Sei qui
L'Istituto è anche Social
FacebookTwitterGoogle Bookmarks

Ci vuole il Partito, ma quale?

Creato: 11 Giugno 2013 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2161
Dalla  rivista  D-M-D' n °6
Senza partito comunista non potrà esserci rivoluzione, ma senza un profondo ripensamento critico e un bilancio rigoroso delle esperienze già compiute dal movimento comunista, peraltro tutte tragicamente fallite, sarà il partito a non vedere mai la luce.

E’ ormai ampiamente confermato che la crisi in corso è una crisi di sistema che, cioè, attiene al modo di produzione capitalistico e alle sue insanabili contraddizioni; destinata, perciò, a modificare radicalmente gli attuali assetti sociali: o nel senso del superamento rivoluzionario degli attuali rapporti di produzione - la rivoluzione comunista- o verso il totale asservimento dei proletari allo sfruttamento capitalistico che li condanna a lavorare per salari sempre più bassi e tendenti a livellarsi su quello che Marx chiama il limite minimo del valore della forza-lavoro, ossia quel limite fisico al di sotto del quale risulterebbe compromessa perfino la loro stessa vita e riproduzione.[1]

Il proletariato, però, nonostante l’attacco così devastante alle sue condizioni di vita e di lavoro, non si mostra minimamente in grado anche solo di contrastarlo.

C’è chi ritiene che sia solo una questione di tempo, nel senso che, acuendosi ulteriormente la crisi, esso sarà ineluttabilmente e spontaneamente indotto a riprendere con vigore la lotta contro il suo avversario di classe fino ad operare quello strappo rivoluzionario che sancirà la fine della sua schiavitù. E chi, invece- soprattutto nell’area che si richiama tuttora al marxismo rivoluzionario e in particolare alle diverse correnti della sinistra comunista italiana e/o genericamente antistalinista- ritiene che, fra le tante, la causa prima di tanta impotenza sia da ricondurre all’assenza di un autentico partito comunista rivoluzionario. Si susseguono, quindi, da parte di questi ultimi, gli appelli all’unità delle diverse formazioni aventi in comune i medesimi richiami storici e politici al fine di colmare questo vuoto.

Un’esigenza questa che - non occorre dirlo- anche noi avvertiamo. Nel contempo, però, non possiamo non rilevare che mentre è unanime il riconoscimento che il partito non c’è, la gran parte di queste formazioni si autodefinisce Partito comunista”, ovviamente “internazionalista”, “internazionale”, “mondiale” e così via, e quelle che non si definiscono tali, ritenendo comunque di esserlo se non altro in nuce, operano di conseguenza.

Ognuna di esse ritiene, cioè, che il vuoto non sia poi tale e che per colmarlo occorra la semplice ri-costruzione organizzativa di un qualcosa che già c’è .

A nostro avviso, invece, se ci si vuole sul serio porre la questione relativa all’assenza del partito e del percorso per colmarla, è necessario innanzitutto prendere atto che non c’è nulla da ri-costruire ma tutto da costruire, a cominciare proprio dal suo impianto teorico e programmatico, previo un salutare risciacquo nella famosa cassetta degli attrezzi del marxismo rivoluzionario. Tanto più  che la gran parte di queste formazioni si richiama all’esperienza di Lenin, salvo poi formularla ognuna in modo diverso dalle altre, confermando così che in realtà sul ruolo, la funzione, i compiti nonché le forme organizzative del partito vi sono divergenze così profonde che possono spiegarsi solo con il fatto che sono divergenti anche gli approcci alla concezione del materialismo storico e del modo di volgersi dei processi di produzione della coscienza e della lotta di classe di cui il partito è uno dei momenti fondamentali.

