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Elezioni Europee. Euro sì, euro no: una falsa alternativa

Creato: 10 Luglio 2014 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1732

E’ almeno dal1971, dalla denuncia degli accordi di Bretton Wood da parte degli Usa, che agli Stati che non abbiano una moneta accettata anche come mezzo di pagamento internazionale, è stata sottratta qualsiasi autonomia in fatto di politica monetaria.

Per i proletari o sotto  il cielo della Fed o sotto quello della Bc piove sempre la stessa pioggia gelata.

petroldollarPreannunciata dalla vittoria del Fronte Nationale di Marine Le Pen alle ultime elezioni amministrative francesi, fatta eccezione per l’Italia dove ha vinto il Partito democratico di Matteo Renzi, in tutti gli altri paesi della Ue, alle ultime elezioni europee, puntuale è giunta la forte avanzata dei partiti e dei movimenti cosiddetti euroscettici.


L’Upik in Gran Bretagna e il Fronte National in Francia sono risultati, nei rispettivi paesi, addirittura i primi due partiti.

Pur trattandosi di formazioni molto eterogenee fra loro, quali, per esempio, Alba dorata in Grecia, il filo- nazista Npd tedesco, l’Italiana Lega Nord, hanno fondato, però, il loro successo ispirandosi ad una medesima piattaforma propagandistica tutta incentrata contro le politiche monetarie e dell’immigrazione dell’Ue. Il dispositivo propagandistico, infatti, poggiava sostanzialmente su due parole d’ordine: fuori gli immigrati dall’Europa e, per i paesi che vi fanno parte, fuori dall’euro.

Il respingimento degli immigrati per porre fine all’invasione di extracomunitari che rubano il lavoro ai nostri lavoratori e la fuoriuscita dalla moneta unica per consentire ad ogni paese di adottare politiche monetarie meno restrittive di quelle perseguite dalla Bce in rispetto degli accordi di Maastricht e in particolare del limite del 3 per cento nel rapporto Pil/deficit.

Spacciando degli slogan manifestamente ingannevoli come il toccasana di tutti mali, anche forze conclamate di destra, quali il Fronte Nationale francese, sono riuscite a mietere voti perfino fra ampi strati della classe operaia e, più in generale, del proletariato, un tempo serbatoio di voti dei partiti della sinistra borghese.

Lo specchietto per allodole fatto di false soluzioni per problemi veri ha funzionato egregiamente.

Un esempio: la questione degli immigrati che rubano il lavoro ai nostri.

In Italia, a rendere più conveniente l’impiego di lavoratori immigrati sono state le politiche fortemente restrittive volute proprio dalla Lega Nord e in particolare l’introduzione nel codice penale del reato di immigrazione clandestina. Questa norma, benché non abbia minimamente rallentato i flussi immigratori, essendo essi alimentati quasi sempre dai disastri economici e sociali provocati dalla guerra imperialista permanente, rendendo gli immigrati più facilmente ricattabili, ha favorito il dilagare, soprattutto nell’agricoltura, del lavoro nero e sottopagato, con salari spesso neppure sufficienti a garantire la semplice sopravvivenza animale.

Della qual cosa, la Lega Nord sembrerebbe non si sia neppure accorta visto che nulla ha fatto, nonostante sia stata al governo per lungo tempo e uno dei suoi leader, Maroni, sia stato, fra l’altro anche ministro  del Lavoro e delle politiche sociali, per smantellare questo vero e proprio mercato degli schiavi. Nulla, neppure un sussurro contro i trafficanti addetti alla loro tratta e gli imprenditori, anzi i prenditori di forza-lavoro, che li sfruttano come bestie. Nondimeno il richiamo ha funzionato tanto da consentire alla Lega Nord di recuperare una buona parte dell’elettorato che aveva perduto dopo gli scandali che avevano travolto il suo vecchio gruppo dirigente compreso il suo fondatore, Umberto Bossi. E così, le vere cause della disoccupazione crescente, tutte riconducibili all’uso capitalistico delle macchine, sono state opportunamente occultate.

Il paradosso per cui lo sviluppo scientifico e tecnologico anziché favorire l’emancipazione degli uomini dalla fatica, si risolve sempre nell’incremento dello sfruttamento della forza-lavoro occupata e nella crescita della disoccupazione, è la diretta conseguenza dal fatto che, essendo nell’attuale società l’attività produttiva finalizzata alla realizzazione del profitto, per il capitalista la scelta fra macchine e lavoratori dipende unicamente dai loro rispettivi costi, per cui appena l’impiego delle macchine diviene meno costoso, i lavoratori diventano superflui, se non del tutto obsoleti. Che è poi quel sta accadendo con l’introduzione della microelettronica e dell’informatica nei processi produttivi e gestionali. Con queste nuove tecnologie, infatti, è stato calcolato che per ogni nuovo posto di lavoro creato grazie ad esse, ne scompaiono definitivamente almeno quattro. E benché aumenti la produttività tecnica del lavoro, nel senso che ogni lavoratore produce molto più di quanto produceva, nella stessa unità di tempo, con le vecchie macchine, la durata della giornata lavorativa anziché accorciarsi tende ovunque a prolungarsi.[1]

E’ una storia vecchia: ci si erge a paladini della identità nazionali, si alimenta la concorrenza fra i lavoratori e si occulta che è nel Dna del modo di produzione capitalistico l’impiego di macchine tecnologicamente sempre più avanzate per intensificare il loro sfruttamento e incrementare i profitti.[2]

Nuova, ma non per questo meno ingannevole, è invece, l’altra storia, quella che rappresenta il ritorno di ogni Stato alla propria moneta nazionale come il nuovo Eldorado.

