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Considerazioni a margine del recente summit sul clima di Copenaghen

Creato: 12 Gennaio 2010 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1879

La merce non sfama gli uomini e distrugge la natura

Se la 15^ conferenza di Copenaghen, si fosse conclusa con l’accordo fra i governi che vi hanno partecipato di adottare tutte le misure necessarie per contenere il riscaldamento globale entro i due gradi centigradi, le probabilità di un collasso del pianeta non sarebbero state, come comunemente si suppone, azzerate ma solo ridotte a una su due. In poche parole, anche se il limite dei due gradi fosse stato assunto effettivamente come un limite vincolante e invalicabile e fosse stato rispettato, le probabilità che, nel corso di questo secolo, il pianeta sarebbe potuto andare incontro a una grande catastrofe ambientale sarebbero rimaste comunque del 50 per cento.

Eppure, benché nessuno dei partecipanti abbia messo in serio dubbio la fondatezza scientifica di questa previsione, l’accordo non c’è stato e il vertice è miseramente fallito con grandissima delusione degli ecologisti, degli scienziati e di tutti gli osservatori. In realtà, l’esito era del tutto scontato, se solo si fosse tenuto conto delle cause reali da cui origina la questione ambientale. Secondo l’ecologismo, ma meglio sarebbe dire secondo l’ideologia ecologista oggi così tanto di moda, la questione ambientale è essenzialmente una questione di scelte di politica economica e di politica industriale a favore di alcune tecniche produttive anziché di altre, quasi esse non fossero espressione del modo di produzione capitalistico, del tipo di relazione che esso determina fra l’attività produttiva, i suoi scopi effettivi e i bisogni che soddisfa o dovrebbe soddisfare.  Così, per esempio, la responsabilità del fatto che si continui a produrre energia elettrica utilizzando combustibili fossili anziché fonti rinnovabili (eolico, fotovoltaico, ecc.), oppure che la raccolta differenziata dei rifiuti solidi urbani incontri tanti ostacoli, viene normalmente ascritta alla sola miopia dei governi, che pure non manca, che non vietano l’uso degli imballaggi usa e getta dimenticando che i governi, come più in generale lo Stato, sono l’espressione delle esigenze di conservazione del modo di produzione che è organizzato ai fini del profitto e non del ciclo di produzione e riproduzione della vita sulla terra.

Si dimentica, in pratica, che la produzione capitalistica è produzione di merci, cioè di valori di scambio e non di valori d’uso che implica necessariamente lo sfruttamento della forza-lavoro, dell’uomo da parte dell’uomo. Essa non viene svolta come “un’attività produttiva…[di beni non immediatamente disponibili in natura, -ndr] in conformità a uno scopo che [assimili -ndr] particolari materiali naturali a particolari bisogni umani” [1], ma per la produzione di merci destinate allo scambio, mediato dal denaro, con altre merci in conformità alle leggi del profitto. Ne deriva quindi una totale scissione del valore del prodotto del lavoro degli uomini in quanto cosa utile, dal suo valore di scambio, che è poi quello che conta ed orienta la produzione. “Se le merci potessero parlare direbbero: il nostro valore d’uso può interessare gli uomini. A noi, come cose non compete. Ma quello che, come cose, ci compete è il nostro valore. Questo lo dimostrano le nostre proprie relazioni come cose-merci. Noi ci riferiamo reciprocamente l’una all’altra soltanto come valori di scambio”.[2]

I pellirossa d’America e Buffalo Bill

Nella produzione di merci, in quanto finalizzata al profitto, la relazione fra i materiali naturali e i particolari bisogni umani, salta e così il lavoro umano utile cessa la sua funzione di mediatore nel ricambio organico fra uomo e natura[3] e diviene esso stesso, come peraltro la natura, una cosa-merce da incorporare in altre cose-merci in quanto elementi costitutivi del loro valore di scambio e per la realizzazione del profitto. Insomma, fra il modo di produzione capitalistico e un’attività produttiva che sa coniugare la soddisfazione di quei particolari bisogni umani che non possono essere immediatamente soddisfatti in natura, intercorre la stessa differenza che è intercorsa tra il modo di cacciare i bisonti dei pellirossa americani e quello di Buffalo Bill. Per i primi, la caccia al bisonte, appunto perché strettamente relazionata con determinati, particolari bisogni umani, escludeva l’uccisione anche di un solo capo in più del necessario, per l’evidenza che una caccia indiscriminata, compromettendo il ciclo riproduttivo del bisonte, comprometteva anche quello dello stesso cacciatore. Qui, grazie al fatto che la relazione uomo-bisonte è una relazione essenzialmente qualitativa, non sorge fra uomo e natura alcun antagonismo poiché l’uomo opera come l’elemento cosciente di essa nel più generale e complesso processo di produzione della vita. Nella relazione fra Buffalo Bill, il bisonte e i bisogni del cacciatore, questi ultimi non contano; conta il valore di scambio delle pellicce ovvero la loro metamorfosi in denaro. Pertanto qui, l’interesse preminente del cacciatore non è la preservazione del ciclo di riproduzione del bisonte insieme a quello dell’uomo, ma uccidere un numero di bisonti da poterne ricavare la maggiore quantità possibile di pellicce e di denaro con cui eventualmente acquistare anche carne di bisonte cacciato da altri cacciatori avendo egli ritenuto più conveniente lasciare marcire al sole quella dei bisonti da lui scuoiati. Non è stato un caso quindi che appena la merce ha fatto il suo ingresso sulla scena del Nuovo Continente, i bisonti siano andati incontro all’estinzione e i pellirossa al genocidio.

