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Lo stato a due dimensioni

Creato: 23 Ottobre 2014 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1904

Tratto da Prometeo n. 10/1995

2dimensioniL’idea che vorrebbe lo stato soccombente allo strapotere del capitale alla luce di una più attenta valutazione critica risulta semplicemente falsa. Così come tutti i precedenti passaggi da una fase all’altra del capitalismo hanno avuto come levatrice lo stato borghese anche il passaggio dalla multinazionalizzazione alla mondializzazione poggia sul ruolo attivo e determinante dello stato a ulteriore conferma della sua natura classista.

Introduzione

Sul finire degli anni ’80 del secolo scorso, quando i nuovi processi di mondializzazione dell’economia cominciarono a delinearsi, i corifei del capitale nell’esaltarne – per dirla con Leopardi - le magnifiche sorti e progressive che ne sarebbero derivate per tutta l’umana gente,immaginarono come imminente un mondo, anzi un villaggio globale, in cui, grazie all’unificazione del mercato su scala mondiale e a Internet, tutti gli abitanti del pianeta avrebbero potuto inserirsi con pari opportunità nel ciclo mondiale della produzione della ricchezza trasformandosi così tutti in tanti cittadini- capitalisti. Di conseguenza non vi sarebbero stati più né conflitti sociali né guerre fra i diversi Stati, salvo quelle di civiltà. Anzi, lo Stato, perdendo la sua configurazione di Stato nazionale, avrebbe lasciato il posto a forme di più avanzata democrazia fondata sulla libera associazione, su scala planetaria, dei cittadini- capitalisti.

Non occorrevano particolari doti di chiaroveggenza per prevedere che le cose sarebbero andate diversamente; che la mondializzazione avrebbe cambiato i rapporti di forza fra le classi, mutata la geografia del potere e rivoluzionato l’assetto dello Stato nazionale. Ma in senso diametralmente opposto a quanto immaginato, poco importa se in buona o cattiva fede, dai sacerdoti del libero mercato. Bastava rifarsi umilmente a Marx e, in particolare, alla sua critica dell’economia politica e alla sua teoria dello Stato. Si sarebbe capito allora che con la mondializzazione lo Stato, soprattutto nella sua configurazione democratica, per poter continuare a svolgere con efficacia la sua funzione – come sostiene la teoria marxista - di bastione della conservazione capitalistica e di organo di dominio della classe dominante, avrebbe dovuto adeguarsi plasticamente ai nuovi processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali e darsi un assetto più cogente con il suo carattere sostanzialmente dittatoriale.

Non risponde forse a questa esigenza la trasformazione del Senato in un’aula di nominati alle dirette dipendenze del presidente del consiglio e più in generale le riforme istituzionali che la Bce sta imponendo ai paesi dell’eurozona a cominciare dall’Italia? E non è sempre in questa stessa direzione che va il Job Acts, quando, di fatto, abolendo la pur minima tutela contro gli abusi dei padroni - o, se si vuole, dei prenditori di lavoro - sancisce che il lavoratore è soltanto una merce e in quanto tale non può sottrarsi alle esigenze di sua maestà il capitale?

Vi sono ormai organismi di potere sovranazionali non elettivi che decidono e ordinano e altri, a livello nazionale, che eseguono e ne impongono con la forza il rispetto. Insomma, è proprio quello Stato a due dimensioni, che, già nel 1995, intravedevamo in questo breve saggio che di seguito pubblichiamo. Lo facciamo  perché - al netto dei riferimenti ad alcune specifiche situazioni del momento - ci pare costituisca, in quanto ad esse informato, un’ ulteriore conferma dell’intatta attualità della critica dell’economia politica e della teoria dello Stato di K. Marx.


La mondializzazione dell’economia e lo Stato

A ogni passaggio da uno stadio all’altro della società capitalistica puntualmente, una fitta schiera di intellettuali e di economisti, sia dichiaratamente schierati sul terreno della conservazione borghese che sedicenti filo socialisti, trova il modo di innamorarsi del "nuovo che avanza" fino al punto da perdere ogni pur minima capacità di discernere i processi reali dalle proprie personali aspettative.

È accaduto così che nel passaggio dal capitalismo concorrenziale a quello monopolistico un gran numero di intellettuali, di economisti e di politici hanno visto nel monopolio lo strumento ideale per il superamento della natura classista dello stato e il passaggio indolore dalla società borghese a quella socialista.

Si riteneva, soprattutto nel campo della socialdemocrazia legata alla 2^ Internazionale, che lo sviluppo della grande industria facendo crescere, sia dal punto di vista numerico che intellettuale, i lavoratori, avrebbe consentito a questi ultimi di giungere alla direzione dello stato per via pacifica ed elettorale.

