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Al di là del sì e del no

Creato: 21 Ottobre 2016 Ultima modifica: 21 Ottobre 2016
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Feticismo costituzionale o lotta per il comunismo

GerdArntzElection wheel La grancassa del circo elettorale referendario inizia a saturare l’aria del suo frastuono, mobilitando al solito gli schieramenti borghesi di ogni fronte per un sì o per un no. Le destre e le sinistre dell’apparato politico si scompongono e ricompongono in grottesche alleanze vecchie e nuove, con ex-stalinisti abbracciati ai fascisti, con i democristiani di ieri e di oggi posizionati ovunque, correnti e partitini che affollano una parte o l’altra in cerca di uno spazietto da occupare. Anche numerose sigle di estrema sinistra stanno promuovendo il voto per un no alla riforma costituzionale, con i più disparati argomenti.

Da comunisti, non siamo certo indifferenti alle forme dello Stato, organo di dominio prodotto dell'antagonismo inconciliabile tra le classi, forza al di sopra della società e ad essa sempre più estranea[1].

Ma, proprio in quanto comunisti, non supportiamo una variante costituzionale o un’altra, come non ci schieriamo per il fascismo o per la democrazia[2], non appoggiamo una forma del dominio borghese o un’altra (forme del tutto incomprensibili se non inquadrate nei rapporti materiali dell’esistenza[3]).

La prospettiva espressa dai comunisti nella seconda metà degli anni Quaranta del secolo scorso fu di grande chiarezza: le carte costituzionali sono da spazzare via nella rivoluzione operaia.

Non ci interessa qui e ora una mera propaganda astensionista che lascerebbe il tempo che trova. Secondo il nostro costume, cerchiamo invece di promuovere la riflessione e un confronto che si collochi al di là di un sì e un no a interventi nell’ambito dell’ordine costituito. Pubblichiamo con questo scopo due articoli della Sinistra, “Abbasso la repubblica borghese, abbasso la sua costituzione” (1947) e “I socialisti e le costituzioni” (1949), che pensiamo possano contribuire a una prospettiva di classe in un momento in cui prevale confusione e disorientamento.

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Abbasso la repubblica borghese, abbasso la sua costituzione

(Prometeo, n. 6, Marzo-Aprile 1947)

Il dibattito sulla costituzione della repubblica italiana è stato già definito come un compromesso tra ideologie diverse e contrastanti. La sottile malignità di Nitti ha distribuito alla massa dei suoi tanto più giovani colleghi una autorevole patente di asinità, scherzando sulla combine di morale cristiana e dialettica marxista. Non meno ovviamente si risponde che la politica non è che l'arte del compromesso, che il problema dell'oggi non è che politica - politique d'abord - e che le quistioni di principio erano di moda trent'anni fa. Oggi tutti quelli che di politica fanno professione le considerano fuori corso, e si sentono ad ogni passo anche vecchi militanti di sinistra chiedere con aria stanca di raffinati: non vorrete mica fare tra le masse quistioni di teoria?!

Lasciamo dunque per un momento da parte le dottrine e il chiaro assunto che quella religiosa e quella socialista sono incompatibili. Segniamo solo un innegabile punto di vantaggio a questo riguardo che i cristiani e i credenti in genere sono in grado di vantare sui sedicenti marxisti. Chi segue un sistema religioso è dualista, ossia pone su due piani e su due mondi distinti i fatti dello spirito e quelli del mondo materiale. Sui dogmi oggetto di fede non transige, e può benissimo tenerli salvi ed indenni nel settore spirituale e teoretico mentre fa mercati nel campo degli atti pratici, dei fatti e degli interessi materiali. Questo vantaggio sta alla base della grande forza storica della Chiesa, duttile e volubile nella sua politica e nella sua attività sociale, rigidissima sui capisaldi della teologia. Quindi il cristiano, che come militante politico addiviene al miscuglio di opposte direttive nelle questioni dello Stato terreno, e dei rapporti tra le classi e i partiti, non tradisce i suoi principii, o almeno non è costretto ad ammettere di averne subordinato il rispetto a quistioni di bassa convenienza.

Così non è per il marxista, il cui sistema si basa sulla diretta derivazione delle ideologie dallo stesso mondo materiale in cui si svolgono i fatti, e i rapporti degli interessi che divengono forze reali. Questi non possiede una comoda cassaforte dove riporre, mentre fa commercio di fatto con i propri avversari nel campo pratico, una sua intatta dottrina. Quando i delegati degli opposti partiti e delle opposte classi trafficano tra loro e convergono su un accordo intermedio alle loro posizioni di partenza, chi segue o dice di seguire il materialismo storico non ha il diritto di contestare che sia avvenuto il «commercio di principii» rimproverato da Marx ed Engels ai programmi socialdemocratici. Poiché alla pratica, alla effettiva meccanica della collaborazione, non può non corrispondere nei cervelli, una eguale frammistione e contaminazione delle opinioni.

