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Minori non accompagnati:tra speranza e sfruttamento

Creato: 02 Settembre 2017 Ultima modifica: 02 Settembre 2017
Scritto da Fabiola Sica Visite: 131

bimbo immL'arrivo di migliaia di migranti sulle coste italiane ed europee è l'immagine della miseria e della barbarie causate dal capitalismo. I media non esitano a mostrare cadaveri in mare, sulle spiagge o volti stanchi di persone segnate da un viaggio orribile. Proprio in virtù di queste immagini in molti si mobilitano per aiutare i sopravvissuti, soprattutto se si tratta di bambini, perché i bambini sono “vittime innocenti di sistemi criminali nei quali sono incappati loro malgrado”.  Ma chi sono, poi, questi bambini?

I minori sbarcati in Italia nel 2016 sono 28.223 su un totale di 181.436 arrivi (dati UNHCR, 31/12/16). La maggior parte di loro viene dall'Egitto, dal Corno d'Africa e dall'Africa Occidentale. Alcuni arrivano con le famiglie o con un adulto di riferimento, altri sono soli.

Secondo il rapporto “Sperduti. Storie di minorenni arrivati soli in Italia” (Unicef Italia e CNR-Irpps, maggio 2017), al mese di ottobre 2016 sono 4.168 i minori non accompagnati che hanno presentato domanda d'asilo. Potranno beneficiare delle procedure d'inserimento e di accoglienza destinate a tutti i richiedenti asilo o protezione internazionale. Coloro che, invece, non presentano domanda d'asilo accedono a percorsi d'inserimento specifici che verranno interrotti al compimento dei 18 anni.

Nel rapporto si legge che, alla fine di novembre 2016, i minori non accompagnati e non richiedenti asilo presenti nelle strutture d'accoglienza erano 17.245, ovvero il 72,6% di tutti i minori non accompagnati identificati.

Il restante 27,4% è costituito dagli “irreperibili”, ovvero quei minori che una volta identificati non sono più rintracciabili.

Cosa succede a questi minori? Molti di essi entrano nell'illegalità e vengono coinvolti in attività illecite come spaccio, prostituzione, trafficking, lavoro nero, accattonaggio. I minori “irreperibili” sono un ottimo investimento, dal punto di vista capitalistico. La loro condizione precaria, dovuta proprio all'isolamento, permette a italiani e stranieri, talvolta connazionali, di sfruttarli come mano d'opera a basso costo esattamente come accade agli adulti.

Secondo “Save the children” (“Atlante minori stranieri non accompagnati. Prima di tutto bambini”, ed. 2017) possiamo stimare che almeno 129.600 persone in Italia sono vittime di schiavitù e grave sfruttamento. In Europa le vittime accertate o presunte di tratta sono 15.846 tra il 2013 e il 2014, di cui il 15% è costituito da bambini. In Italia le vittime di tratta identificate al 31/12/15 sono 1.125, di cui 80 bambini, soprattutto ragazze nigeriane, rumene e dell'Est Europa. Dov'è finita la pietas borghese? Ovviamente sparisce quando gli interessi della propria classe diventano prioritari.

Il fenomeno dello sfruttamento dei minori non è esclusivo del nostro secolo e non riguarda solamente i minori immigrati isolati, ma nelle sue forme moderne ha a che fare con lo stesso sistema capitalistico.

Nel libro I del Capitale, Marx parla del lavoro dei “fanciulli” nel XIX secolo. Come gli adulti, anch'essi rappresentano “tempo di lavoro personificato”. Diverse sono le testimonianza che Marx riporta nel capitolo 8 del libro I, come ad esempio quella del magistrato Broughton in riferimento alla fabbricazione di merletti a Notthingam. Broughton non esita a definire il livello di sofferenze e privazioni degli operai come “sconosciuto al resto del mondo civile...” e prosegue con la descrizione dell'annichilimento fisico e morale di bambini di nove o dieci anni che cominciano a lavorare anche alle due del mattino e fino a mezzanotte per un guadagno di pura sussistenza. Marx cita ancora casi di malattie, di malnutrizione, d'indebolimento fisico delle generazioni successive delle popolazioni impiegate in fabbrica, fino ad arrivare alla morte per overwork.

Il coro dei benpensanti borghesi dell''800 s'indignava, certo, delle condizioni lavorative dei bambini allo stesso modo in cui s'indigna oggi quando questi muoiono sulle coste europee o in mare. Questa indignazione, però, non è abbastanza forte da impedire alla borghesia di approfittare dei minori e di negar loro ogni diritto.

La  First Report of the Children’s Ernployment Commission del 13 giugno 1863 riteneva ingenuamente che il timore di alcune “ditte principali” di “perdere” tempo, e perciò di “perder profitto”, non fosse “ragione sufficiente” per “far perdere” a bambini sotto i tredici anni e a adolescenti sotto i diciotto anni il loro pasto di mezzogiorno, durante 12 o 16 ore, oppure per darglielo come si dà carbone e acqua alla macchina a vapore, come si dà sapone alla lana, come si dà olio alla ruota ecc. — durante il processo di produzione stesso, come puro e semplice materiale ausiliario del mezzo di lavoro.

La situazione attuale nella sostanza non è in fondo cambiata. Se a parole tutti sono pronti a difendere i diritti dei bambini e, in generale, i diritti umani, nei fatti la ricerca capitalista del profitto a tutti i costi fa prevalere l'egoismo e il disprezzo per la vita altrui.

Tra coloro che si dicono sostenitori di politiche d'integrazione o della necessità di salvaguardare l'infanzia non mancano di certo tanti che senza alcuno scrupolo riducono in schiavitù salariata proletari immigrati ancora bambini.

Per i proletari, che siano adulti o bambini, uomini o donne, autoctoni o immigrati, il capitalismo non ha da offrire che un presente di sfruttamento e dominio. Il futuro però è nelle nostre mani: è sempre più urgente riprendere la strada della lotta e dell'organizzazione di classe, per chiudere la preistoria e iniziare una nuova pagina del cammino della specie umana, finalmente nel nome della libertà comunista.

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