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Lampedusa, ossia quando a decidere della vita o della morte degli uomini è qualche variabile macroeconomica

Creato: 25 Ottobre 2013 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1762

Sono morti a centinaia accatastati nella stiva di un barcone da pesca mentre venivano trasportati, come una qualsiasi merce alla rinfusa, a Lampedusa. I più sfuggivano dalla guerra gli altri dalla fame più nera. Contavano di raggiungere ognuno la propria terra promessa ma li ha inghiottiti il mare.

Per qualche giorno ne hanno pianto la tragica fine il papa, il presidente della Repubblica, che pure non ha mai esitato a controfirmare ignobili leggi razziste e perfino molti di coloro che quelle leggi le avevano fortemente volute e che ora tutti dicono di voler cambiare e/o abolire.

Dopo questa tragedia, ha proclamato la presidente della Camera Boldrini, nulla potrà essere come prima! Bisogna porre fine alla politica dei respingimenti per quella dell’accoglienza!

E nel reclamare una nuova legge sull’immigrazione, qualcuno ha invocato perfino il diritto alla libertà di movimento, al pari degli uccelli e di tutti gli animali  migratori che si spostano da un capo all’altro del mondo senza incontrare ostacoli che non siano quelli naturali. Come all’incirca centomila anni fa, quando i nostri antenati mossero, a partire dall’Africa, i loro primi passi alla colonizzazione dell’intero pianeta.

Che la storia dell’uomo sia anche una storia di migrazioni è fuori discussione, così come è fuori discussione che a determinarle sia la ricerca delle migliori condizioni di vita possibili. Nondimeno, assimilare, anche solo lontanamente, i flussi migratori attuali a quelli del passato, anche più recente, ci sembra volutamente fuorviante. “La fame- diceva Marx- è la fame ma la fame che si soddisfa con carne cotta, mangiata con coltello e forchetta, è una cosa diversa da quella che divora carne cruda, aiutandosi con mani, unghie e denti”. [1] E ciò vale anche per le migrazioni.

Gli attuali flussi migratori sono cosa diversa non solo da quelli correlati allo svolgersi di cicli vitali indipendenti dalla volontà degli uomini, quali l’alternarsi delle stagioni o le catastrofi naturali, ma anche da quelli che hanno portato, nel 19° e nella prima metà del 20° secolo milioni di lavoratori, soprattutto europei, negli Usa (allora incamminati a diventare la prima potenza industriale del pianeta) o anche da quelli che hanno portato, dopo la seconda guerra mondiale, milioni di braccianti e contadini poveri dell’Italia del sud nelle fabbriche e nelle miniere del nord Europa o della stessa Italia del nord. In tutti questi casi, a determinare i flussi migratori è stata una forte domanda di forza-lavoro nei paesi di arrivo a fronte di un’abbondante offerta in quelli d’origine. Sono stati, cioè, flussi migratori determinati da specifiche condizioni del mercato del lavoro e in specifici contesti storici ed economici, comunque tutti in periodi in cui il ciclo di accumulazione del capitale era in fase espansiva.  Si è trattato pur sempre di uno sradicamento, di un andare forzato verso un altrove ma, almeno, con buone probabilità di trovarvi condizioni di vita e di lavoro migliori.

Oggi è tutt’altra cosa: la maggior parte dei migranti è costituita da fuggiaschi soprattutto dalla guerra. Nel corso del 2012, ben il 60 per cento di tutti i migranti approdati in Europa provenivano da paesi dilaniati dalla guerra imperialista permanente nelle sue più svariate forme. Dal Corno d’Africa all’Afghanistan, dall’Iraq alla Siria, dall’Egitto alla Libia[2] ossia da paesi che per le più svariate ragioni (posizione geografica, presenza di materie prime strategiche ecc.) risultano essere determinanti nei processi di appropriazione parassitaria di plusvalore basata sulla produzione di capitale fittizio e la spartizione della rendita finanziaria che ne deriva.

Sono divenute permanenti la guerra e - in quanto intimamente connesse con l’attuale fase dell’accumulazione capitalistica- le cause che la determinano e di conseguenza anche i flussi di coloro che la fuggono. Quelli che non fuggono dalla guerra, invece, fuggono dalla fame e dalla miseria più totale causate anch’ esse dalle stesse contraddizioni da cui trae origine la guerra permanente. In un passato neppure tanto lontano, infatti, le loro terre sono state in grado di assicurare almeno il loro fabbisogno alimentare e spesso sono fertili e ricchissime di materie prime ma proprio per questo oggetto, nel corso del tempo, di una vera e propria depredazione da parte delle maggiori potenze imperialistiche.  Poi, ha completato l’opera la mondializzazione dell’economia e la conseguente unificazione del mercato su scala mondiale che, ponendole in concorrenza con quelle dei paesi capitalisticamente più sviluppati, ha determinato la distruzione anche di tutte quelle forme di economia di sussistenza che assicuravano almeno il soddisfacimento dei bisogni alimentari, rendendole, così, completamente dipendenti dalle importazioni provenienti dal cosiddetto Nord del mondo e dai crediti da questo a loro concessi a tassi d’interesse usurai.

