Sei qui
L'Istituto è anche Social
FacebookTwitterGoogle Bookmarks

Giustizia

Creato: 10 Dicembre 2009 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1372

La giustizia del fare

L’Italia è percorsa oramai da un quindicennio dall’incubo della giustizia, passando dal sostegno popolare alla vicenda giudiziaria di Tangentopoli poi chiamata “Mani pulite”, all’altrettanto popolare discredito della magistratura o di una parte di essa definita mistificatoriamente ‘toghe rosse’. Questo percorso è contrassegnato dal fatto che la “criminalità economica”, pur non avendo mai cessato di operare, adesso è normale necessità. I cosiddetti crimini dei colletti bianchi come li definì il sociologo americano E.H. Sutherland nella sua opera edita nel 1949. (1)

Qui l’autore paragonò il “privilegio degli affari” goduto dai gruppi economici più potenti ai diritti goduti dal clero o dalla nobiltà che avevano consentito a questi, per secoli, una relativa impunità. Dopo la crisi del 1929 la parte più illuminata della borghesia americana scoprì di appartenere ad una classe criminale. La classe borghese divenne così criminale nell’espletare le proprie attività economico/finanziarie, provocando danni sia economici sia alle persone ben più gravi di qualsiasi altra forma di criminalità. Anzi, oltre un certo punto, poteva diventare pericolosa per il sistema stesso. La tipologia di crimini è abbastanza vasta, si va dalla violazione delle leggi sul lavoro alle frodi bancarie, assicurative, pubblicitarie, alla truffa, evasione fiscale, corruzione, falsificazione dei bilanci, bancarotta, per finire col riciclaggio, reati informatici, crimini e disastri ambientali e collusione col crimine organizzato. “In effetti i white collar criminals ritengono di esercitare una sorta di diritto alla violazione della legge, in virtù della loro posizione predominante nella società. Questo atteggiamento è confermato dalla convinzione che quella condotta costituisca un fenomeno generalizzato per tutta una cerchia di persone, e che quindi non dia adito a punizioni né sia causa di discredito nei confronti dei membri del gruppo di appartenenza; proprio la condivisione dell’ideologia del gruppo e l’incentivo del profitto facilitano la commissione di atti illeciti. La bassa aspettativa di una sanzione penale, e quindi un sentimento di impunità, concorrono potentemente a formare e a rinforzare la mentalità del criminale economico”.(2)

“Mani pulite” aveva così messo in discussione quell’impunità, catalogando quel comportamento come deviante e pertanto criminale. Non era in discussione il sistema borghese, la società capitalistica, semplicemente il sistema di corruzione, frode, evasione messo in atto dalla borghesia, che le era poi divenuto indigesto. Tutto doveva mutare affinché nulla cambiasse, ognuno facendo la propria parte, anche la più “nobile” dei magistrati: “dopo Tangentopoli non è scaturita una Repubblica rinnovata, ma una riedizione peggiore del vecchio sistema di potere. Si è organicamente strutturata l’alleanza tra ceto politico e fasce dominanti del potere economico delle grandi imprese sia private che pubbliche”. (3)