***

Procuriamo dunque di vedere alcune delle quistioni più notevoli su cui si discute a proposito della nuova costituzione, senza sfondare la porta aperta che i testi di compromesso che vengono fuori dalla discussione, e meglio dalla manovra, sono dal punto di vista teorico semplicemente pietosi nella sostanza come nella forma; ma attenendoci ai rapporti concreti e al gioco delle forze storiche.

Vi è la quistione della laicità dello Stato, ridotta al cavillo di menzionare o meno in un articolo della costituzione il patto tra l'Italia e il Papato stipulato da Mussolini, che però tutti sono d'accordo nel volere rispettato.

Nulla di più esatto, storicamente, che dichiarare chiusa la quistione romana, e nulla di più vano e sterile che il voler risuscitare su di questo punto il vecchio schieramento dei blocchi anticlericali secondo il metodo che i socialisti marxisti già liquidarono prima del 1914, rompendola con le ideologie e la politica della borghesia massonica. A tal proposito entrambi i partiti socialisti hanno dimostrata la stessa vuotaggine; ed il contenuto veramente reazionario e di estrema destra di tutto lo schieramento, che condividono con i gruppetti repubblicani e consimili, e qualche cadavere di liberale.

La quistione è storicamente superata su scala sociale, se si considera la generale evoluzione del capitalismo e della politica della Chiesa, e soprattutto su scala locale se si pone mente alle vicende dello Stato italiano.

La rivoluzione borghese che instaurò la democrazia trovò come ostacolo ed avversario di prima forza la chiesa, in quanto la organizzazione, l'inquadramento gerarchico di questa, e la stessa sua vasta funzione economica, facevano blocco con il regime delle aristocrazie feudali. La dura lotta economica e sociale si rifletté in una lotta ideologica, sicché la filosofia borghese fu antireligiosa e la politica della vittoriosa e giovane classe capitalistica fu antichiesastica. I tentativi di restaurazione del vecchio regime trovarono solidale la chiesa, e quindi tutte le misure della borghesia nel rafforzare le proprie conquiste di classe furono decisamente anticlericali. Tuttavia quando il clero comprese che non era più possibile evitare socialmente il trionfo del capitalismo, esso cessò di scomunicarlo, e ovunque si affiancò, in un processo più o meno complicato nei dettagli, al nuovo ceto privilegiato. Il contrasto teoretico tra la religione e i fondamenti della economia e della politica borghese prima si sbiadì, poi scomparve, come riflesso della alleanza, tra gli stati maggiori del capitale e della chiesa. Non staremo a riportare la dimostrazione, esatta, che non vi è contrasto tra l'etica e il diritto capitalistico ed una visione fideistica.

La classe operaia, alleata rivoluzionaria della borghesia nascente, fu a lungo trascinata sullo slancio di un giacobinismo letterario e retorico, e il succo della politica massonica fu di fare di questo mangiapretismo un diversivo alla lotta di classe ed una maschera al vero obiettivo che la politica proletaria, una volta uscita di minorità ed acquistato un moto storico autonomo, trovava nell'abbattimento del privilegio economico e sociale.

In Italia tale svolgimento ebbe ben noti aspetti particolari. Lo Stato nazionale non si era formato nel periodo preborghese, e tra le cause vi era il fatto che in Italia aveva sede la massima chiesa a base mondiale. La giovane borghesia unitaria fu tremendamente antipapale e anticattolica: nel 1848 non esitò ad espellere il papa da Roma, nel 1870 fece quel che tutti sappiamo.

La chiesa cattolica fu costretta a compiere in Italia al rallentatore la sua manovra storica generale di benedire l'avvento dei regimi capitalistici e conciliarsi con essi. Da Cavour a Mussolini, finalmente ci arrivò come in tutti gli altri paesi aveva fatto.

Una volta di più si dimostrò il carattere del metodo cattolico. Il fascismo nei suoi dubbi abbozzi ideologici era inaccettabile nella dottrina per il tentativo di spostare su nuovi miti, con la sua mistica della nazione e dello Stato, i valori religiosi, cosa che fece poi più radicalmente in Germania. Ma la sua politica pratica offrì la possibilità di consolidare negli istituti presenti l'influenza dell'inquadramento chiesastico, e convenne subito approfittarne. La meccanica fascista e quella cattolica nell'ordine economico sociale conducono infatti ad una stessa prassi conservatrice, e questo era il punto sostanziale.

Questo status quo non dà fastidio alla attuale repubblichetta il cui riformismo e progressismo è avviato dalla storia sulla stessa strada.

Ma come potrebbe l'attuale governo italiano, senza vera sovranità e senza forza materiale, più o meno delegato o tollerato dalle grandi forze mondiali, permettersi in questo campo novità ed iniziative? Evidentemente nel nuovo clima storico susseguito a due guerre mondiali, in cui l'organismo borghese dirigente italiano si è misurato e si è rotto le costole per sempre, non si tarderebbe ad avere una nuova legge internazionale delle guarentigie, analoga a quella nazionale del 1870 sorta dalla regolazione unitaria dei rapporti tra i vari stati e regioni cattoliche della penisola con il Vaticano. Questo non si porrebbe più quale un pari contraente di fronte all'Italia, come nella puerile finzione del famoso articolo 7, ma in un piano superiore.