Bernstein, per esempio, sollecitava la socialdemocrazia a porsi sul terreno del suffragio universale perché:

“con lo sviluppo numerico ed intellettuale dei lavoratori esso [il suffragio universale - ndr] diventa lo strumento per trasformare realmente i rappresentanti del popolo, da padroni, in servitori del popolo”. [1]

Lo sviluppo successivo doveva invece dimostrare che la formazione statale lungi dal divenire lo strumento della trasformazione socialista della società, avrebbe fatto proprie le istanze imperialistiche connaturate al prevalere del monopolio.

Il fallimento delle aspettative riformiste, reso eclatante dallo scoppio di due guerre mondiali, dalla crescita generalizzata della miseria su scala planetaria, dall’affossamento nell’emarginazione più totale di interi continenti, dalla crescita a dismisura di forme di povertà totali che erano state tipiche della fase decadente della società feudale, di fronte ai processi in atto di mondializzazione dell’economia, dovrebbero consigliare una maggiore prudenza, invece si sprecano i panegirici sul futuro radioso che si prospetta per l’umanità intera.

Vi è da dire, a onore dei padri del riformismo storico, che mentre per loro la conquista democratica dello stato doveva condurre al superamento dei rapporti di produzione capitalistici quale presupposto per la costruzione di una nuova società; oggi, sulla base di questa o quella tendenza in essere, si immagina la nascita di nuove Città del Sole senza che i rapporti di produzione borghesi vengano messi in discussione. Allora, nelle tendenze in atto, si vedeva la possibilità di revisionare il marxismo, oggi se ne trae la conferma del suo inappellabile fallimento.

Il villaggio globale

Sicuramente uno degli aspetti più interessanti della mondializzazione dell’economia, che già in altre occasioni abbiamo avuto modo di sottolineare (vedi Prometeo n. 9/95 I Capitali contro il Capitale), è dato dalla tendenza alla integrazione trasversale e transnazionale di grandi concentrazioni industriali e finanziarie che per dimensioni e potere superano di gran lunga quello degli stati nazionali. Espropriati del controllo della massa monetaria e di quasi tutte le altre variabile macroeconomiche che li avevano fin qui caratterizzati e resi indispensabili per il normale svolgimento del processo di accumulazione del capitale, gli stati nazionali, secondo gran parte del pensiero unico dominante, volgerebbero verso il loro tramonto per lasciare il posto a nuove realtà transnazionali legate fra di loro dal comune interesse all’efficienza del ciclo produttivo ormai integrato su scala mondiale.

In questo villaggio globale le contraddizioni fra gli stati come quelle fra le classi sociali non avrebbero più ragione di esistere avendo tutte le realtà e tutti gli individui pari opportunità di inserirsi nel ciclo produttivo mondializzato mediante il mercato, padre di tutte le libertà.

A dispetto delle potente concentrazione e centralizzazione di capitali, che è alla base dei processi di mondializzazione dell’economia, si andrebbe, insomma, verso forme di democrazia diffuse su scala planetaria.

Agli inizio del secolo la diffusione della grande industria, facendo crescere il numero e il grado culturale dei lavoratori, avrebbe dovuto consentire loro, mediante una semplice manifestazione di volontà (il voto) di conquistare la direzione dello stato e trasformarlo da macchina di dominio della classe dominante in strumento della trasformazione in senso socialista della società; oggi il superamento dello stato nazionale, conseguente alla mondializzazione, dovrebbe consentire di trasformare gli abitanti del pianeta in tanti capitalisti liberamente associati fra di loro.

È evidente che se una simile tendenza dovesse trovare una qualche conferma, la teoria marxista dello stato verrebbe smentita sul campo stesso della storia.

Lo Stato nella teoria marxista

Per il marxismo - è bene ricordarlo - lo stato non è il prodotto di un Contratto sociale tramite il quale i cittadini di una determinata comunità si accordano per il rispetto di alcune fondamentali regole di convivenza civile, né - come osservava Engels - lo stato è:

“una potenza imposta alla società dall’esterno e nemmeno la "realtà dell’idea etica", "l’immagine e la realtà della ragione”, come afferma Hegel. Esso è piuttosto un prodotto della società giunta a un determinato stadio di sviluppo, è la confessione che questa società si è avvolta in una contraddizione insolubile con se stessa, che si è scissa in antagonismi inconciliabili che è impotente a eliminare. Ma perché questi antagonismi, queste classi con interessi economici in conflitto, non distruggano se stessi e la società in una sterile lotta, sorge la necessità di una potenza che sia in apparenza al di sopra della società, che attenui il conflitto, lo mantenga nei limiti dell’ordine; e questa potenza che emana dalla società, ma che si pone al di sopra di essa e che si estranea sempre più da essa, è lo Stato”.

E Lenin chiosava:

“Qui è espressa, in modo perfettamente chiaro, l’idea fondamentale del marxismo sulla funzione storica dello Stato. Lo Stato è il prodotto e la manifestazione degli antagonismi inconciliabili tra le classi. Lo Stato appare là, nel momento e in quanto, dove, quando e nella misura in cui gli antagonismi di classe non possono essere conciliati.”