La coscienza di classe in sé

I singoli individui – scrive Marx- formano una classe solo se in quanto debbono condurre una lotta comune contro un’altra classe; per il resto essi stessi si ritrovano l’uno di contro all’altro come nemici nella concorrenza.”[2] Vale a dire che gli individui, nel nostro caso i proletari, non  riconoscono il loro essere antagonisti ai capitalisti per una qualche innata categoria dello spirito, ma perché, dipendendo le loro condizioni di vita unicamente dell’entità del loro salario ed essendo questa in ragione opposta a quella del profitto, i proletari e i capitalisti sono oggettivamente portatori di istanze inconciliabilmente contrastanti fa loro. Cioè che le ragioni del conflitto sono date dalla posizione che gli individui occupano nell’ambito del processo di produzione della ricchezza. La lotta che ne deriva per un salario che non sia di fame e/ o per una giornata lavorativa meno lunga, ponendo i lavoratori gli uni accanto agli altri e tutti contro i capitalisti, svela anche la loro appartenenza a una medesima classe, il proletariato, e l’inconciliabilità dei suoi interessi immediati con quelli della classe contrapposta, la borghesia.  Non è un caso, per esempio, che le Società di mutuo soccorso, prima, e le Trade Unions dopo, siano figlie della prima grande rivoluzione industriale nel corso della quale avvenne la sostituzione del telaio a mano con quello meccanico e la conseguente scomparsa del lavoro a domicilio cosicché, nel volgere di poco tempo, una massa crescente di questi lavoratori si ritrovò senza lavoro o condannata a lavorare per salari sempre più bassi tanto che, spinti dalla miseria crescente, sul finire del 18° secolo e l’inizio del 19°, diedero vita spontaneamente a un forte movimento popolare, il movimento luddista, per contrastare, danneggiandoli e/o distruggendoli, l’introduzione dei nuovi telai meccanici.[3]

Di lì a qualche tempo, il continuo peggioramento delle condizioni di vita e di lavoro nonché la tendenza alla diminuzione dei salari determinata dalla crescente disoccupazione di massa, spinsero anche i lavoratori di fabbrica a far proprie alcune istanze del movimento luddista (minimo salariale, limiti legali al lavoro minorile e della durata della giornata lavorativa). Date le loro condizioni di operai di fabbrica, essi compresero che la causa della loro miserabile condizione non era da ricercarsi nella macchina in quanto tale, ma nel fatto che i capitalisti le impiegassero per un loro maggiore sfruttamento e non per amore del progresso scientifico, tecnico e sociale. Fu quindi chiaro che, per raggiungere i loro obbiettivi avrebbero dovuto colpire non le macchine, ma il portafoglio dei capitalisti; e che l’unico modo per farlo era l’interruzione della produzione, fonte dei loro profitti. Così, sulla base della parola d’ordine “Per un’equa giornata lavorativa e un equo salario”, si sviluppò spontaneamente un’ondata di scioperi via via sempre più estesi e, grazie alla costituzione delle Società di Mutuo soccorso, prima e nel 1824, delle Trade Unions, prolungati nel tempo e perciò più efficaci.

E’ stata quindi la loro specifica condizione a spingere gli operai a intraprendere spontaneamente la lotta economica contro i capitalisti e in essa a riconoscersi come facenti parte della medesima classe di sfruttati con in comune il medesimo nemico.

Marx, definisce l’acquisizione di questa consapevolezza coscienza di classe in sé, distinguendo così la classe, in quanto raggruppamento di individui che occupano nell’ambito del processo di produzione della ricchezza e della società una determinata collocazione, dalla consapevolezza che essi hanno di appartenervi e di ciò che questa appartenenza implichi nel determinare la loro condizione economica e sociale e il destino che questa appartenenza riserva loro. “ La classe- precisa, infatti, Marx- acquista a sua volta autonomia di contro agli individui cosicché questi trovano predestinate le loro condizioni di vita, hanno assegnato la loro posizione nella vita e con esse il loro sviluppo personale, e sono sussunti sotto di essa.”[4] E ciò – aggiungiamo noi- indipendentemente da quel che i suoi componenti pensano di se stessi, di questa appartenenza e della condizione che ne deriva.

Dunque, è assolutamente falsa la tesi secondo cui il marxismo sarebbe stato smentito dalla storia perché oggi le classi sociali non esisterebbero più sia perché i lavoratori non si riconoscono come appartenenti a una particolare classe sia perché tra gli interessi contrastanti fra lavoratori e datori di lavoro prevarrebbe l’interesse comune a migliorare l’efficienza della fabbrica in quanto unica e comune fonte dei loro redditi.[5]

Si adduce, cioè, il rapporto di reciproca dipendenza come negazione della dipendenza del più debole dal più forte, pur essendo evidente che in determinate circostanze, quali i periodi di crisi come l’attuale, i lavoratori, non avendo altra fonte di sostentamento, sono indotti ad accettare il male minore e fra la chiusura della fabbrica o un salario ridotto propendono per quest’ultimo.