Nella moderna fase totalitaria del capitalismo è facile prevedere una regolazione pianificata mondiale anche del fattore religioso. Al fianco dell'uno vedremo probabilmente una U. C. O. (United Churchs Organisation).

La Chiesa di Roma non si trova a controllare la maggioranza dei credenti nelle più potenti nazioni del mondo, America, Inghilterra, Russia. Essa non può non aspirare ad una funzione unitaria cristiana. Nella sua azione politica chiama oggi i partiti che inspira «democratici cristiani», «cristiani sociali», «popolari», mai «cattolici». Con ciò al solito non elude la sua dottrina, poiché la riforma fu quistione di dogma e di rito, ma l'etica sociale può essere la stessa per tutti i cristiani, se non per tutti i religiosi. Quindi gli abbozzi che si ebbero dopo l'altra guerra per una Chiesa unitaria avranno a ripetersi, sotto nuova forma, e già si parla di una Internazionale cristiana. Un grande paese in maggioranza cattolico, la Francia, che sembrava qualche decennio fa guadagnato all'ateismo militante, ha visto sorgere dal nulla un potente partito cattolico.

Nella nostra visione marxista noi consideriamo invece storicamente che le chiese riformate sorsero in corrispondenza di una adesione anticipata del fideismo al mondo borghese che nasceva, ed oggi la Chiesa di Roma conciliandosi col regime mondiale del Capitale si mette al passo con quei precursori. L'ultimo atto di questo svolto storico furono i patti del Laterano. Meravigliarsi che lo Statuto della Repubblica sia più legato al Vaticano di quello della Monarchia è ingenuo. La quistione sa di rancido, e in ciò Togliatti ha ragione.

Lo slogan liberale del laicismo fa ridere. Di individui laici si poteva parlare quando tutta la società era controllata da una gerarchia religiosa e i chierici erano in potere di convalidare non solo gli atti politici e giuridici ma anche quelli scolastici e culturali, monopolizzando tali funzioni in un inquadramento stabile cristallizzato. Tentando di agire fuori di questi rigidi schemi e di romperne il conformismo feroce, ben facevano opera laica Dante, gli umanisti del Rinascimento, Galileo, Vico, Bruno, Telesio, Campanella, benché di essi alcuni fossero frati. Il primo laico, nel mondo d'occidente, fu Cristo, contro il chiericume degli scribi e dei farisei. Laico dovette essere Cavour e laico lo Stato Albertino, poiché non potevano procedere se non spezzando i poteri di diritto divino nella penisola, le investiture di Roma e le manomorte.

Oggi che il Sillabo più non tuona contro l'economia ufficiale capitalistica e il diritto romano-napoleonico, sotto lo stesso baldacchino conformista si muovono tutti quelli che, pur vantando intenti riformatori e progressivi non meglio identificati, non sono schierati in una lotta istituzionale dall'esterno per rovesciare ed infrangere autorità e gerarchia di un ordine costituito.

Lo stesso fatto di scrivere una costituzione in cento è sintomo di una fase di conformismo. Quando storicamente le costituzioni ebbero una ragione ed un contenuto, esse seguivano ad una lotta rivoluzionaria, ne erano il riflesso, la loro stesura fu rapida e diritta nelle fiamme dell'azione. Sancirono come carte e dichiarazioni di una nuova classe vincente principi in contrasto stridente col passato, un gruppo omogeneo le affermò e proclamò con ideologie a netti contorni. In epoca successiva le costituzioni «concessive» dei principi segnarono la presa di atto di una irrevocabile situazione rivoluzionaria, anche laddove la lotta non era stata cosi aperta e vittoriosa.

Oggi tutti quei signori di Montecitorio sono allo stesso grado conformisti. Chierici tutti. Voci «laiche» nel senso storico non se ne sono, li dentro, sentite. Una complicità da congrega li associa, nei loro urti, intrighi e complotti.

Nell'atteggiamento dei «comunisti» alla Costituente non è grave dunque lo smantellamento della tesi che uno Stato borghese e democratico-parlamentare come questa povera Italietta possa ben stare sotto le ali della Chiesa, constatazione storica del ponte gettato tra il regime capitalistico e la religione. Il grave è la pretesa di gettare un altro e ben diverso ponte tra i regimi proletari socialisti e il fideismo. Qui la rinnegazione del marxismo si ripete e si riconferma.

Ne avremmo un solo esempio storico ed è la Russia. Ivi non solo vi sarebbe Libertà di coscienza religiosa (e quale mai posto nel materialismo dialettico trovano i termini «libertà», «coscienza», e la loro correlazione?), ma la stessa Chiesa, avendo rinunziato alla difesa del vecchio Regime Zarista di cui era alleata, viene oggi ammessa dallo Stato, e la sua propaganda ha collaborato in guerra con quella nazionale nello spingere le masse militari alla lotta.

