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Forconi, proletarizzazione dei ceti medi e prospettive della lotta di classe

Creato: 07 Febbraio 2014 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1729

Siamo di fronte al paradosso per il quale mentre per il proletariato si intravede la possibilità concreta di potersi costituire in classe realmente universale e, quindi, anche come agente storico che rivoluziona la società abbattendo il modo di produzione capitalistico, esso giunge a questo appuntamento fortemente indebolito a causa dell’operare al suo interno di numerose linee di frattura.

Dalla  rivista  D-M-D' n °8

forconi

Il movimento cosiddetto dei forconi inizialmente era costituito soprattutto dai piccoli autotrasportatori, ossia camionisti che, a causa dei continui aumenti del costo dei carburanti, dei pedaggi autostradali, della riduzione dei rimborsi pubblici delle accise e del prolungarsi della crisi, rischiavano seriamente di perdere perfino il loro mezzo di trasporto.

Allora, dopo aver bloccato per diversi giorni la quasi totalità delle attività economiche e ottenuto dal governo Monti qualche agevolazione fiscale e un rimborso delle accise più consistente, le proteste cessarono, avvalorando così la convinzione che esse fossero espressione del disagio contingente di una specifica categoria che con la ripresa economica, allora ritenuta imminente, sarebbe ben presto rientrato.

In realtà, quel movimento, pur con le sue specificità, era la spia di un disagio sociale molto più diffuso e profondo perché le cause che lo avevano determinarlo affondavano le loro radici nella crisi strutturale del modo di produzione capitalistico e segnatamente nell’accelerazione che essa aveva impresso ai processi di concentrazione e centralizzazione dei capitali, ai processi di mondializzazione dell’economia nonché ai processi di scomposizione sociale innescati dalla nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro.

Infatti, la gran parte di questi piccoli trasportatori era formata da ex dipendenti di grandi imprese industriali che per ridurre i costi affidavano ai loro dipendenti la gestione in proprio di alcuni rami della loro attività e, nel caso specifico, il trasporto e la consegna delle merci ai loro clienti.

Erano anche gli anni in cui faceva scuola il piccolo è bello e la figura dell’imprenditore di se stesso era considerata quanto di più moderno potesse esserci per cui il passaggio da lavoratore dipendente a padroncino venne percepito dalla gran parte di questi camionisti come l’occasione per dare inizio a un’escalation economico- sociale che li avrebbe condotti all’arricchimento. D’altra parte la scelta era tra il licenziamento e l’accettazione di un contratto che comunque garantiva loro, seppure in forma diversa, la continuità del rapporto di lavoro. Ed è stato così che molti di loro, indebitandosi fino al collo, hanno acquistato il loro camion e si sono messi in proprio. In effetti, per qualche tempo, è sembrato che il sogno potesse concretizzarsi. Ma non appena i prezzi dei carburanti sono cominciati a salire e il lavoro a scarseggiare a causa della crisi e dell’apertura del mercato dei trasporti ai lavoratori e alle imprese dell’Est europeo, per questi imprenditori di se stessi la vita è diventata sempre più difficile e quella che doveva essere un’escalation verso i gradini più alti della società si è ben presto trasformata in una discesa verso il basso.

Si badi bene, qui abbiamo parlato degli autotrasportatori ma, seppure con modalità e percorsi diversi, il fenomeno ha riguardato gran parte del tessuto della piccola e media impresa, soprattutto quella a elevato contenuto di capitale variabile ( forza-lavoro)e che opera prevalentemente sul mercato interno. Sono falliti, o sono sul punto di farlo, moltissime piccole e medie imprese di tutti i settori.

Succede per loro quello che capita alla gran parte della cosiddetta classe  media composta da professionisti, medici, ingegneri, tecnici altamente qualificati e perfino avvocati e commercialisti che, scalzati da macchine tecnologicamente sempre più avanzate, quando non sprofondano nella più totale emarginazione, vanno a ingrossare le fila del proletariato e più spesso quelle del già immenso esercito industriale di riserva [1].

Proletarizzazione dei ceti medi e il processo di produzione della coscienza di classe

Questo precipitare del ceto medio nell’inferno del proletariato, o del sottoproletariato, ha indotto non pochi nella variegata area della sinistra più o meno antagonista e movimentista, ma anche alcuni settori della sinistra comunista internazionalista, a salutare il recente riproporsi delle proteste del movimento dei forconi addirittura come un primo significativo segnale di un’imminente ripresa della lotta classe.

