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ELEZIONI POLITICHE: NEO-LIBERISMO " A' LA PAGE" E UTILI IDIOTI

Creato: 04 Febbraio 2013 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2159
Trattiamo bene la terra: essa non ci è stata donata dai nostri padri, ma ci è stata prestata dai nostri figli. (Proverbio Masai)

Dietro questo paradosso appena velato, autentica perla di antica saggezza del popolo nilotico degli altopiani, si cela un’intima verità che emerge laddove, soprattutto, si volga lo sguardo verso una realtà sempre più deficitaria, esito inevitabile, a sua volta, delle insanabili contraddizioni in cui si dibatte la società borghese.

 

E’ ben vero quanto scritto da Marx nell’”Ideologia tedesca” con riferimento al cosiddetto mondo sensibile: “…esso è un prodotto storico, il risultato dell’attività di tutta una serie di generazioni, ciascuna delle quali si è appoggiata sulle spalle della precedente, ne ha ulteriormente perfezionato l’industria e le relazioni e ne ha modificato l’ordinamento sociale in base ai mutati bisogni.” [1]

Si fa quindi esplicito riferimento a tutta una serie di generazioni che, nell’incessante opera di produzione e riproduzione delle condizioni materiali, assicurano, per conseguenza, un lascito alle generazioni future che non va certamente visto come una concessione ma come una specie di compito/obbligo storico che traspare, in tutta evidenza, attraverso un apparente ribaltamento di senso, nel proverbio Masai.

Di tutt’altro avviso continua, invece, ad essere il capitalismo che vive solo ed esclusivamente nella ricerca del profitto, immune, quindi, da preoccupazioni di tal genere tanto più adesso che è sempre più attanagliato da una profonda crisi che dura da assai tempo e dalla quale non sa come uscire se non scaricandone gli effetti sul proletariato in generale, segnatamente su quello giovanile.

SITUAZIONE INTERNAZIONALE

I dati forniti dall’ILO (International labour organisation) sono impietosi.

Secondo quanto riportato nel rapporto “Tendenze globali dell’occupazione” nel 2012 la crisi ha bruciato 200 milioni di posti di lavoro e, allo stesso tempo, ci sono altri 27 milioni di nuovi disoccupati.

Per evitare un ulteriore aumento della disoccupazione – sostiene sempre il rapporto – e soprattutto per non veder accrescere il disagio sociale occorrerà, nei prossimi 10 anni, la creazione di 600 milioni di nuovi posti di lavoro.

Scrive, a tal proposito, il Manifesto del 23 gennaio: “ In questa cornice di generale peggioramento delle condizioni di lavoro, oltre che della sparizione di posti, e nonostante le grandi differenze tra le economie analizzate, emergono alcuni tratti comuni. In primo luogo la difficoltà dei giovani che lavorano ancora con grande intermittenza. Tra i 15 e i 24 anni i disoccupati sono quasi 74 milioni pari a un tasso del 12,6% mentre sono gli “under 30” a sperimentare la disoccupazione di lunga durata.[2]

Guy Ryder, direttore generale dell’ILO parla esplicitamente di “dramma umano di dimensioni inaccettabili” che va a rappresentare un pericolo per la stabilità sociale.

Le oramai stucchevoli previsioni sulla crescita economica dicono di una moderata ripresa entro il 2014 che, tuttavia, non impedirà alla disoccupazione di crescere ulteriormente.

Assistiamo quindi a quella che, in termini anglo-sassoni viene definita “Jobless growth” (crescita senza occupazione) sintetizzabile nel fatto che gli investimenti innovativi – quelli tanto cari a Ned Ludd … –[3] hanno quale scopo quello di risparmiare sulla quantità di lavoro da utilizzare ( labor-saving).

D’altra parte, con l’inserimento sempre più massiccio della micro-elettronica nei processi produttivi, si va a delineare quello che, già nel 1966, lo studioso J.R. Bright definiva “profilo di meccanizzazione” in virtù del quale “la qualificazione richiesta è alta solo per i primi livelli mentre la richiesta di capacità e di conoscenze da parte dell’operaio decrescono costantemente dai livelli intermedi in poi, cioè al crescere dell’automazione nel ciclo produttivo.”[4]

Appare, di conseguenza, puro esercizio retorico continuare con il mantra della meritocrazia specialmente in un contesto con una sempre più marcata specificità non solo in termini di espulsione di forza-lavoro dai cicli produttivi quanto anche in termini di svalutazione/dequalificazione della medesima forza-lavoro che ha finito per diventare pura erogazione di semplice energia lavorativa.