E di conseguenza:

“lo Stato è l’organo del dominio di classe, un organo di oppressione di una classe da parte di un’altra; è la creazione di un "ordine" che legalizza e consolida questa oppressione moderando il conflitto fra le classi”. [2]

Dalla lunga citazione si evince chiaramente che per il marxismo lo stato, e quello borghese più e meglio degli altri, può mutare le sue forme di organizzazione, può presentarsi ora nella veste democratica ora in quella dittatoriale; ma non può mutare il suo carattere classista. Finché vi sarà uno stato questo sarà lo strumento del dominio di una classe sull’altra. E se ciò è vero - come la storia ha fino a oggi dimostrato - è anche vero che ogni stato sarà modellato in funzione di questo dominio, pertanto la sua azione non potrà avere altro fine che quello della migliore conservazione di questo dominio. Le modificazioni, che l’organizzazione statuale di una determinata classe dominante subisce nel corso della storia, riflettono, dunque, soltanto il mutamento delle forme del dominio; ma non la natura del dominio. Per il marxismo lo stato borghese non può che rimanere tale e se rimane e perché rimane inalterato il rapporto fra la borghesia (classe dominante) e il proletariato (classe dominata).

La nascita di un nuovo stato impone, invece, il rovesciamento di quello esistente e del rapporto di dominio fra le classi sociali.

Se, per la sua conservazione il capitalismo si trasforma da concorrenziale in monopolistico, lo stato non può non riflettere questa modificazione, ma mai e poi mai la modificazione intervenuta può favorire il passaggio della sua direzione da una classe all’altra. Al contrario esso stesso andrà ad assumere forme di potere sempre più centralizzate. Cosi, mentre per Bernstein, come abbiamo visto, lo stato sarebbe diventato sempre più democratico, per Lenin nell’epoca dell’Imperialismo:

“epoca del capitale bancario e dei giganteschi monopoli capitalistici, epoca in cui il capitalismo monopolistico si trasforma in capitalismo monopolistico di Stato - mostra in modo particolare lo straordinario consolidamento della "macchina statale", l’inaudito accrescimento del suo apparato burocratico e militare per accentuare la repressione contro il proletariato, sia nei paesi monarchici che nei più liberi paesi repubblicani”. [3]

Mondializzazione delle imprese e triadizzazione dei capitali

Comunemente, quando si parla di mondializzazione si intende una serie di processi che tendono a trasformare l’economia mondiale da una somma di economie nazionali in una economia globale che perde ogni riferimento alle singole realtà nazionali. A differenza della multinazionalizzazione intesa come lo strumento per cui:

“Un agente economico di nazionalità estera acquisisce la capacità di influenzare e controllare l’economia di più nazioni e il loro futuro”. [4]

La mondializzazione sarebbe invece lo strumento mediante il quale il pianeta si dà un unico mercato, un’unica finanza, un unico ciclo produttivo: insomma. lo strumento mediante il quale sarà possibile superare le fratture fra le diverse realtà nazionali e di conseguenza anche quelle all’interno di ciascuna realtà fino al punto che cesseranno i conflitti originati dalle contraddizioni dell’economia per cui:

“la prossima guerra mondiale, se ci sarà, sarà una guerra tra civiltà”[5].

Come è facile constatare qui si prescinde completamente dal fatto che la spinta a tali processi non proviene da una nuova coscienza di sé degli uomini, ma più prosaicamente da una crisi economica mondiale che, grazie anche alle moderne tecnologie basate sulla microelettronica, sta spingendo i processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali a un livello inimmaginabile soltanto venti anni fa.

L’idea stessa che la mondializzazione possa consistere in un allargamento diffuso della base produttiva e in una parificazione - per usare un termine di gran moda - delle opportunità è assolutamente falsa. I processi di concentrazione, infatti, hanno per scopo la massimizzazione del profitto integrandolo con quote di extra profitto proveniente dall’esercizio del monopolio. Dire concentrazione è dunque dire ricerca del monopolio e dire monopolio è dire imperialismo.

L’attuale fase storica proprio perché caratterizzata dalla tendenza all’integrazione fra loro di grandi gruppi monopolistici, non potrà che produrre forme di domino imperialistico ancora più prepotente, prevaricatore e soffocante di quello fin qui conosciuto.

Il fatto che in un futuro più o meno prossimo un’autovettura possa essere progettata in Giappone, assemblata in Germania con parti prodotte in Cina o che con una carta di credito si possano compiere le medesime operazioni stando a Roma come a Nairobi o Kabul non significa affatto che la ricchezza prodotta nel mondo sarà il frutto del contributo paritetico di tutto il genere umano e pariteticamente distribuita; anzi, ai maggiori livelli di concentrazione che si andranno realizzando non potrà che corrispondere una divaricazione crescente fra le aree più ricche e quelle più povere e in generale i ricchi diventeranno sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri.