E’, purtroppo, la conseguenza del permanere anche in questa area politica - nonostante non vi sia gruppo che ne faccia parte che non rivendichi la sua totale adesione alla concezione materialistica della storia- dell’idea, che invece è proprio del materialismo volgare, che la coscienza che gli individui hanno di sé e della loro condizione economico-sociale sia il prodotto del loro rispecchiamento in quest’ultima per cui, con il suo mutare anche essa muta automaticamente. In realtà, nel processo di produzione della coscienza della propria condizione sociale e, dunque, di classe non c’è nulla di così meccanico.

Essa - come peraltro tutto ciò che attiene alla produzione del pensiero - scaturisce dallo svolgersi -e dal modo in cui si svolge la determinata attività pratico-sensibile[2]. Nel caso dei proletari, consiste nel porsi in lotta contro la borghesia in quanto classe che sfrutta la loro forza-lavoro.  E specularmente, per i borghesi, in quanto proprietari dei mezzi di produzione, nell’esercizio diretto o indiretto di questo sfruttamento. Essa, pertanto, proprio perché ricombinazione di fatti ed elementi che attengono alla realtà oggettiva, e nel caso della coscienza di classe, alla condizione economica e sociale che gli individui occupano nel processo di produzione della ricchezza, ha una sua specifica, seppure impalpabile. materialità e perciò, una volta che si è prodotta, può permanere anche con il venir meno delle specifiche condizioni che sono state alla base della sua produzione.  Invece, il materialista volgare, poiché concepisce la materia solo nella sua forma minerale, la ritiene priva di qualsiasi materialità e, in quanto rispecchiamento di una determinata condizione socio-economica, necessariamente destinata a svanire con il venir meno di quest’ultima. In realtà essa, proprio perché materia impalpabile, sedimentando più agevolmente negli individui, può permanervi -come direbbe Eugenio Montale- quale “Traccia, madreperlacea di lumaca o smeriglio di vetro calpestato”[3]anche per molto tempo dopo che sia venuta meno la loro precedente condizione socio- economica. E chiunque abbia mai provato a cancellare una traccia di lumaca o a rimuovere i residui di vetro smerigliato, sa quanto l’impresa sia ardua. Tanto più, come è nel nostro caso, se si tratta dei sedimenti di una coscienza maturata sotto la scorza del denaro e l’esercizio dello sfruttamento del lavoro altrui.

Ovviamente con ciò non si vuole escludere che settori anche consistenti di questo nuovi proletari possano prima o poi far proprie le ragioni e le aspirazioni della nuova classe di appartenenza.  Ma, rebus sic  stantibus, la cosa appare alquanto improbabile. Infatti, affinché possano maturare la coscienza di essere ormai parte integrante di una classe sfruttata dalla borghesia sarebbe necessaria – come abbiamo visto prima- la loro adesione a un’attività pratico-sensibile di segno completamente opposto a quella svolta in precedenza.

E qui, purtroppo, a complicare enormemente le cose intervengono i grandi mutamenti che si sono prodotti negli ultimi decenni nella condizione del proletariato a seguito della crisi e della rivoluzione tecnologica. Infatti, dall’informatizzazione sia dei processi inerenti alla sfera della produzione che di quelli inerenti alla sfera della circolazione delle merci, ivi compresa la sfera finanziaria, è scaturita anche una nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro e un processo di proletarizzazione di una parte crescente della società con caratteristiche, per molti versi, del tutto inedite e, comunque, diverse da quelle che hanno caratterizzato i processi di proletarizzazione che si sono avuti, per esempio, nel corso delle due precedenti grandi rivoluzioni industriali, quella basata sull’introduzione nei processi produttivi della macchina a vapore e quella basata sulla produzione e l’utilizzo dell’energia elettrica e del motore a scoppio.