SITUAZIONI ITALIANA

E’ tanto vero tutto questo che, ad esempio, in ambito Eurozona e sempre con riferimento alle previsioni del rapporto ILO per il 2013, l’Italia mostra la tendenza a produrre un basso tasso di occupazione e un’alta incidenza di lavori precari.

Il nucleo fondamentale della questione è che, in termini di mobilità sociale – parametro di riferimento assai valido - si assiste ad una inversione di tendenza: in termini ancor più stringenti basti pensare che “ Per quasi tutto il XX secolo, l’Italia ha fatto registrare tassi di mobilità ascendente piuttosto elevati ed il fenomeno deriva principalmente dallo spostamento verso l’alto della struttura occupazionale, a sua volta collegato alla crescita economica. Ma quando, dalla metà degli anni ’90, quest’ultima è venuta meno, anche l’espansione delle posizioni sociali medie e superiori è cessata riducendosi considerevolmente le possibilità, per le nuove generazioni, di raggiungere collocazioni occupazionali più elevate di quelle della loro famiglia d’origine.[5]

A ulteriore supporto interviene uno studio sulla “mobilità intergenerazionale del reddito” redatto dalla Conference Board of Canada che in una classifica inerente 11 paesi occidentali pone l’Italia al penultimo posto e la cosa non deve sorprendere laddove si pensi che nella penisola tricolore la diseguaglianza tra ricchi e poveri è un divario che – dati OCSE alla mano – si è allargato di anno in anno col risultato che, se nel 1980 l’1% più ricco della popolazione deteneva il 6,9% della ricchezza complessiva e nel 1990 il 7,8%, nel 2008 tale percentuale raggiungeva quasi il 10%.

Tali dati vanno a confermare una tendenza generalizzata alla polarizzazione della ricchezza che procede di pari passo con un declino industriale segnato in buona parte dalla distrazione di capitali dalla produzione domestica, ossia dalla contrazione degli investimenti.

Dove sono andati questi capitali? In primo luogo all’estero, come delocalizzazioni, acquisizioni, joint-venture. Lo stock italiano degli Investimenti destinati all’estero (Ide) è aumentato dai 60,2 miliardi di dollari del 1990 ai 578,2 del 2009. Molto di più delle esportazioni di merci, passate dal 19,1% al 29,1% del PIL. Gli Ide italiani in uscita – tra il 2000 e il 2009 – sono cresciuti più della media UE (+ 221% contro il +149%), rimanendo molto inferiori rispetto a quelli in entrata. Dunque, le uscite di risparmio italiano non sono compensate da entrate di capitali produttivi esteri. Ciò non solo peggiora la bilancia dei conti, ma obbliga a recuperare capitali mediante il debito pubblico, la cui quota detenuta all’estero è aumentata al 51% (contro il 15% del Giappone), esponendo il rifinanziamento alla variabilità dei mercati finanziari internazionali.” E ancora “ La ragione delle esportazioni di capitale risiedono dunque, più che nella conquista di nuovi mercati, nel divario salariale tra centro e periferie dell’economia mondiale. Gli Ide permettono sia di ridurre i salari domestici, sia di sfruttare lavoratori meno pagati all’estero.[6]

Il risultato è che mentre i capitalisti riescono a lucrare profitti sempre più alti, i lavoratori regrediscono e impoveriscono e l’economia, nel suo insieme, va in sofferenza.

La vicenda paradossale e nel contempo drammatica perché denuncia l’assoluta mancanza di qualsivoglia alternativa, è che il neo-liberismo – questa sorta di religione superstite dell’Occidente, dopo il fallimento di quella keynesiana – continua a riproporre – come uniche vie d’uscita - ulteriori liberalizzazioni (dal mercato dei capitali fino a quello del lavoro) e privatizzazioni attraverso le quali molti imprenditori trovano maggiormente cospicuo trasferire capitali dalla manifattura ai monopoli pubblici privatizzati quali le autostrade e la sanità, cioè settori dove si possono ottenere alti profitti grazie ai prezzi di monopolio o intervenendo in settori quali quelli delle utility (trasporti, acqua, elettricità) in grado di garantire nuove fonti di rendita monopolistica.

