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Considerazioni sul razzismo: dai suoi albori fino al razzismo a punti

Creato: 19 Dicembre 2011 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 4611
Dalla  rivista  D-M-D' n °1

Una dissertazione sul razzismo è operazione complessa in quanto va a toccare un fenomeno che mai come adesso si sta caratterizzando per una più che marcata accentuazione e per una sua sapiente manipolazione di cui si intravede sempre più nitidamente l’utilizzo strumentale.

E’ fenomeno datato nel tempo come si conviene a tutto ciò che attiene ai rapporti umani come sono andati enucleandosi e come si sono sviluppati ed articolati nel tempo.

Cos’e’ il razzismo

Possiamo di certo definirlo come la convinzione che la specie umana sia divisa in razze biologicamente distinte ognuna delle quali si caratterizza per tratti somatici differenti e differenti capacità intellettive, cosa che ha come conseguenza inevitabile la determinazione di una scala gerarchica tenendo conto della quale esisterebbero razze definite “superiori” ed altre definite “inferiori”.

In senso storico racchiude tutto un insieme di teorie che hanno  rivendicato e preteso dignità scientifica anche se è stata la stessa scienza a sconfessarle.

E’ facile intuire come queste teorizzazioni abbiano accompagnato – singolare parallelismo – l’esistenza stessa del capitalismo ed in special modo del capitalismo monopolistico, quello, per intendersi, che allungava i propri tentacoli in ogni angolo della terra avvertendo quindi, per giustificare le nefandezze perpetrate contro milioni di persone di ogni colore, nazionalità, sesso o religione, l’estrema necessità di una propria legittimazione.

A ciò un suo fattivo contributo l’ha di certo dato l’etnocentrismo che, facendo leva su una visione critica unilaterale, tende a giudicare le altre culture raffrontandole alla propria, proiettando, di conseguenza, su di esse la propria visione del progresso, dello sviluppo, della stessa evoluzione e inserendo nel confronto tra società moderne e società tradizionali criteri che, a loro volta, esprimono parametri tipici del sistema socio-economico capitalista.

E’ questa la visione che ha caratterizzato anche, ai suoi albori, i “conquistadores” spagnoli e portoghesi in Africa e in America ed è sempre questa medesima visione che, allorquando si è tradotta nella sua forma sociale e culturale più esasperata, è diventata razzismo rivolto al rifiuto dell’altro ma che ha trovato modo di esprimersi, anche e soprattutto, attraverso pratiche di massacro e  genocidio.

Ma un contributo ancor più rilevante, quanto meno per quel che attiene la sua accezione moderna, è stato dato dal classismo che ha rappresentato l’humus ideale per teorizzare che i gruppi sociali vanno identificati in relazione alla propria collocazione nel ciclo produttivo ed alla posizione che occupano nel processo di distribuzione della ricchezza. Monumentale (!) opera, a corroborare questa tesi, è il libro “The bell curve”, di Richard Herrnstein e Charles Murray, nel quale si intende asserire come “ negli Stati Uniti la scala sociale è fondamentalmente equa, cioè riflette il valore intrinseco delle persone: chi è più ricco lo è perché è meglio degli altri. I più intelligenti emergono e si affermano, mentre chi resta indietro, intrappolato in ceti sociali inferiori , è perché non ha altrettante doti intellettuali.[1] E’ indubbio come tale forma di classismo strutturale, istituzionale sia del tutto organica a quel tipo di società – quella capitalistica - divisa, secondo Marx, in due sole classi: la borghesia ed il proletariato, oltre ad essere funzionale a quell’ampio spettro di studi e di ricerche che va sotto il nome di razzismo scientifico.

All’economia di questo studio potrebbe, tuttavia, essere utile indagare da dove trae origine questa discriminazione; si tratti di classismo, di sessismo, di xenofobia, di razzismo, può essere interessante capire come tutto questo è nato proprio per dimostrare l’assurdità e la temporaneità di certa fenomenologia.

Insistiamo sul concetto di temporaneità in quanto la discriminazione primigenia, se così possiamo definirla, è quella che poggia e insiste sull’appartenenza a ceti sociali diversi e, via via, su questa vanno a consolidarsi discriminazioni di altra natura fino a pervenire alle aberranti teorizzazioni di stampo razzistico come quelle sopra riportate.