In realtà, dietro questa apparente scomparsa del proletariato si cela solo il suo fortissimo indebolimento determinato, fra l’altro, dalla introduzione della microelettronica nei processi produttivi e dalla nuova organizzazione e divisione internazionale del lavoro che ne è scaturita.

Finché vi saranno individui che per poter vivere sono obbligatoriamente costretti a vendersi come una merce (forza-lavoro), cioè a farsi oggetto[6], ed altri che li sfruttano esisterà sempre la divisione in classi della società.

In altre parole, appartenenza al proletariato e consapevolezza di appartenervi hanno sì il medesimo presupposto ma sono momenti distinti fra loro e, finché vi sarà capitalismo, vi sarà sempre un proletariato sfruttato e una borghesia sfruttatrice e permarranno anche le condizioni materiali perché il conflitto fra loro esploda.

Non è l’affievolirsi o il venir meno della consapevolezza che gli individui hanno di appartenere a una determinata classe che determina la scomparsa di essa, ma è l’affievolirsi o il venir meno del conflitto di classe che determina la regressione o il venir meno della coscienza di classe, in questo caso: della coscienza di classe in .

Una diversa concezione di questo rapporto presuppone necessariamente che le idee, e dunque, la coscienza che gli uomini hanno di se stessi e della loro condizione, siano date una volta per tutte e innate negli individui. Implica, cioè, anche la negazione della concezione materialistica della storia, la quale, infatti “non deve cercare in ogni periodo una categoria, come la concezione idealistica della storia ma resta salda sul terreno storico reale, non spiega la prassi partendo dall’idea, ma spiega le formazioni di idee partendo dalla prassi materiale.” [7]

La coscienza di classe per sé

La coscienza di classe in sé, però, proprio per essere il prodotto dell’esercizio della lotta economica indotta dal contrasto di interessi fra lavoratori e capitalisti di una determinata fabbrica, di un determinato settore produttivo quando non del tutto di un singolo reparto, induce i lavoratori a lottare sempre e solo “contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti… essa applica soltanto dei palliativi, ma non cura la malattia[8].

In altre parole, la lotta economica, anche quando si conclude con successo, implica inevitabilmente la conservazione del sistema del lavoro salariato. Capitale e lavoro sono, seppure in conflitto fra loro, l’uno condizione dell’esistenza dell’altro per cui la lotta economica, nella misura in cui è solo lotta per salvaguardare il livello del salario o, più in generale, una determinata condizione economica, non può che risolversi sempre e inevitabilmente con la mediazione fra gli interessi dei lavoratori e quelli dei padroni e, quindi, nella conservazione del sistema capitalistico.

Con ciò non si vuole sostenere, come spesso capita di sentir dire ai giuslavoristi e agli economisti borghesi, che essa sia inutile o addirittura dannosa per i lavoratori.  Se i lavoratori vi rinunciassero, avvertiva già Marx nel secolo scorso, “ Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande…. Invece della parola d’ordine conservatrice: <<Un equo salario per un’equa giornata di lavoro>>, gli operai devono scrivere sulla loro bandiera il motto rivoluzionario: << Soppressione del sistema del lavoro salariato>> ”[9]. Che è come dire che per sradicare la malattia occorre abbattere il modo di produzione capitalistico. Occorre, cioè, rifiutare una volta per tutte quel doversi fare, ob torto collo, merce da vendersi a un prezzo più o meno alto e acquistabile in una qualunque agenzia di collocamento come un pacchetto di chewing gum in un distributore automatico. Ossia, si tratta di mettere in discussione tutto un mondo, le basi economiche e politiche su cui poggia, le sue istituzioni, le sue leggi, la sua ideologia che lo raffigura non già come un prodotto storico e perciò transitorio, ma come dato, quando non dal cielo, dalla natura come l’unico modo possibile di produrre la ricchezza.

