Sei qui
L'Istituto è anche Social
FacebookTwitterGoogle Bookmarks

Stati d’Europa uniti dal profitto

Creato: 29 Maggio 2014 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1819
astensioneLe elezioni europee del 25 maggio hanno tenuto banco per settimane sui giornali e nei programmi televisivi italiani. Una guerra di posizioni che spesso si è arenata in una sterile contrapposizione tra europeisti e anti-europeisti, incancrenendosi in una diatriba dai falsi contenuti e in cui è stato gioco facile per tutti cavalcare gli effetti tremendi della crisi economica, addossando le colpe ai partiti nazionali fino ad oggi egemoni, alla Germania, alla BCE. Nessuno, neanche tra gli esponenti della sinistra borghese radicale o l’incognita Grillo, ha però pronunciato la fatidica parola “capitalismo”.

 

Un termine che in sé condensa tutta l’ingiustizia e l’irrazionalità di un modo di produzione finalizzato al profitto di una minuscola minoranza della popolazione e che, in un silenzio per nulla casuale, continua a essere l’unica terribile prospettiva di milioni di proletari in tutta Europa.

Anzi, molti tra gli esponenti politici di centrodestra e centrosinistra hanno rispolverato la vecchia espressione “Stati Uniti d’Europa” declinandola in senso positivo, nonostante la pesante recessione che aggrava giorno dopo giorno le condizioni dei lavoratori e dei disoccupati di tutti i paesi dell’Unione. In realtà, l’idea dell’Europa unita non è così giovane come sembra vogliano fare intendere: spesso essa viene associata al Manifesto di Ventotene e quindi agli anni della seconda guerra mondiale, mentre l’origine di un progetto cosciente d’integrazione fra gli stati europei va fatta risalire almeno ai primi del Novecento, gli anni in cui sia le destre che parte della socialdemocrazia tedesca, pur con prospettive diametralmente opposte, ne faceva ampio uso nei comizi e negli scritti politici.

Senza per questo allontanarci dal presente, crediamo che uno dei compiti principali dei comunisti, eredi del marxismo nella sua originaria veste rivoluzionaria, debba essere quello di verificare i cambiamenti intercorsi nel tempo e in grado di modificare gli elementi decisivi nel campo di battaglia fra interessi borghesi contrastanti. E tutto ciò sarà fatto allo scopo di armare i proletari di una maggiore e più larga capacità di comprendere i cambiamenti in atto nel presente, ingaggiando in questo modo una lotta più cosciente dei rischi e delle strategie da seguire al fine di riorganizzarsi e opporsi al sistema capitalista. Non sarà perciò vuoto esercizio recuperare due brevi stralci da un articolo di Rosa Luxemburg del 1911, in cui sono espressi i motivi della polemica con i partiti borghesi assestati su posizioni pacifiste e in particolare con  il socialdemocratico Kautsky.

La tesi che il militarismo degli stati possa essere distrutto solo con l’abbattimento del capitalismo e che  i tentativi borghesi di limitarlo risultino, oggi come ieri, solo pietose mezze misure restano, nel tempo, concetti estremamente validi, in particolar modo ora che, anni dopo la fine della guerra fredda, conflitti sanguinosi continuano a imperversare dovunque nel mondo, dimostrando la consaguineità di “capitalismo” e “distruzione”. Eppure, l’idea di un’Europa unita ci è propagandata a spron battuto come un “piano di pace presente e futura”, laddove le potenze in via di sviluppo, così come i vecchi blocchi imperialistici, perseguono i loro piani di riarmo, a dispetto della fame e della disoccupazione crescenti in tutto il continente. Meno di vent’anni fa la Jugoslavia veniva bombardata e, mentre scriviamo, a qualche migliaio di chilometri più in là di Berlino, si consuma lo scontro tra gli interessi europei, statunitensi e russi in Ucraina. Uno scenario, insomma, che non dovrebbe facilitare il prospetto di un Europa pacifista ma che invece è reso possibile dall’assenza totale di voci alternative e ben radicate nel proletariato. In una situazione del tutto diversa, la Luxemburg avversava le posizioni di Kautski, il quale, tra i primi fautori dell’europeismo di marca pacifista, aveva scritto nel 1911 sul giornale Neue Zeit:

«[…] Per ottenere una pace duratura, che bandisca per sempre il fantasma della guerra, c’è solo una cosa oggi da fare: l’unione degli stati della civiltà europea in una federazione con una politica commerciale comune, un parlamento, un governo e un esercito confederali - ossia la formazione degli Stati Uniti d’Europa. Qualora si riuscisse in questa impresa, un grandioso passo potrebbe dirsi compiuto. Una simile federazione di stati possiederebbe una tale superiorità di forze che senza alcuna guerra potrebbe obbligare tutte le altre nazioni che non volessero associarsi volontariamente ad essa, a liquidare i loro eserciti e rinunciare alle loro flotte.»[1]

Come è noto, solo qualche anno dopo, le utopie di Kautski si infrangeranno nel più mortifero conflitto mondiale, tuttavia non è questo che qui ci interessa mettere in evidenza: riteniamo invece necessario inquadrare il ragionamento attraverso il quale la Luxemburg ha motivato le sue critiche a quel progetto, contestandone la realizzabilità, anche in una prospettiva unicamente militarista e borghese. I tempi, allora, non erano maturi. Per la Luxemburg del 1911 il processo di integrazione tra gli stati europei è reso praticamente impossibile «perché esistono lotte concorrenziali e antagonismi estremamente violenti all’interno dell’Europa, fra gli stati capitalistici, e così sarà fino a quando questi ultimi continueranno ad esistere»:

[…] In quanto seguaci della concezione materialistica della storia, noi abbiamo sempre sostenuto l’idea che i moderni stati, al pari delle altre strutture politiche, non siano prodotti artificiali di una fantasia creativa, come ad esempio il Ducato di Varsavia di napoleonica memoria, ma prodotti storici dello sviluppo economico. Ma qual è il fondamento economico alla base dell’idea di una federazione di stati europei? L’Europa, questo è vero, è una geografica e, entro certi limiti, storica concezione culturale. Ma l’idea dell’Europa come unione economica, contraddice lo sviluppo capitalista per due ragioni. Innanzitutto perché esistono lotte concorrenziali e antagonismi estremamente violenti all’interno dell’Europa, fra gli stati capitalistici, e così sarà fino a quando questi ultimi continueranno ad esistere; in secondo luogo perché gli stati europei non potrebbero svilupparsi economicamente senza i paesi non europei. Come fornitori di derrate alimentari, materie prime e prodotti finiti, oltre che come consumatori degli stessi, le altre parti del mondo sono legate in migliaia di modi all’Europa. Nell’attuale scenario dello sviluppo del mercato mondiale e dell’economia mondiale, la concezione di un’Europa come un’unità economica isolata è uno sterile prodotto della mente umana. L’Europa non rappresenta una speciale unità economica all’interno dell’economia mondiale più di quanto non la rappresenti l’Asia o l’America. E se l’unificazione europea è un’idea ormai superata da un punto di vista economico, lo è in egual misura anche da quello politico.[2]

Oggi occorre porci la domanda su cosa è cambiato rispetto al passato; quali nuovi meccanismi costringono le borghesie europee a creare un mercato comune, favorendo un processo di integrazione economica mai verificatosi prima in queste dimensioni.

Difatti, se è vero che, come allora, al «punto di vista economico» segue il suo «prodotto storico» (per cui è del tutto irrealisico creare «prodotti artificiali»), rispetto al passato, una competizione capitalistica incentrata principalmente fra soli stati europei è oramai, dopo Bretton Woods, dopo la finanziarizzazione, dopo il dominio del dollaro, una concezione completamente superata. Il capitalismo è senza alcun dubbio il modo di produzione adottato su scala mondiale, talmente interconesso da costituire una fitta rete in cui ogni filamento, cedendo, può mettere in estrema difficoltà gli altri, fino a farli collassare. La crisi greca o le innumerevoli crisi e default che si sono succeduti dagli anni Ottanta in poi sono la dimostrazione concreta dei legami che spesso cingono fino allo stritolamento le economie più deboli, soggiogate sotto il peso dei meccanismi della cerchia finanziaria internazionale. Un piccolo paese come la Grecia, che vale poco meno del 2% del Pil europeo, ha visto crescere in un solo anno il suo deficit pubblico in maniera esponenziale a causa dell’aumento dei tassi d’interesse, cadendo così in una recessione senza precedenti che ha fatto tremare l’intera comunità europea, facendone intravedere le prime grandi crepe strutturali. Tuttavia, l’obiettivo di frazioni borghesi europee, ad oggi ancora determinanti, resta quello di raggiungere una posizione di forza nella competizione mondiale, una prospettiva che è del tutto incompatibile con economie nazionali che si autoescludono dai meccanismi spietati della finanza internazionale o con un’Europa «unità economica isolata».