La quistione è di una portata imponente. Essa presenta due conclusioni: o quella di Togliatti che la religione e il socialismo non sono in antitesi, o l'altra che siamo in presenza di una nuova prova che il regime di Mosca non ha più carattere socialista e proletario. Comunque un'altra verità pacifica è che al fine di lanciare milioni di esseri umani nel mattatoio bellico la fede nell'oltretomba è un fattore prezioso.

Poiché tutti i politici e i giornalisti stanno a chiedersi che cosa pensa il capo dei comunisti italiani quando li sorprende - ci vuole poco - colle sue mosse e le sue tesi, ci proveremo a illuminarli col dire che egli, nel raggio del futuro praticamente indagabile dalla sua mente concreta, si chiede se la interchiesa mondiale di domani sarà o meno un monopolio e un possente atout del blocco occidentale. Nella gara a chi potrà con successo maggiore sfruttare la voga dell'odio al fascismo e al nazismo, si inserisce un'altra gara, vecchia quanto la storia umana, a chi potrà meglio utilizzare, per la sua bandiera di commercio e di guerra, la popolarità del buon Dio. Purtroppo il cumulo della sagacia della romana curia e della tenacia del pestifero puritanesimo anglosassone ci fanno vedere la bilancia pendere dal lato opposto a quello palmiresco. Togliatti si induce a fare un po' di credito a Dio, De Gasperi avalla la cambialetta, ma con la comoda reservatio mentalis che Dio non paga il sabato... Si troverà poi sempre un Calloso per credere che ad essere fatto fesso è stato il prete.

***

Troppi spunti offrirebbe nei suoi innumeri e malconnessi articoli il progetto di costituzione, e il suo rabberciamento col metodo parlamentare, che più che mai mostra di essere putrescente.

Si è voluto dare un contenuto comune a tutti i gruppi del presente aggregato politico, derivati, come si deve far credere al grosso pubblico, dall'abbattimento del fascismo, trovando una nota, una almeno, accettabile per tutti. Se andiamo in senso contrario alla «statolatria» fascista, non ci resta che fare leva sull'Individuo, e sulla sacra ed inviolabile dignità della persona umana. E dall'altra parte abbozzare alla meglio un decentramento burocratico colla creazione di altri organi parassitari e confusionisti - se non camorristici - quali saranno le amministrazioni regionali. Temi tutti che si prestano a suggestive illustrazioni.

Lasciamo la teoria. Mentre le realtà di oggi più che mai dimostra la sua caratteristica saliente nello irretire, nel soffocare quel povero individuo, quella disgraziata persona, nelle strette senza complimenti dei centri organizzati, mentre gli stessi stati minori perdono ogni residuo di funzione autonoma in tutti i campi ad opera delle pressioni e dei brutali interventi dei grossi mostri statali (vedi per ultimo episodio il colpo di tallone in Grecia e Turchia), qui ci corbelliamo col ricostruire cartaceamente la lacerata libertà del singolo e della regione.

Su quei principii «sacri e inviolabili» convengono nel nirvana conformistico tutte le multicolori ideologie rappresentate a Montecitorio: trascendentalisti cui occorre dare all'individuo il libero arbitrio (poiché altrimenti come farebbe dopo morto ad andare all'inferno?); immanentisti che, dalla libertà dell'IO di attuarsi nella eticità dello Stato, debbono derivare la facoltà di disporre vuoi del proprio patrimonio vuoi del proprio lavoro, ossia la libertà di comprare e di vendere tempo umano; materialisti e positivisti che, avendo tra tutti fatto un informe pasticcio di marxismo, da un lato col più volgare cinismo, dall'altro colla più lacrimogena filantropia, non sapevano quale parola più comoda della libertà potesse indurre gli elettori a fare la estrema fesseria di designarli a prendere il posto dei gerarchi di Mussolini.

Quando una cosa è divenuta sacra e inviolabile per tutti, in quanto in quattrocento discorsi non uno tenta di intaccarla, questa è la prova certa che se ne fregano tutti nella stessa suprema misura. Vada questo finale conforto al cittadino, elettore che si paga a prezzo da borsa nera la compilazione della carta costituzionale.

***

Vi è il piatto forte nel contenuto economico e sociale della costituzione repubblicana. Si fa il passo audace di menzionare qua e là insieme al cittadino anche il lavoratore. Abbiamo una repubblica fondata sul lavoro, o sui lavoratori? L'uno e l'altro, in quanto tutti gli stati borghesi odierni sono fondati sullo sfruttamento sia del lavoro che dei lavoratori da parte del capitale. Come le fondazioni sopportano il peso dell'edificio, cosi i lavoratori italiani tengono sulle spalle il peso di questa repubblica fallimentare.

Le espressioni letterali sono state felici. La più comoda era stata purtroppo sfruttata dai fascisti: l'Italia è una repubblica sociale.

Anche questa evoluzione di attitudini è perfettamente consona a tutto lo sviluppo del ciclo borghese. Agli inizii la mentalità e l'ordinamento democratico non tollerano che si parli di lavoratore e non di cittadino, di questione sociale e non politica. Il cittadino può credere di essere uguale a tutti gli altri, il lavoratore capisce di essere uno schiavo. La politica del Capitale è uguaglianza di diritti, la sua sociologia è lo sfruttamento.

