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Vite che si spezzano nel tunnel circolare del capitalismo

Creato: 09 Febbraio 2017 Ultima modifica: 09 Febbraio 2017
Scritto da Istituto Onorato Damen Visite: 570

vitespezzateQuante situazioni avranno avuto in comune Michele, giovane precario italiano, e Xu Lizhi, giovane sfruttato operaio cinese, che hanno condotto entrambi a porre così prematuramente fine alla loro esistenza? Xu ci ha lasciato la sua giovane vita e le sue poesie. Michele ci ha lasciato la sua giovane vita e una lettera; entrambi un lucido, inequivocabile j’accuse: volevamo vivere e il capitalismo ci ha uccisi. Xu per troppo lavoro:

Il tempo scorre, le loro teste perdute nella nebbia

lo sfruttamento li invecchia

il dolore fa gli straordinari giorno e notte.

Autentiche parole-sofferenza, brevi, scarne, totali che inchiodano il loro aguzzino, il nostro aguzzino al muro della vergogna della storia.

Michele con quel suo denso ultimo atto ha specificato bene dove cercare una risposta.

Confluiscono i due mondi, non solo per pura coincidenza anagrafica, ma soprattutto per pura e cristallina alienazione sistemica. Di sfruttamento fisico presso la reale catena di montaggio, o peggio per sfruttamento a opera di una catena di montaggio virtuale, ma che svuota la vita di ogni essenza umana. Ora dopo ora, giorno dopo giorno, mese dopo mese, anno dopo anno, fino a rendere indistinguibile gli uomini, i proletari dalle cose. Ma io non sono e non voglio essere una cosa, mi rifiuto, ci dice Michele dopo essere sopravvissuto male per trent’anni. E non è certamente Poletti, giustamente relegato a post scriptum, la causa di questo male. Non può essere solo questo. Sarebbe al contempo troppo banale e troppo sproporzionato. Esiste qualcosa di più profondo, un malessere che ha scavato dentro-dentro le nostre viscere. Michele e Xu sono allarmi umani, avvertono che “le cose per voi si metteranno talmente male”. Il malessere avvolge chiunque in quanto sfruttati, in quanto proletari con l’unica prospettiva di vivere in un mondo dove in cambio di tanta sofferenza ”non si può pretendere niente”. Dopotutto cosa chiedono i vampiri del profitto se non dedizione totale agli interessi dell’azienda, del padrone, della multinazionale?

Il capitalismo pone l’uomo di fronte a una scelta costante: resistere il più possibile fino allo sfinimento, oppure, come per Xu e Michele, il sottrarsi definitivo, violento una volta superati i limiti “di sopportazione” fisica e morale in catena di montaggio, reale o virtuale che sia. Ci sarebbe poi la terza via, quella che punta il dito contro questo modo di vivere, contro questo modello di società, in definitiva contro il capitalismo e lo combatte senza sosta nella consapevolezza che tutto ciò che è umano è transitorio e perciò degno di perire, anche sua maestà il capitale.

Al momento, noi, come esseri umani, non possiamo fare altro che raccogliere le strazianti poesie di Xu o le lapidarie ultime parole di Michele, e cercare di costruire le basi per il superamento di questa immonda società, plasmata oramai, al millesimo, solo ed esclusivamente sulla totale alienazione umana.

Forse l’ultima poesia di Xu: Sul letto di morte, è la più adatta ad introdurre le successive, ultime e definitive parole di Michele.

Sul letto di morte

Voglio guardare per l’ultima volta l’oceano,

immergermi nelle infinite lacrime di in una vita spezzata

Voglio scalare un’altra montagna,

provare a riprendermi l’anima che ho perduto

Voglio toccare il cielo, sentire quel blu così luminoso

Ma niente di tutto questo mi è concesso, quindi lascio

questo mondo

Chiunque abbia sentito parlare di me

non si sorprenda del mio abbandono

tanto meno sospiri o soffra

Come in punta di piedi sono arrivato così me ne andrò

L’addio di Michele

«Ho vissuto (male) per trent’anni, qualcuno dirà che è troppo poco. Quel qualcuno non è in grado di stabilire quali sono i limiti di sopportazione, perché sono soggettivi, non oggettivi.
Ho cercato di essere una brava persona, ho commessi molti errori, ho fatto molti tentativi, ho cercato di darmi un senso e uno scopo usando le mie risorse, di fare del malessere un’arte.

