurre il valore della forza lavoro e finisce quindi per l'avere come conseguenza una corrispondente caduta del salario. Quest'ultimo, quindi, verrebbe decurtato in media del valore medio della pigione risparmiata, vale a dire che il lavoratore pagherebbe l'affitto della sua propria casa non più, come prima, in denaro al padrone, ma in lavoro non retribuito all'industriale per cui lavora». Che si tratti di case, risparmi o salute, è il concetto che va posto in evidenza: “ogni durevole deprezzamento dei bisogni vitali del lavoratore, si risolve nel ridurre il valore della forza lavoro e finisce quindi per l'avere come conseguenza una corrispondente caduta del salario”. Se le moderne forme di produzione capitalista, con l’ausilio delle macchine, tendono a ridurre il tempo di lavoro necessario a pagare il salario, quei tentativi di deprezzamento svanirebbero dinanzi ad un apprezzamento dei bisogni vitali.

Chiosa Engels: «Tra parentesi, quanto si è detto sopra vale per tutte le cosiddette riforme sociali che mirano al risparmio o al buon mercato dei mezzi di sussistenza dell'operaio. [..] Supponiamo che, introducendo cooperative di consumo su larga scala, in una regione si riesca ad abbassare del venti percento il costo dei beni alimentari per gli operai, a lungo andare il loro salario dovrebbe calare di circa il venti percento, cioè della stessa percentuale in cui gli alimenti in questione fanno parte del costo della vita degli operai. [..] Egli, allora, risparmia non nel suo proprio interesse bensì per quello del capitalista». Stiamo alla larga dallo schematico meccanicismo: il salario è il risultato storico della lotta di classe, non un’equazione matematica. Gli esiti possono manifestarsi anche nella generazione successiva: figli di operai, che ricevono un salario inferiore ai loro genitori, vivono nelle case divenute possesso della famiglia operaia. La normalità dei modi di vivere è storicamente determinata. La miseria crescente determina una nuova normalità, sempre più bruta: si rinuncia alle cure mediche, si rinuncia allo svago del tempo libero, si rinuncia a relazionarsi con gli altri, insomma si rinuncia alla vita. Il risparmio diviene un potente antidoto contro la lotta per il salario, il migliore degli ammortizzatori sociali.

Ritorniamo al minaccioso futuro, avviandoci a conclusione, e vediamo come la scienza borghese vorrebbe trovare soluzione ai problemi posti dalla sanità. A tal proposito sono illuminanti le parole che Alexander Fleming pronunciò nel 1945 in occasione del Premio Nobel assegnatogli per la scoperta della penicillina: «Potrebbe arrivare il momento in cui la penicillina potrà essere comprata nei negozi. C’è il pericolo che l’uomo ignorante possa facilmente sottodosare ed assuma quantità di antibiotico non letali per i microbi ma che rendano i microbi stessi resistenti alla cura. Ad esempio: il signor X ha mal di gola. Il signor X compra ed assume penicillina, in dosi non sufficienti ad eliminare lo Streptococco ma tali da educare il batterio a resistere al farmaco. Il signor X infetta sua moglie che successivamente sviluppa una polmonite, dalla quale cerca di curarsi nuovamente con la penicillina. Siccome lo Streptococco è divenuto resistente alla penicillina, il trattamento fallisce e la signora X muore. Chi è dunque responsabile per la sua morte? L'uso negligente della penicillina da parte del signor X ha cambiato la natura del microbo. Morale: se fate uso di penicillina, usatene abbastanza»[4]. Sir. Fleming individua mirabilmente ed espone senza paure che il suo farmaco (la penicillina) diverrà una merce (comprata nei negozi) - tra le merci. Che sia possibile affidare all’uso intelligente la soluzione di futuri problemi, stante il modo di produzione operante anche ai suoi tempi, è però un altro paio di maniche. L’“intelligenza”, si potrebbe dire, termina esattamente quando la merce smette di essere un valore d’uso, un soddisfacimento dei bisogni umani. Come valore di scambio, nella circolazione di denaro come capitale, la merce è un semplice intermediario. Per la formazione del capitale non fa alcuna differenza produrre merce alimentare, merce sanitaria o merce bellica. La merce viene prodotta prima che essa venga venduta, secondo necessità collegate al profitto; le quantità sono stabilite a prescindere da un uso intelligente, si produce per produrre a buon mercato e tutto il prodotto va venduto. Tra l’invocato uso “intelligente” dei farmaci e quello effettivo, non stupisce che le esigenze della produzione capitalista tendano a mettersi prepotentemente di mezzo.