Ma in un secolo la difensiva borghese ha avuto agio di cambiare i suoi fronti polemici. Riformismo prima, fascismo dopo, hanno portato sulla scena le misure sociali ed il lavoro: Non riportiamo qui questa dimostrazione, che è al centro di tutto il nostro compito, di analisi e di ricerca

Il liberale e il giacobino puro non esistono più. Il sindacato economico proibito nella prassi iniziale della rivoluzione borghese viene prima ammesso, poi corretto, poi inquadrato nello Stato. Il gioco delle iniziative economiche che all'inizio deve per sacro canone (versione diretta di quello sgonfione della inviolabilità della persona) essere incontrollato, vede interventi sempre più fitti e diretti del potere politico, in nome dell'interesse sociale!

Ma al mondo borghese liberale puro e social-interventista, contrapponiamo, noi socialisti conseguenti, una idealizzazione, una mistica, una demagogia del lavoro e del lavoratore? Mai più. Ecco un altro punto che merita di essere chiarito e liberato da ostinate incrostazioni.

Quando gli schiavi lottarono per emanciparsi, proposero una repubblica di schiavi, o una senza schiavi? Gli operai di oggi lottano per una società senza salariati.

È fare filosofia definire il lavoro come attività umana generale sulla natura senza dedurne subito l'analisi dei diversi rapporti sociali in cui il lavoro stesso si inquadra. La lotta proletaria non tende ad esaltare ma a diminuire il dispendio di lavoro, e si basa sulle enormi risorse della tecnica odierna per avanzare verso una società senza sforzi lavorativi imposti, in cui la prestazione di ciascuno si farà allo stesso titolo con cui si esplica ogni altra attività, abbattendo progressivamente la barriera tra atti di produzione e di consumo, di fatica e di godimento.

Non per nulla i regimi fascisti parlano largamente di lavoro, e la carta mussoliniana si chiamò carta del lavoro. La stessa falsa demagogia guida la prassi «sociale» dei modernissimi regimi. Dove essi, tutti, scrivono di esigenze sociali noi leggiamo: esigenze borghesi di classe.

La classe operaia non può considerare come una sua conquista l'enunciato che nelle istituzioni entra il lavoratore.

Il programma di trapasso dei comunisti tra l'epoca capitalista e quella socialista non è una repubblica in cui i borghesi ammettono i lavoratori, ma una repubblica da cui i lavoratori espellono i borghesi, in attesa di espellerli dalla società, per costruire una società fondata non sul lavoro, ma sul consumo.

Il postulato politico della classe operaia non è il trovare un posto nello Stato costituzionale presente, in quanto i posticini vi sono solo «per quelli dei membri della classe dominante che ogni tanti anni gli operai possono scegliere a rappresentarli» (Marx).

Il suo postulato sociale non è nemmeno di trovare un posto nella gestione dell'azienda. Nemmeno la fabbrica è l'ideale cui tendono le conquiste del socialismo. Se Fourier chiamò le fabbriche capitalistiche ergastoli mitigati, Marx, ricordando le inglesi «case di terrore» per i poveri, dice che questo ideale si realizzò nella manifattura borghese, e il suo nome fu «fabbrica»! Tutto il riformismo moderno sulla tecnica produttiva non cessa di avere a scopo il prodotto e non il lavoratore; forse non tutti sanno che le recentissime fabbriche di motori in America si fanno senza finestre perché il pulviscolo atmosferico disturba le lavorazioni meccaniche di precisione, e occorre un ambiente condizionato per temperatura, umidità etc. Da ergastolo a tomba.

Quanto ai metodi russi di ultralavoro viene anche a mente un passo di Marx:

«A Londra lo stratagemma che si usa nelle fabbriche per la costruzione di macchine è che il capitalista sceglie come capo operaio un uomo di gran forza fisica e sollecito nel lavoro. Gli paga tutti i trimestri e ad altre epoche un salario supplementare, a patto che esso faccia tutto il suo possibile per eccitare i suoi collaboratori, i quali non ricevono che il salario ordinario, a gareggiare di zelo con lui...»[4].

Basta col fare sgobbare, basta con lo spingere le masse coi metodi che derivano da quelli che si applicavano agli schiavi, se non al bestiame da lavoro e da macello. Al quale, tuttavia, non si imponeva nella costituzione di credersi sacro e inviolabile, né risuscitabile dopo essere stato mangiato.

I socialisti e le costituzioni

(Battaglia Comunista, n. 44, 23-30 novembre 1949)

Ieri

Una caratteristica del fondarsi dei vari regimi borghesi sono le Carte statutarie, un connotato invariabile della politica borghese la superstizione e il feticismo costituzionale.

Gli antichi regimi preborghesi, fin dai tempi molto remoti, ebbero le loro Tavole, ma i borghesi scettici ne risero perché fondate sulla rivelazione ai Profeti e sul principio della divina origine del potere.