Paradigmatico, sotto questo aspetto, è il pronunciamento di Confindustria che, per bocca del suo presidente, Giorgio Squinzi, illustra un programma economico, per il prossimo quinquennio, a valere come un diktat per i politici impegnati nella campagna elettorale, sostenendo – tanto per rimarcarlo ulteriormente – che il mondo dell’impresa ha bisogno di un’Italia “veramente liberale” per far la quale, tra le altre cose, è necessario:

1) ridurre le regole e rimuovere tutti gli ostacoli al fare impresa;

2) rendere flessibile il mercato del lavoro e ridurre il peso del fisco sulle imprese;

3) tagliare dell’8% il costo del lavoro;

4) lavorare 40 ore in più l’anno, pagate il doppio perché detassate e decontribuite.”[7]

Risultano essere veramente singolari queste proposte provenienti da un mondo che - a parole - deplora le conseguenze della crisi nel mentre – fattivamente – esercita il proprio strapotere di impresa nella totale anarchia di mercato, ha libertà di evadere o eludere il fisco, di arraffare – attraverso le privatizzazioni – risorse e istituzioni, di imporre condizioni-capestro al mondo del lavoro grazie anche alla partecipe corresponsabilità dei sindacati, ha, in una, la possibilità di staccare lauti dividendi dalle cosiddette politiche di austerità.

ELEZIONI POLITICHE E LE MITICHE AGENDE

In un siffatto contesto vanno a situarsi le elezioni politiche che si terranno nel prossimo febbraio e che vedono contrapporsi essenzialmente tre poli con annessi programmi politici definiti - con spreco di pomposità – “agende”.

Un osservatore politico neutrale sarebbe portato a ritenere che, trattandosi di tre poli, di tre coalizioni diverse, tale diversità dovrebbe, giocoforza, esprimersi anche nei rispettivi programmi o agende che dir si voglia. Ebbene, rimarrebbe profondamente deluso.

Al di là delle polemichette di circostanza, dei distinguo assai aleatori, dei reciproci rinfacci, la “substantia” essenziale di queste tre agende è, ineludibilmente, riconducibile – in una sorta di “reductio ad unum” – alla cosiddetta “agenda Monti” a cui ci si rivolge come unico polo di riferimento e di orientamento, un qualcosa dal quale non si può prescindere, una sorta di Leviatano, espressione, quindi, di una volontà quasi divina.

E’ bene dire le cose come stanno: non tenendo conto – per motivi di decenza – delle balordaggini dei forza-leghisti non resta che dare una scorsa – quantomeno nei punti più qualificanti - all’agenda Monti ed a quella di Bersani.

Rileva giustamente il professor Gallino, a proposito del Trattato di stabilità, come “ Ridurre davvero il nostro debito pubblico nella misura e nei tempi richiesti dal Trattato in questione è un’operazione che così come si presenta oggi ha soltanto due sbocchi: una generazione o due di miseria per l’intero Paese; aspri conflitti sociali; discesa definitiva della nostra economia in serie D. Oppure la constatazione che il debito ha raggiunto un livello tale da essere impagabile, per la ragione che esso deriva sin dagli anni ’60 non da un eccesso di spesa, bensì dalla accumulazione di interessi troppo alti.[8]

Ad avvalorare quest’ultima analisi sopraggiunge una stupefacente ammissione da parte del capo economista del Fondo Monetario Internazionale che sul “Washington Post” segnala come, tagliando la spesa pubblica il PIL diminuisce più rapidamente di quanto non diminuisca il debito e come i piani di austerità siano non solo devastanti dal punto di vista sociale quanto deleteri anche da quello macroeconomico.

Ma allora i “sacerdoti della divina illuminazione”, i “Sapienti” neo-liberisti si sono sbagliati?

O hanno scherzato?

Ci si sollazza allegramente con i dati - sul rapporto debito/pil, sugli indici di borsa o sugli spread - coi quali viene bombardata e terrorizzata l’opinione pubblica mentre, nel frattempo i maggiori gruppi bancari del mondo dispongono di leve finanziarie di 40 a 1. Detto in termini più accessibili: hanno attivi finanziari pari al 4.000% del loro patrimonio.

