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Dopo i referendum, per i lavoratori è tutto come prima, anzi peggio

Creato: 12 Luglio 2011 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1559

Le ultime elezioni amministrative ed i referendum del 12 e 13 giugno, hanno evidenziato la vittoria dei partiti di centro-sinistra ed una inequivocabile sconfitta dei partiti di governo: Pdl e Lega nord. Se però volessimo cercare il vero perdente questa è la classe dei lavoratori salariati e vedremo il perché.


Per classe dei lavoratori salariati intendiamo tutti i lavoratori, sia quelli a contratto a tempo indeterminato che quelli a tempo determinato e precario. L’indiscutibile partecipazione dei cittadini al voto, soprattutto in occasione dei referendum col raggiungimento del quorum, è stata la manifestazione della stanchezza e dell’indignazione morale nei confronti del governo Berlusconi e delle sue aberrazioni: barzellette e bunga-bunga, perenne attacco alle istituzioni democratiche quali Magistratura e Presidenza della Repubblica, risoluzione dei problemi economici al solo livello dell’intrattenimento mediatico, scandali e P4, banale semplificazione e quindi mistificazione dei problemi sociali, ecc. Però questo entusiasmo, la partecipazione e la responsabilità civile come l’indignazione morale non dovrebbero superare il livello elettorale: non devono tracimare verso un movimento tipo quello spagnolo o della cosiddetta ‘primavera araba’ con la possibilità di una sua estensione oltre l’indignazione stessa. Questa estensione creerebbe aspettative e richieste politiche che oltrepasserebbero il semplice anti- berlusconismo. Ecco perché per alcuni partiti e principalmente per il Pd, diventa importante che Berlusconi si dimetta al fine di incanalare quella partecipazione civile verso un’altra tornata elettorale. Parimenti questa partecipazione civile ed indignazione morale dovrebbe confluire nel tentativo di risollevare le sorti del Paese e così superare la crisi economica.

Di questo risollevamento il punto centrale, che tutti desiderano e che Confindustria chiede a gran voce, è la crescita economica, crescita non separata dal rigore nei conti pubblici.

Il problema della crescita economica non è altresì disgiunto da un'altra importante questione che richiama i referendum che la Fiat ha imposto ai suoi dipendenti: il nodo del modello di relazioni industriali e così di quello contrattuale.

In definitiva si tratta di ‘prendere o lasciare’ come ha allora ben spiegato il quotidiano di Confindustria, “il resto son chiacchiere, il modello tedesco, i sogni meravigliosi di Olivetti, la Renault francese: se lo stesso Landini della Fiom andasse a guidare Mirafiori, presto dovrebbe fare i conti con Asia, America Latina, Europa e accettare le inesorabili regole globali” (1). Se lo stesso Marchionne andasse a guidare la Fiom presto dovrebbe fare i conti con le condizioni ed i salari dei lavoratori, come coi loro diritti. Qui abbiamo voluto rappresentare il gioco delle parti perché un Landini può fare un Marchionne e viceversa senza che cambi nulla per i lavoratori, perché le inesorabili regole globali del modo di produzione capitalistico esistono per tutti e permangono a prescindere dalle capacità individuali, dalla buona volontà, dal senso morale e della giustizia sociale. L’unico punto di divisione e nel contempo ciò che dovrebbe tenere assieme il sistema sono i diritti, diritti che entrambi, dal loro punto di vista vogliono tutelare.

Noi ci permettiamo di constatare la divisione della società in classi con interessi inconciliabili.

Il nuovo Patto sociale

Ma torniamo alla questione che dovrebbe risollevare le sorti del capitale e con esso quelle del Paese, alla crescita economica, perché  propugnarla significa appunto affrontare il problema del contratto dei lavoratori, ovviamente nell’intento di combattere la disoccupazione. “Vogliamo oggi indicare al paese, alle rappresentanze sociali, a quella parte della classe dirigente che non ha ancora rinunciato al proprio compito, l’esigenza di un salto di qualità nei comportamenti di tutti mettendo in primo piano le proposte per la crescita sociale e lo sviluppo. […] Il paese è bloccato, non cresce a sufficienza per garantire la sostenibilità del debito, la buona occupazione, un welfare universale e inclusivo oltre che un reddito, da lavoro e da pensione, sufficiente ad assicurare un’esistenza dignitosa. […] Solo un progetto di sviluppo economico e crescita sociale, politiche industriali sostenibili, una occupazione stabile e di qualità, un welfare universale e inclusivo sono la garanzia di una alternativa alle politiche neoliberiste che producono esclusivamente impoverimento e sacrifici indiscriminati”. Ci siamo dilungati in questa citazione perché riguarda il documento contenente le proposte su sistema contrattuale e la contrattazione approvato con 77 voti favorevoli, 19 contrari e 3 astenuti dal Direttivo Nazionale della CGIL l’11 maggio scorso. Anche qui si è manifestato lo stesso gioco delle parti con la posizione contraria del segretario Fiom, Maurizio Landini.

