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GUERRA SEMPRE PIU’ GLOBALE E NUOVO DISORDINE MONDIALE

Creato: 01 Ottobre 2016 Ultima modifica: 02 Ottobre 2016
Scritto da Gianfranco Greco Visite: 424

Dalla  rivista  D-M-D' n °10

Gioventù“ La guerra preme dappertutto, i conflitti facilmente emergono, lo sviluppo delle nuove tecnologie complica lo scenario… Però mi fa più paura quel che non succede di quel che succede. Per esempio, c’è molta gioventù disoccupata, che ora si sta rassegnando a vivere col reddito minimo, che si sta addormentando… e non lotta” (Josè Alberto Mujica, ex presidente dell’Uruguay)

L’orologio dell’apocalisse

Sebbene solo metaforico, il cosiddetto “Doomsday Clock” (Orologio dell’apocalisse) rileva quanti minuti mancano alla mezzanotte della guerra nucleare. Ebbene, questo segnatempo simbolico - ideato dagli scienziati del Bulletin of the AtomicScientists dell’Università di Chicago nel 1947 – ci dice di quanto la lancetta si sia spostata in avanti. Se nel 2012 alla mezzanotte mancavano 5 minuti, nel 2015 i minuti si sono ridotti a 3, la stessa cifra rilevata nel 1984, ossia in piena guerra fredda.

Pur coi limiti propri di una figurazione simbolica resta tuttavia il fatto che la ricerca in questione riesce a focalizzare appieno una realtà globale sempre più innervata di fattori critici insieme al loro corredo di esplosività latente.

Gli scienziati dell’Università di Chicago valutano la possibilità di una catastrofe riferendosi – come parametri presi in esame –al cambiamento climatico incontrollato, agli arsenali atomici e all’ammodernamento globale delle armi nucleari.

Ci si riferisce, in una, ad una potenziale guerra guerreggiata che, tuttavia, di per sè non esaurisce tutte le altre opzioni che, beninteso, vanno a costituire i prodromi dai quali scaturiscono, alla fine, gli scontri bellici tout court. Ci si riferisce, per dirla meglio,alle guerre commerciali, a quelle valutarie, alle guerre per il controllo delle risorse energetiche e delle materie prime.

A volerlo rimarcare ancor di più, la stessa preoccupazione riecheggia, seppure con toni meno rovinosi, nell’intervista rilasciata da Henry Kissingeral Wall Street Journal laddove esplicita come: “Tutti gli equilibri geopolitici del Medio Oriente sono a pezzi. L’America ha bisogno di una nuova strategia; oggi stiamo perdendo la nostra capacità di condizionare gli eventi. Un accordo con Vladimir Putin può essere compatibile con i nostri obiettivi: la distruzione dello Stato Islamico è più urgente della cacciata di Assad.”[1]

Puntuale lezione di realpolitik che riflette l’esatta percezione di come gli equilibri di potenza stiano mutando, conseguenza plastica di un multipolarismo che ha di fatto accantonato quel “nuovo ordine mondiale”, quell’ineffabile armonia, che sarebbe scaturita, come d’incanto, dalla globalizzazione, intesa come processo irreversibile. Un convincimento – “O quam cito transit gloria mundi” – completamente rivoltato dalle odierne narrazioni degli ex-aedi del “modello unico” i quali, con la usuale “non chalance” degli avvezzi al trasformismo, ci dicono che la mitica globalizzazione si è oramai inceppata.

E lo si arguisce - a detta di uno di questi ex-cantori, Federico Rampini, - mettendo insieme tre fenomeni:” Primo: il Fondo Monetario Internazionale, al vertice di Lima, annuncia che il mondo è in una recessione analoga a quella del 2009, se misuriamo tutti i PIL in dollari anziché in monete nazionali. Secondo: lo stesso FMI rileva che il commercio mondiale non cresce più: ed era proprio l’espansione degli scambi il tratto distintivo della globalizzazione. In passato il commercio estero cresceva più dei PIL nazionali. Ora è il contrario. Terzo: si scambiano sempre meno merci fisiche e sempre più servizi on-line, comunicazione e informazioni.”[2]

Assume, quindi, una connotazione abbastanza patetica la rievocazione, a 200 anni di distanza, del Congresso di Vienna del 1815. Esperti di geopolitica europei, russi, americani, cinesi, mediorientali che discettano di come costruire un ordine tra le nazioni, di come intessere nuovi tipi di relazioni quando viene dovutamente tacitata la posta in palio delle varie potenze imperialistiche: il dominio del mondo.

Ed è solo attraverso una guerra imperialista permanente e globale, con caratteristiche che la distinguono  nettamente dalle precedenti, che si persegue questo obiettivo. Una guerra, beninteso, di tutti contro tutti in quanto i fronti, proprio per via di quel multipolarismo a cui si faceva cenno, si caratterizzano per una certa complessità ed articolazione, riferibili, per lo più,alle variazioni di alcune grandezze macroeconomiche, segnatamente il prezzo del petrolio.

I conflitti sono quindi destinati ad aumentare declinandosi sempre più in guerre tra le monete, guerre commerciali e, più nello specifico, le cosiddette guerre delle “pipelines, guerre per il controllo delle materie prime e delle risorse energetiche per finire con le guerre guerreggiate, siano esse dirette o per procura. Un campionario, a ben vedere, abbastanza ampio e tale da fornire pretesti a iosa per innescare frizioni o veri e propri “casus belli”, non si sa fino a quando procrastinabili nel tempo.

 

Il libero scambio, questo sconosciuto

Quanto fragile siano gli equilibri su cui è fondato questo disordine mondiale è reso manifesto dall’attuale congiuntura economica, anch’essa a livello globale, che rimanda addirittura ad una “stagnazione secolare” non più dissimulata. La “ripresa economica” somiglia sempre più ad una formula mistica o magica, ad una preghiera con la quale si cerca di esorcizzare un demone vanamente combattuto.

