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L’umanità intera costretta a ballare sull’orlo di un vulcano. Questo è il nucleare!

Creato: 08 Settembre 2011 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2113
Dare prova con le centrali nucleari dello stesso disinteresse per la vita umana è il tradimento peggiore che si possa fare alle vittime di Hiroshima”.

Kenzaburo Oe ( premio Nobel giapponese per la letteratura)


Dissonare dalla realtà rappresenta pur sempre una limitatezza grave anche per imbonitori di professione che, privi di qualsiasi codice etico, continuano a catechizzare sulle immani sciagure che deriverebbero all’intero genere umano se pochi irresponsabili - presi dall’emotività – decidessero che il nucleare è, allo stato delle cose, un’opzione da rigettare ed in via definitiva.

Quasi una coazione a ripetere. Una sorta di sintomo nevrotico ripetuto coattivamente senza, per questo, riuscire a giustificare, men che meno a spiegare, la plausibilità del tutto.

Nucleare? Three Miles Island, Chernobyl, Fukushima. Ai cosiddetti “nuclearisti”questi tre nomi dicono proprio niente?

Quando si maneggia questa scabrosa materia si deve innanzitutto veder chiaro quali possano essere i moventi che portano a privilegiarne la scelta andando, a ricasco, ad analizzare i relativi costi, i vantaggi, i rischi, le prospettive, in un tutt’uno che, organicamente, sappia dare configurazione completa a ciò che, a giusta ragione, viene percepito con un terrore più che giustificato.


PERCHE’ IL NUCLEARE

Al di là delle campagne propagandistiche, l’opzione nucleare, con i suoi disastri sull’umanità, è dettata da considerazioni economiche e politiche del capitale che nulla hanno a che vedere con gli interessi della collettività.

Essa nasce dalla ricerca militare e oggigiorno l’energia nucleare civile non è altro che un sottoprodotto di quella militare poiché - capitalisticamente parlando - presenta il notevole vantaggio di essere una tecnologia strategica convertibile da “civile”a “militare” con gli indubbi ritorni in termini prettamente imperialistici.

Ma al di là di questo, la scelta nucleare si inserisce, a pieno titolo, nello stesso novero a cui appartengono i grandi impianti, le grandi strutture, le grandi reti, la grande speculazione, i grandi capitali, ossia tutto ciò che ad un capitalismo sempre più in sofferenza – in termini di autovalorizzazione – può essere utile nella ricerca incessante del profitto.

Ed infatti – nello specifico – si parla di “cricca dell’atomo” intendendo quel grumo di interessi, quella lobby decisa a conseguire comunque – passando su tutto - il suo risultato.


COSTI, RISCHI, VANTAGGI

Tra le piacevolezze ascrivibili al nucleare per gli esegeti dell’atomo ci sarebbe innanzitutto, in termini di costi,  la convenienza rispetto ad altre fonti energetiche e questa mistificazione poggia – prendendo come termine a cui riferirsi il costo attuale di 1 KW di energia elettrica prodotto per mezzo del nucleare – sul fatto che vengono considerati solo i costi “attuali”, ossia di costruzione e funzionamento delle centrali, tralasciando, tendenziosamente, i costi “futuri” quali:

- i costi di dismissione e smantellamento delle centrali nucleari;

- i costi di gestione e conservazione delle scorie;

- il costo sempre più alto dell’uranio che è destinato – come ogni cosa di natura – ad esaurirsi.

Pochi dati sono sufficienti ad illuminare ulteriormente il tutto:

a)      i costi di smantellamento variano da 500 milioni di euro fino a 2 miliardi di euro a seconda del tipo di impianto;

b)      i costi di smaltimento e di stoccaggio delle scorie radioattive – tanto per fare un esempio - in un paese come gli USA hanno inciso per 7 miliardi di dollari senza che il sito di Yucca Mountain abbia minimamente risolto il problema. Tutt’altro! Fallimento, quindi, su tutta la linea secondo quanto confermato anche da Carlo Rubbia.