In tutto questo tempo però il dibattito politico ha permanentemente ruotato attorno a Berlusconi ed al conflitto di interessi: per l’appunto si doveva ripristinare quell’impunità. La borghesia non è solamente una classe oggettivamente identificabile: oggetto, è nel contempo soggetto attivo che opera in funzione degli interessi del capitale, predisponendo le condizioni migliori possibili per la sua valorizzazione, all’interno del contesto dato in cui deve operare. Marx ci ha insegnato che la circolazione del denaro come capitale è fine a se stessa, è fare da denaro più denaro, ha come fine l’appropriazione crescente di denaro. Che la legge assoluta del modo di produzione capitalistico è la produzione di plusvalore o il fare di più. E’ pertanto un movimento senza fine, all’interno del quale l’arricchimento tramite la truffa, la corruzione, la frode, l’evasione è un mezzo per fare di più, per arricchirsi a danno altrui. Il governo del “fare” quindi. L’attacco a leggi e burocrazia che pongono vincoli a questo “fare”; l’attacco alle normative sul lavoro quale vincolo e limite al “fare” e allo stato sociale che implica, dal lato politico, l’attacco alla sinistra quale portatrice di quello stato sociale; l’attacco alla magistratura ed al potere giudiziario in quando limite all’impunità ed al “fare” illegale; l’attacco alla costituzione al fine di ridefinire i poteri dello Stato riducendo il potere legislativo (parlamento) e quello giudiziario sotto quello esecutivo (governo), sempre per non porre limiti al “fare”. La riforma della giustizia tesa a depotenziare le capacità e possibilità di indagine da parte della magistratura; le leggi per depenalizzare reati quali il falso in bilancio, gli scudi fiscali ed i condoni per legalizzare l’evasione fiscale; la legge per l’impunità delle quattro cariche dello Stato durante il loro mandato che, in sfregio all’articolo 3 della stessa costituzione borghese, introduce il concetto giuridico di ineguaglianza di fronte alla legge. La legge sulla durata dei processi concepita per l’1% dei procedimenti, come ci ha detto il ministro Alfano, è di fatto legge per l’impunità di quell’1% di grossi borghesi e dei loro crimini economici. Ecco in tutto questo Berlusconi e il suo partito sono i migliori interpreti e parte delle esigenze del capitale nostrano. C’è sufficiente materiale per l’indignazione e l’opposizione ovviamente al solo sistema berlusconiano. C’è chi accusa che il sistema di corruzione ormai ripristinato ed il suo costo allontani l’investimento dei capitali esteri a tutto danno dell’economia, altri attaccano il cosiddetto conflitto di interessi, altri cercano di trovare il modo di convivere con questo conflitto, altri attaccano il potere mediatico e l’utilizzo della calunnia quale prassi politica, altri si ergono ad estremi difensori della carta costituzionale e della questione morale. Forse all’interno di questa lotta ineterborghese di potere chi meglio ha tratteggiato la sua forma di manifestazione è stato il prete P. Farinella che, criticando l’operato ed il mercanteggio della Chiesa nei confronti del governo Berlusconi, così scrisse nel maggio scorso al cardinal Bagnasco: “Mi permetta di richiamare alla sua memoria, un passo di un Padre della Chiesa, l’integerrimo sant’Ilario di Poitier, che già nel sec. IV metteva in guardia dalle lusinghe e dai regali dell’imperatore Costanzo, il Berlusconi cesarista di turno: -Noi non abbiamo più un imperatore anticristiano che ci perseguita, ma dobbiamo lottare contro un persecutore ancora più insidioso, un nemico che lusinga; non ci flagella la schiena ma ci accarezza il ventre; non ci confisca i beni (dandoci così la vita), ma ci arricchisce per darci la morte; non ci spinge verso la libertà mettendoci in carcere, ma verso la schiavitù invitandoci e onorandoci nel palazzo; non ci colpisce il corpo, ma prende possesso del cuore; non ci taglia la testa con la spada, ma ci uccide l’anima con il danaro-”. Basta abituarsi, troncare e sopire.

Ci sembra così che il grande capitale economico/finanziario italiano richieda libertà di “fare” oltre a lauti sostegni e sgravi fiscali perchè gli è necessario oltre che dovuto; il che, sul versante giustizia implica l’impunità, ma anche l’attacco al sistema di protezione sociale, del diritto del lavoro e la modificazione dell’assetto costituzionale. La crisi in corso è una opportunità per estrinsecare queste riforme che del resto tutti vogliono. Proprio per il conflitto di interessi ed il coinvolgimento personale in quei tipi di reati Berlusconi è quanto di meglio ci possa essere sulla piazza politica. L’odierno Pd non sarebbe in grado di arrivare a tanto, ha ancora un residuo di patto socialdemocratico tra i produttori ed una visione democratica e non monarchica della potere. Del resto le differenze sono il sale dell’alternanza democratica. Solo in caso di una diffusa protesta di piazza queste sue differenze acquisterebbero potere politico. E’ un po’ la lotta tra capitale finanziario e quello industriale anche se ormai il primo detiene le sorti del secondo e con esso si intreccia. Non è pertanto questione di giustizia, la giustizia non esiste.  Vi sono solo leggi (di classe) e così la generale necessità di predisporre le condizioni migliori per riavviare il virtuoso ‘ciclo economico’ del capitale in tempi di crisi, di cui la “questione giustizia” è una parte.

(1) E.H. Sutherland, ‘Il crimine dei colletti bianchi. La versione integrale, Giuffrè, Milano, 1987. La scoperta di questa nuova categoria di criminali fu enunciata dallo Sutherland a Philadelphia, nel 1939, in occasione della riunione annuale della Società Americana di Sociologia.

(2) P. Martucci, “La criminalità economica”, Laterza, Bari, 2006.

(3) F. Imposimato, G. Pisauro, S. Provvisionato, “Corruzione ad alta velocità. Viaggio nel governo invisibile, Koinè, Roma, 1999

mr

Chi è online

Abbiamo 45 visitatori e nessun utente online