In questo caso però un Landini non può fare una Camusso perché si tratta dello stesso punto di vista che deve avere le opportune differenze, per riuscire ad ottenere dai lavoratori salariati e nel miglior modo l’accettazione delle inesorabili regole globali. Per attuare il suddetto progetto di sviluppo economico alternativo alle politiche neoliberiste occorre appunto realizzare un punto sul quale si sofferma il suddetto documento, perché la CGIL: “è interessata e disponibile a dar vita a una nuova intesa sulla struttura della contrattazione collettiva e alla contemporanea definizione di regole e diritti certi per le rappresentanze sindacali e la democrazia. […] Al fine di assicurare la capacità di aderire alle diverse situazioni le categorie, possono prevedere, nei rispettivi contratti nazionali, temi e strumenti di articolazione resi esigibili solo a fronte di accordi di secondo livello. […] Fermo restando il ruolo di regolazione generale normativa ed economica del CCNL, i nuovi contratti collettivi Nazionali dovranno essere meno prescrittivi e più propositivi di una contrattazione di secondo livello sulle reali condizioni di lavoro. […] I CCNL dovranno essere più inclusivi: favorire la progressiva riduzione del loro numero, essere in grado di accogliere e regolare anche le forme precarie e atipiche di lavoro, …”. La CGIL rientra, anche se non ne è mai uscita, nel suo ruolo attivo di cogestione dell’accumulazione capitalistica, ruolo che ha oramai assunto da settanta anni il sindacato tutto, proponendosi per attuare una nuova struttura della contrattazione collettiva, ponendo come discriminante un governo altro da quello Berlusconi che abbia a cuore le sorti del Paese, e regole e diritti certi per le rappresentanze sindacali e la democrazia. E la classe dei lavoratori salariati, perché è di loro e dei loro contratti che si sta parlando, dov’è finita? Perché è la classe dei lavoratori salariati la spina dorsale sulla quale appendere lo sviluppo economico o crescita. Eccola. Esigibilità dei contratti per cui una volta firmato o approvato a maggioranza un contratto vale per tutti e non può più essere messo in discussione. Contratti nazionali meno prescrittivi, più propositivi ed inclusivi: si abbassano le prescrizioni, i diritti per tutti al fine di includere nella contrattazione anche il lavoro precario e atipico (la buona occupazione) e favorire la contrattazione aziendale o di secondo livello, cioè il salario legato all’ottenimento del risultato aziendale che può non essere raggiunto nonostante l’aumento della produttività. Quello che viene proposta è una nuova concertazione, un nuovo patto sociale ma al livello odierno, dopo 20 anni di attacchi alle condizioni sociali e di lavoro dei lavoratori, dopo i referendum Fiat ed in presenza della crescita della disoccupazione provocata dall’ennesima crisi congiunturale all’interno di quella del ciclo di accumulazione. Concertazione che renderà generale, con la definizione di nuove regole, il sistema delle deroghe. Verrà probabilmente rimesso in discussione anche l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori.

Questo nuovo patto sociale di cui vediamo una più celere attuazione in un cambiamento di governo sembra coincidere con quello che è stato definito un cambiamento di ‘vento’, cambiamento che si è palesato proprio nell’ultima tornata elettorale manifestandosi con una coscienza civile responsabile e partecipativa che, ovviamente in buona fede, si entusiasma per le vittorie elettorali e le vuole. Dovrebbero bastare un po’ di ecologismo, ambientalismo, agricoltura biologica, responsabile gestione dei rifiuti, legalità e beni comuni per far passare la crescita economica, e per crescita si intende crescita dello sfruttamento dei lavoratori, cioè l’aumento della produttività del lavoro e con essa del profitto, così da favorire l’occupazione appunto per allargare la base da cui estrarre profitto. In questa operazione un governo responsabile delle sorti del paese, fautore della moralità in politica e minimamente attento alle problematiche ambientali e della legalità dovrebbe riuscire meglio dell’attuale. Del resto dopo la bolla finanziaria basata sul debito occorre che i lavoratori salariati producano più profitto per ripagare il debito e remunerare il dominante capitale finanziario. Quella di un nuovo patto sociale è la strada politica che secondo noi si potrebbe aprire con l’ultima tornata elettorale e referendaria, strada che potrebbe ottenere l’effetto di limitare la conflittualità sociale.