Fuggono, dunque, non per cause naturali ma per cause tutte strettamente connesse con le esigenze del processo di accumulazione del capitale a scala mondiale. E con cui dovranno fare i conti anche quando, se non finiscono in fondo al mare, avranno raggiunto la loro terra promessa.

Infatti, ad attenderli c’è un mercato del lavoro in cui, a seguito degli stessi processi di mondializzazione e della rivoluzione tecnologica basata sulla microelettronica, si è costituito il più grande esercito industriale di riserva di tutta la storia del moderno capitalismo. Pertanto, nella stragrande maggioranza dei casi, quel che nelle aspettative doveva essere il loro Eldorado, si sostanzia nello sprofondamento nella più totale emarginazione sociale, nel mondo del  lavoro informale e occasionale e per salari neppure sufficienti ad assicurare con regolarità il pasto quotidiano. Fatta salva qualche rara eccezione, sono costretti a dimorare in vere e proprie bidonville nelle estreme periferie delle città insieme a cumuli di spazzatura e in miserabili ripari privi di acqua potabile, elettricità, servizi igienici nonché di qualsiasi protezione sociale a cominciare da quella sanitaria e alla totale mercé dei loro sfruttatori e sempre sotto la spada di Damocle dell’espulsione nel caso osassero anche solo accennare a una qualche protesta.

Sfruttati come bestie, sono nel contempo, a causa  della concorrenza in  cui vengono costantemente posti con i lavoratori indigeni, una variabile macroeconomica importantissima nel processo di formazione del prezzo della forza-lavoro in relazione all’andamento della congiuntura economica e al fine di tenerlo sempre al di sotto del valore della forza-lavoro stessa. Le leggi che ne regolano l’afflusso, allentando o stringendo le maglie, oltre che assecondare i più meschini interessi elettorali dei partiti che si contendono la gestione del potere politico, assolvono proprio questo compito.

In considerazione di tutto ciò, è davvero difficile, se non impossibile, sottrarsi al sospetto che il pentimento dilagante in tutta l’Ue per leggi infami come quella del reato di immigrazione clandestina o per la politica dei respingimenti in mare, non sia funzionale a quelle riforme strutturali, ora tanto in voga in Europa, che hanno come unico obbiettivo la totale rimozione di qualunque ostacolo (normativo, anche solo banalmente sindacale e politico) si frapponga al gioco del libero mercato del prezzo della forza-lavoro per consentire alle imprese del Vecchio continente di essere competitive con quella dei cosiddetti paesi emergenti, ivi compresa la Cina. D’altronde, non si intravvede ancora via di uscita da quella che è ormai unanimemente riconosciuta come la peggiore crisi che abbia investito il modo di produzione capitalistico dopo il 1929 nonostante che le maggiori banche centrali continuino a inondare i mercati di liquidità.  L’idea ispiratrice di questa politica - peraltro messa più volte nero su bianco nei suoi rapporti mensili anche dalla stessa Bce - è che per uscire dalla crisi sia necessario che i salari scendano fino al raggiungimento del punto di equilibrio in cui domanda e offerta di forza-lavoro si equivalgono[3].

E così mentre si piange, si cambiano le leggi ora in un senso ora nell’altro, neppure un solo riferimento viene fatto alle cause che stanno a monte del fenomeno. Un silenzio assordante ma che, con la stessa potenza della voce dell’araldo Stentore, svela tutta la barbarie a cui è pervenuto il moderno modo di produzione capitalistico. Tanta che esso ormai può sopravvivere alla sola condizione che un numero crescente di individui-merce possa essere accatastato nella stiva di qualche vecchio e malandato barcone destinato ad affondare con tutto il suo carico o a giungere a destino a seconda del valore che viene dato da un computer a questa o a quella variabile macroeconomica. E, purtroppo, sopravvivrà fintanto che non si sarà trovato il modo di abbatterlo e costruito un mondo senza capitale, senza merci e senza frontiere.



[1] K. Marx – Introduzione a Per la critica dell’economia politica – pag. 180 – Ed Riuniti - 1969

[2] Vedi: G. Greco – Guerra Permanente. Se per procura, ancora meglio. www.istitutoonoratodamen.it

[3] Vedi U. Paolucci – La disoccupazione crescente: un problema senza soluzionewww.istitutoonoratodamen.it

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