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Terremoto ad Haiti

Creato: 25 Gennaio 2010 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1687

COME MASSIMIZZARE UNA TRAGEDIA

QUESTO E’ L’IMPERIALISMO

Lo sfoggio è stato notevole. D’altra parte l’occasione per fare mostra del solito “disinteressato” umanitarismo a stelle e strisce valeva pienamente l’impegno e ci si poteva anche disinteressare di malevolenze o rimostranze sul carattere strumentale dell’intera operazione.

Questo negli intendimenti di Barack Obama che, per la bisogna, ha pensato bene di riesumare due fantasmi del passato, materializzantisi nelle persone degli ex-presidenti Clinton e Bush.

Nei fatti, tuttavia, a più d’uno ed in particolar modo alla Francia - con corposi interessi nell’area caraibica - la cosa ha fatto sorgere l interrogativo se il terremoto non rappresentasse una chance per “non permettere a questo ed a quello di camminare da soli” fatta passare per disinteressata generosità degli yankee i quali, secondo dichiarazioni rilasciate, “ non permetteranno che gli haitiani si ritrovino a camminare da soli”.

Come si può ritenere che l’aspetto umanitario sia quello preminente se questa immane tragedia è servita agli americani per controllare lo scalo di Port-au-Prince divenuto, di fatto, territorio statunitense? Il presidente venezuelano Chavez, rincara addirittura la dose, adombrando l’ipotesi che, approfittando del terremoto, gli USA intendano pervenire all’occupazione militare del paese.

Scenari di questo genere non è che siano del tutto inverosimili in quanto più che di un corpo di pronto intervento con scopi  umanitari  quello a cui ci si riferisce è un gigantesco apparato di guerra, forte di sedicimila effettivi con tutta la struttura logistica che questo si porta dietro.

Ma ad Haiti, paese che, ancor prima del terremoto, deteneva il triste primato di paese più povero dell’emisfero occidentale, nelle condizioni in cui versa, dopo il disastro, occorrevano sedicimila marines o non sedicimila medici, infermieri, psicologi, ingegneri, panettieri, cuochi, ossia personale in grado di risolvere i problemi umanitari e tecnici, quindi di ordine pratico, che una tale situazione mette sul tappeto?

Per i problemi di mantenimento dell’ordine e della sicurezza sarebbe bastato una polizia internazionale adatta allo scopo per non dire che esiste già l’UNDAC (UN Disaster and Assessment Coordination), un gruppo di pronto intervento, sotto egida ONU, che entra tempestivamente in funzione in caso di catastrofi naturali, costituito quindi da  personale più che esperto e adatto alla bisogna.

Invece rispetto alla situazione reale viene a crearsi uno stacco netto e perentorio in quanto viene data preminenza ad una task-force in grado di far rinascere il paese caraibico, emblemizzata , paradossalmente, da G.W. Bush e dal suo carico di fallimenti allorché si è trattato di salvare New Orleans dall’uragano Katrina nonché dal suo degno compare B.Clinton il cui intervento umanitario nelle guerre balcaniche ha avuto, quale esito finale, la costruzione, in Kosovo, di Camp Bondsteel, la più grande base militare americana costruita all’estero dai tempi del Vietnam.

Riesce difficile comprendere come di fronte ad una tragedia così immane si ritenga prioritario “ l’intervento militare contro il terremoto” finendo col tratteggiarlo anche semanticamente come una sorta di nemico che va combattuto al pari di un qualsiasi gruppo terroristico o di qualche stato-canaglia.

Saremmo tentati di dire che a farla da padrona è la paranoia se non fosse che, al di là dei soliti meccanismi  comunicativi e ben oltre un certo effetto scenico volutamente calcolato, a stagliarsi nettamente sia una strategia ben articolata e funzionale agli interessi imperialistici statunitensi.

Si coglie, infatti, la palla al balzo, anche nella sua devastante tragicità, per intervenire, per marcare la propria presenza, per far intendere chi dirigerà l’intera operazione e secondo quali criteri.

Lo si è fatto a Grenada, a Panama, dappertutto si siano concretizzate situazioni profittevoli per gli interessi americani.

Potrà anche essere vero quanto teorizzato dal National Intelligence Council sulla fine del mondo unipolare nato dalle ceneri dell’URSS e sul progressivo affermarsi di altri imperialismi quali Cina, India e Brasile, però è altrettanto vero che gli USA non abdicheranno, in maniera indolore, alla loro attuale situazione di supremazia.

La crisi sta operando sempre più in profondità per cui diventa vitale il controllo dei processi di formazione e ripartizione della rendita finanziaria, diventa essenziale presidiare le zone di estrazione del petrolio e delle materie prime fondamentali ovvero dei fattori che determinano la struttura dei costi delle imprese e la ripartizione della rendita.

Il  ritorno al cortile di casa diventa quindi parte integrante di questa strategia che ha modo di dipanarsi attraverso opzioni che vanno da una manovra a tenaglia con in mezzo il Venezuela di Chavez ed alle estremità la Colombia di Uribe ed Haiti opportunamente controllata con il ritorno, nelle acque dell’Atlantico meridionale, della Quarta flotta che non solcava più quei mari dagli anni ’50. L’intento  è quello di tenere sotto controllo una trentina di paesi della regione e di rendere più “visibile” la propria presenza.

Diventa pertanto un po’ riduttivo e fuorviante limitarsi a denunciare “l’imperialismo degli aiuti” (Manifesto 17.01.10), quasi fosse solo una politica omettendo di denunciare, nel caso in questione e per l’ennesima volta, l’imperialismo nel suo complesso e la feroce logica che lo sottende in quanto prodotto specifico della fase monopolistica del capitale.


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