Il caso Amazon

La conferma di quanto ciò sia vero ce la offre Amazon, la più grande azienda del mondo di vendite on line.  Essa- ci informa uno dei suoi maggiori azionisti in un’intervista rilasciata nel film -documentario “ Inequality for All “ (Disuguaglianza per tutti), curato dall’ex ministro del Lavoro statunitense Robert Reich - realizza vendite per un valore fra i 70 e gli 80 mld di dollari all’anno impiegando 60.000 persone contro le 600/800 mila che occorrerebbero per realizzare un equivalente volume di affari, se utilizzasse i sistemi di vendita tradizionali.[4] E di questi 60.000 mila nuovi lavoratori, essendo tutte le fasi del processo produttivo ( dal rilevamento dell’ordine d’acquisto alla sua trasmissione al magazzino, dalla gestione del magazzino a quella dei pagamenti fino alla spedizione al cliente) completamente automatizzate, la maggior parte non ha alcuna qualificazione professionale. Tranne pochissimi tecnici altamente specializzati addetti alla gestione dei software che governano le macchine, tutti gli altri lavoratori sono impiegati in grandi magazzini o hangar dove, ci informa Vittorio Zucconi su La Repubblica del 22. 12. 2013, sono suddivisi in due categorie “ I <<pichers>> e i <<pachers>>, quelli che devono <pick>, pescare il pezzo ovunque esso si trovi, a volte ai capi opposti dell’immenso capannone, sistemandolo poi sui nastri trasportatori e quelli che lo devono <<pack>>, impacchettare…li guidano gli scanner che indicano in quale trincea, a quale piano, in quale cubicolo siano la scatola della Xbox, l’apriscatola elettrico, il rasoio o il libro. Lo scanner prevede quanto tempo sia necessario, secondo il programma scritto da qualche specialista che naturalmente non deve saltabeccare da un lato all’altro dell’hangar per raggiungere il prodotto richiesto…Gli schiavi del magazzino…devono rispettare quote prestabilite, come nelle classiche catene di montaggio, nei tempi fissati da cronometro. Se non le raggiungono saranno rapidamente licenziati. Se le raggiungono, la quota sarà aumentata” [5]. La loro paga ammonta a 7,65 $ all’ora ( 5,50 euro circa). Non possono rifiutarsi di fare tutti gli straordinari che vengono loro richiesti né godono di alcun diritto sindacale. E, nel timore che la luce del sole possa avere su di loro un qualche effetto liberatorio, non possono uscire all’aria aperta neppure nell’unica mezzora di pausa giornaliera loro concessa, pena il loro immediato licenziamento. Tanto, sostituirli è la cosa più semplice di questo mondo. Infatti - continua Zucconi- “Ci sono file di aspiranti, fuori nella tundra post-industriale, pronti a prendere il loro posto se cadono, come i reggimenti settecenteschi sotto il fuoco nemico: abbattuta la prima linea, avanza la seconda, senza fermarsi[6].

La rivoluzione nella rivoluzione

E se la prima linea accenna anche a un solo mugugno di protesta e/o i reggimenti accampati fuori dai cancelli, per una qualunque ragione, sono restii a sostituirla, ecco che è la fabbrica che si sposta dove altri reggimenti composti da individui ancora più disperati sono pronti a schierarsi fuori dai suoi cancelli in attesa di essere chiamati per salari anche centinaia di volte più bassi e in condizioni di lavoro di vera e propria schiavitù.

Infatti, con la nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro e i nuovi sistemi di comunicazione e di trasporto delle merci, oggi è possibile frammentare le linee di produzione di una medesima merce fra diverse unità produttive distanti fra loro anche migliaia di chilometri, pur mantenendone centralizzata la gestione.  Per esempio- ci informa ancora Reich nel documentario prima citato- fatto 100 il valore dell’I-phone di una nota marca statunitense, esso è prodotto per il 34% del suo valore in Giappone; per il 17% in Germania; per il 13% in Corea del sud; per il 6% negli Usa; per il 27% in altri paesi e solo per il 3,6% in Cina dove, sottolinea Reich, l’I-phone viene assemblato e vi è il maggiore impiego di manodopera.