Essa narra che le banche centrali nazionali, dal momento in cui non saranno più obbligate al rispetto degli accordi di Maastricht, potendo stampare tutta la quantità di moneta che riterranno necessaria, potranno sostenere la ripresa degli investimenti e dei consumi e stimolare così la crescita di tutto il sistema economico e finanziario nazionale. Come ha fatto la Federal Reserve che, dall’inizio della crisi a tutto il 2013, con i suoi ripetuti quantitative easing[3], ha immesso nel sistema economico-finanziario più di ottomila miliardi di dollari e tuttora continua a immetterne per circa 45 mld al mese. Così, mentre negli ultimi  anni –continua la narrazione - il Pil statunitense è cresciuto mediamente a un tasso del 2,8 per cento [4], nei 18 paesi dell’eurozona, ancora nel primo trimestre di quest’anno, è cresciuto mediamente solo dello 0,2 per cento, con una previsione per il 2014 di uno stentato più 1 - 1,2 per cento.

Ma il racconto non dice del fatto che nella cosiddetta economia reale le cose non sono risultate così performanti come il dato relativo all’andamento del Pil lascia supporre.

Infatti, contrariamente alle aspettative, la maggior parte di quei dollari si è riversata soprattutto nel sistema bancario e nei grandi fondi di investimenti che li hanno investiti per speculare su titoli esteri, soprattutto quelli dei famosi Bric, che garantivano rendimenti più alti di quelli statunitensi; oppure alle grandi imprese transnazionali che li hanno utilizzati per finanziare l’ulteriore delocalizzazione delle loro attività produttive verso aree con un costo del lavoro molto più basso di quello domestico. Invece, la piccola e media impresa, che anche negli Usa occupa il maggior numero di lavoratori non ha visto neppure il becco di un quattrino. Con il risultato - ci informa l’economista Joseph Stiglitz – che oggi “ sono venti milioni gli americani che vorrebbero trovare un posto a tempo pieno e non vi riescono… Questo fenomeno nuoce perfino a chi riesce a mantenere il proprio posto di lavoro, dato che la maggiore disoccupazione aumenta la pressione al ribasso sui salari.[5]Per questo motivo fondamentale – continua Stiglitz- il reddito medio reale dei lavoratori di sesso maschile con un posto di lavoro a tempo pieno è inferiore rispetto a 40 anni fa”.[6] Insomma, nonostante il mare di dollari immesso dalla Fed nel sistema economico-finanziario, la disoccupazione non è stata riassorbita e i salari reali hanno continuato a svalutarsi, esattamente come in Europa dove, perfino nella tanto decantata Germania, si registra il medesimo fenomeno. A tal proposito L. Gallino ci informa che   “Dal 2003 al 2012 il numero dei lavoratori in affitto è triplicato, passando da poco più di 300.000 a 900.000. I contratti a tempo determinato, la maggior parte di breve durata, hanno conosciuto un incremento esplosivo. Più della metà degli occupati fino a 35 anni ha soltanto un contratto di tal genere. Il numero dei lavoratori a <<basso salario>> (Niedriglohn) non è un modo di dire: corrisponde a 10 euro e qualcosa, pari a 6 euro netti. Mentre nella Germania est era ancora più basso, di circa due euro.”[7]

Il che conferma che o sotto il cielo della Fed o sotto quello della Bce sui proletari piove sempre la stessa pioggia gelata, sia che le banche centrali perseguano una politica monetaria inflattiva che deflattiva.

Ma al di là di queste considerazioni, è tutto da verificare se, date le attuali forme del dominio imperialistico incentrate sulla produzione di capitale monetario sotto forma di capitale fittizio, sia davvero possibile per la banca centrale di un qualunque altro paese che non dispone di una moneta che funga anche da mezzo di pagamento internazionale come la Fed, replicare la politica monetaria della banca centrale statunitense. Infatti, la Federal Reserve può immettere nel sistema economico-finanziario una quantità di moneta maggiore di quanta ne potrebbe immettere se dovesse attenersi, come qualunque altra banca centrale, alle effettive capacità degli Usa di produrre ricchezza, solo e in quanto, il dollaro è il più diffuso mezzo di pagamento internazionale e i prezzi del petrolio e di quasi tutte le materie prime strategiche sono quotati in dollari. Per questa ragione la Federal Reserve può stampare, oltre a quella corrispondente al volume degli scambi relativi a merci e servizi prodotti negli Usa, una quantità di moneta supplementare corrispondente al volume degli scambi di merci prodotte all’estero e scambiate in dollari fra paesi terzi.