Demoni o non sono forse le contraddizioni insanabili del sistema di produzione capitalistico che - come nel mito del vaso di Pandora – fuoriescono sempre più prepotentemente stante l’impossibilità a contenerli?

Cos’è se non questo che accentua ulteriormente una conflittualità che c’è sempre stata e che costituisce la cifra distruttiva, predatrice, antisociale di un sistema buono solo ad essere accantonato tra i rottami della storia?

Questa crescita da dove dovrebbe originarsi? Il mantra reiterato ad ogni piè sospinto è che bisogna esportare. Tutti devono esportare. Si deve incrementare la produttività per produrre di più ed esportare di più. In questa folle corsa si sorvola disinvoltamente su di un particolare: al netto dei tre quarti dell’umanità che vive già adesso nell’indigenza più assoluta, vi è l’attacco sempre più pesante al costo della forza-lavoro ed allo stato sociale; vi è l’introduzione sempre più massiva di tecnologie con relativo lascito di una vasta disoccupazione. Da cui discende una forte contrazione dei redditi ed una domanda internazionale sempre più asfittica.

Produrre di più per esportare di più rimanendo del tutto inevasa una domanda fondamentale:  esportare a chi?

La realtà, infatti, parla tutt’altro linguaggio: la Cina decurta bruscamente i suoi acquisti di materie prime rendendo sempre più evidente la frenata del proprio sviluppo ed al contempo in quasi tutti i paesi Brics la crescita si è notevolmente ridotta o del tutto annullata. A rendere ulteriormente fosco l’intero quadro vi è poi che  una potenza esportatrice come la Germania vede cominciare a calare il proprio export mentre gli stessi Stati Uniti hanno a che fare con un vistoso rallentamento nella creazione di posti di lavoro.

E’ in tale assai critico contesto che i vari attori cercano di approntare i mezzi che possano se non superare quanto meno contenere gli effetti di una crisi di sistema attraverso accordi di area, o regionali che evidenziano, tuttavia, il tratto comune di essere disegnati precipuamente contro qualcuno. Ci si è lasciati, quindi,alle spalle un organismo quale il WTO  a cui, in piena euforia da globalizzazione, era stato assegnato il compito di regolamentare il commercio mondiale in un ambito da mercato unico globale. Intanto che vige, al contrario, una “conventio ad excludendum” mediante la quale si ricostituiscono quelle barriere che il “pensiero unico” imperante si era proposto decisamente di abbattere.

Ecco i motivi per i quali si promuovono accordi, conclusi o in via di definizione, quali  il TPP (Trans Pacific Partnership), o il TTIP (Transatlantic Trade and Investment Partnership) a cui fanno da contraltare la SCO (Organizzazione di Shanghai per la cooperazione) ma, soprattutto, la Nuova Via della Seta.

Il Partenariato transatlantico, detto anche Grande mercato transatlantico, è un trattato di libero scambio, in discussione tra Europa e Stati Uniti, che rappresenta :” Per molti versi il coronamento di una visione in cui i diritti delle imprese prendono il sopravvento su quelli delle persone, in cui ogni questione sociale, ambientale, di sicurezza dei cittadini o di principio precauzionale viene calpestata, in cui tribunali speciali sono chiamati a tutelare gli investimenti esteri in una giustizia a senso unico. Per l’ennesima volta l’export ad ogni costo, ed è un costo elevatissimo in termini sociali e ambientali.”[3] Questi tribunali speciali rispondono, per tutto, all’esigenza di creare un meccanismo di risoluzione delle controversie tra investitori e stato e rappresenta – è chiaro oramai a tutti – l’arma delle multinazionali contro la sovranità degli stati.

Non lascia margini di dubbio alcuno, a tal proposito ed in riferimento esplicito alla multinazionali, quanto sostenuto da Ernesto Screpanti nel suo libro “L’imperialismo globale e la grande crisi” laddove asserisce come “ La globalizzazione sta realizzando una nuova forma di dominio imperiale nella quale il grande capitale multinazionale, attraverso il mercato, priva di sovranità e di autonomia politica le organizzazioni locali, i sindacati, i partiti e le istituzioni deliberative…Oggi il grande capitale ha travalicato i confini degli imperi e si accumula su scala mondiale senza riguardo agli interessi nazionali di questo o quel paese, neanche quelli in cui risiedono le case madri delle imprese multinazionali.”[4] Questo spiega come la Germania sia stata citata in giudizio dalla “Vattenfall AB” allorquando, il capo di governo tedesco, AngelaMerkel, dopo il disastro di Fukushima del 2011, aveva fatto chiudere gli impianti nucleari dell’azienda, o come la Philip Morris abbia potuto denunciare il governo australiano e quello uruguagio per il sol fatto di aver approvato una legge che richiedeva delle avvertenze sui pacchetti di sigarette.

Aspetti evidentemente da sottacere per una liturgia ufficiale che enfatizza le potenzialità insite in questo trattato grazie al quale secondo il Forum Ambrosetti il Pil crescerebbe dello 0,5% annuo in Europa e dello 0,6%  negli USA. Previsioni di crescita aggiuntiva più che modeste che andrebbero a rappresentare una perfetta replica delle fanfaronate di Bill Clinton secondo il quale con il trattato “Nafta” (mercato unico nordamericano) sarebbero nati milioni di posti di lavoro, ma che vanno – questo è invece certo - a rinfocolare una certa animosità sempre più montante in Francia, Germania, Austria, Belgio e nella stessa Italia, laddove, più che giustamente, si è capito che “libero scambio” è sinonimo di “scambio senza regole” e che ad essere intaccati per primi sarebbero la salvaguardia dei posti di lavoro, la difesa dei servizi pubblici, la stessa tutela ambientale.