Del resto ciò con cui il singolo proletario è costretto quotidianamente a confrontarsi è ormai un mondo del lavoro come realtà specchiata di una competizione mondiale fra salariati, nel quale a goderne è il monopolio capitalistico più grande, spesso una impresa trans-nazionale, capace di fagocitare nuove fette di mercato per via di uno sfruttamento planetario di una forza lavoro a basso costo!

E proprio in seguito a questo stravolgimento degli equilibri e alla intrinseca necessità dei capitali di espandersi su scala mondiale, le borghesie dei diversi stati europei, Germania in testa, hanno reagito attraverso un processo di integrazione prima di tutto economica. Un progetto che è stato in grado di creare un mercato unico per le merci e anche per la forza lavoro. Su queste basi è nato il progetto dell’Unione Europea e con tali presupposti veniva coniata la moneta unica, con la prospettiva a breve-medio termine di gareggiare con il dollaro. Senza, tuttavia, voler ribadire in questo breve articolo le tappe di questo scontro inter-imperialistico, peraltro altrove ottimamente espresse[3], ci è invece immediatamente utile far notare le profonde novità rispetto all’epoca in cui le condizioni per gli “Stati Uniti d’Europa” non erano ancora né presenti, né mature, né attive.

Infatti, una delle principali conseguenze dell’odierna competizione mondiale tra salariati a cui il capitalismo ci costringe è l’abbassamento del costo della forza lavoro. Si tratta infatti della principale leva di cui dispone il capitalista al fine di incrementare considerevolmente l’entità dei suoi profitti. E’ su questa linea che va dunque letto il processo d’integrazione economica delle economie dei paesi del vecchio continente con tutte le necessarie politiche di adeguamento della legislazione del lavoro, Jobs act compreso. Scomparse le barriere doganali, la libera circolazione dei capitali e dei lavoratori all’interno dei paesi dell’Unione Europea ha alimentato la spinta verso il basso dei salari su tutto il territorio continentale. Le dinamiche economiche europee, integrandosi con quelle legate alla “mondializzazione” dell’economia, hanno quindi rappresentato una straordinaria variabile che ha ridotto come mai nel passato il costo del lavoro. A beneficiarne, of course, l’intera borghesia europea, mai come oggi aggrappata a questa debole unità politica.

Ora, considerato che “la moneta unica europea potrà superare l’attuale grave situazione di crisi soltanto se i vari governi nazionali cederanno ad enti sovranazionali la gestione della politica fiscale e l’emissione dei titoli del debito pubblico”[4], non dobbiamo sottovalutare l’energia potenziale di coloro che, comunque vada, subiranno le manovre finanziarie architettate ai più alti livelli. Si tratta perciò di diffondere queste verità tra i salariati, di contribuire a riorganizzarli, di far ripartire l’impegno per una coscienza teorica di classe che sia all’altezza delle sfide che la contemporaneità pone e che si trasformi in patrimonio delle avanguardie e guida per il proletariato nel suo movimento. Perché fino a che punto i proletari d’Europa, le classi lavoratrici italiane ed europee, potranno ignorare i piani delle loro borghesie? E le nuove generazioni di lavoratori e lavoratrici fino a quando crederanno opportuno farsi ingabbiare ancora in depistanti battibecchi fra Europa sì, Europa no?



[1] K.Kautski, Neue Zeit, 28 aprile 1911.

[2] R. Luxemburg, Utopie pacifiste, 1911.

[3] G.Paolucci, L’Euro della discordia.

[4] L.Procopio, La nuova frontiera del capitalismo è la depressione economica, in D-M-D’ nr.7.

Chi è online

Abbiamo 12 visitatori e nessun utente online