In forza di ciò, la banca centrale americana si trova nella stessa posizione privilegiata di un debitore che emette cambiali, assegni bancari o qualsiasi altro titolo di credito, sapendo che una parte consistente di essi non sarà mai presentata all’incasso perché i suoi creditori la tratteranno presso di sé per regolare gli scambi fra loro.

Come può la banca centrale di un paese privo di una moneta che svolga la stessa funzione del dollaro replicare la politica monetaria della Fed senza che una violenta spirale inflazionistica e un’altrettanto decisa impennata dei tassi di interesse, a partire da quelli sul debito pubblico, lo travolga? Ma qui il racconto si incespica su stesso poiché, a conferma della sua veridicità, si adduce il fatto che negli Usa l’inflazione è ai suoi minimi storici, mentre si dovrebbe dimostrare che la stesa cosa accadrebbe a Stati che non siano gli Usa...

Abbiamo detto: si incespica ma in realtà si ferma al 15 agosto del 1971, quando gli Usa denunciarono gli accordi di Bretton Woods. Da allora, infatti, il sistema dei pagamenti internazionali non si basa più su biglietti convertibili in oro, ma su biglietti inconvertibili - quali appunto il dollaro e l’euro. E’ da allora che agli Stati che non dispongono di una moneta che non funga anche da mezzo di pagamento internazionale, è stata, di fatto, imposta la dittatura monetaria di coloro che hanno il potere e la forza per poterla emettere.

Nel caso specifico degli Usa si aggiunga, poi, che, essendo anche la maggiore potenza militare al mondo e che controlla quasi tutti i centri di produzione e le vie del petrolio, ossia della materia prima strategica per eccellenza (della quale, peraltro, sono anche fra i maggiori produttori al mondo) sono in grado di interferire sul processo di formazione del suo prezzo, al rialzo o al ribasso, senza che le sue variazioni, si ripercuotano sul sistema dei prezzi interni. Ed ecco allora che i margini di manovra della politica monetaria di tutti gli altri Stati quanto più si servono del dollaro per regolare i loro scambi internazionali, tanto più si restringono.

Che è poi la ragione per cui la borghesia europea, anche quando Bruxelles impone, come alla Grecia, politiche economiche sanguinarie, preferisce guardare a Berlino piuttosto che a Washington. E anche quella per cui, non appena l’orso russo ha perduto i suoi artigli, l’euro ha visto la luce.[8]

Altro che riconquista dell’identità e dell’autonomia nazionale, come vanno cianciando i vari Salvini, Marie Le Pen, Grillo e tutti gli arruolati nel fronte dell’euro-rifiuto: se ti svincoli dalle grinfie della Bce, e dunque in qualche misura della Germania, finisci pari pari fra quelle della Federal Reserve. Hic Rhodus, hic salta. Oppure fingi di saltare e vai ad occupare un ben retribuito ( in euro) seggio nel parlamento di Strasburgo.




[1] Vedi: U.Paolucci – La disoccupazione crescente:un problema senza soluzione

[2] Vedi anche: G. Paolucci  -  Lampedusa, ossia quando a decidere della vita e della morte degli uomini è una qualche variabile macroeconomica e G. Greco - Considerazioni sul razzismo: dai suoi albori fino al razzismo a punti

[3] Le operazioni di quantitative easing, che letteralmente significa alleggerimento monetario, consiste nell’acquisto da parte della Banca centrale di un determinato paese di titoli azionari e obbligazionari sia privati che pubblici con denaro creato ex nihilo cioè dal nulla. Con questa operazione da un lato, poiché aumenta la loro domanda e il loro valore, il rendimento di questi titoli diminuisce trainando al ribasso anche i tassi di interesse e, dall’altro, poiché si inietta nel mercato una quantità supplementare di moneta, questa tende a svalutarsi rendendo più competitive le esportazioni ma più costose le importazioni. Dall’inizio della crisi dei subprime a tutto il 2013 si calcola che Federal Reserve abbia creato e iniettato nel sistema economico finanziario più di 3 mila mld di dollari a un ritmo di oltre ottanta mld al mese ora ridotti a 35.

[4] Stranamente mentre questo dato è continuamente strombazzato come la prova più evidente che il vero problema è l’euro è passato completamente sotto silenzio il meno 2,9% fatto registrare dal Pil statunitense nel primo trimestre del 2014, il dato peggiore dal 2009.

[5] J. Stiglitz – Se il mondo paga il prezzo di una teoria sbagliataLa repubblica del 24 marzo 2014.

[6] Ibidem

[7] L. Gallino – Se Renzi si ispira a Shoroeder e Blair – La repubblica del 28.06.2014

[8] Al riguardo vedi: L’euro della discordia

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