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Ci vuole il partito

Creato: 02 Maggio 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1977

Dalla  rivista  D-M-D' n °3

Questo numero di D-M-D’ esce a poco più di due anni dalla costituzione dell’Istituto O. Damen; un tempo non molto lungo ma sufficiente per abbozzare un primo bilancio di questa nostra esperienza e valutarne le possibili prospettive.In questo lasso di tempo le divergenze che sono state alla base della nostra rottura con Battaglia Comunista non solo hanno trovato piena conferma, ma si sono arricchite di un sovrappiù di superficialità e sciatteria che ne fanno ormai un qualcosa di più prossimo a un’armata brancaleone che a un gruppo  politico di una qualche serietà.

Per rendersene conto, basta affacciarsi sul sito web del Pcint e/o sul relativo blog. Si scopre, per esempio, che Marx, al pari di un qualsiasi esponente della sinistra hegeliana, sarebbe stato un anticlericale per eccellenza. Segno evidente di una scarsa conoscenza o completa ignoranza della dura polemica condotta da Marx ed Engels contro questa corrente dell’idealismo. Che poi è come ignorare tutto il percorso fondativo della concezione materialistica della storia.

Peggio: si scopre sul banco degli imputati, con l’accusa di avere atteggiamenti preteschi, un compagno che ha messo in dubbio che il consumo di stupefacenti fosse coerente con la militanza in un’organizzazione politica  comunista.

Soprattutto vi si trova conclamato l’approdo definitivo sulle spiagge dello spontaneismo e dell’anarco-sindacalismo dei primi del novecento. Non c’è un solo volantino, un solo articolo che non indichi nell’autorganizzazione delle lotte dal basso la panacea di tutti i mali che affliggono il proletariato salvo, poi, constatare che si tratta di una chimera e attribuire la responsabilità del fallimento al proletariato stesso perché: “La crisi capitalistica è grave e la borghesia dimostra una determinazione, nel volerla superare, all’altezza di tale gravità. Chi, invece, non ne è all’altezza è il proletariato, anche in Grecia”. Evidentemente ignorano anche la loro piattaforma politica, che, muovendo dall’assunto che il proletariato, per la sua condizione oggettiva, non può pervenire spontaneamente a una tale consapevolezza (che è poi come dire a una chiara coscienza comunista) senza la presenza organizzata e attiva del Partito nel suo seno, prevedeva i gruppi comunisti internazionalisti di fabbrica e territoriali, che, invece, con un tratto di penna, sono stati cancellati ritenendo a tal scopo più idonei organismi interclassisti quali i No Tav! e i No dal Molin!

C’era da capire come tradurre nel concreto quella indicazione politico-organizzativa tenuto conto dei grandi mutamenti intervenuti negli ultimi decenni nella composizione di classe del proletariato, nell’organizzazione e divisione internazionale del lavoro nonché della costituzione del più grande esercito industriale di riserva che mai si era dato nella storia del capitalismo contemporaneo.

Che fare? Questa è tuttora la domanda inevasa a cui urge dare risposta.

I movimenti spontanei registrati nel Nord Africa, in Medioriente e recentemente, seppure con modalità e intensità diverse, anche in Spagna e in Italia, hanno dimostrato ampiamente che il proletariato, tanto più quello contemporaneo in cui è massiccia la presenza di una forte componente di origine piccolo-borghese, in assenza del partito comunista su scala internazionale è destinato a rifugiarsi sotto la grande ala protettrice che la borghesia di volta in volta sa dispiegare. Si impone, quindi, un grande sforzo di elaborazione teorica e un rigoroso bilancio della propria esperienza e delle proprie sconfitte. Un compito a cui, con tutta evidenza, non può attendere chi non comprende che l’elaborazione teorica, se è realmente tale, è la forma più elevata della prassi e non volgare culturalismo.

Dunque alla rottura non c’erano alternative: da una parte la chiusura ottusa nella propria presunzione di essere comunque depositari del verbo e quindi di poter sostenere tutto e il contrario di tutto, dall’altra, la lucida consapevolezza dei grandi vuoti teorici e politici da colmare, dei propri immensi limiti e della necessità di compiere ogni sforzo per superare i confini angusti del proprio orticello.

Di contro stiamo constatando che non siamo i soli ad avvertire questa esigenza. A queste medesime nostre conclusioni sono giunti, all’interno della stessa Sinistra comunista e – vale la pena di sottolinearlo- gli uni indipendentemente dagli altri, anche compagni provenienti da esperienze contigue ma diverse dalla nostra.

Si tratta di un dato politico qualitativamente molto rilevante poiché lascia intravedere che esistono concrete possibilità di dar vita a quel laboratorio di sistematizzazione teorica e politica dei dati inerenti questa fase del capitalismo al fine di delineare con una sufficiente approssimazione i suoi possibili sviluppi e quelli della lotta di classe.

In altre parole, appare meno improbabile la possibilità di poter aprire in tempi non più storici il cantiere per la costruzione del nuovo partito comunista internazionale e internazionalista.

Tanto più che proprio il vento partito dal Nord Africa e che ora sembra stia lambendo anche il vecchio continente, ci offre l’ennesima conferma che non può esserci una coerente pratica rivoluzionaria senza una salda teoria rivoluzionaria.

Infatti, quel vento, che pure in gran parte è figlio di una crisi per molti aspetti senza precedenti nella storia del moderno capitalismo, anziché favorire la radicalizzazione in senso rivoluzionario del conflitto sociale sta restituendo credibilità proprio a quelle istanze neo-riformiste che postulano come possibile un capitalismo altro in cui per esempio la forza-lavoro possa non essere una semplice merce e possa esserci spazio per forme di democrazia diretta anzi, per usare un’espressione molto di moda, partecipativa.

Come se il sistema capitalistico fosse una macchina neutra orientabile in un senso o in altro secondo la volontà di chi è chiamato di volta in volta a governarla quando in realtà la sua direzione di marcia, in quanto sistema basato sullo sfruttamento della forza-lavoro, è iscritta nel suo dna.

Se si vuole porre fine allo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, all’uomo ridotto a semplice merce e come tale a oggetto al servizio della macchina e senza una briciola di tempo, come direbbe Marx- per le sue funzioni umane; se non si vuole il saccheggio del pianeta che ci ospita, la guerra permanente, in una: la barbarie, questa macchina va semplicemente demolita per poter finalmente costruire una società realmente moderna, libera dalla dittatura del denaro e delle leggi che attendono alla sua accumulazione. Altro che indignazione, ci vuole la rivoluzione, ci vuole il partito.

La discussione sulla crisi della Sinistra Comunista, i sommovimenti in Nord Africa e in Medioriente, la spinta incessante a intensificare lo sfruttamento del lavoro fino a fare dell’operaio un puro utensile malpagato al servizio delle macchine e dei lavoratori in generale una merce usa e getta privi di un futuro e dell’idea stessa di futuro, dunque a farsi cose fra le cose, questi sono i temi, attraversando il centocinquantesimo anniversario dell’unità d’Italia, a cui abbiamo dedicato questo terzo numero di D-M-D’.

Giorgio Paolucci

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