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Il Governo Monti, cambiare l’esecutivo affinché nulla cambi

Creato: 30 Dicembre 2011 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1564

Nell’articolo sugli indignati ci eravamo chiesti chi oggi in Italia “ha la forza e la capacità per realizzare il compito posto dalla classe economicamente dominante?”, cioè impostare un nuovo patto sociale quale viatico per il prolungamento del ciclo di accumulazione del capitale.


Ebbene non lo sappiamo ancora, ma ciò che è certo è stato il passaggio di mano da parte dei partiti politici: i margini di manovra politica ormai ridotti dalla crisi economica, accentuati in Italia da un governo delle barzellette, hanno imposto la soluzione politica del governo tecnico del presidente, col compito di salvare l’Italia. Non ci dilunghiamo oltre su questo punto, per noi è consolidato che nella società borghese il governo, politico o presunto tecnico, rimane il comitato d’affari della borghesia.

I primi provvedimenti li abbiamo visti ed anche il segretario della Uil, l’ultramoderato Angeletti, ha parlato di manovra di classe. Ovviamente, per lui, il classismo sta nella mancata distribuzione dei sacrifici ovvero delle tasse, a questo punto alcuni critici si sono vivamente ed istituzionalmente impegnati in proposte a favore di un’equa distribuzione, altri critici hanno agito a favore dell’iniquità, alcuni hanno gioito per la caduta di Berlusconi, i falliti si sono ridati alla padania evidenziando che l’uomo padano è in piccolo l’uomo ariano, i più ‘rivoluzionari’ inneggiano alla lotta di classe, mentre, come da consolidato copione, inizia a suonare l’orchestra terrorista.

Cerchiamo così di dire, dal nostro punto di vista, in cosa consista l’equità dichiarata dal governo Monti: cosa sia equo non in teoria, ma nella reale e concreta società borghese dove vige il modo di produzione capitalistico.

Di fronte alla possibilità che lo Stato borghese abbia una forte difficoltà nel pagamento di stipendi, pensioni e della cassa integrazione, nell’onorare gli interessi sul debito ed il debito stesso e nel garantire un minimo di pubblici servizi è ovvio che la manovra sia equa perché è volta a garantire tutte queste prestazioni. Manovra iniqua quindi? recessiva perché riducendo i redditi taglia i consumi? con una componente espansiva in merito all’allungamento dell’età in cui maturerà il diritto alla pensione? Il voto parlamentare ha sanzionato che alternativa non c’è. Ubi maior, minor cessat: così tutti al capezzale dell’Italia, oppositori compresi.

Però non dobbiamo dimenticare che il problema è la crescita economica, cioè la produzione e con essa l’interesse e la convenienza da parte del capitale ad impiegarsi nella produzione. Il compito principale del governo Monti sta in questo: gettare le basi per rendere ‘tecnicamente’ profittevole l’investimento di capitale nella produzione, con tutto quello che ciò implica per i lavoratori salariati al livello delle condizioni di lavoro, dei diritti e del salario. Mettere in condizioni Confindustria di raddoppiare il PIL in 20 anni, come arditamente hanno richiesto nello scorso Convegno di Capri i giovani imprenditori. Il nuovo patto sociale dovrà essere cucito su questa condizione, e potrà essere fatto da chi non nasconde le difficoltà e si assume le responsabilità facendo apparire problema generale ciò che generale non è.

Dal punto di vista borghese non c’è alternativa ed anche questo è equo perché se aumenta l’occupazione e con essa il monte dei salari le condizioni saranno migliori rispetto alla prospettiva della disoccupazione.

Un punto di svolta per la crescita sembra essere l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, anche se è evidente che flessibilizzare il lavoro in uscita non è la chiave per creare più occupazione. In Italia si può già liberamente licenziare per motivi economici e organizzativi, l’unica garanzia è quella della impossibilità di licenziamento individuale senza giusta causa, ovvero il suddetto articolo 18, ma solo per le aziende con più di 15 dipendenti. Così i critici sinistri si accaniscono nel voler difendere ciò che il capitalismo non può più sopportare e concedere: al borghese realista si contrappone l’astrazione del piccolo borghese. Nella ridda di pro e contro vogliamo indicare come l’attuale tendenza è contraria alla stessa democrazia borghese ed ai suoi dettami costituzionali, aprendo un grave problema politico, dal quale i partiti politici si sono temporaneamente sottratti.

Non ci riferiamo al secondo comma dell’articolo 3 della Costituzione italiana, laddove ognuno può constatare la mancata rimozione da parte della Repubblica degli ostacoli “di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese”; ci riferiamo all’articolo 41 della stessa. In questo articolo è sancito che: “L’iniziativa economica privata è libera. Non può svolgersi in contrasto con l’utilità sociale o in modo da recare danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana”. In cosa consiste questo non recare danno alla sicurezza, libertà e dignità umana dell’iniziativa economica privata se non nella garanzia del lavoro a tempo indeterminato, dei correlati diritti, del salario e della pensione? Ma, come ci hanno preannunciato il giovani industriali al suddetto Congresso, i diritti non sono tutti uguali, e quelli sociali non possono essere considerati immutabili. A questo punto la domanda è: come possono perdurare i diritti politici e civili se quelli sociali dovranno essere progressivamente ridotti?

Però in una cosa, non secondaria, dobbiamo dar atto al governo del signor Monti: nell’aver sostituito l’impossibilità dell’attuale classe politica borghese, con tutto quello che avrebbe comportato, per impostare ciò che la borghesia vuole: di assecondare le necessità del capitale con responsabilità.

Non è stato forse chiamato per questo? Ma nel far ciò può permettere anche ad una, diciamo noi, piccolissima parte della classe lavoratrice e di giovani di iniziare un percorso di dignità e responsabilità nel senso di ritenersi degni e considerarsi capaci di essere portatori degli interessi storici della classe dei lavoratori salariati.

A noi spetta la stessa dignità e responsabilità, ma anche la capacità di una corretta elaborazione teorica per provare ad imbastire un nuovo legame politico con la classe, fuori dalla polverizzazione delle innumerevoli chiesette della sinistra comunista, polverizzazione che ha avuto l’unico effetto di aver inaridito e resa sconosciuta la sinistra stessa.

Ghem

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