Certo, in futuro, sarà sempre più difficile identificare una determinata impresa con una determinata nazionalità, ma non per questo si avrà una moltiplicazione dei centri di potere tale da impedire il prevalere di alcuni sugli altri. La tendenza in atto è invece di segno opposto e va verso la nascita di giganteschi gruppi monopolistici ultra concentrati e non verso una diffusione sic et simpliciter delle attività economiche e finanziarie su scala mondiale.

“Prendiamo per esempio il settore dei pneumatici dove nel 1990 si producevano più di 600 milioni di pezzi. Dieci anni fa, 13 imprese si suddividevano l’80% del fatturato mondiale del settore; nel 1990, 6 società si suddividevano l’85% del prodotto totale. Numerosi esperti e studiosi dell’economia industriale ritengono che entro il duemila ci saranno solo tre o quattro grandi imprese mondiali che domineranno il settore dei pneumatici, forse sotto forma di cartello”. [6]

Inoltre, secondo uno studio del FMI sulla Ripartizione geografica dei flussi di capitale internazionale secondo la loro origine:

“Più dell’ 80 per cento dei flussi mondiali proviene da ed è destinato alle tre regioni della Triade [Cee, Usa e Giappone - ndr]. Il ruolo dei paesi poveri come fonte dei flussi si è ridotto a zero nel 1989 partendo da un livello del 14% nel 1982. C’è stato un timido recupero nel 1989, solo però come paesi destinatari”. [7]

E, secondo il Gruppo di Lisbona:

“Dati più recenti confermano la situazione esistente nel 1989-90. La "triadizzazione" dei flussi di capitali nel corso degli anni ottanta è stata segnata dalla rapida crescita del ruolo giocato dal Giappone in confronto all’Europa e agli Stati Uniti. La ragione è piuttosto semplice. Mentre negli anni settanta i flussi di capitale erano centrati sul riciclaggio del surplus Opec, negli anni ottanta essi si sono concentrati sul riciclaggio dei surplus giapponesi. Naturalmente, il riciclaggio ha avuto luogo quasi esclusivamente all’interno dei paesi Ocse e la capacità del Giappone di guidare il processo in funzione dei propri interessi è stata di gran lunga più forte di quella dimostrata dai paesi Opec negli anni settanta.
Il risultato è stato che durante il periodo 1986-1989 il Giappone ha rappresentato in media il 26,9% del totale dei flussi mondiali di capitale, al di sopra della quota degli Stati Uniti (16,4%); inoltre, tra il 1984 e il 1988, il 64% dei prestiti commerciali, il 70 per cento degli investimenti diretti all’estero, e l’86% degli investimenti di portafoglio giapponesi (il 95,5% nel 1988) sono stati indirizzati verso le altre regioni della Triade... A cominciare dal 1980, il nuovo mondo globale creato e plasmato dai flussi di capitale è stato accompagnato dalla sparizione della maggior parte dei paesi meno sviluppati come fonte e destinazione di capitali. L’intero gruppo dei paesi meno sviluppati attraeva nel 1980 circa il 55% per cento dei flussi mondiali di capitale ed era esso stesso fonte del 14% dei flussi di capitale in uscita. Dieci anni più tardi, entrambi le percentuali si sono ridotte al 2%
.” [8]

La mondializzazione presenta dunque almeno due facce: da un lato, essa si identifica con la tendenza alla costituzione di imprese o gruppi di imprese organizzate su scala planetaria al fine di mantenere il prezzo della forza lavoro al di sotto del suo valore; dall’altro, con l’ulteriore concentrazione dei capitali che le controllano nell’ambito delle tre grandi aree che già oggi dominano il mondo, l’area del dollaro, del marco e dello yen.

Il ruolo dello stato nei processi di mondializzazione

Di fronte al fatto sempre più frequente che i mercati, ovvero i grandi gruppi finanziari internazionali, riescano sempre più spesso a imporre le politiche monetarie, e con esse tutta la politica economica, ai vari stati nazionali e all’anarchia che, in questa fase, tale dominio determina, si fa sempre più strada l’idea che lo stato subisca lo strapotere dei capitali allo stesso modo in cui lo subisce il proletariato mondiale che ogni giorno è costretto sotto forma di riduzione dei salari o, che è lo stesso, di incremento dello sfruttamento a ingrassare la rendita finanziaria di cui si alimentano i grandi gruppi monopolistici. Anzi, è in nome di questa comune debolezza che i governanti fanno continuamente appello ai loro "concittadini" affinché accettino di buon grado i continui sacrifici richiesti per rendere più competitivo il "sistema paese". Più forte sarà il paese - promettono ormai sistematicamente da oltre venti anni - e maggiori saranno le sue chance di sedere alla mensa, in verità sempre meno affollata, dei più ricchi. Ma se si analizzano le politiche seguite dai vari stati negli ultimi venti anni ci si accorge che esse hanno interpretato con ferrea coerenza le esigenze di conservazione del sistema minacciato dalla crisi del ciclo di accumulazione, spesso addirittura anticipandole e anticipando le necessarie risposte. Si vede cioè che lo stato non solo non ha subito i processi di mondializzazione, ma li ha per quanto di sua competenza sollecitati e favoriti. È dall’inizio degli anni ottanta, quando sotto la spinta dei poderosi processi di ristrutturazione e alla conseguente introduzione della microelettronica nei processi produttivi, si rese evidente che le imprese dovevano darsi dimensioni sovranazionali pena la fuoriuscita dai mercati, che gli stati hanno completamente modificato la loro strategia economico-finanziaria.