Ad essere già firmato è stato, invece, il TPP (Trans-Pacific Partnership), definito dalla solita pletora di “entusiasti” , il “più grande accordo di libero scambio della storia recente”. Si tratta di un accordo intercorso tra 11 paesi del Pacifico e gli Stati Uniti, con una ambizione – tutta americana – di avvalersene per dominare il 40% dell’economia mondiale ma, soprattutto, contrastare l’avanzata della Cina e dei paesi BRICS. Il clichè, anche per il TPP, è quello standard laddove stando ai discorsi ufficiali prenderebbe avvio una corsa inarrestabile verso l’abbattimento delle barriere commerciali, una più incisiva salvaguardia ambientale e verso un aumento esponenziale delle possibilità di lavoro.

Come possa tutto questo conciliarsi non soltanto  con l’attuale congiuntura economica ma anche con le previsioni del FMI e della Banca Mondiale sulla riduzione di due decimi della “crescita mondiale”  che si attesta al 3,1%, resta un mistero.

E a destare preoccupazione non sono solo la crisi delle economie emergenti, Cina e Brasile per prime, ma soprattutto il rallentamento globale a cui contribuiscono, ad esempio, i dati sugli ordini manifatturieri alle fabbriche tedesche, in calo dell’1,8%, ma soprattutto i dati abbastanza deludenti del mercato del lavoro statunitense, che stridono fortemente con l’ euforia circa una ripresa USA che si sta dimostrando sempre più pallida.

Di certo, non un buon viatico tant’è che Joseph Stiglitz in un articolo pubblicato su “Project Syndicate” si incarica di definire in maniera chiara in che consista questo grande accordo di libero scambio:” Niente a che fare con la concorrenza e libero commercio, solo un accordo nell’interesse e per conto delle multinazionali.”[5]

Si diceva come questi accordi, in sintesi, rappresentassero l’esigenza, tutta americana, di legare – nel caso del TTIP – ancor di più l’Europa agli Stati Uniti tant’è che tale accordo viene anche chiamato la “Nato economica” mentre nel caso de TPP si tratta di contenere l’espansionismo cinese la cui intraprendenza sta creando più di un problema ad una potenza imperialistica come gli USA in quanto oltre a sconvolgere la geografia economica tende a ridisegnare anche gli equilibri politici.

Viene fatto rilevare, in tal senso, come “Pechino controlla energia elettrica e acqua potabile di Londra mentre il fondo sovrano cinese si è aggiudicato l’appalto per la ferrovia ad alta velocità che collegherà Belgrado a Budapest e Rotterdam, attraversando il cuore dell’Europa. L’Africa è già cinesizzata, ma gli ultimi progetti segnano un salto di qualità: pozzi di petrolio in Sudan, una centrale idroelettrica in Nigeria, le miniere del carbone nello Zambia. L’opera-simbolo è il canale “anti-Panama” in Nicaragua, per ridimensionare l’influenza USA sul commercio tra Atlantico e Pacifico.”[6]

Ma ciò che sintetizza al meglio le ambizioni cinesi è di certo la “Nuova via della seta”, un megaprogetto che prevede la creazione di due mega reti infrastrutturali: una via terra ed una via mare. A far parte di questo progetto vi è la Banca di investimenti asiatica (Aiib) a guida cinese, ovvero una struttura di contrasto sia del FMI a guida americana che dell’Asian Developpement Bank a guida giapponese. Tuttavia Il fattore che ha notevolmente irritato Washington, evidentemente ancorata al vecchio stereotipo degli schieramenti dati una volta per tutte, è stata l’adesione di paesi Nato come l’Inghilterra, la Germania, l’Italia.

Tutto questo segna la fine di un’epoca: quella dei blocchi consolidati già esauritasi con l’implosione dell’ex URSS.  Segna pure, tuttavia, – entrato in crisi l’unipolarismo quale lascito del post-1989 – l’emergere di accordi sempre più variabili, connessi sempre ad  interessi ben precisi da tutelare ma con la particolarità che possono essere semplicemente disfatti laddove si enucleino nuove e più vantaggiose alleanze.

Svalutazioni competitive e signoraggio del dollaro

In un gioco di rimandi che porta ad implicazioni di carattere politico, sociale e militare, assumono una certa rilevanza gli effetti ascrivibili ad una guerra, quella valutaria, a cui hanno dato l’avvio le cosiddette “svalutazioni competitive”, fatte passare come “stimolo alla crescita” e sintetizzabili nella enorme immissione di masse di denaro nell’economia mediante il cosiddetto “quantitative easing” che assicura una crescita drogata  e che, come tale, non risolve la crisi, anzi la aggrava per il fatto che questa enorme liquidità viene immessa solo in parte per rilanciare una attività produttiva afflitta da saggi medi di profitto alquanto bassi mentre – come nel caso statunitense e non solo – serve a salvare un sistema bancario che, di suo, mostra una spiccata propensione  per le attività speculative. Non lascia margini di dubbio, tuttavia, come l’ “Hic Rhodus”, in questo specifico contesto, sia incarnato dal signoraggio del dollaro e da una sua messa in discussione  a cui è intimamente connessa l’ipotesi che possano costituirsi aree valutarie diverse da quella in cui a dominare è il biglietto verde.

Che la svalutazione della moneta, sia diventata una delle armi principali adottate da diversi governi e banche centrali per far fronte a questa fase di rallentamento si evince senza troppa fatica. Ma ad essere oramai chiaro è che la guerra valutaria in corso, anch’essa globale e che sottende la svalutazione medesima, mostri innanzitutto qualcosa di incontrovertibile:  una crisi sistemica dalla quale non si riesce ad intravedere via d’uscita che si accompagna ad una nuova dimensione multipolare e come le due cose abbiano prodotto quale conseguenza che gli equilibri del potere economico mondiale siano mutati e in quale modo si stia acuendo sempre più la conflittualità tra le principali aree economiche.