La produzione di merci poiché è un mezzo per il conseguimento del profitto ha in sé sia la spinta ad accrescersi sia a intensificare lo sfruttamento della forza-lavoro illimitatamente. Lo sfruttamento della forza-lavoro determina l’accrescimento dei capitali investiti e la remunerazione di capitali sempre più grandi determina la necessità di realizzare profitti sempre maggiori ovvero di incrementare sempre più lo sfruttamento della forza-lavoro e la quantità delle merci prodotte.

Il problema ambientale non deriva tanto dal modo come, per esempio, si produce l’energia elettrica, ma dal fatto che la si produce per il suo valore di scambio in vista del profitto.

Si potrà produrre energia elettrica per mezzo di fonti rinnovabili o mediante combustibili fossili, dato che la scelta è determinata solo dal calcolo economico, ma poiché sarà pur sempre produzione di merce, le ragioni che inducono a produrne e a consumarne nella maggiore quantità possibile permarranno e con esse anche quelle che inducono a consumare in misura sempre maggiore i fattori naturali necessari alla sua produzione.

La green economy

In questi ultimi tempi si parla molto di green economy come di una straordinaria opportunità di superare la crisi economica mondiale rilanciando la produzione capitalistica e ripulire il pianeta dall’inquinamento che lo sta uccidendo. Insomma la conciliazione del profitto con l’ambiente, cosa che a noi riesce impossibile solo immaginare. Anche supponendo che la produzione di energia da fonti rinnovabili non si basi a sua volta su tecniche solo diversamente inquinanti, resta che la green economy rimane tutta interna al modo di produzione capitalistico ovvero a un sistema che tende per definizione alla produzione illimitata di merci e perciò presuppone la trasformazione del lavoro umano da utile formatore di valori d’uso a cosa-merce come peraltro la natura stessa.

In realtà, la questione ambientale è molto più complessa di quanto appaia alla luce di una ricognizione che, come quella ecologista, si limita alla valutazione dell’impatto ambientale solo di questa o quella tecnica produttiva senza tener conto delle interrelazioni fra produzione e rapporti sociali.

L’ecosistema, infatti, rimane in equilibrio solo se tutte le parti che lo compongono sono correlate fra di loro in armonia con le leggi generali che regolano il processo di produzione della vita. Sin dai tempi di Antoine Laurent Lavoisier (1743-94) si sa che, per la vita sulla terra, è di fondamentale importanza il ciclo dell’ossigeno e dell’anidride carbonica presenti nell’atmosfera.  Le piante consumano anidride carbonica e producono ossigeno, mentre gli animali consumano ossigeno e producono anidride carbonica cosicché, a lungo andare il contenuto di ossigeno (21%) e di anidride carbonica (0,003%) nell’atmosfera rimane costante. L’equilibrio dell’ecosistema non ammette una produzione e/o un consumo di uno di questi due elementi che alteri questo rapporto senza che ciò abbia, a lungo andare, profonde ripercussioni su tutto il processo di riproduzione della vita.

Se un giorno, come per esempio propone J. Rifkin, si dovesse usare l’idrogeno al posto del petrolio, fermo restando il modo di produzione capitalistico, dato che la produzione di energia dall’idrogeno libera ossigeno, ci si troverebbe ad avere sì l’aria ripulita dall’eccesso di anidride carbonica, ma, di contro, sarebbe l’eccesso di ossigeno ad alterare, nel lungo periodo, il rapporto che regola il ciclo alla base del ricambio organico fra il regno animale e quello vegetale che a lungo andare potrebbe ugualmente condurre alla catastrofe.

La questione ambientale è una questione sociale

Se non si vuole davvero mettere la testa sotto la sabbia è innanzitutto necessario riconoscere che la questione ambientale è una questione sociale per eccellenza, è una questione di classe.

Le piante non possono modificare a loro piacimento il processo di produzione della vita del pianeta. Possono, però, farlo gli uomini. L’ideologia ecologista, poiché non tiene in alcuna considerazione il carattere dei rapporti con cui gli uomini si relazionano fra di loro, assume gli uomini tutti come egualmente responsabili della rottura degli equilibri dell’ecosistema e si affida alla Tecnica nell’illusione che essa soltanto possa salvare gli uomini e il mondo. Ma la tecnica è un prodotto degli uomini e non la comandano gli dei; ma la classe dominante. Nel nostro tempo va, dunque, laddove esige che vada la logica del profitto, figlio dello sfruttamento del lavoro e della divisione in classi della società. Lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo e il degrado ambientale sono termini di un binomio inscindibile. Se ci sarà l’abolizione del primo cesserà anche il secondo. Se così non sarà: bye, bye terra!

Giorgio Paolucci



[1] K. Marx, Il Capitale, Libro I, Cap. 1°, Ed. Einaudi 1978, pag. 52

[2] Op. cit. – pag. 100

[3] Ibid.

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