Ma questo meccanismo infernale non viene minimamente messo in discussione. Anzi…

Laddove si vede nel “libero mercato” la panacea per una crescita, tra l’altro rinviata di anno in anno, ci si fa parte diligente a che austerità e rigore non vengano toccati, si danno ampie assicurazioni che un “possibile” governo Bersani non chiederà di rinegoziare il “fiscal compact” e il pareggio di bilancio, viene, per conseguenza, da chiedersi dove queste fantomatiche agende si discostino.

D’altra parte è lo stesso Fassina a ribadire, sostanzialmente, la continuità/sovrapponibilità tra queste dotte elucubrazioni che hanno una capacità di sintesi notevole: tagliare pensioni, svalutare salari e ridurre servizi, colpire i diritti dei lavoratori.

Infatti, chi, se non Fassina, parla esplicitamente di congelamento dei salari oppure di adeguare le retribuzioni alle dinamiche della produttività? Chi, se non il nostro “eroe eponimo” fa marcia indietro rispetto ad una Carta d’intenti nella quale c’era scritto che “si deve attingere alla rendita dei grandi patrimoni finanziari e immobiliari.”?

E’ solare – nei fatti – come l’agenda Monti eserciti una totale egemonia che “costituzionalizza il neo-liberismo ed è nelle cose che: ” il 25 febbraio non cambierà nulla, se non qualche nome proprio di chi ci governerà. Conosceremo altra povertà e altra disoccupazione. Vivremo in una società sempre più iniqua e diseguale e ascolteremo, come da anni, sermoni inutili e ipocrite promesse.”[9]

PERCHE’ ASTENERSI ALLE ELEZIONI POLITICHE

Ci sembra di aver fornito un quadro esaurientemente chiaro sui programmi sostanzialmente identici dei tre poli: fatti salvi gli assai relativi discostamenti del tutto funzionali alla campagna elettorale già in corso, il prossimo governo, chiunque sarà chiamato a dirigerlo, avrà, nell’austerità e nel rigore, nel rispetto dei vincoli europei, un alibi di ferro per continuare la “macelleria sociale” già in atto.

Perché votare? Perché partecipare a questa ignobile messinscena nell’illusione di esercitare un reale potere di scelta cosiddetta “democratica” tra la variegata compagine di candidati che saranno chiamati a perpetuare il dominio della borghesia?

Perché continuare a dar credito a partiti, ad apparati partitici che vivono ed operano nella dinamica degli interessi economici e politici dei rispettivi gruppi divenuti, oramai, dei veri e propri “comitati d’affari”?

Astenersi è quindi d’obbligo per non assecondare la mistificazione elettoralistica in quanto dalle elezioni non potranno scaturire soluzioni che possano soddisfare nemmeno gli interessi più immediati e contingenti del proletariato.

L’astensione a cui ci riferiamo non è, di certo, l’astensione corporativa e reazionaria, ad esempio, dei “forconi” o di altri segmenti sociali che hanno da tutelare esclusivamente il loro “particulare”

Non votare, astenendosi, per i comunisti, significa rifiuto del sistema borghese, vuol dire non legittimare il potere della borghesia.

Ma significa, soprattutto, lottare contro questo potere, operare per una frattura di classe, la sola che può porre fine, una volta per tutte, alla sopravvivenza della barbarie capitalistica.


[1] Marx – Engels - L’Ideologia tedesca. Editori riuniti

[2] Roberto Ciccarelli – Il Manifesto 23 gennaio 2013

[3] Ned Ludd è l’operaio inglese che nel 1799, in segno di protesta, spezzò per primo un telaio meccanico dando così avvio a un movimento di ribellione, che prese da lui il nome ( luddismo), contro l’introduzione dei telai meccanici azionati dalla macchina a vapore ritenuti responsabili della crescente disoccupazione e miseria dei lavoratori a domicilio.

[4] Antonio Noviello: La microelettronica nei processi produttivi e il degrado del lavoro telematico. D-M-D’ n.6 gennaio 2013.

[5] Antonio Schizzerotto: La mobilità sociale in Italia è ferma – www.lavoce.info.

[6] Domenico Moro – Il Manifesto 28 dicembre 2011

[7] Antonio Sciotto – Il Manifesto 24 gennaio 2013

[8] Luciano Gallino: Il baratro fiscale dell’agenda Monti – La Repubblica 8 gennaio 2013

[9] Alberto Burgio – Il Manifesto 31 gennaio 2013

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