La classe capitalistica, portatrice di verità ragione e scienza, fondò invece i suoi documenti storici sulla pretesa di avere finalmente scoperte le basi eterne del diritto naturale, e truccò sotto le ampollose dottrine liberali il contrabbando della tutela dei suoi interessi economici.

I vari sistemi e rapporti giuridici e di pubblica organizzazione, fondati sulla stabilità delle Dichiarazioni delle Carte e delle Costituzioni, sono garanzie non per l'Uomo o il Cittadino o il Suddito, stranamente fatto da quei pezzi di carta Sovrano (in modo che non sa più dove abbia il disopra e dove il disotto) ma sono garanzie per la continuità del dominio conquistato dai borghesi, per la sicurezza della proprietà privata e dell'ordine su di essa fondato.

Tutta la massa degli altri strati sociali non possidenti e non capitalisti non solo deve gioire e bearsi di queste conquiste, non solo deve confermare nelle consultazioni elettive la sovranità delegata ai satrapi dell'economia borghese, ma deve essere pronta a battersi all'ultimo sangue se da qualche angolo taluno spuntasse a minacciare una delle garanzie che la Costituzione assicura, a tentare di strappare qualche lembo del sacro papiello.

La borghesia francese, assillata da ritorni di ci-devant nobili preti e re a riprendere i tolti privilegi, forma le armate di difesa del suo potere non solo nella polizia dello Stato, ma vuole una Guardia, naturalmente Nazionale, e come dice Marx la formano i bottegai di Parigi. Ma non basta; al Re Sole bastavano pochi moschettieri, al capitale sovrano occorrono più vaste forze, e gli stessi operai industriali sono invitati a formare una Guardia della libertà borghese.

Uno degli ineffabili bardi della rivoluzione dei botteghieri, Victor Hugo, dice che la garanzia della libertà è il fucile nelle mani dell'operaio. Un grande onore per la classe proletaria essere chiamata, ogni qualvolta scotta il terreno sotto i piedi al capitale, a combattere per difendere la libera costituzione dello Stato.

Giacobinismo oramai démodé, storia e letteratura in ritardo di un secolo? Magari fosse così. Tutto il degenerante socialismo di destra, bloccardista e alleanzista, si alimenta di questo contenuto: tenere la classe operaia come riserva di combattimento della legalità statutaria borghese.

Bisogna sconsolatamente cantare il ritornello scemo: e siamo sempre lì...

Vecchi nostri zii con i baffoni, al tempo di Pelloux che nelle repressioni dei moti popolari aveva violato le leggi costituzionali, seriamente nutriti dei dettami dell'Arca liberale britanna e della sapienza dei Gladstone e dei Disraeli, pure essendo dei fieri conservatori inorridivano che si sostenesse dal governo: «con la maggioranza della Camera si può violare lo Statuto». E si rallegravano tutti dicendo: «L'estrema Sinistra le ha chiamate eresie!». Bastava non il marxismo ma una preparazione da scolaretto ginnasiale a riflettere: quanto deve essere estremamente fessa questa Estrema Sinistra.

Già negli scritti giovanili del 1842 Marx analizza le Dichiarazioni dei Diritti americana e francese e sottolinea che esse garantiscono soprattutto la sicurezza della proprietà e degli affari nella classe abbiente. Nella prefazione del 1859 alla Critica dell'Economia descrive poi egli stesso lo viluppo delle sue ricerche. Egli aveva fatto studi universitari giuridici, pure occupandosi soprattutto di storia e di filosofia. Scrivendo nella Gazzetta Renana fu portato a studiare questioni economiche e nello stesso tempo venne a contatto delle correnti socialiste e comuniste a base vagamente ideologica. Ciò lo condusse, prima ancora che allo studio approfondito della scienza economica, ad una completa critica e revisione della Filosofia del diritto di Hegel. Troviamo martellata una prima conclusione (evidentemente non bastano nemmeno i martelli per le teste di intiere generazioni di «socialisti»):

«Tanto i rapporti giuridici che le forme dello Stato, né si spiegano da sé stessi, né ricorrendo al cosiddetto sviluppo generale dello spirito umano, ma hanno la loro radice nei rapporti materiali della vita sociale».

Segue la nota e magnifica sintesi del metodo materialista storico che conclude alla transitorietà del sistema di produzione borghese e di tutte le sue soprastrutture giuridiche, e quindi alla diretta conseguenza che vivendo in una società antagonistica, la classe proletaria non deve combattere alla difesa ma per l'abbattimento delle sue forme di produzione.

Le carte costituzionali non sono che una di queste «forme di produzione» borghesi da spazzare via nella rivoluzione operaia.