Non si tratta, più, quindi di lottare per mantenere più o meno integro il valore del salario, ma di abolire il miserabile mercanteggiamento che lo riguarda. Ma ciò implica che i proletari maturino la consapevolezza non solo dell’inconciliabilità dei loro interessi con quelli della borghesia, ma anche di essere portatori di un interesse che è nel contempo immediato e storico, particolare e universale. Particolare e immediato perché relativo alla propria specifica condizione di classe sfruttata, e universale perché, liberando se stessi dalla schiavitù del lavoro salariato, liberano nel contempo, l’intera società dal dominio della minoranza sulla maggioranza, dalla subordinazione degli interessi generali di essa a quelli particolari della classe dominante.

Essendo una classe priva di qualsiasi proprietà, il proletariato non ha nulla da difendere in contrapposizione con il resto della società e quindi, sopprimendo la proprietà borghese dei mezzi di produzione e il sistema del lavoro salariato, fa venir meno anche le ragioni del suo costituirsi in classe e, dunque, anche una qualsiasi ulteriore divisione in classi della società.

Si tratta quindi della produzione non solo della coscienza del suo doversi costituire come classe in sé, ma del doversi costituire, in quanto interprete non più solo di un interesse particolare ma di un interesse universale, come soggetto cosciente e attivo della storia umana; di maturare quella che Marx chiama la coscienza di classe per sé. In altre parole, la consapevolezza che non potrà mai esserci superamento del capitalismo, che trova la sua ragion d’esser sulla divisione in classi della società e sullo sfruttamento del proletariato, senza la rivoluzione comunista.

Spontaneità e Partito rivoluzionario

Ma può il proletariato pervenire a questa consapevolezza spontaneamente mediante il solo esercizio della lotta economica così come accade per la coscienza di classe in sé?  E qui siamo a una delle questioni più controverse che ha attraversato, dividendolo profondamente, tutto il movimento proletario sin dai  tempi di Marx e, successivamente, la Seconda e la Terza Internazionale.

Secondo gli spontaneisti o economicisti, -come ebbe a definirli Lenin nella sua famosa opera Che fare? - se è vero, come sostiene Marx nell’8^ tesi su Feuerbach, che “Tutta la vita sociale è essenzialmente pratica. Tutti i misteri che trascinano la teoria verso il misticismo trovano la loro soluzione razionale nella prassi umana”[10], il processo di formazione della coscienza di classe per sé non può scaturire che per germinazione spontanea dalla lotta economica che i lavoratori conducono quotidianamente contri i capitalisti.

Vi sarebbe, cioè, tra lotta economica e lotta politica rivoluzionaria un rapporto meccanico per cui la prima, sviluppandosi, è destinata a sfociare, anzi a trascrescere ineluttabilmente nella seconda. Quindi – conclude per esempio il riformista Bernestein: “ Il fine ( il socialismo – n.d.r) è nulla, il movimento è tutto.”