Si cerca di accreditare, di dare legittimità - ammantandole di una pseudoscientificità tutta da dimostrare –

a tesi che hanno il solo scopo di perpetuare meccanismi di sfruttamento, di appropriazione, di rapina che connotano la società odierna ma che hanno connotato anche epoche passate durante le quali, quanto meno, talune esasperazioni non avevano ancora avuto modo di attecchire.

E’ un dato di fatto incontestabile che le classi sociali non siano sempre esistite.

Gli studi archeologici e storici di Marija Gimbutas e di Riane Eisler così come le scoperte dell’antropologo Henry Morgan hanno dimostrato che nel “neolitico” il modello sociale era privo di sostanziali distinzioni di rango e come i processi legati al reperimento delle risorse, al fatto che, con la nascita dell’agricoltura, si rendevano disponibili “eccedenze alimentari in grado di mantenere capi, le loro famiglie, i vari funzionari e varie classi di artigiani, i sacerdoti[2], danno vita alla prima stratificazione sociale ed alla relativa organizzazione della società che passa dalla primordiale orda alla tribù, alle chefferies nelle quali - per restare in tema di discriminazione della diversità – “l’uomo dovette imparare per la prima volta a incrociare un estraneo senza sentire il bisogno di ammazzarlo”[3].

Ne è passato tempo da allora, tuttavia, paradossale ma vero, l’uomo del 2000 sembra incamminato verso una regressione che ha tanti punti di contatto con le proprie caratterizzazioni primordiali.

Razze umane

“The bell curve” fornisce l’abbrivio per discettare sulle razze e sui pregiudizi razziali che ne derivano, basati, a loro volta, sulla presunta superiorità biologica della propria razza.

Ma cosa intendiamo per razza?

“In biologia, la parola è tradizionalmente usata per definire dei gruppi di individui distinti all’interno di una specie. La specie umana comprende tutti noi ………comunque, al momento, nessuno mette in dubbio che ci sia una sola specie umana: nessuno, in buona fede ed in buone condizioni d’illuminazione, può confondere un uomo con uno scimpanzé. Le incomprensioni nascono quando si tratta di mettersi d’accordo su che cos’è, al suo interno, un gruppo di individui biologicamente distinti.”[4]

E’ soprattutto grazie alla genetica che la biologia possa oggi considerare come assodato il fatto che tutti gli individui riconducibili all’uomo di Cro-Magnon (Homo sapiens sapiens) costituiscano “un solo ed unico insieme omogeneo” in cui la differenzazione  riguarda semplicemente i processi di adattamento ad ambienti esterni diversi.

Fermo restando che due qualsiasi gruppi etnici, all’apparenza molto diversi, sono assai vicini dal punto di vista genetico, l’unica spiegazione plausibile circa le differenze tra le cosiddette “razze umane” attiene unicamente all’aspetto esteriore sul quale ha avuto modo di esercitare la propria azione, il proprio condizionamento, l’ambiente al quale l’uomo si è dovuto adattare durante la sua opera di colonizzazione dell’intero pianeta.

V’è di più.

Ciò che caratterizza maggiormente l’Homo sapiens sapiens rispetto a molte specie animali è proprio questa sua “omogeneità genetica” derivante dalla semplice circostanza che tutti gli essere umani discendono da un numero assai ristretto di antenati evolutisi circa centomila anni addietro.

Ricavare da ciò che facciamo tutti parte di un’unica specie umana è cosa del tutto consequenziale.

Vero è che la genetica è pervenuta a conclusioni per adesso inoppugnabili ma è altrettanto vero come tutto ciò sia dovuto passare, abbattendole, su conclusioni, tesi, approssimazioni, pregiudizi che hanno imperversato per lungo tempo.

Comprova tutto ciò il fatto che il termine “razza” ai tempi di Linneo (secolo XVIII) non possedeva un significato preciso: veniva usata come sinonimo di specie o, finanche, di nazionalità. Tuttavia la convinzione che esistessero varietà geografiche o sottospecie aveva fatto già diversi proseliti e saranno queste sottospecie che cominceranno ad essere chiamate razze.