Per i neo riformisti, la possibile alternativa a tutto ciò è quello che è stato definito un fronte di conflitto sociale di non comune ampiezza e cioè la lotta sociale (2). Questo per il fatto che l’aumento della produttività del lavoro non viene considerata come la soluzione del problema ma l’aggravamento dello stesso perché questo aumento, invece di incrementare il saggio medio del profitto, produce l’effetto contrario. Proprio a causa di questa contraddizione e della sua estensione: “Siamo dunque giunti a una fase storica nella quale o noi costringiamo il capitalismo a cambiare il suo modello di accumulazione, o esso trascinerà l’intera società industriale nella barbarie”. Infatti l’attuale crisi non è che il risultato “di un gigantesco saccheggio di reddito che il capitale ha compiuto in una fase storica di debolezza del suo avversario di classe”, pertanto “dal presente imballo sistemico non si esce se non attraverso una altrettanto gigantesca opera di redistribuzione della ricchezza”. Tale opera, grazie al conflitto sociale che la dovrebbe mettere in essere, avrebbe anche il vantaggio di “ridare equilibrio alla macchina economica e alla società”. Alla crescita economica quale soluzione dei problemi del capitale viene qui contrapposta quella della lotta sociale al fine della redistribuzione del reddito: si tratterebbe solo di cambiare modello di accumulazione, che in questo caso non è altro che un modello di distribuzione.

Noi pensiamo che l’indicazione della crescita sia collimante con le leggi del modo di produzione capitalistico, mentre quell’altra sia intrisa di volontarismo, movimentismo e consideri la sfera della distribuzione passibile di ogni arbitrio.

Però a chi ci dovesse chiedere ‘che fare?’ possiamo rispondere solamente di non aver paura di quanto il capitale sta preparando perché di li si dovrà comunque passare. Questa paura lo porterebbe appunto al volontarismo, al movimentismo od addirittura a pensare che la sua lotta possa riequilibrare la società. Lungi da noi lo sconsigliare la lotta di classe, ma quel che ci preme indicare è che quella non paura dovrebbe saldarsi alla ricerca pratica della validità e delle ragioni storiche del comunismo.

Stavamo per mettere a disposizione questo nostro contributo quanto ci siamo ritrovati, pur senza stupore, l’accordo tra sindacati e Confindustria sulla nuova contrattazione e rappresentanza sindacale. Del contenuto di questo accordo in otto punti non diciamo nulla, altri si sono già e si cimenteranno nella critica e nel suo miglioramento (3). Per quel che ci riguarda lo vivremo sulla nostra pelle e questa sarà la miglior lezione. Nel frattempo si aprirà il percorso che porterà alla firma definitiva dello stesso e alla sua assimilazione da parte dei lavoratori. Assimilazione che passerà attraverso le consultazioni, il coinvolgimento dei lavoratori e magari un referendum, ma sempre sulla base di quanto è già stato deciso. Riteniamo però che questo ‘accordo epocale’, come è già stato definito, necessiti di un patto sociale che rimoduli le politiche del welfare e dell’occupazione, controbilanciando in qualche modo e per quel che si può con l’intervento pubblico, cioè poco o niente, l’effetto degli accordi privati tra le parti. Ovviamente, fatto salvo che tutto dipende dalla crescita economica ed appunto da quegli accordi privati, per lo scopo di intrecciare le fila di un nuovo patto sociale ci vorrà un governo altro da quello Berlusconi, semmai un governo di unità nazionale o di larghe intese dal Pd, passando per l’Udc, fino a Sel e la Fds.

IOD

(1) “Ripartiamo tutti da Torino”, Il sole 24 ore, 16 gennaio 2011.

(2) Ci riferiamo ad esempio all’articolo “Gli operai, la Fiat e il Pd”, il manifesto, 4 gennaio 2011. Da qui le successive citazioni.

(3) Ci limitiamo ai motivi del giudizio negativo espresso dalla Fiom: manca l’obbligatorietà del voto dei lavoratori sull’accordo, si apre la possibilità di deroga dal contratto nazionale, la clausola di tregua sindacale impedirebbe ai sindacati firmatari dei contratti di scioperare. Ma, mentre Landini afferma che la Fiom resta ”dentro la CGIL perché siamo la CGIL, e lo siamo proprio con queste modalità”, modalità critiche; Cremaschi, sull’orlo di una crisi di nervi, ha chiesto le dimissioni del segretario CGIL Susanna Camusso, pensando forse di cambiare così la CGIL.

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