Ma, osserva Lenin, proprio perché è la vita pratica che determina la coscienza, i lavoratori con il solo esercizio della lotta economica, che, come abbiamo visto, li imprigiona all’interno del conflitto economico fra profitto e salario, non potranno mai pervenire alla consapevolezza che la loro liberazione dalla schiavitù del lavoro salariato potrà darsi solo con il superamento rivoluzionario del modo di produzione capitalistico, cioè rompendo con la logica della mediazione propria della lotta economica. Il campo della lotta economica che vede i lavoratori divisi per mansioni, per reparto, per fabbrica, per categoria, per settori  produttivi –ossia opposti al singolo capitalista o ai capitalisti di un determinato settore e, comunque, sempre e solo a una frazione della borghesia e mai alla borghesia nel suo insieme e al modo di produzione capitalistico come un tutto unitario- è un campo troppo ristretto per potervi attingere tutti gli elementi formativi di una chiara coscienza rivoluzionaria, cioè della coscienza di classe per sé.  Ciò presuppone, invece, la comprensione del movimento complessivo della società e delle contraddizioni che lo sottendono, per dirla con Marx: “del movimento storico nel suo insieme” e non del solo rapporto economico tra singoli o gruppo di lavoratori e singoli o gruppo di capitalisti.  “ Il solo campo – scrive Lenin nel già citato Che fare?- dal quale soltanto è possibile attingere questa coscienza è il campo dei rapporti di tutte le classi e di tutti gli strati della popolazione con lo Stato e il governo, il campo dei rapporti reciproci di tutte le classi.”  [11] E ciò comporta necessariamente una critica dell’insieme dei rapporti economici e sociali vigenti.  Critica che richiede conoscenze storiche, scientifiche e mezzi culturali che i lavoratori non hanno, non perché siano stupidi, ma perché negati loro dall’appartenenza a una classe sfruttata e subalterna. Peraltro, trattandosi di un lavoro di sistematizzazione scientifica di tutti gli elementi formativi della coscienza di classe, che nella classe si ritrovano frammentati e dispersi a causa della sua stessa frammentazione, occorre che vi sia un luogo dove possano confluire, insieme a questi elementi, anche tutte quelle soggettività ( operai capaci di elevarsi al di sopra della loro particolare condizione lavorativa, artigiani, intellettuali transfughi della borghesia ecc. ecc.) che, avendo fatto proprio il fine storico del proletariato decidono di condividerne il destino.   E questo luogo non può che essere il partito politico del proletariato, il partito comunista. Certamente, non può esserlo il sindacato o qualsiasi altro organismo della lotta economica che, trovando la loro ragion d’essere nella mediazione degli interessi dei lavoratori con quelli dei capitalisti, di fatto non possono che agire in funzione della conservazione dei rapporti di produzione vigenti. Quindi, conclude Lenin: “La coscienza politica ( la coscienza di classe per sé – n.d.r.) può essere portata all’operaio solo dall’esterno, cioè dall’esterno della lotta economica, dall’esterno della sfera dei rapporti tra operai e padroni.”[12]

Siamo, come si vede, di fronte non già a due diversi modi di concepire la lotta per l’emancipazione dei lavoratori ma a due modi diversi di concepire il materialismo storico. Infatti, mentre per gli spontaneisti, essendo la vita pratica, la prassi concepita solo oggettivamente, l’azione politica risulta essere il riflesso meccanico di una determinata condizione oggettiva; per Lenin, invece, essendo la vita pratica concepita anche soggettivamente, l’azione, pur traendo impulso dalla condizione oggettiva, è nel contempo attività di conoscenza critica della condizione oggettiva stessa e azione politica cosciente per modificarla, cioè, attività pratico-critica. Qui Lenin è  davvero tutt’uno con il Marx della prima tesi su Feuerbach e che sta in fondamento di tutta la concezione materialistica della storia e dove Marx rileva: “Il difetto principale d’ogni materialismo fino ad oggi (compreso quello di Feuerbach) è che l’oggetto (in tedesco: gegenstand = materia – ndr), la realtà, la sensibilità, vengono concepiti solo sotto forma dell’obbietto (in tedesco: object = oggetto, immobile, che sta di fronte- ndr) o dell’intuizione; ma non come attività sensibile umana, prassi; non soggettivamente…” [13] In altre parole, il pensiero, l’elaborazione teorica non possono darsi isolatamente dalla prassi ma sono essi stessi prassi, anzi, in quanto attività umana pratico sensibile, la sua forma più elevata.

L’idea che è vita pratica, prassi solo il movimento che scaturisce da una data condizione oggettiva e non anche l’attività di conoscenza critica di essa per poter agire coscientemente e cambiarla, di fatto, limitando la lotta del proletariato alla sola lotta economica, lo condanna a subire indefinitamente il suo destino di classe subalterna. Al massimo di contrastarlo, ma non di interromperne definitivamente il corso per poter sloggiare per sempre dalla storia dell’umanità, ogni forma di sfruttamento e di subalternità degli individui ad altri individui.

Il proletariato, affinché abbia sempre più chiaro e distinto che il suo compito storico va ben oltre un equo salario per un’equa giornata lavorativa, deve poter disporre di tutte quelle cognizioni scientifiche che evidenziano la necessità del socialismo e l’impossibilità di realizzare la sua emancipazione nell’ambito del modo di produzione capitalistico. Ha bisogno cioè di una sua teoria, e, come abbiamo visto, di un suo laboratorio dove produrla perché, come lucidamente afferma Lenin: “non ci può essere movimento rivoluzionario senza teoria rivoluzionaria”.