Resta pertanto tutta da verificare questa fantomatica convenienza, anzi ciò che risalta in tutta la sua evidenza è proprio “l’antieconomicità” del nucleare in quanto sono assai elevati i costi “preliminari”, i costi “attuali” e – come detto – i costi “futuri”.

La comprova è data proprio dal fatto che i privati tendono a tenersi lontano dal nucleare proprio per via degli elevati costi e che – è sempre Rubbia che parla - “nei paesi che hanno scommesso sull’energia nucleare questa scelta è stata finanziata, in un modo o nell’altro, dallo Stato, spesso perché lo Stato era impegnato nella costruzione di bombe atomiche”[1].

Ecco allora che i privati possono anche interessarsi al nucleare sempre che ci sia la fattiva presenza di sostanziosi sussidi statali.

Ma, inchiodati alla forza delle loro “ossessioni”, i nuclearisti decantano i “ sensibili vantaggi in termini di inquinamento atmosferico e di pianificazione territoriale” sottacendo però che, allorquando ci si riferisce ad una assai ipotetica “energia pulita”, non si tiene conto delle scorie nucleari che possono mantenere un elevato livello di radioattività per migliaia di anni.

Non si tratta di sottacere le conseguenze nell’utilizzo dei combustibili fossili così come non si può disconoscere l’effettoserra, tuttavia tappezzare l’intero pianeta di discariche radioattive sotterranee con tutti i rischi che ne derivano non è proprio l’optimum se si vuol discettare di vantaggi


SICUREZZA O DEL TEATRO DELL’ASSURDO

Se i criteri di valutazione dei rischi si basano unicamente su un astratto calcolo di probabilità ne deriva – in termini di logica molto spicciola – che la tanto esibita “sicurezza” del nucleare altro non è se non guscio vuoto e come tale privo di qualsiasi senso o consistenza.

Se la tecnologia americana, francese, giapponese era superiore a quella sovietica – come si sosteneva all’epoca di Chernobyl – laddove l’incidente era stato classificato come “man-made accident”, cioè causato da errore umano, per Fukushima quale altra fandonia farfuglieranno gli indefessi sostenitori dell’atomo?

Alla luce di quanto avvenuto in Giappone quale può essere la capacità di valutazione del rischio connesso a eventuali “cause impreviste”, a “bizze” della natura, ad “attacchi terroristici”?

“Non esiste alcun nucleare sicuro” è quanto afferma il solito Rubbia ed a corredo di tale dichiarazione porta un suo personale convincimento secondo cui – sempre per il calcolo delle probabilità – “ogni cento anni un incidente nucleare è possibile”.

E’, di certo, una previsione ottimistica in quanto, a volerci attenere ai cosiddetti “incidenti nucleari” di minore portata e riferiti ai 440 reattori distribuiti in tutto il mondo, negli ultimi 50 anni se ne sono verificati ben 130, secondo quanto rilevato dalla UNEP (United Nations Environment Programme).

Tutti rigorosamente occultati all’opinione pubblica, s’intende.

 

NUCLEAR RENAISSANCE

A Copenhagen, nel 2009, alla conferenza sul clima era sembrato che niente potesse più frapporsi alle tesi sostenute dagli intransigenti sostenitori dell’atomo i quali hanno vagheggiato fino ad un giorno prima di Fukushima di un’autentica “rinascita” del nucleare. La stessa Merkel, assurta a paladina dell’opzione anti-nucleare, fino a tre giorni prima della tragedia giapponese aveva imposto che nove centrali nucleari fossero mantenute in funzione per altri 20 anni. Le stesse centrali, dopo Fukushima, vengono fermate. Le condizioni in cui funzionavano, prima e dopo l’incidente, erano le stesse. Verrebbe quindi da chiedersi come mai una centrale con più di 40 anni fosse ancora in servizio ma la risposta è insita nell’”idea di far funzionare i reattori oltre i 40 anni, spinta in generale dal nobile proposito di fare più soldi possibile, il che comporta anche massimizzazione dei rischi”.[2]

Di chi ci si dovrebbe fidare allora? Di chi – se non fosse emersa una forte opposizione a livello internazionale – avrebbe classificato Fukushima come un semplice incidente di percorso per evitare che la filiera del processo di accumulazione del capitale potesse allentarsi o interrompersi?