L’amministratore delegato di General Electric, Jeffrey Immelt, proprio in riferimento a questa conflittualità, a sua volta espressione di un’era segnata da un malessere economico diffuso a livello mondiale, sosteneva qualche tempo addietro come “Noi statunitensi siamo esportatori patetici, dobbiamo diventare nuovamente una potenza industriale”, evitando accuratamente di rimarcare come tra la deindustrializzazione degli Stati Uniti e la massiccia delocalizzazione che ha caratterizzato gli ultimi decenni esista più di un nesso. Da paese industrializzato per eccellenza gli States si trovano ad essere, oggi, un paese che importa quasi tutto con un aggravio pauroso del proprio deficit commerciale e pubblico che riesce a finanziare attraverso l’emissione di titoli di Stato collocati, in larga parte, presso il Giappone, la Russia ed i  paesi emergenti, segnatamente la Cina, che vengono impiegati come riserve valutarie.

Ne deriva un enorme indebitamento di Washington verso l’estero al quale si cerca di ovviare con una svalutazione del dollaro che produce l’effetto, innanzitutto, di svalutare l’ammontare del debito pubblico ma che serve anche a facilitare le esportazioni. Così stando le cose si innesta, tuttavia, una corsa globale in cui tutti, per adeguarsi al mantra dell’ export, svalutano in un gioco apparentemente a somma zero in cui, però, come ha tenuto a precisare, in un suo documento, la Banca Internazionale dei Regolamenti, le ricadute di una tale politica monetaria possono essere importanti fonti di instabilità macroeconomica e finanziaria a livello mondiale.

Una guerra valutaria, quindi, segnata da questa folle corsa alle svalutazioni competitive – finalizzate allo scopo di erodere quote di mercato altrui - e, soprattutto, da una sempre più crescente insofferenza verso il signoraggio del dollaro, verso un meccanismo, ossia, in cui gran parte dei beni e dei servizi venduti sui mercati internazionali sono prezzati in dollari, con l’ovvia conseguenza che se, ad esempio, la denominazione del petrolio, del gas, del rame o del frumento venisse fatta in una valuta diversa dal dollaro, quest’ultimo perderebbe gran parte della sua attuale rilevanza. Una insofferenza, va detto, nei confronti di un signoraggio visto come una vera e propria tangente che si sta rivelando sempre più insostenibile, imposta all’attività economica mondiale, tale quindi da alimentare quei conflitti nei quali sono coinvolti i paesi con un export incentrato particolarmente sulle materie prime.

Vladimir Putin nel corso di una conferenza stampa è andato dritto sul nocciolo del problema affermando:” So che molti leader europei vorrebbero sospendere le sanzioni contro di noi”. Per proseguire:” Proveremo a vendere il nostro petrolio in rubli. Il dominio del dollaro è diventato dannoso”.[7]

Se vero è tutto questo, allora altrettanto chiaro è che il riferimento di Putin è soprattutto per i paesi europei sottolineando specialmente:” che vi è più convergenza di interessi fra il suo paese e quelli europei che non fra quest’ultimi e gli Stati Uniti e dunque non hanno convenienza alcuna a schierarsi con gli americani nella vicenda ucraina, vissuta dalla Russia come una manovra tutta americana mirata a spezzare l’asse – oggi essenzialmente di tipo commerciale – che unisce Berlino e buona parte dei paesi dell’eurozona a Mosca e Pechino. Un asse che qualora dovesse consolidarsi potrebbe costituire il fulcro su cui far leva per dar vita a una nuova regolamentazione del commercio mondiale e a un nuovo sistema di pagamenti internazionali non più incentrato sul dollaro”.[8]

Ad essere intaccato sarebbe quindi il complesso delle regole del commercio mondiale che verrebbe riscritto.

Ad essere intaccata sarebbe la preminenza del dollaro, vera arma strategica americana unitamente ad una certa  deterrenza militare che ha dispiegato, per esempio, sbrigativamente laddove l’asse petrolio-dollaro era stato messo in discussione.

Se ci si interroga sui motivi che hanno portato al rovesciamento di Gheddafi, ebbene non si può sottacere che il maggior pericolo rappresentato dal colonnello libico fosse il suo progetto di introdurre un “gold standard” africano nel quale la nuova moneta – denominata “dinaro” – veniva legata al prezzo del petrolio.

Né miglior successo ebbe, a suo tempo, il progetto di Saddam Hussein che nel 2000 aveva progettato il passaggio dal dollaro all’euro rendendo con ciò inevitabile una guerra per mezzo della quale gli Stati Uniti ristabilivano le vendite irachene di petrolio in dollari.

Questo decisionismo se ha certamente pagato nei confronti di paesi come la Libia oppure l’Iraq non ha potuto essere applicato nei confronti dell’Iran – dietro il quale  si intravede l’ombra sia di Mosca che di Pechino - allorché nel luglio del 2011 è stata inaugurata nell’isola di Kish, nel Golfo Persico, una Borsa del petrolio dove è possibile contrattare l’oro nero prescindendo totalmente dal dollaro. In maniera del tutto analoga ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco nei confronti dell’euro, nato proprio per porre un argine ad uno strapotere della moneta americana divenuto per tanti versi non più sostenibile.