Ovunque, quale capitalista collettivo cosciente del proprio ruolo, lo stato ha favorito i processi di ristrutturazione e concentrazione finalizzando il proprio intervento su quattro direttrici fondamentali:

  1. Liberalizzazione del mercato dei capitali e della forza lavoro (Deregulation).
  2. Privatizzazioni.
  3. Ristrutturazione della spesa pubblica.
  4. Integrazione delle economie nazionali nei vari contesti continentali.

La deregulation, avviata dai governi inglesi e statunitensi della Thatcher e di Reagan e poi di fatto imposta al resto del mondo dal FMI, ha agevolato i movimenti del capitale finanziario su scala internazionale facilitandone i processi di concentrazione mentre la liberalizzazione del mercato del lavoro ha favorito la flessibilizzazione dell’uso della manodopera funzionale all’obbiettivo strategico di mantenere il prezzo della forza-lavoro al di sotto del suo valore.

Con le privatizzazioni, soprattutto in Europa dove la presenza dello stato nella gestione diretta delle imprese era più massiccia, si è puntato alla nascita di gruppi di maggiori dimensioni capaci di affrontare i processi di integrazione e di mondializzazione dell’economia. Basti ricordare, per esempio, la cessione, in Italia, dell’Alfa Romeo alla Fiat e l’acquisizione da parte di Mediobanca del controllo sia della Comit e delle sue controllate che della Montedison.

Con la ristrutturazione della spesa pubblica una massa di capitali, che solo in Italia ha superato i duecento mila miliardi di lire in poco più di tre anni, è stata sottratta alla spesa sociale e destinata a sostenere la smisurata crescita della rendita finanziaria e la ristrutturazione degli apparati industriali.

Queste scelte strategiche si sono combinate, infine, con le politiche di integrazione delle economie nazionali nei vari contesti continentali.

L’aggregazione per aree valutarie

Con l’avvio della mondializzazione è apparso subito chiaro che il ruolo dello stato era destinato a mutare. Quando sul mercato delle valute fanno la loro comparsa colossi che in un giorno sono in grado di muovere una massa di capitali dieci volte più grande di quella controllata dalle maggiori banche centrali del mondo è evidente che la gestione di alcune fra le più importanti variabili macroeconomiche, quali la gestione della massa monetaria e del saggio di interesse nonché dell’allocazione dei capitali non può essere più competenza dei singoli stati, ma di realtà di gran lunga più grandi pena il prevalere dell’ingovernabilità e dell’anarchia che potrebbero risultare fatali per il sistema.

La spinta all’integrazione continentale ha subìto quindi in questi ultimi anni una forte accelerazione. Ma il processo, tuttora in corso, a conferma che obbedisce a logiche di conservazione e non certo a nobili principi di fratellanza, ha attivato contemporaneamente forti spinte in entrata e altrettanto forti spinte in uscite. La risultante che si va delineando è quella che vede la strutturazione di tre grandi aree attorno alle tre principali monete: il dollaro, il marco e lo yen. L’adesione a ciascuna area avviene alle condizioni poste dal più forte. Così a guidare il processo sono gli Stati Uniti nel continente americano, la Germania in Europa e il Giappone in Asia.

Il movimento in entrata è consentito soltanto a chi ha determinati requisiti e fa sue le scelte strategiche del centro più forte. In Europa con il trattato di Maastricht è stata la Germania a dettare il percorso e le condizioni che ogni stato aderente deve seguire per poter entrare far parte del sistema monetario europeo unificato. In America, aderendo al Nafta, Mexico e Canada hanno assunto come moneta di riferimento il dollaro. Il Mexico, in particolare, ha ormai meno autonomia rispetto agli Stati Uniti di quanta possa averne un qualunque stato della confederazione nordamericana rispetto al proprio stato federale.

Argentina, Brasile, Uruguay e Paraguay si sono invece raggruppati nel Mercosur apparentemente distinto dal Nafta ma in realtà ad esso legato a filo doppio visto che sia il Brasile che l’Argentina per contenere l’inflazione, su imposizione del FMI, hanno dovuto legare le loro monete al dollaro e quindi, di fatto, accettare fino in fondo tutte le scelte della Federal Reserve.