Il naturalista svedese Carl von Linnè (Linneo) basa, ad esempio, la descrizione delle quattro razze principali sul colore della pelle, bianca, nera, rossa e gialla con le quali convivono anche considerazioni di carattere psicologico per cui gli europei sarebbero intelligenti, creativi e governati dalle leggi a differenza degli indigeni americani che sarebbero testardi, liberi e governati dalle tradizioni.

Gli africani risalterebbero per la loro negligenza, abulia ed impulsività mentre gli asiatici avrebbero il primato in fatto di perfidia e sarebbero inclini alla malinconia.

Emerge chiaramente da queste considerazioni come la ricerca e la classificazione razziale umana usa una certa fatica a restare sul terreno della biologia andando invece a trasmodare in quello della psicologia di gruppo, ambito nel quale, come può essere ovvio per uno svedese del XVIII secolo, gli europei si distinguerebbero, positivamente, per alcune caratteristiche innate.

Jared Diamond nel suo libro-capolavoro “Armi, acciaio e malattie”, a proposito di ciò dice testualmente: ”Le teorie basate sulle differenze razziali non sono solo odiose, sono soprattutto sbagliate. Non esiste una sola prova convincente del fatto che esistano differenze intellettuali innate tra popolazioni umane.” E va assai oltre col sostenere che: “ chi oggi vive ancora “all’Età della pietra” è in media più intelligente di un abitante delle società avanzate.”[5]

A supporto di tale affermazione c’è la netta convinzione, suffragata da esperienze personali, che popoli appena usciti dall’Età della pietra, come i guineani, non hanno problema alcuno a imparare le moderne tecnologie, se “si dà loro la possibilità di farlo

Il cosiddetto innatismo al quale sovente hanno fatto ricorso gli psicologi per tentare di scoprire differenze congenite nel quoziente intellettivo di persone provenienti da diverse aree geografiche escludono, ad esempio, dalle loro trattazioni le differenze che derivano dal punto di vista sociale nonché le abilità cognitive che consentono a gruppi etnici di sopravvivere in ambienti ostili.

Se, per puro paradosso, volessimo, ad esempio, misurare questo innatismo con l’invenzione del fonografo dovremmo essere poi abbastanza onesti e consequenziali nel porci la domanda se questa invenzione avrebbe potuto rappresentare una priorità per sopravvivere nella giungla.

Il razzismo nel mondo antico e nel medioevo

Nella società antica permangono ancora tutti quei pregiudizi, diffidenze, paure, aggressività che sono proprie delle prime organizzazioni umane – gruppi, clan, tribù, chefferies – nelle quali la contrapposizione ha come termini distintivi da un lato il “gènos”, cioè “il gruppo che vanta una comune discendenza e che è unito da certe istituzioni sociali e religiose in una comunità particolare[6],dall’altro lo “xènos” (straniero ma anche nemico, in greco antico) ossia “l’altro” che è inferiore in quanto “non è come noi” e quindi evoca un’idea di ostilità, sostanziata ulteriormente dal fatto che “parla una lingua diversa dalla nostra”, “non si veste come noi”, “professa una religione che non è la nostra”.

La xenofobia, alimentandosi di questi fattori discriminanti, è ancora, con tutto ciò, una sorta di autodifesa rozza e primitiva contro la perdita dei propri valori ed, alla fine, della propria identità.

Tuttavia nella società antica la stratificazione umana più che su motivi razziali poggia su concetti castali:

il nobile è superiore al plebeo e questi, a sua volta, è superiore allo schiavo e le caratteristiche dell’individuo inferiore (modo di parlare, di vestirsi, il suo contegno) danno piena validità alla sua condizione sociale inferiore.

Non stupisce quindi che nei tempi antichi gli uomini potessero essere discriminati, perseguitati per motivi politici, sociali, religiosi, culturali però mai  per motivi prettamente biologici.

Accade che un filosofo come Aristotele giustifichi, a tal proposito, la schiavitù sostenendo la tesi che fosse la “natura” a fare selezione tra chi doveva comandare e chi, di converso, era costretto all’obbedienza e quindi la differenziazione era determinata dal “caso”; di conseguenza, l’attitudine fisica a comandare o a servire dipendeva dall’inclinazione del carattere.