 

Risorse energetiche e guerra delle “pipelines”

Se la guerra è, oramai ed in diverse parti del mondo,  parte integrante della quotidianità, non c’è zona che possa meglio attagliarsi a questa spaventosa dimensione che non sia il Medio Oriente. A voler essere più precisi: il Golfo Persico. E se vogliamo ragionare in termini più spiccatamente geo-strategici tutta quell’area che va, appunto, dal Golfo Persico al Mediterraneo laddove convergono, scontrandosi, un coacervo di interessi legati al processo di formazione della rendita petrolifera e – cosa che ha attinenza con detta rendita – alle cosiddette vie del petrolio e del gas.Questo Golfo è di una importanza rilevantissima, tale da farlo definire “Massimo tesoro energetico del pianeta, dove giacciono i due terzi delle riserve provate di petrolio, un terzo di quelle gasiere, e da dove parte ogni giorno un quarto del greggio commerciato sui mercati mondiali”.[9] A rendere quest’area particolarmente calda giocano soprattutto i nuovi equilibri/disequilibri che vanno sempre più configurandosi per via del fatto che da “Golfo Americano” – com’era chiamato durante la “goldenage” unipolarista – la regione è precipitata in una dimensione caotica, indefinita ed alla quale cercano di dare definizione – ognuno pro domo sua – potenze regionali come l’Arabia Saudita e l’Iran e potenze extraregionali, o grandi potenze, nella riedizione di un aggiornato “Grande Gioco” in cui più che stagliarsi un possibile vincitore si delineano i contorni netti di una disputa che ha l’intento di impedire possa concretizzarsi l’egemonia di altri.

E’ la molteplicità delle variabili, intese come peculiari interessi più che spesso divergenti, che configurano approcci geopolitici di complessa interpretazione ma in cui ad essere evidente è uno stato di guerra generalizzata, una guerra di tutti contro tutti in cui alleanze, trattati, accordi di vario genere stipulati ed operanti ormai da tempo vengono disinvoltamente disattesi dato che a fare agio, in specifici contesti, è la convenienza del momento.

Quale altra chiave interpretativa dare, se no, alla politica dei prezzi bassi del petrolio portata avanti dall’Arabia saudita, finalizzataall’ampliamento delle proprie esportazioni e con l’intento di danneggiare altri paesi produttori come la Russia, l’Iran o il Venezuela, ma anche di scoraggiare i produttori nordamericani di “tight oil”, ossia di petrolio non convenzionale?Calo dei prezzi, giova ricordare, che va inserito in una congiuntura segnata dal rallentamento della domanda mondiale. Desta, tuttavia, meraviglia come un rapporto basato sull’accordo del 1945 “petrolio in cambio di sicurezza” e consolidatosi nel tempo, venga marginalizzato dando un fattivo contributoal default di compagnie statunitensi attive nell’estrazione di petrolio e gas con particolare attenzione al peggioramento dei loro conti, sintetizzato – nei primi sei mesi del 2015 -  in una crescita esponenziale dell’indebitamento netto. Siamo sull’ordine di 169 miliardi di dollari di debiti, il che va a configurare la “nuova bolla USA dello shale gas”laddove ad interagire sono altri dati, tutti di segno negativo, come il numero dei pozzi esplorativi crollato del 60% ed il declassamento di diverse compagnie del settore da parte dell’agenzia di rating statunitense.

A commento di quanto appena esposto, saremmo tentati, così, per celia, a ricorrere all’ “hybris” – tema ricorrente della tragedia greca – in cui gli dei, a distanza di molti anni, si vendicano di qualcuno che si è macchiato di tracotanza.

Più nel dettaglio: se le maggiori compagnie petrolifere statunitensi si sono tenute fuori dal settore delle shale per via dei costi non remunerativi nonché per il fatto che con la tecnica del “fracking” i giacimenti si esauriscono più rapidamente, allora non c’è che una deduzione: il boom petrolifero statunitense - cantato da aedi in livrea che magnificavano come gli USA fossero diventati il maggior produttore mondiale di greggio a scapito dell’Arabia Saudita - era stato spinto da fini eminentemente geopolitici: colpire gli altri paesi produttori, segnatamente la Russia, ed indurre l’Unione europea a sostituire le forniture energetiche russe con quelle americane.

Ed è proprio il default di gran parte del settore dello shale che narra, in tutta evidenza, una storia completamentediversa.

Ma, rimanendo in tema, se in ottica saudita, è vitale mettere fuori mercato lo shale, lo è ancor di più il contenimento della sfera d’influenza di una potenza regionale come l’Iran soprattutto dopo l’accordo sul nucleare e la prossima rimozione delle sanzioni internazionali il cui impatto sul budget statale iraniano è stato, finora, tale che il suo pareggio poteva essere raggiunto solo con il greggio a quota 140 dollari.

Ebbene, in prospettiva, gli effetti di questo accordo e la fine delle sanzioni non potranno non avere un riverbero di notevole portata, cosa, tra l’altro, posta in rilievo da Leonardo Maugeri che scrive:” L’Iran potrà aumentare la produzione dei giacimenti maturi ed esportarla intanto verso paesi asiatici che già oggi sono esentati dal divieto di acquistare petrolio iraniano” col seguitare come “Nel più lungo termine, la rimozione delle sanzioni più critiche e l’apporto di competenze, investimenti e tecnologie delle compagnie petrolifere internazionali consentirà lo sviluppo di nuovi giacimenti. Da mesi Tehran negozia più o meno segretamente accordi su singoli giacimenti con molte società europee, russe e asiatiche: non solo compagnie petrolifere ma anche società di servizi petroliferi”.[10]

Una sintetica considerazione ci illumina sui possibili scenari a venire: se già adesso di una capacità produttiva di 103 milioni di barili al giorno ne viene assorbita solo una parte, per l’esattezza 92 milioni,  allora sorge spontaneo chiedersi quale effetto sul prezzo del petrolio potrà avere il rientro in partita dell’Iran tenuto conto che avviene intanto che i sauditi stanno aumentando la produzione al fine di frapporre ostacoli agli altri produttori ma, in particolar modo, stanno predisponendo le giuste contrarie per arginare gli spazi futuri di paesi come l’Iraq e, appunto, l’Iran.