La medicina finisce oggi per apparire come un’officina meccanica per la pronta riparazione degli esseri umani. Dinanzi all’indifferenza del profitto è problematica anche la ricerca di nuove parti di ricambio ed attrezzature più efficaci.

Annus horribilis, il 2050. Per citare solo qualche altra questione aperta, nei riguardi della popolazione: «Nel 2050, tanto per dare un’idea di quello che accadrà, ci saranno 74 persone con oltre 65 anni ogni cento persone con un’età tra i 20 e i 64 anni. Oggi sono 38 (erano 23 nel 1980). Numeri che in futuro faranno dell’Italia il terzo paese più anziano in ambito Ocse, dopo il Giappone (78 persone over 65 su 100) e la Spagna (76 su 100)»[5], nei riguardi del clima «Lo scienziato Benjamin Mayer del Climate Change Science Institute, stima che entro il 2050 le persone in fuga dai climi estremi (siccità, alluvioni, uragani) saranno 200/250 milioni. In pratica, se queste stime dovessero rivelarsi esatte, ci troveremmo presto di fronte a esodi di dimensioni bibliche. E sono ancora più pessimistiche le stime del Christian Aid che prevede circa 1 miliardo di sfollati ambientali nel 2050»[6]

Non è il caso di proseguire nell’elenco. L’avverarsi o meno di queste stime ha importanza relativa, non abbiamo nessuna assoluta certezza che andrà così. Nessuno di noi e nessuno di loro, a meno di una colossale ubriacatura, pensa che soltanto allo scoccare del primo gennaio 2050 si paleseranno gli effetti delle varie minacce o delle contromisure. Noi non abbiamo da offrire buoni consigli ma nemmeno da stare a guardare come andrà a finire. Questa moda di rimandare al futuro, pone il futuro ad un livello metafisico, al di sopra della società e dell’uomo; tale moda assilla anche le menti di coloro che guardano alla rivoluzione come ad una religione dell’avvenire. Il futuro appartiene al presente ed il presente è intriso delle contraddizioni del modo di produzione capitalistico. Questi assegni post-datati sono un inganno sia che essi si rivelino coperti o scoperti. Come il capitalismo possa risolvere tali questioni - senza crearne di nuove - con gli stessi mezzi che determinano le attuali, soltanto un pompiere piromane può spiegarlo. Chi sostiene che l’incendio sia già assai troppo vasto per attendere ulteriori delucidazioni, potrebbe chiedersi come possa risultare vittoriosa nel tempo, e non solo nell’assalto al Palazzo, la rivoluzione sociale senza che la classe dei dominati sviluppi e sedimenti una coscienza comunista, vale a dire un intento radicalmente opposto allo stato di cose esistente.

[1]     J.G. Fichte, Sistema di etica (1798), Bompiani, Milano 2008, p. 531: «chi vuole avere cura solo di se stesso [..] non ha cura neppure di sé, perché il suo fine ultimo dev’essere quello di prendersi cura di tutta l’umanità».

[2]     Organizzazione Mondiale della Sanità.

[3]     Commissario Ue per la Salute e la sicurezza alimentare.

[4]     Penicillin, Nobel Prize Lecture, December 11, 1945.

[5]     Andrea Carli, ilsole24ore.com (18 ottobre 2017).

[6]     Christian Benna, repubblica.it (03 luglio 2017).

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