Si tratta di una rivoluzione nella rivoluzione, nel senso che con il trasferimento al sistema delle macchine di mansioni sempre più complesse, da un lato, si è innescato un processo di proletarizzazione dall’alto verso il basso come mai prima nella storia del capitalismo moderno e, dall’altro, essendo richiesta per lo svolgimento delle mansioni non ancora automatizzate sempre minore abilità, capacità e saperi individuali è stato possibile immettere nel mercato del lavoro quantità enormi di forza-lavoro prima escluse sia perché priva di qualsiasi formazione lavorativa sia perché residente in contesti di grande arretratezza socio-economica.  E’ nato così, anche grazie  ai mutamenti dei rapporti interimperialistici dopo il crollo del muro di Berlino e alla cosiddetta deregulation dei mercati finanziari, un mercato del lavoro unificato e incentrato sulla più spietata concorrenza fra gli stessi lavoratori, nell’ambito di un mercato divenuto nel suo insieme mondiale.

Ora, se è vero che l’unificazione del mercato su scala mondiale costituisce, seppure in prospettiva, uno se non il più importante presupposto affinché possa- per dirla con Marx- svilupparsi quel “ movimento reale che abolisce lo stato delle cose presente[7] e instaura la società comunista, per ora però ha solo rafforzato enormemente il potere di asservimento esercitato dalla borghesia sui lavoratori.

Siamo, cioè, di fronte al paradosso per il quale mentre per il proletariato, grazie a questa unificazione, si prospetta – forse per la prima volta in tutta la sua storia - la possibilità concreta di potersi costituire come classe realmente universale e operare da agente storico che, ponendo fine a qualunque forma di sfruttamento dell’uomo sull’uomo, rivoluziona radicalmente la società, esso giunge a questo appuntamento, proprio in conseguenza di questa unificazione, fortemente indebolito. Sia perche essa ha consentito di rimuovere qualsiasi ostacolo al libero gioco della concorrenza fra i lavoratori, sia perché, avendo la rivoluzione tecnologica reso possibile la proletarizzazione di strati sociali molto disomogenei fra loro, si sono prodotte al suo interno nuove e profonde linee di frattura.

Infatti, mentre nei paesi di più antica industrializzazione sono stati proletarizzati prevalentemente ampi strati dell’ex aristocrazia operaia e della piccola e media borghesia, nei paesi di nuova industrializzazione soprattutto braccianti e contadini poveri espulsi dalla campagna, in taluni contesti, anche consistenti strati di sottoproletariato urbano.

Questi sono certamente tutti accomunati dall’essere costretti, per poter vivere, a vendere la propria forza lavoro; ma mentre per i secondi anche un salario appena sufficiente ad assicurare a sé e alla propria famiglia il pasto quotidiano è una grande conquista, per i primi si tratta di un arretramento nella scala sociale di cui ritengono responsabile non la borghesia, ma la concorrenza al ribasso esercitata da questi nuovi proletari .

Il risultato è il prevalere dell’interesse immediato individuale o di quello del gruppo sociale di provenienza, su quello collettivo; del localismo sull’internazionalismo; e ciò proprio quando, essendo ormai la patria della borghesia il mercato mondiale, la lotta contro di essa, anche sul solo terreno economico, che non abbia un’articolazione su scala almeno continentale è perduta in partenza.[8]

E’ accaduto - e il processo è tutt’altro che concluso - esattamente l’opposto di quanto è successo nelle precedenti due rivoluzioni industriali. In entrambe, ma nella prima in modo particolare, a una prima fase in cui si sono verificati molti dei fenomeni che si osservano anche oggi ( crescita della disoccupazione, aumento esasperato del grado di sfruttamento della forza-lavoro, proletarizzazione di contadini poveri ecc. ecc.), ha fatto sempre seguito la nascita di nuovi settori produttivi e di nuove mansioni con la creazione di un numero di nuovi posti di lavoro di gran lunga maggiore di quelli distrutti cosicché, crescendo la domanda di forza-lavoro, anche la concorrenza fra i lavoratori si è potuta attenuare.

Inoltre, poiché con quelle tecnologie la migliore massimizzazione delle economie di scala si poteva ottenere solo concentrando la produzione nel minor numero possibile di unità produttive, per forza di cose doveva crescere anche il numero degli operai che vi doveva lavorare.

Da qui la nascita, attorno ad esse, di interi quartieri, quando non del tutto di intere città, abitati prevalentemente da operai e il cui cuore pulsava all’unisono con quello della fabbrica.

Qui, l’infortunio, la malattia, il licenziamento, il sopruso subito da uno diventavano, quasi naturalmente, l’infortunio, la malattia, il licenziamento, il sopruso subito da tutti, cosicché le ragioni dell’unione poterono prevalere su quelle della divisione e i singoli proletari pervenire quasi del tutto spontaneamente a una sempre più nitida coscienza della propria appartenenza a una medesima classe sfruttata.