Di chi ci si dovrebbe fidare? Di chi diffonde il nucleare in un paese dove – a livello geologico – si incrociano quattro placche tettoniche, come nel caso del Giappone? Oppure di chi costruisce, come in California, una centrale nucleare sulla “Faglia di Sant’Andrea” che si può spezzare in qualsiasi momento? O di chi fa sorgere un impianto nucleare su una faglia sismica nonché alla confluenza di un complesso sistema di dighe, come nel caso di Fessenheim in Germania?

Vien da chiedersi, in questi casi, se la stupidità fa agio sull’essenza criminale o viceversa.

Quanto meno, nello specifico, ha il sapore di una tragica ironia l’accostamento col termine “Rinascimento” che – ci sia consentito di dire - evoca ben altre cose.

PROSPETTIVE

Dovrebbe essere un azzardo parlare di prospettive per un’energia che rappresenta appena il 6% dell’energia mondiale prodotta e, proprio rifacendoci a quanto già esposto a proposito degli elevatissimi costi, va sempre più emergendo una distribuzione planetaria del nucleare caratterizzata dalla differenziazione tra  paesi sviluppati e paesi emergenti. E’ in quest’ultimi che si concentrano i progetti in costruzione – parliamo della  Cina, dell’India, della Corea del Sud e di altri paesi asiatici – in quanto da fabbriche del mondo, in base alla nuova divisione internazionale del lavoro, sono paesi energivori per antonomasia e possono usufruire di condizioni non presenti altrove quali:

- un reale controllo della propria politica energetica;

- disponibilità di notevoli risorse finanziarie;

- disponibilità di una forza lavoro a costi bassissimi

- assenza di un’opposizione che sia in grado di contrastare questi programmi energetici.

Di converso nei cosiddetti paesi sviluppati ad una opinione pubblica pervasa dal terrore del nucleare si accompagnano movimenti antinucleari che hanno avuto gioco facile – alla luce di tragedie come quella di Chernobyl o di Fukushima – a far valere l’opzione anti-nucleare.

A tutto questo – di per sé di una certa rilevanza – vanno a sommarsi altre considerazioni di carattere economico che penalizzano la “nuclear renaissance” che, per poter essere degna di tal nome, dovrebbe vedere la costruzione di una centrale atomica ogni 10 giorni per 60 anni con costi rilevantissimi non proprio sostenibili nell’attuale congiuntura economica.

Per di più – tanto per sfatare qualche luogo comune – la tecnologia nucleare è da considerare tutt’altro che avanzata tenuto conto che questo pseudo rilancio dovrebbe passare con gli stessi reattori e con gli stessi problemi  ( rifiuti radioattivi, insicurezza ecc.) o attraverso i fantomatici reattori di IV generazione ( i cosiddetti reattori “autofertilizzanti”) che hanno il grande pregio di non esistere, neanche a livello di prototipi.

Si comprende allora come con queste prospettive assai nebulose e con un parco nucleare invecchiato (l’età media dei reattori nucleari è di 27 anni), vari paesi – Germania in testa – abbiano deciso di uscire dal nucleare.

Tardiva resipiscenza o c’è dell’altro?

Secondo una autorevole fonte interna al mondo della finanza ed alla AIEA (agenzia internazionale energia atomica) “ la decisione di chiudere, in Germania, le sette centrali asseconda gli operatori di quelle stesse centrali in quanto il margine lordo degli impianti è sceso da 12 euro a 2 euro per Mwh, cioè ad un livello al quale non è più possibile realizzare alcun utile”.[3]

La stessa decisione è stata presa dal governo svizzero e da altri paesi europei.