Una politica di potenza quindi, quella saudita, che fa leva in larga parte sulle proprie risorse petrolifere anche se in via di lento esaurimento, tant’è che – secondo quanto predicono esperti del settore – entro il 2030, per via dell’incremento dei consumi interni, Riyad non sarà più esportatrice netta.

Ci si è soffermati su Iran e Arabia Saudita in quanto la guerra in Siria tra le tante connotazioni comprende anche il conflitto per procura tra le due massime potenze della regione unitamente alla Turchia dell’islamista Erdogan. Ma il concetto classico di procura forse è anche riduttivo nel rappresentare le dinamiche in corso laddove potrebbe essere più appropriato, data la contiguità,  quello di proiezione/prosecuzione.

E’ incontrovertibile che l’Arabia Saudita senza la protezione a “stelle e strisce” avrebbe, unitamente ai paesi della cooperazione del Golfo Persico, più di un problema a far fronte alle rivolte sciite fomentate dall’Iran così come – altro dato di fatto - la Siria attuale senza la presenza russa avrebbe fatto già da tempo la stessa fine dell’Iraq e della Libia.

Russia le cui linee strategiche non possono prescindere dalla Siria così come dal Golfo Persico, dal Caucaso come dall’Ucraina o,per meglio dire, dal sistema infrastrutturale ucraino, transito per eccellenza delle forniture di gas all’Europa la cui domanda nel 2025 – secondo stime di Gazprom ed Eni – crescerà del 26,6% rispetto al 2014con un ulteriore incremento che toccherà il 32,8% nel 2035.

Qui si innesta una questione che ha notevoli implicazioni nei rapporti a tre fra la Russia, la Ue ed, ovviamente gli Stati Uniti: esistono opzioni energetiche alternative che permettano di prescindere dal gas russo?

Per intanto - stante l’attuale situazione ucraina, deficitaria per tanti versi, è più che un ipotesi che il mancato rinnovo del contratto con Kiev per quel che riguarda il transito del gas russo a partire dal 2019 e quindi la rottura del legame tra la UE e la Russia verrebbe compensatodall’aumento della domanda di gas da parte dei paesi asiatici. Una semplice ipotesi che potrebbe quindi assumere le fattezze di una concreta prospettiva se si tien conto dell’accordo trentennale da 400 miliardi di dollari, firmato da Russia e Cina, che prevede la fornitura di oltre 1 trilione di gas naturale per l’intero periodo.

Una Cina che, giova evidenziare, ha già superato gli Stati Uniti come massimo importatore mondiale di petrolio.

L’Unione Europea, al cui interno molti paesi continuano ad agire secondo agende proprie,in un contesto che la vedeva coinvolta in maniera diretta, ha dato mostra della sua solita e navigata “autonomia”. E’ stato infatti rilevato come:” In un primo momento l’Europa ha ritenuto di poter sostituire il gas naturale russo con lo “shale” americano probabilmente senza prestare attenzione ai seguenti limiti: la sostanziale inesistenza di impianti di liquefazione negli USA e di rigassificazione e trasporto in Europa; i costi di trasporto e i prezzi di vendita, visto che il mercato asiatico è ancora più profittevole di quello europeo; l’impedimento legale per gli Stati Uniti di esportare nei paesi con cui non hanno siglato un accordo di libero scambio che contempli anche il settore energetico”.[11]Ma c’è di più:” Ad aprile 2014, sulla scia della crisi ucraina, l’amministratore delegato di Centrex – società di trading di gas naturale – Massimo Nicolazzi spiegava che se si considerano i dati dell’International Energy Agency sulla produzione futura di gas negli Stati Uniti e li si incrocia con quelli dei consumi, emerge che il sistema Stati Uniti-Canada sarà in grado di esportare circa 40 Gm/cubi di gas liquefatto l’anno. Gran parte di quel gas andrà in Asia, una piccola parte potrà arrivare in Europa. Ma l’Europa ha consumato lo scorso anno (2013) 462 Gm/cubi di gas di cui 161 importati da Gazprom. Il gas americano non può surrogare quello russo-europeo”.[12] Della serie: il grande bluff ed il gonzo di turno.

Un continuum inestricabile lega le dinamiche in corso alla cosiddetta “guerra delle pipelines”, con particolare riferimento ai gasodotti attualmente in concorrenza , quelli abortiti sul nascere e quelli in progettazione. La gamma è abbastanza ampia come lo è pure il novero dei paesi da cui si dipartono, dei paesi attraversati e di quelli dove sono ubicati i terminals, contribuendo a formare un mosaico le cui tessere si incastrano tutt’altro che perfettamente.