La prima e più vistosa conseguenza dei processi di integrazione continentale è l’aggravarsi delle fratture fra i diversi stati e all’interno di ciascun stato fra le classi e le diverse stratificazioni sociali nonché fra le diverse aree economiche. I più deboli sia che riescano a integrarsi sia che ne restino esclusi pagano e dovranno continuare a pagare, forse per sempre, un prezzo altissimo. Se si inseriscono nel processo di integrazione essi sono tenuti a destinare gran parte delle loro risorse a sostegno della stabilizzazione dei cambi, della massa monetaria e dei tassi di interesse secondo gli indirizzi dettati dalla banca centrale della moneta di riferimento. Ma per mantenere stabili i rapporti di cambio con il dollaro o con il marco da parte di economie infinitamente più deboli quali possono esser quella argentina, messicana o greca, occorre per forza di cose il perseguimento, a livello delle singole realtà nazionali, di politiche economiche di forte sostegno al capitale nazionale perché possa reggere la concorrenza su base continentale e planetaria a discapito del mondo del lavoro e dei ceti sociali più deboli. D’altra parte, la mancata integrazione significa la totale emarginazione dai processi di formazione e appropriazione della rendita finanziaria e pertanto l’inevitabile caduta nella più totale povertà.

L’idea che vorrebbe lo stato soccombente allo strapotere del capitale alla luce di una più attenta valutazione critica risulta semplicemente falsa. Così come tutti i precedenti passaggi da una fase all’altra del capitalismo hanno avuto come levatrice lo stato borghese anche il passaggio dalla multinazionalizzazione alla mondializzazione poggia sul ruolo attivo e determinante dello stato a ulteriore conferma della sua natura classista.

Le tendenze autonomistiche, che tagliano trasversalmente molti stati del mondo, traggono origine più dalla natura contraddittoria dei processi di integrazione continentali per cui le aree e le regioni più avanzate tentano di sganciarsi da quelle meno sviluppate allo scopo di ridurre i costi che l’integrazione comporta che non da una presunta passività dello stato rispetto ai processi di mondializzazione in atto. La disgregazione dell’ex Yugoslavia, l’affermarsi in Italia di un movimento come la Lega del Nord, le tendenze separatiste del Quebec in Canada, per non parlare della vera e propria disintegrazione dei vari stati dell’ex Unione Sovietica, sono la testimonianza più limpida di questo fenomeno, ma in nessun caso il preludio al definitivo "assopimento" dello stato nazionale. Al contrario, proprio perché l’integrazione implica un forte sostegno del capitale nazionale, lo stato nazionale è chiamato più che mai a svolgere un ruolo di fondamentale importanza.

Se per tutta la durata della fase ascendente del secondo ciclo di accumulazione lo stato si è assunto il compito di stabilizzare la domanda e contenere la conflittualità sociale a favore della programmazione monopolistica, oggi, sotto i colpi della crisi:

“... assume come funzione storica il compito di assicurare che i "suoi" attori chiave, le multinazionali "locali" (le uniche in grado di agire a livello adeguato), riescano a portare a termine con successo la mondializzazione dell’economia nazionale. La ragione di un tale agire è la seguente: il successo delle imprese nazionali sulla scena mondiale è considerato come un prerequisito per il benessere e l’autonomia tecnologica ed economica del paese”. [9]

E ciò con chiara coscienza che il suo ruolo è destinato a mutare radicalmente nel prossimo futuro.

Lo stato a due dimensioni

L’accresciuta concentrazione e centralizzazione dei capitali su scala mondiale pur se, come abbiamo visto, è stata ed è tuttora favorita dallo stato, ha messo però in evidenza che l’attuale sistema di gestione delle principali variabili macroeconomiche è del tutto insufficiente poiché esse rischiano di accrescere l’anarchia che regna sui mercati fino al punto da rendere impossibile qualunque programmazione economica. Ora, se è vero che, fino a oggi, a trarre i maggiori benefici dall’indebolimento del ruolo dello stato nella gestione dell’economia sono stati i grandi gruppi monopolistici è anche vero che questi stessi alla lunga possono meno di chiunque altro fare a meno di qualunque forma di programmazione e quindi di avere dei punti di riferimento macroeconomici sicuri o quanto meno attendibili che solo lo stato può offrire. Per forza di cose, qualora i processi di mondializzazione dell’economia dovessero stabilizzarsi, sarà necessaria una nuova alleanza tra stato e imprese. Una nuova alleanza, oltre alle ragioni imposte dalla programmazione monopolistica, è dettata, come rileva, per esempio, anche il Gruppo di Lisbona, da una serie di condizioni obbiettive quali, tra l’altro:

“a) una crescente integrazione tra le tecnologie (microelettronica e telecomunicazione; materiali compositi e tecnologie ottiche) e i settori (agricoltura, chimica, ed energia; multimediale). Non è facile per le imprese, anche le più grandi, coprire direttamente o indirettamente, tutte le tecnologie indispensabili e tutti i settori che sono destinati a influenzare il loro campo di sviluppo futuro. Da questo punto di vista, [...] un’alleanza con lo stato nei diversi paesi può assicurare la necessaria copertura delle tecnologie e dei settori;
b) il costo crescente della ricerca e dello sviluppo (più di 3 miliardi di dollari sono necessari per progettare e realizzare una nuova generazione di Boening 747; lo sviluppo di un nuovo sistema di connessione di telefoni digitali costa anch’esso quasi tre miliardi di dollari; scoprire e sviluppare un nuovo semplice enzima industriale costa circa 100 milione di dollari) [...] Questi costi crescenti, mentre cresce anche l’incertezza del rendimento, obbligano le imprese a cercare aiuto presso altre imprese (spesso straniere) e presso lo stato.
c) l’accorciamento del ciclo dei prodotti (da 6 a 8 mesi nel settore dell’abbigliamento; dai 2 ai 3 anni in quello dell’automobile e della microelettronica). Ciò chiede ritmi accelerati di ammortamento e mercati molto grandi. Di conseguenza l’accesso "privilegiato" ai contratti pubblici diventa uno strumento di grande rilievo”[10].

Ma è evidente che se si vuole che lo stato svolga un ruolo di supporto attivo all’attività delle imprese è necessario che esso possieda anche gli strumenti per poter assolvere al proprio compito.

Occorre quindi che lo stato continui a mantenere e rafforzare certe sue prerogative quali la gestione della spesa pubblica e quindi del debito ovvero più in generale della massa monetaria; ma poiché la centralizzazione del capitale finanziario è giunta a tal punto da rendere impossibile il compito anche alle più grandi banche centrali esistenti, sarà necessaria una radicale ristrutturazione del sistema del credito per favorirne la centralizzazione della gestione in modo da accrescere la massa monetaria gestita da ogni singola banca centrale e quindi una ridefinizione dell’intervento dello stato nell’economia.

Ciò che già oggi è tendenza dovrà per forza di cose diventare realtà. La gestione della massa monetaria sarà centralizzata in un solo punto per ogni area valutaria cosicché avremo due o al massimo tre centri in tutto il mondo. Se si pensa che oggi, per esempio, solo a livello CEE, si contano, dopo la Bundesbank, almeno altre tre banche centrali di peso equivalente, ci si rende facilmente conto dei grandi mutamenti che l’integrazione continentale e/o per aree monetarie determinerà.

Non occorre grande fantasia per prevedere che le banche centrali continentali saranno sottratte, proprio per la funzione che saranno chiamate a svolgere, a ogni possibile interferenza che possa essere fonte di instabilità o incertezza nelle politiche economiche sia continentali che nazionali. La loro azione pertanto sarà improntata al rispetto di parametri che garantiscano il miglior svolgimento possibile del processo di accumulazione, individuati di volta in volta in relazione all’andamento del ciclo economico. D’altra parte già oggi, la Bundesbank, che costituisce il modello di riferimento per il prossimo sistema monetario europeo unificato, ha come parametro istituzionale di riferimento il tasso di inflazione ed è completamente autonoma, nella determinazione dei tassi di interessi e della massa monetaria, da ogni interferenza esterna (Governo o Parlamento). La stessa Banca d’Italia, anche se le nomine dei suoi dirigenti sono sottoposte al controllo del governo e, seppure indirettamente, del Parlamento, ha da qualche anno piena libertà nella determinazione dei tassi d’interesse.

L’azione delle banche centrali nazionali non cesserà, ma sarà vincolata al rispetto dei parametri fissati per tutta l’area valutaria di appartenenza così come oggi accade per i paesi debitori che fanno ricorso ai prestiti concessi dal FMI.

Si va delineando in maniera sempre più marcata uno stato che articola il suo intervento nel mondo dell’economia su due livelli: uno che afferisce al centro sovranazionale preposto alla gestione centralizzata della massa monetaria e alla determinazione delle variabili macroeconomiche per l’area valutaria di riferimento, e uno locale di controllo della compatibilità di queste ultime con quelle nazionali. Per evitare scostamenti fra esse, lo stato nazionale non potrà non esercitare il più rigoroso controllo sul mercato del lavoro e sul salario sia diretto che indiretto. Dalla contrattazione sindacale nazionale a quella aziendale; dai conti dei ministeri fino a quelli dell’ultima USL ( oggi Asl – ndr), tutto dovrà soggiacere ai parametri prefissati pena la fuoriuscita dall’area valutaria di appartenenza. E poiché questi parametri non potranno non tenere conto degli interessi delle imprese multinazionali mondializzate saranno questi interessi a dettare i ritmi dell’intera società.