Al grande pensatore di Stagira sfuggivano, evidentemente, le differenze sociali che impedivano, di fatto, allo schiavo di poter esprimere le proprie potenzialità.

Gli stessi barbari vengono considerati “inferiori”, dai greci e dai romani, ma non per motivi biologici ma solo per motivi culturali. E’ un disprezzo che poggia sulla consapevolezza della distanza esistente tra la raffinatezza della società greco-romana e l’arretratezza culturale ma anche tecnica, scientifica, militare dei cosiddetti barbari.

Portato di questa visione è il fatto che i greci e i romani alla razza legavano non tanto il “sangue” quanto il concetto di “cittadinanza”, di “civiltà

Il privilegio di poter far parte di un popolo evoluto, che implicava il possesso della cittadinanza, veniva concesso soltanto a coloro i quali facevano propri, accettandoli, i valori della civiltà greco-romana e tale privilegio è sociale, politico, giuridico e non certamente biologico.

Per concludere: la società premoderna non considera la razza come fattore preminente ed immutabile preferendo considerarlo, più che altro, come un dato transitorio e secondario che non sottintende, tuttavia, l’accettazione del diverso. Tutt’altro.

Le novità, l’inedito, il non-conforme provocano orrore nella società antica che, nonostante ciò, giudica l’appartenenza razziale meno importante di altre forme di diversità, prima fra tutte quella di rango sociale. Scala di valori che, evidentemente, ha meno attinenza con la società contemporanea.

Il razzismo scientifico

Il 1492 inteso come inizio dell’era moderna rappresenta anche la nascita di un razzismo moderno, ufficializzato dagli statuti di “limpieza de sangre” (purezza di sangue), voluti dalla nobiltà spagnola per impedire l’ascesa degli ebrei e dei moriscos convertiti al cristianesimo e sanciti dal decreto di espulsione di tutti gli ebrei dalla Spagna. Esso segna, in prospettiva, la politica coloniale delle grandi potenze europee che elaborano una ideologia razzista per superare appositamente la fondamentale contraddizione tra i valori cristiani di eguaglianza e carità, di cui si dichiaravano fervidi paladini (!), e le pratiche di sfruttamento, spoliazione, impoverimento, uccisione su larga scala delle popolazione indigene, in Africa così come in America.

Ad esser più precisi le prime teorie razziste, basate sulla superiorità biologica e culturale di una razza sull’altra, videro la luce ed ebbero modo di svilupparsi nel secolo XVI al sorgere dei grandi imperi coloniali, spagnolo e portoghese, che diedero avvio al traffico degli schiavi africani da utilizzare nelle miniere e nelle piantagioni americane di cotone.

Queste teorie si basano essenzialmente sui tratti somatici e sul colore della pelle per enunciare che, se esiste una differenza di carattere biologico ereditario, a questa corrisponde, necessariamente, una inferiorità intellettuale, morale, genetica. Una certa tendenza “utilitarista” sostiene, e non a torto, come queste medesime teorie, in quel particolare contesto storico, siano state create per giustificare lo sfruttamento dei neri da parte dei bianchi, per giustificare una pratica aberrante come la tratta dei negri da ridurre in schiavitù sulla quale neanche la Chiesa ebbe niente da ridire o da avanzare qualche seppur flebile protesta.

E’ nell’800 che la schiavitù viene progressivamente abolita nei vari paesi occidentali: in Inghilterra nel 1808, nel 1848 in Francia, negli Stati Uniti nel 1863 ma non per motivi di carattere umanitario come

comunemente si vorrebbe far credere bensì in quanto era venuta meno l’utilità economica dello schiavismo negli stati industrializzati. Al capitalismo dell’industria non interessava più avere schiavi bensì lavoratori, in grado di offrire la loro forza-lavoro e di fungere anche da consumatori andando ad alimentare una sorta di circolo virtuoso che, a sua volta, alimentava la crescita stratosferica dei profitti dei padroni.

Ma a far compiere un notevole salto in avanti a queste teorie aberranti è il razzismo scientifico che, per paradosso,  rafforza e istituzionalizza, a partire all’incirca dal 1870, l’ideologia razzista che sta alla base della politica discriminatoria, ad esempio, degli Stati segregazionisti degli Stati Uniti, del Sudafrica, del Portogallo, del Canada, della Germania nazista e di tanti altri paesi.