Sempre questo Marx, e queste cose le sapeva solo lui! Sono in verità cose di tanta evidenza per i militanti del socialismo e della causa proletaria, balzano e ribalzano dalla esperienza sociale di ogni giorno, potremmo benissimo fare a meno di citare il Signor Marx Carlo, o cambiargli il nome, indicarlo con un semplice simbolo o riferire queste belle enunciazioni come se la paternità spettasse allo «zì Nisciuno». Resterebbero altrettanto vere ed evidenti. Non solo se il detto Signor Marx non fosse nato ma anche se i suoi volumi si fossero persi, i pappatutto della borghesia ed i loro multiformi lustrascarpe avrebbero dalla storia avuto le stesse seccature, e ne avranno, senza bisogno di «ipse dixit», e senza riserve sulla volontà di dio e popolo, sempre maggiori. D'altra parte per quello che ne sappiamo il Signor Marx non era né pretenzioso né ingombrante, non chiese né ottenne nemmeno una croce di cavaliere, la minimissima briciola dei pasti, super appetiti, di potere. Considerava sé stesso, il dottor Carlo, colla sua laurea e i suoi sudati studi di tutta una vita, alla stregua delle parole del «Manifesto»:

«In tempi in cui la lotta di classe si avvicina a soluzione, il disgregamento prende nella classe dominante, nella vecchia società, carattere così crudo e violento che una piccola parte dei dominatori diserta e si unisce ai rivoluzionari di quella classe che ha con sé l'avvenire».

Nulla più che un sintomo, una conferma sperimentale della legge investigata, sintomo lui e sintomo il commerciante agiato don Federico Engels che gli forniva qualche scellino da comprar patate per la cena sul pantagruelico mercato di Londra. Per il materialismo non vi sono più Eroi, e, con grave disdoro di ogni poesia della vita, ne prendono il posto pochi disertori.

Ospite della libera Inghilterra ne fece per gratitudine la descrizione che tutti sanno, non servendogli nemmeno di avere un posto di ministro in governi fantocci, o di essere ammesso ai ricevimenti degli Esuli e dei Profughi delle rivoluzioni borghesi e patriottiche. Di carattere infine intrattabile, non gliene fregava un Kuusinen di essere citato e soffiettato.

Potremmo dunque non citare il nominativo in questione e fare farina del nostro sacco le parole che maneggiava così bene, tanto non le portiamo al mercato e non ha preso per gli eredi il Copyright.

Ma il fatto è che siamo circondati affogati e totalmente smarriti, nella nostra pochezza, in una moltitudine, in un diluvio, in una inondazione di professati e dichiarati marxisti, dediti affannati e investiti da anni e anni e in tutti i paesi del mondo a dire e a fare il contrario di quello che lui, Marx, pensava e scriveva.

Se dunque l'autorità di Marx non deve contare, poiché è pacifico che nessuna conclusione va fondata sulla autorità di testi, si vorrebbe almeno che tutta quella disgustosa banda dimenticasse quel nome e facesse una buona volta gettito delle teorie degli scritti e delle tradizioni che si ricollegano all'opera di Marx. Trattatelo da superato e anche da fesso, ne avete facoltà; non avete quella di tradirlo sporcamente e di falsificarlo dieci volte al giorno per fini opposti a quelli cui dedicò l'opera e la vita.

La praticaccia giornalistica borghese ha fatto, per dirne una su cento, uso dell'aggettivo «marxista» per designare l'insieme informe di tutti quelli che nella tragica guerra civile spagnuola lottavano contro Franco: trotzkisti, stalinisti, socialdemocratici, cacciando nel calderone anche libertari, sindacalisti, e radicali borghesi. In Italia nel baraccone di Montecitorio se si passasse ai voti la mozione «siamo marxisti», è sicura la maggioranza assoluta, alla concorde consegna di Togliatti, Nenni, Saragat, Romita, Silone, con la recente recluta Lussu, e vari ausiliari leggeri di cui ci sfugge il nome.

Quanti ce ne contiamo noi? Fatto presto: nessuno.

Non ci urta solo la pretesa di tutto questo gentame ad esser marxista, ma anche la pubblicitaria concordia della grande stampa «antimarxista». Quando questa vuole sottolineare il suo orrore di un dollaro al millimetro per l'ala estrema moscovizzante, sciorina e scaraventa a tutto gas la qualifica di marxismo puro, marxismo ortodosso, marxismo intransigente.

Fa così il gioco del credito tra le masse operaie di quei partiti che hanno interesse a coprirsi delle grandi ombre di Marx e di Lenin. Accetta di definire coll'altro nuovo e armonico termine di deviazionismo il contrasto con il centro cominformista di figure come Tito, come la Pasionaria. Invece la tolleranza di figure di posizioni di attività come quelle, veramente, di stile platealmente borghesuccio, patriottardo, victorughista, per anni ed anni, non è che una ulteriore prova del tradimento al marxismo da parte di quel centro, di deviazionismo esteso a tutto l'orizzonte da parte del movimento staliniano che nella sua massa ha consumato fino alla dannazione il peccato di nazionalismo militare e di alleanza col capitalismo occidentale. Fa quindi ridere i polli che i Titi e le Pasionarie, figure fuori del marxismo fino dalla nascita, possano essere esempio di deviazione da una linea che non hanno mai avuto, come li farebbe ridere molto di più il voler nobilitare il loro dissidio coi padroni di ieri con una sensibilità di sinistra alla stalinistica degenerazione.