Partito e Classe

Dunque, non può esserci rivoluzione senza partito rivoluzionario. Ma qui occorre subito sbarazzare il campo da un’altra interpretazione del materialismo storico fuorviante quanto quella degli spontaneisti; cioè quella che identifica il partito non come il luogo dove gli elementi formativi della coscienza di classe vengono rielaborati per essere ricondotti a sintesi politica da restituire alla classe per favorirne il processo di produzione della coscienza di classe per sé ma come il depositario da cui soltanto questa coscienza emana. La classe cioè è intesa solo oggettivamente e non, in quanto composta da individui pensanti con la propria testa, come soggetto attivo e cosciente dell’azione politica rivoluzionaria. Insomma “Un partito- demiurgo che dovrebbe operare un bel giorno lo strappo rivoluzionario per delega di una classe operaia svuotata dalla sua funzione storica e considerata una massa bruta che verrà spinta all’urto da chissà quale forza taumaturgica di capo o di Comitato Centrale.[14]

Il partito, quindi, in quanto unico depositario della coscienza di classe starebbe alla classe come nel corpo umano la testa sta a un qualsiasi altro organo - per esempio la mente e il braccio. Partito e classe non sono concepiti come insiemi di individui distinti ma in stretta relazione dialettica fra loro, ma olisticamente, cioè come parti distinte di un unico organismo. E poiché la testa è l’organo pensante, solo essa -nel nostro caso il partito- può comprendere con chiarezza quali siano gli interessi di tutto l’organismo e poter stabilire ciò che è o non giusto per esso. Nel nostro caso, ciò che è o non è nell’interesse del proletariato, poco importa se poi i proletari sono di tutt’altro avviso.

In questa concezione vi è, di fatto, la teorizzazione della dittatura del partito, grazie alla quale lo stalinismo ha spacciato per socialismo il capitalismo di stato ossia una delle forme più feroci della dittatura borghese.

In realtà, così come non possono darsi una prassi e una teoria isolati fra loro, a maggior ragione non possono darsi neppure un Partito e una Classe separati fra loro. La rivoluzione socialista sarà tale, e potrà compiersi fino in fondo, solo se sarà il prodotto dell’azione cosciente del proletariato. “ La rivoluzione – sottolinea con forza Marx - non è necessaria soltanto perché la classe dominante non può essere abbattuta in nessun altra maniera, ma anche perché la classe che l’abbatte può riuscire solo in una rivoluzione a levarsi di dosso tutto il vecchio sudiciume e a diventare capace di fondare su basi nuove la società .“[15] Il partito che, ritenendosi la testa pensante di un corpo capace solo di rispondere ai suoi impulsi, e pretende perciò di sostituirlo, di fatto, è la negazione della rivoluzione.

Sono quindi inconciliabili con il materialismo storico sia la tesi spontaneista per cui “il movimento è tutto, il fine è nulla” sia quella solo apparentemente opposta per cui “il partito è tutto, la classe è nulla”.

Centralismo democratico e cinghia di trasmissione

Per Lenin, invece, non può esservi iato fra il partito e la classe e, non a caso, quando scrive che la coscienza politica non può essere portata all’operaio dall’esterno subito dopo precisa: dall’esterno della lotta economica, ma non a prescindere dalla classe dato che, comunque, gli elementi formativi della coscienza di classe per sé hanno comunque -come afferma O. Damen - la loro matrice storica nella classe lavoratrice[16] .

D’altra parte non a caso il partito che Lenin concepisce è incentrato sul principio del centralismo democratico ovvero sul coinvolgimento, mediante appositi organismi, di tutti i suoi membri sia nel processo di elaborazione teorica sia di formazione delle decisioni. In base a questo principio l’organizzazione del partito prevedeva un organismo deliberante (il Congresso) composto da tutti i membri del partito, un Comitato Centrale a cui era affidata la direzione dell’attività politica e il controllo dell’attività dell’organo esecutivo, il Comitato Esecutivo a cui era assegnato il compito di dare attuazione pratica alle direttive emanate dal Comitato Centrale stesso in conformità con quanto deliberato dal congresso. Una rete di rivoluzionari di professione, ossia di militanti a tempo pieno, retribuiti dal partito, assicurava la continuità dell’attività politica.