Caposaldo di questa forma storica di razzismo organizzato che nasce in  ambienti universitari nell’ambito di scienze quali la biologia, l’antropologia, la genetica, la criminologia, la medicina, la sociologia – con esplicito riferimento alla teoria evoluzionista di Charles Darwin ed al positivismo – è che gli esseri umani fossero costituiti da razze diverse, ognuna delle quali si caratterizzava per un proprio processo evolutivo e che quindi i metodi di classificazione della zoologia si potessero applicare agli studi sulle razze umane tra le quali si distinguevano razze da considerare “superiori” a livello evolutivo ed intellettivo rispetto alle altre ritenute “inferiori”.

Tra le razze superiori la preminenza spettava alla razza “bianca” ed all’interno di questa alla razza “ariana”. Una “reductio ad unum” finemente elaborata per dimostrare come quest’ultima razza rappresentasse il livello massimo raggiunto dalla evoluzione naturale della specie umana.

A porre le basi di questa pseudoscienza è un diplomatico francese, Joseph Arthur de Gobineau che scrive un “Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane” pervaso interamente dall’ossessione che la mescolanza con genti di colore avrebbe portato inevitabilmente al declino della civiltà occidentale ed in cui attribuisce ai tedeschi il primato della purezza razziale solo per giustificare la superiorità della classe sociale che, secondo lui, ne discende in Francia: la nobiltà.

Questo farneticare darà successivamente spunto ad Alfred Rosenberg nel suo libro “Mito del XX secolo”  per l’elaborazione di una  virulenta politica antisemita, ma avrà anche modo di accompagnarsi  all’opera di un professore universitario, Cesare Lombroso, che ebbe modo di enucleare una propria teoria antropologica della delinquenza ritenendo, tra le altre cose, che un criminale fosse tale a causa della sua conformazione fisica e che quindi non fosse possibile alcuna forma di riabilitazione. I suoi studi di fisiognomica si concentrarono massimamente sui crani di briganti uccisi nel Meridione pervenendo, per questa via, a spiegazioni tutte personali sul brigantaggio meridionale, avulse da qualsivoglia considerazione di carattere socio- economico. E’ talmente sconcertante la teoria lombrosiana, mostra tante e tali crepe che un naturalista napoletano, Dario David, in uno studio di antropometria, “La vera storia del cranio di Pulcinella”, mette giustamente in rilievo come i tratti somatici del delinquente “si siano sviluppati in abbondanza in zone particolarmente chiuse ed isolate (socialmente e geograficamente) dove la cristallizzazione di un dato carattere è più facile. Sono le zone in cui vigeva un regime di povertà e di abbandono da oltre 400 anni e quindi vi era un maggiore rischio di insorgenza criminale rispetto ad altri quartieri della stessa città”.La concomitanza tra caratteri somatici e comportamento umano può anche esserci, ma di certo non secondo il legame diretto causa-effetto della “teoria atavica” di Cesare Lombroso.

Sono evidenti nelle teorie dei precursori del razzismo scientifico tutte le ragioni del sistema economico imperante: il capitalismo e segnatamente il capitalismo dei grandi monopoli, delle guerre coloniali, a supporto del quale deve essere concepita una legittimazione che passa attraverso una giustificazione di ordine scientifico.

Le premesse da cui parte il razzismo scientifico si rivelano talmente inconsistenti che nel 1950 l’UNESCO con la sua “Dichiarazione sulla razza”, rifiutando il razzismo scientifico sia politicamente che scientificamente, decretò ufficialmente la “non esistenza” delle razze.

“La nozione di razza si applica bene a cavalli e cani, ma non può essere trasferita alla specie umana[7]

Il razzismo contemporaneo

Oggigiorno, seppure non sia più  possibile mantenere una posizione razzista sul piano biologico nondimeno va sempre più diffondendosi un razzismo di tipo culturale che prescinde interamente da considerazioni di carattere scientifico rimpiazzando la parola “razza” con “nazione”, “patria”, “etnia”, “tradizione” fino ad arrivare addirittura a fenomeni di angusto localismo che esplodono in atteggiamenti di insofferenza,  di avversione, che sono all’origine di idiosincrasie che vanno sempre più radicandosi tra le pieghe della società.