S’è appena fatto cenno – almeno limitatamente alle vicende europee - alla relativa non surrogabilità del gas russo e di come lo shale-gas “made in USA” non abbia poi tutto quell’appeal intorno a cui si è favoleggiato. Può sembrare quindi che Washington abbia perso questa battaglia qualora volessimo esaurire sbrigativamente  l’intera vicenda. Resta però il fatto che gli USA, seppure non in grado, per le ragioni esposte, di sostituire il gas russo, possono sempre attivarsi per impedire la messa in opera di gasdotti che possano aggirare l’Ucraina, laddove la gestione delle infrastrutture è praticamente in mano a compagnie americane.Si spiega così il boicottaggio del South Stream che avrebbe dovuto portare il gas russo nel Mediterraneo attraverso il Mar Nero, la Bulgaria e la Grecia, bypassando di fatto l’Ucraina. Sono bastate poche “raccomandazioni” dei senatori McCain, Johnson e Murphy per indurre il premier bulgaro Orecharski a fermare i lavori. Sorte analoga potrebbe toccare al TurkishStream, ossia il progetto di un nuovo gasdotto sotto il Mar Nero con approdo in Turchia, se l’abbattimento del caccia russo – avvenuto (a caso?) proprio alla vigilia della firma dell’accordo - dovesse comportare una rottura tra Russia e Turchia. Tanta pervicacia da parte degli States è più che comprensibile; lo è assai di meno quella di stampo europeo che mostra di non saper afferrare la valenza geopolitica che sottende la politica energetico/gasiera di Mosca che già adesso può contare su uno dei principali gasdotti internazionali, il “Blue Stream”, inaugurato nel 2005,  che trasporta gas naturale russo fino al terminal turco di Durusu e mira, inoltre, al potenziamento del “Yamal”, gasdotto che come per il Nord Stream dalla Russia arriva in Germania scavalcando l’Ucraina. Di converso si è assistito a vari tentativi che avevano come unico obiettivo quello di mettere fuori gioco proprio la Russia. Tra questi annoveriamo il gasdotto Nabucco - per il quale si erano attivati gli americani – che avrebbe dovuto prendere il gas dal Turkmenistan e dall’ Azerbajan ma che non è ancora decollato in quanto l’investimento risulterebbe insostenibile  se basato solo sui campi del Caucaso. A causa di ciò il Nabucco avrebbe bisogno, per la sua fattiva realizzazione, del gasdotto Qatar-Turchia al quale raccordarsi, ciò che consentirebbe agli USA – sponsor principale dell’operazione – di avere un controllo diretto su una arteria di rifornimento per l’Europa con relativo aggiramento della Russia in quanto coinvolgerebbe oltre al Qatar ed alla Turchia anche la Giordania, l’Arabia Saudita e la Siria. Il presidente sirianoAssad, tuttavia, già nel 2013, forte dell’accordo russo-siriano a datare dal 1946,  si è guardato bene dall’aderire al progetto.

 

Esserci o non esserci, questo è il problema.

Juliette Greco, la famosa cantante francese, dopo gli attentati di Parigi ed il conseguente rullar di tamburi, si chiedeva se sappiamo chi è il nemico, se effettivamente conosciamo il nostro nemico. Queste domande, questi assilli sono riflessi di un dimensione sospesa all’interno della quale si fa una certa fatica a capire il sensodelle dinamiche in atto. Quale sicumera, al contrario, in tutta quella congerie di squallidi personaggi che hanno già a portata di mano un nemico, il nemico di turno contro cui combattere la solita “guerra di civiltà”. Una delle tante.

Repulsione. Altro non si può sentire nei confronti di questi costruttori di conflitti,  se appenasi abbia ricordo  di quanto accaduto in Kuwait, in Iraq, in Libia, ma soprattuttodi ciò che sta accadendo in Siria. Un conflitto con molte specificità ed assurto – data l’alta concentrazione di protagonisti - a paradigma dell’odierna contrapposizione imperialistica  che si esprime attraverso un devastante “bella omnium contra omnes”, in una riproposizione assai allargata di un “grande gioco” che vede coinvolte potenze globali ed attori regionali ognuna delle quali porta avanti – per il Medio Oriente – strategie esclusivamente aderenti ai propri interessi.

Un campo di battaglia divenuto pertanto sempre più affollato con gli attori regionali di sempre, dai paesi del Golfo agli iraniani,dai curdi agli israeliani, ai quali attori va ad aggiungersi una presenza sempre più pervasiva di americani e russi che tende a contrassegnare l’attuale conflitto a più voci comeuna guerra per procura USA – Russia, ed in cui esigenza primaria divental’esserci.

Lo è per la Russia visti i consistenti interessi in gioco quali il mantenimento della base navale di Tartus e quella aerea di Lakatia, ossia l’accesso diretto al Mar Mediterraneo. Ma v’è di più: avere un ruolo nella gestione delle risorse energetiche, ruolo efficacemente messo in rilievo da Limes: “Un paese come la Russia, che all’inizio del 2015 ancora dipendeva dal settore idrocarburi per circa il 50% del proprio prodotto interno lordo, non può non avere un piede in Medio Oriente, la regione che ospita il 40% delle riserve accertate di petrolio e il 41% di quelle di gas naturale. La stessa regione che, attraverso le vie d’acqua dello stretto di Hormuz e del canale di Suez, controlla la movimentazione di parte notevole delle risorse energetiche mondiali”.[13]

Altro interesse consistente è quello legato al business della ricostruzione ed a riedificare un paese disastrato come la Siria saranno compagnie russe che – nell’ipotesi più peregrina – otterranno i migliori contratti.

Una ricostruzione che, laddove la volessimo esprimere in cifre, richiede spese stellari nell’ordine di 200 miliardi di dollari, cioè a dire: più di tre volte il prodotto interno lordo siriano prima della guerra civile.

Si tratta di ripristinare la gran parte della capacità produttiva del paese. Più nello specifico: industrie, bonifica delle terre, impianti elettrici, sistemi di irrigazione, il settore turistico, per un arco di tempo previsto tra i 40-50 anni.

Che tutto questo possa scatenare la concorrenza  è fuor di dubbio, infatti il business è talmente ricco da attirare quella che viene eufemisticamente chiamata “comunità internazionale” ossia i pescecani in cerca di laute commesse. E’ quella stessa “comunità internazionale” che per motivi tra i più disparati –tra i quali hanno mai avuto diritto di cittadinanza quelli umanitari e men che meno quelli abusati sulla democrazia  - ha puntato su un “regime change” sin dall’inizio della crisi siriana mentre – per ragioni diametralmente opposte – Mosca assicurava e assicura un sostegno costante ad Assad in quanto in questa fase né la Russia né l’Iran possono accettare che Assad venga rimosso. L’intervento militare russo ha, in tal senso, imposto nuove regole a tutti aumentando, in particolar modo, la pressione su Turchia, Arabia Saudita e Paesi del Golfo con ciò facendo intendere come “: La guerra civile siriana si è trasformata in qualcos’altro: non è più una battaglia tra opposizioni e governo, quasi tagliati fuori dalle strategie internazionali, ma una guerra per definire sfere d’influenza. Per questo, ogni attore regionale e globale che vi prende parte sa di dover radicare la propria autorità, prima di perdere il posto al negoziato”.[14]