I nuovi scenari

Il passaggio da uno stato centralizzato a uno decentrato mentre nel contempo si accresce la concentrazione e la centralizzazione dei capitali non è solo una bella favola per far ingoiare bocconi amari a chi già mastica pietre ogni giorno, ma è un puro non sense, una contraddizione in termini senza nessun riscontro con i processi reali.

Se nel prossimo futuro il processo di mondializzazione dell’economia si dovesse confermare nell’ambito delle attuali tendenze, ne scaturirà sicuramente uno stato profondamente diverso da quello attuale, ma solo nel senso che in esso non potranno non svilupparsi forme di gestione del potere ancora più centralizzate di quelle odierne. Ne è conferma il dibattito in corso, un po’ ovunque, attorno alle modificazioni da apportare agli assetti costituzionali per rafforzare i poteri dell’esecutivo. In Italia, ormai, anche la sinistra borghese, tradizionalmente collocata in difesa delle prerogative del Parlamento nel processo di formazione delle decisioni, si e schierata per l’elezione diretta del premier o del presidente della repubblica allo scopo di rafforzarne l’autonomia e i poteri decisionali.

“Vogliamo punti di riflessione - ha dichiarato recentemente il direttore della rivista Liberal, Adornato - per superare la centralità del Parlamento”. [11]

E si tratta di un intellettuale, ex sedicente marxista che, solo fino a ieri, non avrebbe mai pronunciato un discorso lungo più di cinque parole senza spenderne almeno tre in difesa del parlamento e della centralità della sua azione.

In realtà, riducendosi i centri del potere economico-finanziario, anche il processo di formazione delle decisioni subisce la stessa sorte.

Il feroce scontro interborghese, che in questi ultimi anni ha letteralmente squassato il quadro politico italiano, scaturisce proprio dalla lotta fra le diverse fazioni della borghesia che temono di essere tagliate fuori dalla nuova geografia del potere che la mondializzazione sta delineando.

Evidentemente, siamo in presenza di un processo contraddittorio i cui approdi definitivi sono tutt’altro che scontati. Il passaggio dal capitalismo monopolistico basato sulle imprese multinazionali a quello basato sulle imprese multinazionali mondializzate, implica tali e tanti sconvolgimenti da ammettere come possibili numerosi scenari.

Il passaggio alla centralizzazione della gestione delle variabili macroeconomiche su base continentale o per aree valutarie, per esempio, comporta per forza di cose una diversa distribuzione dei capitali nei vari settori produttivi e fra questi e quello finanziario. Non solo la piccola e media impresa, ma anche gruppi di grandi dimensioni rischiano di essere marginalizzati o assorbiti da altri con conseguente declino delle relative posizioni di potere. Per molti paesi ciò può comportare rischi di frattura della stessa unità nazionale come insegna la vicenda della ex Yugoslavia e dell’ex blocco sovietico. I rapporti di forza fra le diverse fazioni della borghesia mondiale sono destinati a profondi mutamenti e pertanto a generare, per un lungo periodo di tempo, un inasprimento delle tensioni e dei conflitti con evidenti riflessi sugli stessi processi di mondializzazione dell’economia che potranno rallentare quando non addirittura bloccarsi.

Più in generale, l’intera società, essendo attraversata da giganteschi processi di scomposizione e ricomposizione, può frantumarsi e marcire nelle proprie contraddizioni come non è da escludere la maturazione nel proletariato internazionale di una forte coscienza di classe per il superamento rivoluzionario degli attuali rapporti di produzione. L’approdo all’economia mondializzata è tutt’altro che scontato, ma se si il capitalismo vi approderà, lo farà con lo stato, e per mezzo dello stato e avrà nello stato, uno dei suoi pilastri fondamentali. E, con buona pace dei riformisti di tutte le specie e di tutte le razze, Il voto universale, che avrebbe dovuto condurre nientemeno che al socialismo, non servirà neppure a:

“decidere - come diceva Lenin - una volta ogni qualche anno qual membro della classe dominante debba opprimere, schiacciare il popoli nel parlamento”. [12]

Ma svuotato di ogni contenuto servirà solo a legittimare l’azione della più ferrea dittatura borghese.



[1] E. Bernsteien - Socialismo e democrazia, ed. Laterza pag. 187.

[2] Lenin - Stato e rivoluzione - Editori Riuniti, 1966, pag. 60-61.

[3] Ib. pag. 92.

[4] Gruppo di Lisbona - I limiti della competitività - Manifestotilibri, pag. 46.

[5] Huntington Sammuel P. – da: I limiti della competitività - pag. 102.

[6] Ib.pag. 110.

[7] Ib.pag. 54.

[8] Ib.pag. 55-56.

[9] Ib.pag. 107.

[10] Ib. pag. 108

[11] La Repubblica del 15-11-1995 - Romiti nella lobby di Liberal.

[12] Lenin -  op. cit. - pag. 109.

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