Ma a tarlare le certezze dell’industria nucleare – secondo quanto sostiene Denis Delbecq, giornalista di Science & Vie – più che le organizzazioni ecologiste sarebbero state considerazioni di “vil calcolo economico” e cioè” …impegnarsi nel nucleare rappresenta un investimento ad assai lungo termine. Dal momento della decisione allo smantellamento degli impianti a fine vita passano un centinaio di anni, con investimenti pesanti in avvio e ricavi che si distribuiscono nell’arco di parecchi decenni. Tempi poco compatibili con le esigenze di guadagno veloce dei mercati finanziari nelle economie liberiste. E’ piuttosto difficile imbarcarsi in questo tipo di investimenti senza un quadro, solidamente definito dagli Stati, di riduzione delle incognite che gravano sul rendimento”.[4]

Ogni riferimento ai sussidi statali non è per niente casuale.

CONCLUSIONI

Gli esiti dei recenti referendum in Italia così come la forte avversione subentrata nell’opinione pubblica internazionale, a seguito dell’incidente di Fukushima, hanno ingenerato la semplicistica convinzione che una nuova era si fosse aperta, che tale svolta significasse poter dettare i termini di una agenda in cui il ruolo decisivo proveniva dal mitico”basso”.

Fare la tara a questi voli pindarici è doveroso in quanto necessario a smascherare la mistificazione riformista che sta dietro agli esiti referendari, come pure alle chiavi di lettura delle rivolte arabe o all’enfatizzazione dei vari movimenti.

Volendo riconoscere una certa fondatezza alle dichiarazioni del solito esperto AIEA ne scaturisce la conseguenza che le multinazionali operanti nel settore - vuoi per calcolo economico vuoi per una avversione sempre più montante - altro non stiano facendo che diversificare i loro investimenti: dal nucleare alle biomasse, all’eolico, al fotovoltaico.

Lampante esemplificazione di tutto questo è proprio la Siemens che già nel gennaio 2009 aveva annunciato la vendita della propria quota in Areva ( costruttore francese di reattori nucleari) mentre, al contempo, diventava capofila del consorzio “Desertec Foundation”, che include, tra gli altri, Deutsche Bank, HSH Bank e Unicredit, con l’obiettivo di produrre nel deserto libico il 15% del fabbisogno energetico euroccidentale. “E’ vero che si parla di sola energia elettrica. Nondimeno le potenzialità ed il relativo business paiono enormi”.[5]

Se la logica permane la stessa – la logica del profitto – ci sembra ragionevolmente plausibile porci degli interrogativi a fronte di tanto trionfalismo. Il grano, il riso, il mais sono entrati nell’orbita degli interessi delle multinazionali che si sono guardate bene dal produrre “valori d’uso” al posto dei ben remunerati “valori di scambio”. Ne sanno qualcosa le masse affamate dei paesi nordafricani.

D’altronde lo stesso Carlo Petrini, promotore di Slow Food, finisce per rilevare le incongruenze relative al business delle “centrali pulite” che – paradossalmente – finiscono col minacciare lo stesso ambiente evidenziando come :” Se i pannelli fotovoltaici tolgono spazio alla produzione alimentare e desertificano i suoli fino a renderli inservibili allora bisogna limitarne l’uso ai soli tetti delle case” ed ancora “ Ma se c’è di mezzo il business, se si fanno sotto gli investitori che fiutano affari e a cui non importa che l’agricoltura produca cibo, allora il biogas può diventare una maledizione”[6]

A quelli che, con cadenza quasi quotidiana, “danno l’assalto al cielo” oppure ai convinti assertori di “un nuovo orientamento culturale” che dovrebbe provenire non si sa da dove, verrebbe da chiedere se credono, effettivamente, che la tanto decantata “sostenibilità” possa essere coniugata - “rebus sic stantibus” - con l’imprescindibilità dal profitto.