Ciò è dovuto al fatto che il razzismo, inteso come manto ideologico a tutela di determinati interessi economici, ha modo di diffondersi nella misura in cui la precarietà rappresenta oramai il tratto distintivo di una società capitalistica che si dibatte in una crisi che sembra non abbia vie d’uscita.

Purtroppo, seppure in crisi, il capitalismo mantiene ancora intatta la capacità di saper intercettare le pulsioni distruttive della società e di saperle incanalare verso i capri espiatori di turno che sono, per lo più,  i “dannati” della terra, i profughi, gli immigrati, tutta gente che cerca di fuggire dalla povertà, dall’intolleranza, dalle persecuzioni dei loro paesi d’origine.

Tensioni  alimentate ad arte, controllate e gestite in modo da ingenerare delle vere e proprie guerre tra poveri a totale beneficio della classe che ancora detiene il potere e che signoreggia: la borghesia.

Si vive una quotidianità sempre più segnata dalla discriminazione sistematica contro i più deboli, i più vulnerabili, vissuti come pericolosi concorrenti che attentano ad una sicurezza dei posti di lavoro che vanno sempre più assottigliandosi in maniera drammatica..

In un contesto del genere diventa assai più facile, semplicistico, semplificativo esercitare l’intolleranza, sfogare l’aggressività contro individui che hanno il solo torto di essere poveri e di non essere tutelati da nessuno anziché indirizzare intolleranza e aggressività contro chi è la causa prima di questa instabilità economica.

I fatti di Rosarno sono assai esemplificativi in tal senso anche se, purtroppo, non rappresentano qualcosa  di inedito: lavoratori immigrati super sfruttati e sottopagati, da un lato, e, dall’altro, lavoratori locali disoccupati che ritengono i primi la causa prima della loro mancanza di lavoro.

Quante analogie con i fatti di Aigues-Mortes, nel 1893, quando gli immigrati di turno erano i “Macaronis” – come spregiativamente venivano chiamati gli emigranti stagionali italiani che andavano a lavorare nelle saline della Francia del sud.

Anche lì una rivolta xenofoba che lascia sul terreno un centinaio di operai morti, linciati da una folla inferocita. Anche lì i lavoratori immigrati visti come bersagli sui quali incanalare tensioni locali in aggiunta ad altre di carattere nazionale e internazionale.

Anche lì la solita sapiente montatura orchestrata dalla borghesia francese ed amplificata, ad arte, dal settimanale “Memorial d’Aix” che scrive:” Gli italiani cominciano ad esagerare con le loro pretese: presto ci tratteranno come un paese conquistato[8] o dal quotidiano “Le Jour” che chiedeva al governo di “ proteggere i francesi da questa feccia nociva, e peraltro adulterata, che si chiama operaio italiano”.

E’ cosa purtroppo assai agevole evincere come la barbarie sia dietro l’angolo e come il ruolo delle vittime e dei carnefici possa essere anche intercambiabile.

Una barbarie che tratteggia un quadro demenziale contenuto in un decreto, di qui a breve, che istituirà in Italia  il cosiddetto permesso di soggiorno “a punti” che verrà concesso soltanto agli immigrati che abbiano dimostrato una fattiva conoscenza  della Costituzione e della lingua italiana.

Come giustamente osserva Luca Fazio sul Manifesto del 5 febbraio, al controllo delle braccia e dei denti degli schiavi delle piantagioni subentrano gli esamini.

Potenza dell’evoluzione!

Il proletariato e il razzismo

Per comprendere al meglio questa relazione non si può prescindere, tra le altre cose, dagli effetti della globalizzazione e della deregolamentazione  che hanno determinato l’aumento di fenomeni quali la crisi dei sistemi di “welfare”, lo smantellamento di interi comparti industriali, l’immigrazione, l’esclusione sociale.

