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«Diventare schiavi». Storie di sfruttamento dal Ragusano.

Creato: 30 Maggio 2017 Ultima modifica: 30 Maggio 2017
Scritto da Fabiola Sica Visite: 558

ragusanoUn recente reportage di the Guardian offre uno spaccato della vita di migliaia di lavoratrici romene nella provincia di Ragusa, divise tra un brutale sfruttamento sul lavoro e stupri sistematici, ridotte a meri oggetti nelle mani dei padroni. Solo la solidarietà di classe tra i lavoratori e la loro organizzazione indipendente può consentire concretamente di superare queste forme moderne di schiavitù salariata, per liberare una prospettiva di autentica liberazione.

 

La coltivazione e l’esportazione di ortaggi caratterizza fortemente l’economia del ragusano, che nella classifica di questa produzione in Europa arriva al terzo posto

[1]. Lorenzo Tondo e Annie Kelly hanno pubblicato a marzo un reportage su The Guardian che descrive le condizioni di lavoro in quelle terre. Viene disegnato così uno scenario della più ripugnante schiavitù moderna su cui è doveroso accendere i riflettori.

Negli anni, viene spiegato, le serre di Ragusa hanno visto l’impiego di mano d’opera dai Paesi europei di recente ingresso nell’Unione (come la Romania) crescere gradualmente rispetto a quello degli africani.

La maggior parte dell'export italiano di prodotti ortofrutticoli proviene da una delle circa 5.000 aziende della provincia, aziende che contano più di 5.000 lavoratori rumeni. Il reportage riporta le stime dell'Associazione Proxyma, secondo cui più della metà delle lavoratrici rumene viene stuprata dal datore di lavoro. Per meno di 20€ al giorno migliaia di donne sono costrette a subire una violenza estremamente forte, che le tocca non soltanto in quanto operaie, ma innanzitutto e soprattutto in quanto esseri umani. Una di loro afferma che i lavoratori sono alloggiati in maniera non idonea, nutriti con cibo per gatti e non hanno diritto a cure mediche.

Di notte le donne“diventano l’intrattenimento degli agricoltori ed i loro amici, violentate ripetutamente ed abusate per molti anni. «Quando sono arrivata qui credevo che in un altro paese europeo avremmo trovato un lavoro duro ma decente. Invece abbiamo finito per diventare schiavi», dice.”[2]

Diventare schiavi. Le parole di questa donna descrivono il lavoro salariato con la forza di un pugno nello stomaco.

Per i padroni sembra evidentemente normale considerare queste lavoratrici alla stregua di beni di consumo, dei quali possono usufruire come meglio credono: di giorno nella veste di operaie sottopagate, di notte in qualità di oggetti sessuali di cui abusare, da prestare o scambiare.

La borghesia reputa evidentemente accettabile infliggere questo trattamento ai propri salariati, proprio come facevano i negrieri d'antan, perché i proletari, in fondo, sono radicalmente disumanizzati. Quali diritti possono avere delle mere cose tra cose? Non è cambiato molto da quando gli sfruttatori e i loro servitori dicevano che gli schiavi neri fossero senz'anima, giustificando moralmente, di conseguenza, tutti i soprusi degli schiavisti. Lo sfruttamento ha sempre qualche linea di continuità. Linee di sangue, normalmente.

I lavoratori, a ben guardare, non sono nemmeno al grado di dignità delle “cose”.

Guardiamo per esempio alle macchine necessarie alla produzione nelle fabbriche: quantomeno vengono manutenute e riparate. Il lavoratore salariato, al contrario, vede sempre più attaccata e messa in discussione la stessa garanzia di sopravvivenza.

In ogni caso, dal momento che l’esercito di riserva di lavoratori dal quale il capitalista può attingere sembra essere inesauribile, non c'è ragione di preoccuparsi del benessere dei salariati impiegati. Come dire: morto un Papa, se ne fa un altro! Gli operai quasi come pezzi di ricambio a basso costo, sostituibili senza troppi problemi.

Isolati e ricattabili, i lavoratori finiscono per accettare di sottomettersi, per poter vivere o sopravvivere, senza uno straccio di diritti e di dignità.

Ma non è quello di “maggiori diritti” e “dignità del lavoro” l’orizzonte di liberazione dei proletari:

«Come il vestiario, l'alimentazione, il trattamento migliore e un maggiore peculio non aboliscono il rapporto di dipendenza e lo sfruttamento dello schiavo, così non aboliscono quello del salariato».

[3]

La piena libertà di essere se stessi, di entrare con gli altri in relazioni autentiche e consapevoli, è oltre il modo di produzione e la società attuali. Non c’è forza esterna cui fare affidamento: i lavoratori hanno in se stessi la forza sociale per combattere contro barbarie come quella del ragusano, ma soprattutto, con la guida di un partito mondiale della rivoluzione comunista, la possibilità di lottare per una libera società futura.

 

[1]Raped, beaten,exploited: the 21st-century slaverypropping up Sicilianfarming,trad. it. L. Brancato, “Rapite, picchiate, sfruttate. La schiavitùdelventunesimosecolosostiene l’agricolturasiciliana”

[2]Ib.

[3]K. Marx, Il Capitale.

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