Nell’articolo Considerazioni a margine del recente summit, sul clima, di Copenhagen è stato efficacemente messo in risalto come “Il problema ambientale non deriva tanto dal modo come viene prodotta l’energia elettrica ma dal fatto che la si produce per il suo valore di scambio in vista del profitto…..Si potrà produrre energia elettrica per mezzo di fonti rinnovabili o mediante combustibili fossili ma la scelta è determinata solo dal calcolo economico” ed ancora” L’ideologia ecologista, poiché non tiene in conto il carattere dei rapporti con cui gli uomini si relazionano tra loro, assume gli uomini tutti come responsabili della rottura degli equilibri dell’ecosistema e si affida alla Tecnica nell’illusione che essa soltanto possa salvare gli uomini e il mondo. Ma la tecnica è un prodotto degli uomini e non la comandano gli dei bensì la classe dominante. Nel nostro tempo va, dunque, laddove la logica del profitto esige che vada, logica del profitto, a sua volta, figlia dello sfruttamento del lavoro e della divisione della società in classi. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, pertanto, e il degrado ambientale son termini di un binomio inscindibile”.[7]

Queste considerazioni rappresentano plasticamente i limiti propri di una ideologia ecologista che va a sommarsi, facendo il paio, con  le suggestioni tipiche di un movimentismo che fa dell’autoreferenzialità la propria cifra peculiare.

In entrambi i casi si va a parare nel più vacuo riformismo che, per puro paradosso, altro non è se non un’ulteriore apertura di credito verso un sistema che, al contrario, merita solo di essere definitivamente archiviato.

Asmaa Mahfouz, esempio tipico di questo approccio e  tra i fondatori del Movimento 6 Aprile, protagonista della “rivoluzione del 25 gennaio”, ancor oggi – di fronte all’accartocciarsi della rivolta egiziana per mano del Consiglio supremo delle forze armate in combutta con la Fratellanza musulmana –  continua a chiedere cambiamenti veri.

Ma questi cambiamenti dovrebbero provenire da parte di chi?

Ma c’è dell’altro. Tra le misure che il governo Berlusconi dovrà varare, sotto la pressione dell’Europa, oltre ai tagli alla spesa pubblica ed alle pensioni ci sono anche le liberalizzazioni che potrebbero andare ad intaccare proprio gli esiti referendari per quel che riguarda l’acqua e non solo.

D’altra parte nel novembre del 1987 gli italiani si erano già pronunciati sul nucleare.

Se fosse esistito veramente questo mitico “dal basso” sarebbe stato necessario un altro referendum per riaffermare il pronunciamento del 1987?

Ci tocca, pertanto, tornare al “Che fare?” di Lenin per riaffermare come il proletariato, ad un certo momento, si avvia a rendersi conto che ogni conquista può essere vanificata da più complesse e raffinate forme di dominio e di sfruttamento in quanto sperimenta, sulla propria pelle, che le leggi, la stampa, i tribunali, l’esercito, la polizia stanno dalla parte del potere borghese. Si viene perciò a trovare di fronte alla questione del potere dello Stato. Questo passaggio, tuttavia, esige una grande capacità di analisi e livello di sintesi che non possono provenire da ecologisti o movimentismi assortiti ma solo da un partito di classe che sappia legarsi al proletariato moderno fornendo ad esso la necessaria  strategia politica per l’avvio di un processo rivoluzionario.

Gianfranco Greco


[1] Antonio Cianciullo – La Repubblica 10 giugno 2011

[2] Gianni Mattioli e Massimo Scalia – Il Manifesto 13 marzo 2011

[3] Denis Delbecq - Le Monde diplomatique  luglio 2011

[4] idem

[5] Marinella Correggia – Il Manifesto 26 maggio 2011

[6] Carlo Petrini – La Repubblica 28 luglio 2011

[7] Giorgio Paolucci – Istituto Onorato Damen 12 gennaio 2010

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