Nacquero così le Società di mutuo soccorso e successivamente le Trade Unions, grazie alle quali fu possibile opporre una più vigorosa resistenza agli attacchi dei padroni e, nel contempo, sviluppare tutta una serie di lotte, come quelle per l’abolizione del lavoro minorile e per l’imposizione di un limite legale alla durata della giornata lavorativa prima a 12 poi a 10 e infine a 8 ore giornaliere.[9]

Oggi, osserviamo, invece, proprio grazie  all’intrecciarsi della crisi economica con la nuova rivoluzione industriale, lo sgretolamento di quei luoghi, di quegli spazi e di quel tessuto sociale senza che altri si siano ricostituiti. E benché – per dirla con Marx- “ L’intera società si va scindendo sempre più in due grandi campi nemici, in due grandi classi direttamente contrapposte l’una all’altra: la borghesia e il proletariato” [10] all’interno di quest’ultimo, infuriando la più spietata concorrenza, le ragioni della divisione prevalgono su quelle della ricomposizione di classe, lasciando così campo libero alla borghesia.  Non è un caso, dunque, che nelle rivolte e nei movimenti di protesta scoppiati un po’ ovunque negli ultimi tempi abbiano sempre prevalso le istanze contro questo o quel settore della borghesia o dei suoi apparati statali: contro i banchieri che speculano, contro l’euro e la Ue che li favoriscono, contro i politici corrotti, contro il Gheddafi di turno, contro l’immigrato che ruba il posto di lavoro, contro l’eccessivo potere della burocrazia ma mai contro la borghesia in quanto classe sfruttatrice.

Il fatto è che siamo in presenza di tali e così radicali mutamenti delle condizioni materiali, di vita e di lavoro dei moderni proletari che è semplicemente impensabile una loro ricomposizione in classe, in lotta contro la borghesia, anche solo sul terreno della difesa dei loro interessi immediati, secondo gli stessi percorsi e negli stessi termini del passato.  Per tutto ciò pensare che movimenti come quello dei forconi possano operare come la scintilla che innesca la ripresa della lotta di  classe alla condizione che abbia luogo il “rafforzamento del partito rivoluzionario “-che peraltro non c'è- è solo un modo per non fare i conti con la realtà.

Sarebbe, invece, davvero un grande passo avanti che, almeno coloro che dicono di richiamarsi al marxismo rivoluzionario, lo facessero e prendessero atto che la vera questione sul tappeto è oggi tentare di dare una risposta alla domanda: come e da dove cominciare?


[1] Cfr. U. Paolucci – La disoccupazione crescente: un problema senza soluzione – DemmeD’ n°7/2013

[2] Su questa questione vedi, in questo stesso numero di DemmeD’, M. Lupoli - Classi, Coscienze e Potere.

[3] E. Montale – La bufera - Conclusioni provvisorie - Piccolo Testamento –Op. Compl. _ Ed. Einaudi – pag 267.

[4] Il documentario, non ancora distribuito in Italia, è stato in parte ripreso nella puntata  O la borsa o la Vita della trasmissione televisiva Servizio Pubblico del 9 gennaio u.s. - Vedi: www.serviziopubblico.it/puntate/ O la borsa o la vita.

[5] V. Zucconi – Il Natale dei nuovi gnomi – La repubblica del 22.12. 2013

[6]V. Zucconi –art. cit.

[7] K. Marx e F. Engels – L’ideologia Tedesca – Ed. Riuniti – Vol. V – pag 34.

[8] Cfr. L. Procopio – Sindacato, Lotta economica e conflitto di classe nell’era del lavoro precario DemmeD’ n. 6/2013

[9] Per un ulteriore approfondimento sulla relazione fra processo di produzione della coscienza tradunionista ( coscienza di classe in sé)e la produzione della coscienza rivoluzionaria (coscienza di classe per sé) vedi, oltre al già citato Classi, Coscienze e Potere, anche G. Paolucci - Ci vuole il partito, ma quale? – DemmeD’ n. 6/2013.

[10] K. Marx e F. Engels – Manifesto del partito comunista- Ed. Einaudi – pag. 101

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