Il sociologo inglese Zygmunt Bauman nota come questo fenomeno riesca a far passare nella percezione comune  raffigurazioni che simboleggiano, con la loro crudezza descrittiva, una realtà in cui aumentano sempre più gli “scarti umani”  o i “portatori di insicurezza”. Si staglia sempre più nettamente uno “Stato della paura” che si avvale di veri e propri imprenditori dell’intolleranza, della paura, della crisi di rappresentanza dei partiti tradizionali i quali riconducono parossisticamente tutti i problemi e le insicurezze suscitate dalle trasformazioni dell’economia e della vita sociale alla presenza degli immigrati a cui sono riduttivamente collegate altre problematiche quali il degrado urbano, l’inefficienza dei servizi sociali, l’aumento della criminalità.

E’ una retorica con una sua elevata capacità di suggestione che favorisce identificazione e riconoscimento soprattutto tra i ceti popolari: artigiani, commercianti, disoccupati, operai.

Tra questi ultimi soprattutto, a causa del flusso ininterrotto delle dismissioni industriali, sta montando sempre più un rancore che -come fa rilevare Marco Revelli sul Manifesto del 6 febbraio -  alimenta le “guerre tra poveri”, “i conflitti orizzontali sul fondo della piramide sociale”.

Il discorso ha modo di guadagnare ampiezza quando si considera che la globalizzazione come pure la microelettronica veicolano una svalorizzazione della forza-lavoro che oramai ha reso possibile anche una progressiva proletarizzazione di ceti sempre più consistenti di piccola e media borghesia.

Stiamo parlando di ceti impoveriti che vanno ad aumentare la massa di quelli che già vivono con angoscia il rischio-povertà, di ceti per i quali “l’orizzonte sociale era stato, a lungo, quello della crescita, di reddito e di status e che adesso si scoprono, quasi d’improvviso, su un piano inclinato”, giusto l’effetto di un processo di polarizzazione della ricchezza che, secondo studi fatti dalla Banca dei regolamenti internazionali, ha visto passare, tra inizio anni ’80 e il 2005, quote sempre più consistenti di tale ricchezza dal monte salari ai profitti delle imprese.

Sul mercato del lavoro ha quindi sempre più influenza, col suo potere ricattatorio, la borghesia e la realtà ci mostra, da parte di quest’ultima, la capacità di ricatto sui lavoratori impiegati a fronte di una disoccupazione che si va dilatando a dismisura.

Gli scenari che si intravedono focalizzano una realtà in cui potranno esserci tensioni che metteranno i lavoratori gli uni contro gli altri con sommo compiacimento di una classe borghese che potrà continuare ad esistere ed a tutelare i propri interessi, i propri privilegi.

Un proletariato così confuso, così frammentato, frastornato non sarà mai in grado non solo di scalfire il potere della borghesia ma, neanche lontanamente, di enucleare dei processi di solidarizzazione tra i suoi vari strati se prima non si riconoscerà come classe.

Insistere con comode scorciatoie basate sull’enfatizzazione dei “proletari”, tout court, è pratica inconcludente.

I proletari – può anche non piacere – sono individui in concorrenza tra loro e perfino nemici  l’un contro l’altro armati e quindi come tali non possono costituire una classe se non riconoscendosi nella medesima condizione di sfruttati.

Solo in questo modo essi possono superare ciò che li divide  e produrre quella che Marx chiama la “coscienza in sé”.

Solo su tali basi può avvenire quel processo di omogeneizzazione del proletariato che consentirà a quest’ultimo di liberarsi di tutte le pastoie che ne condizionano l’azione, soprattutto in prospettiva, compresi i pregiudizi di razza.

Gianfranco Greco

 

[1] Guido Barbujani: L’invenzione delle razze pag.133 – Edizioni Bompiani

[2] Jared Diamond: Armi,,acciaio e malattie pag. 217 – Edizioni Einaudi

[3] Idem                                                          pag. 2160

[4] Guido Barbujanni: op. cit.                         pag.52

[5] Jared Diamond: op. cit.                              pag. 8

[6] Friedrich Engels: L’origine della famiglia,della proprietà privata e dello stato pa. 116 – Edizioni Savelli

[7] Jared Diamond: op. cit.                              pag. XI

[8] Enzo Barnabà: Morte agli italiani!Il massacro di Aigues- Mortes 1893 – Edizioni Infinito

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