Oggi

Tanto ci riconduce alla questione che una funzione di difesa costituzionale è il rovescio di quello che il partito marxista dovrebbe fare, e che sempre sotto quest'aspetto è scoppiata la epidemia del tradimento opportunista.

Il morbo causticato a ferro rovente da Vladimiro Lenin partì dalla mondiale chiassata di indignazione per le parole del cancelliere tedesco Bethmann-Hollweg «i trattati sono pezzi di carta» a proposito del passaggio delle truppe germaniche traverso il «piccolo Belgio» cui un trattato internazionale garantiva la neutralità. I socialisti invece di riconoscere l'esattezza della tesi marxista ed il fondamento del diritto sulla forza bruta, si gettarono ad accusare il regime tedesco di essere feudale e preborghese. Si commossero ad esempio - i socialisti interventisti, non tutti per fortuna - in Italia, alle parole con cui rispondeva Salandra: «io, modesto borghese, osservo al conte Bethmann-Hollweg....». Ruffiani da ambo le parti!

In tutte le questioni di azione proletaria e socialista di battute nei vari svolti il problema si ridisegnò così. I destri che si opponevano alla iniziativa e alla violenza rivoluzionaria per rovesciare o tentare di scuotere il dominio borghese, rivendicarono invece l'azione di piazza, l'uso delle armi, la rivolta, per il caso che i governi agissero al di fuori degli statuti costituzionali. Il traditore del marxismo si riconosce da questo, ossia dalla improntitudine con cui, dopo avere eliminata la violenza come mezzo proprio dell'azione proletaria autonoma, la accetta e la invoca quando gli operai devono assumere quella tale funzione di difensori delle garanzie fondate dal regime borghese e liberale. Sono quindi al di sotto, sono molto più disfattisti, di un socialismo pacifista su tutti i fronti, fabiano, cristianeggiante, o gandhista e tolstoiano. E questa posizione storica ha caratterizzata la campagna antifascista, naufragio delle tradizioni classiste in Italia. Finché i fascisti distruggevano sezioni comuniste e camere del lavoro e quindi consolidavano le garanzie di conservazione borghese, liberaldemocratici e socialdemocratici si sarebbero compiaciuti e volentieri adattati a stare nel nuovo ingranaggio. Ma tutto lo scandalo fu che il fascismo si permetteva di lacerare lo statuto albertino... Di qui il grande blocco borghese proletario che ha dialetticamente realizzato il programma mussoliniano: liberare la classe dominante italiana da un movimento estremista diretto alla lotta per toglierle il potere.

E non assistiamo oggi alla ennesima rappresentazione della vile commedia dell'accusa a de Gasperi di violare la costituzione? Non è questo il contenuto di tutto il lavorio di opposizione dell'Unità, dell'Avanti!? Difesa di questo bel garofano di Repubblica e di vergine costituzione demo-social-comun-cristiana, nata violata, nata bisognosa di quel regime di casa regolamentata che vuole abolire la senatrice Merlin.

Tutta una battaglia parlamentare dedicata a questo tema pietoso; se nel designare due o tre ministri si sono violate o meno le norme parlamentari ortodosse e gli articoli costituzionali. Perché così si fa brodo per il fine supremo di affrettare la prossima gazzarra elettorale, nella speranza, vuota di sbocchi, di strappare a De Gasperi la maggioranza ed il potere. E in cambio di questo vantaggio, del tutto illusorio anche ai più bassi diretti fini di parte, si rende alla borghesia italiana l'infinito servizio di accreditare tra le masse la convinzione che, procedendo nel quadro della presente costituzione, tutto può conseguirsi sulla via progressiva degli interessi e delle aspirazioni dei lavoratori. I quali quindi non hanno alcun bisogno per avanzare di mezzi non legalitari.

Ché se poi lo statuto della Repubblica fosse minacciato, allora sì che di colpo il movimento legalitario diverrebbe insurrezionista e gli operai sarebbero chiamati a battersi. Battersi come partigiani, ancora e sempre, delle garanzie che la classe borghese pose a presidio del suo dominare, contro un passato feudale sia pure, spettro oramai dileguato, ma anche e soprattutto contro l'avvenire rivoluzionario, contro lo spettro del comunismo levatosi un secolo addietro, per divenire palpabile ed armata realtà.

Tanto ha minacciato e comminato al governo italico il Pietro Nenni, ingiuriandolo per la subordinazione del capitale nazionale al capitale straniero, quasi che quello del capitale nazionale non fosse per i lavoratori sfruttamento di classe, quasi che senza gli investimenti di guerra del capitale straniero avrebbe il signor Nenni potuto rivalicare i confini d'Italia e la soglia del parlamento.

Quando il tipo alla Nenni parla di marxismo, par di sentire l'eco lugubre del passo del ladro sull'impiantito della casa derubata.


[1] Cfr. K. Marx, Critica del Programma di Gotha; Lenin, Stato e rivoluzione.

[2] Contro l’antifascismo, contro il fascismo, per il rilancio della prospettiva comunista

[3] Cfr. K. Marx, Prefazione a Per la Critica dell'Economia Politica

[4] K. Marx, Il Capitale, I, IV. 3.

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