Invece, ai sindacati, una volta che il partito ne aveva conquistato la direzione politica, era assegnato il compito di assicurare il costante afflusso delle istanze provenienti dalla classe verso il partito e viceversa, fungendo così da cinghia di trasmissione fra le loro reciproche istanze.

Come si vede, in Lenin vi è piena coerenza tra l’impianto teorico e la sua realizzazione pratica, fra prassi e teoria. Nondimeno, però, non possiamo ignorare che questa ha dovuto necessariamente tener conto del particolar contesto della Russia zarista in cui doveva operare. Pertanto la questione che si pone oggi non è la validità dell’impianto teorico che in quanto tale rimane valido per tutto l’arco storico del capitalismo, ma se la sua realizzazione pratica possa essere riproposta negli stessi termini di allora, ignorandone i difetti e, soprattutto, i grandi mutamenti intervenuti nella società capitalistica in quest’ultimo secolo.

Si può, per esempio, ignorare il ruolo decisivo giocato dalla figura del rivoluzionario di professione nel processo di trasformazione del partito da strumento della rivoluzione in strumento della controrivoluzione stalinista? E’ indubbio che, come qualsiasi altra organizzazione, un partito, se vuole assicurare continuità alla sua attività non può fare a meno di un certo numero di militanti a tempo pieno. Non si tratta, quindi, di immaginare un partito basato sul solo contributo volontario dei suoi militanti, ma di ripensare i limiti del campo d’azione politica di quelli professionali, nonché le procedure di controllo da esercitare sul loro operato potendo, peraltro disporre di mezzi  di comunicazione e di gestione che ai tempi di Lenin non erano neppure nella mente di Giove.  E cosi per tutto l’impianto organizzativo del partito. E, tenendo conto dell’involuzione che ha subito nel corso dell’ultimo secolo il sindacato, dei mutamenti intervenuti nella composizione di classe, nonché nell’organizzazione e divisione internazionale del lavoro, ha ancora senso un meccanismo di trasmissione, da e verso la classe e il partito, così come l’ha concepito Lenin? [17]

Senza il partito non potrà esserci rivoluzione, ma il partito non vedrà mai la luce se a queste domande rimarranno senza risposta nella convinzione che è solo questione di rimettere insieme i cocci di un edificio crollato da troppo tempo.



[1] Cfr. K. Marx – Salario Prezzo e Profitto - Ed. Riuniti pag. 106.

[2] K. Marx- F. Engels - L’Ideologia Tedesca Op. complete – vol. V – pag. 63 – Ed. Riuniti.

[3] Il movimento pare abbia preso il suo nome da Ned Ludd, un operaio che nel 1799, in segno di protesta, spezzò per primo un telaio.

[4] K. Marx op. cit.

[5] Qui usiamo il termine reddito includendovi anche il salario per sola comodità di discorso in realtà il salario, è capitale variabile ossia quella parte del capitale che il capitalista investe nell’acquisto di una determinata quantità di forza-lavoro.

[6] Cfr. in questo stesso numero M. Lupoli – La vita degli individui fra connessioni e isolamento.

[7] K. Marx  op. cit. pag. 39

[8]K. Marx-  Salario, Prezzo e Profitto – Ed. Riuniti, 1966 pag. 113.

[9] ibidem- pag 112-113.

[10] K. Marx- Tesi su Feuerbach – Ed. Riuniti- Op. complete – vol. V – pag. 5.

[11] V. Lenin- Che Fare? Ed. Riuniti- Le Idee – pag 115-116.

[12] Ib.

[13] K. Marx – op. cit. pag. 3.

[14] O. Damen – Autorità e Libertà – Introduzione a La Rivoluzione Russa di R. Luxembourg – Ed. Prometeo – pag. 3

[15] K. Marx – op. cit. pag. 39

[16] Onorato Damen – Spontaneismo e ruolo della personalità – Prometeo n. 11/59.

[17] Su questo argomento, e in questo stesso numero, cfr. Lorenzo procopio - Sindacato, lotta economica e conflitto di classe nell’epoca della precarietà.

.

Chi è online

Abbiamo 32 visitatori e nessun utente online