Ma le domande non finiscono mai, e io di sentirne sono stufo. E sono stufo anche di pormene. Sono stufo di fare sforzi senza ottenere risultati, stufo di critiche, stufo di colloqui di lavoro come grafico inutili, stufo di sprecare sentimenti e desideri per l’altro genere (che evidentemente non ha bisogno di me), stufo di invidiare, stufo di chiedermi cosa si prova a vincere, di dover giustificare la mia esistenza senza averla determinata, stufo di dover rispondere alle aspettative di tutti senza aver mai visto soddisfatte le mie, stufo di fare buon viso a pessima sorte, di fingere interesse, di illudermi, di essere preso in giro, di essere messo da parte e di sentirmi dire che la sensibilità è una grande qualità.

Tutte balle. Se la sensibilità fosse davvero una grande qualità, sarebbe oggetto di ricerca. Non lo è mai stata e mai lo sarà, perché questa è la realtà sbagliata, è una dimensione dove conta la praticità che non premia i talenti, le alternative, sbeffeggia le ambizioni, insulta i sogni e qualunque cosa non si possa inquadrare nella cosiddetta normalità. Non la posso riconoscere come mia.
Da questa realtà non si può pretendere niente. Non si può pretendere un lavoro, non si può pretendere di essere amati, non si possono pretendere riconoscimenti, non si può pretendere di pretendere la sicurezza, non si può pretendere un ambiente stabile.

A quest’ultimo proposito, le cose per voi si metteranno talmente male che tra un po’ non potrete pretendere nemmeno cibo, elettricità o acqua corrente, ma ovviamente non è più un mio problema. Il futuro sarà un disastro a cui non voglio assistere, e nemmeno partecipare. Buona fortuna a chi se la sente di affrontarlo.

Non è assolutamente questo il mondo che mi doveva essere consegnato, e nessuno mi può costringere a continuare a farne parte. È un incubo di problemi, privo di identità, privo di garanzie, privo di punti di riferimento, e privo ormai anche di prospettive. Non ci sono le condizioni per impormi, e io non ho i poteri o i mezzi per crearle. Non sono rappresentato da niente di ciò che vedo e non gli attribuisco nessun senso: io non c’entro nulla con tutto questo. Non posso passare la vita a combattere solo per sopravvivere, per avere lo spazio che sarebbe dovuto, o quello che spetta di diritto, cercando di cavare il meglio dal peggio che si sia mai visto per avere il minimo possibile. Io non me ne faccio niente del minimo, volevo il massimo, ma il massimo non è a mia disposizione.

Di no come risposta non si vive, di no si muore, e non c’è mai stato posto qui per ciò che volevo, quindi in realtà, non sono mai esistito. Io non ho tradito, io mi sento tradito, da un’epoca che si permette di accantonarmi, invece di accogliermi come sarebbe suo dovere fare.

Lo stato generale delle cose per me è inaccettabile, non intendo più farmene carico e penso che sia giusto che ogni tanto qualcuno ricordi a tutti che siamo liberi, che esiste l’alternativa al soffrire: smettere. Se vivere non può essere un piacere, allora non può nemmeno diventare un obbligo, e io l’ho dimostrato. Mi rendo conto di fare del male e di darvi un enorme dolore, ma la mia rabbia ormai è tale che se non faccio questo, finirà ancora peggio, e di altro odio non c’è davvero bisogno.
Sono entrato in questo mondo da persona libera, e da persona libera ne sono uscito, perché non mi piaceva nemmeno un po’. Basta con le ipocrisie.

Non mi faccio ricattare dal fatto che è l’unico possibile, io modello unico non funziona. Siete voi che fate i conti con me, non io con voi. Io sono un anticonformista, da sempre, e ho il diritto di dire ciò che penso, di fare la mia scelta, a qualsiasi costo. Non esiste niente che non si possa separare, la morte è solo lo strumento. Il libero arbitrio obbedisce all’individuo, non ai comodi degli altri.

Io lo so che questa cosa vi sembra una follia, ma non lo è. È solo delusione. Mi è passata la voglia: non qui e non ora. Non posso imporre la mia essenza, ma la mia assenza si, e il nulla assoluto è sempre meglio di un tutto dove non puoi essere felice facendo il tuo destino.

Perdonatemi, mamma e papà, se potete, ma ora sono di nuovo a casa. Sto bene.

Dentro di me non c’era caos. Dentro di me c’era ordine. Questa generazione si vendica di un furto, il furto della felicità. Chiedo scusa a tutti i miei amici. Non odiatemi. Grazie per i bei momenti insieme, siete tutti migliori di me. Questo non è un insulto alle mie origini, ma un’accusa di alto tradimento.

P.S. Complimenti al ministro Poletti. Lui sì che ci valorizza a noi stronzi.
Ho resistito finché ho potuto.»

Michele

 

Addio Michele, che almeno la terra ti sia lieve.

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