Esserci è un imperativo categorico che riguarda anche gli Stati Uniti che hanno piani sulla regione risalenti già al 2006 con l’obiettivo dichiarato di destabilizzare il governo siriano, all’interno di una strategia tutta mirata a contenere e accelerare il collasso dei governi baathisti in Iraq e Siria. A tal fine si è cercato di attivare il solito meccanismo collaudato, tra i tanti, in Iraq, Libia, Ucraina, ex Jugoslavia , ossia quello del regime change. Tuttavia la “Primavera araba” in salsa siriana ben lungi da quell’approdo cui era giunta in altri contesti è stata cannibalizzata dalle opposizioni jihadiste e dalle mire delle petromonarchie del Golfo, determinando uno scarto che ha imposto una ricalibratura nella strategia americana col cercare sempre di rovesciare il regime di Assad facendo perno, in questo caso, su una coalizione composita – chiamata, tra l’altro, “Amici della Siria” – di cui facevano parte gli Stati Uniti, i paesi europei e le monarchie “illuministe” del Golfo e sponsorizzando oltre all’esercito libero siriano formazioni di chiara impronta jihadista come Al Nusra o Ahra Al Sham fino ad arrivare alle famigerate milizie dell’Isis. Degno di particolare nota è il fatto che la Turchia è stata delegata, dagli Stati Uniti e dal suo braccio armato, la Nato, alla formazione, all’addestramento ed al sostegno di tutti questi gruppi armati.

La Defense Intelligence Agency statunitense ritiene, a questo proposito, come l’Isis sia da considerare un “semplice effetto collaterale” del programma di destabilizzazione dell’Iraq e della Siria. Al netto di questo cinismo d’accatto quel che conta è che la milizia dei tagliagole si è rivelata un “mostro provvidenziale” - come giustamente l’ha definita Limes – organico a quel caos distruttivo che è ormai la dimensione entro cui si situa l’intero Medio Oriente.

Perché “mostro provvidenziale”? Per la ragione che rappresenta “Una entità pirata da cui nessuno, salvo al-Assad, si sente vitalmente minacciato, contro la quale si possono dichiarare grandi coalizioni salvo poi tollerarne o financo eccitarne le scorrerie quando colpiscono interessi rivali. E’ il gioco inaugurato dalle monarchie del Golfo, dalla Turchia e dagli occidentali anti-iraniana. Al quale partecipano “sportivamente” altre potenze interne ed esterne al Medio Oriente.”[15] Come spiegarsi, altrimenti, che dopo oltre un anno dall’inizio delle operazioni USA in Iraq e in Siria lo Stato islamico è – più o meno – dov’era?

E come spiegarsi se finora a mettere “the boots on the ground”ci siano soltanto l’esercito di Assad, coadiuvato dagli Hezbollah libanesi, dai Pasdaran iraniani, e dai combattenti curdi, peshmerga iracheni o YPG siriani che siano? Pertanto questa guerra al Califfato assume tutti i contorni di un’utile messinscena che giustifica una presenza russa a tutela di interessi e privilegi vitali per la sua dimensione imperialistica, ma anche una presenza americana a supporto di un’attività bellica a bassa intensità, tale, però, da portare la Russia ad impantanarsi nel caos siriano – dissanguandosi - onde perseguire, in tal modo, l’obiettivo primario: il “pivot to Asia” o, per meglio dire, il contenimento dell’espansionismo cinese.

Quali esiti possa avere questo conflitto e quali nuovi equilibri possano andare a determinarsi non è dato sapere in quanto è l’intero scenario ad oscillare fra la disarticolazione di due entità statali come la Siria e l’Iraq con conseguente spartizione delle aree di influenza fra i vari attori, ed una  stabilizzazione assai aleatoria stando il permanere di contraddizioni irrisolte ed irrisolvibili finchè rimane in vita il sistema criminale che ha nome capitalismo.

 

 


[1] F. Rampini: Il ritorno di Kissinger il “Grande Vecchio” che cerca un nuovo ordine mondiale – La Repubblica 18 ottobre 2015

[2] F. Rampini: Si è rotta la globalizzazione – La Repubblica 9 ottobre 2015

[3] A. Baranes: Il Pil, il TTIP e la media del pollo – Il Manifesto 19 giugno 2015

[4] E. Screpanti: L’imperialismo globale e la grande crisi – Pubblicazioni DEPS, Università di Siena

[5] J. Stiglitz: The Trans-Pacific Free-TradeCharade – Project Syndicate 2 ottobre 2015

[6] G. Visetti: Il padrone rosso – La Repubblica 24 marzo 2015

[7] N. Lombardozzi: La sfida di Putin all’Occidente riparte da Yalta – La Repubblica 15/8/2014

[8]G. Paolucci: La guerra imperialista permanente infuria in ogni angolo del mondo e si configura ormai come una vera e propria guerra mondialehttp://www.istitutoonoratodamen.it/joomla/internazionale/58-asia/335-guerrapermanente

[9] Editoriale: Il Congresso del Golfo e i suoi nemici – Limes n.5/2015

[10] L. Maugeri: Effetto Iran sui prezzi del petrolio – Affari e Finanza 20 luglio 2015

[11] D. Floros: Dal South al TurkishStream: Ankara gioca la carta russa – Limes n.5/2015

[12] idem

[13] F. Scaglione: Catenaccio e contropiede, la strategia di Mosca nella partita mediorientale – Limes 9/2015

[14] C. Cruciati: Si rafforza l’asse Putin – Assad – Il Manifesto 22 ottobre 2015

[15] Editoriale: Ultime dalla terra di Hobbes – Limes n.9/2015

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