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Violenza borghese e difesa proletaria

Creato: 23 Settembre 2009 Ultima modifica: 03 Ottobre 2016
Scritto da Onorato Damen Visite: 1639

Violenza borghese e difesa proletaria

Da Battaglia comunista — giugno 1946

Nella storia delle lotte di classe, in modo particolare nelle sue fasi più vicine a noi, il punto di approdo della politica del compromesso è stato sempre, accanto alla pacifica ricostruzione dell’apparato “legale” di governo della borghesia, la riappropriazione e il riaddestramento delle forze “illegali” di difesa contro gli operai.

I due fenomeni sono, nonostante le apparenze, perfettamente paralleli, poiché nascono entrambi dall’abbandono della lotta da parte degli organismi di classe proletaria, dalla loro rinuncia ad attaccare le basi storiche del dominio borghese.

Se la ricostituzione della legalità capitalistica non può avvenire che in virtù della debolezza del proletariato, della sua impotenza a porre dei problemi di classe, sono appunto questa debolezza e questa impotenza a permettere che si scateni impunita la violenza antioperaia delle organizzazioni illegali del padronato.

La politica del compromesso ha perciò il duplice risultato storico di facilitare al capitalismo l’impiego parallelo di tutti i suoi strumenti di dominio, e di mettere il proletariato in condizioni di non potersi difendere contro nessuno di questi strumenti per il fatto stesso di aver ceduto allo Stato, al “potere legale”, quei compiti di difesa che solo una organizzazione autonoma di classe può esercitare.

La situazione è oggi appunto questa. La borghesia, che ha potuto ricostituire, grazie al lealissimo appoggio del neo-riformismo socialcentrista, il meccanismo sconquassato dello Stato e, d’altra parte, preferisce — in assenza di una minaccia diretta — non affidargli compiti di troppo scoperta repressione, antiproletaria, si dedica passo passo all’addestramento delle squadracce dei bastonatori nella doppia coscienza di aver ripreso il dominio sull’avversario e di poter contare sulla “neutralità” (che è in realtà convivenza) del ricostituito ordine legale

Questa violenza la dirige forse contro l’apparato statale, contro gli istituti neonati della repubblica, come fa comodo agli opportunisti di tutti i colori sostenere? Nient’affatto: la dirige contro gli operai e le organizzazioni operaie, contro i contadini sfruttati e affamati del meridione e i loro elementari organi di difesa.

Lo Stato democratico assiste e… lascia fare.

Evidentemente, gli episodi e le folate ricorrenti di violenza padronale non sono, come generalmente si dice per seminare un altro po’ di sgomento fra le masse e indurle ancor più all’inazione, fascismo. Il fascismo presuppone, come metodo organizzato di violenza antiproletaria, l’insuccesso di un moto sociale che è stato ai limiti della rivoluzione o li ha già varcati (i due classici esempi dell’Italia e dell’Ungheria); è la sadica e maramaldesca violenza di chi ha già vinto sul terreno politico l’avversario e procede ora ad uccidere “l’uomo morto”. In Italia, la situazione non è oggi questa: la sconfitta proletaria non c’è stata, perché non c’è stata battaglia. E la violenza che qua e là si scatena non è se non il sintomo di quella vitalità borghese (vitalità a base di ossigeno pompato alla classe operaia attraverso la prassi dell’opportunismo) che si è espressa nella mancata apertura di un ciclo rivoluzionario alla caduta del regime mussoliniano. Ed è, nel contempo, un monito per l’avvenire: il monito che si stanno già preparando le “riserve” contro una eventuale ripresa attiva del proletariato…

A noi, Partito di classe, il fenomeno di questo periodico riaffiorare della violenza padronale interessa in modo ben diverso da quel che sembra interessare socialisti e nazional-comunisti. Preme a questi ultimi dimostrare agli operai come la repubblica sia “minacciata”; preme a noi indicare come il consolidamento degli istituti capitalistici abbia per naturale riflesso lo scatenarsi di una violenza che ha per unico obiettivo reale l’avversario di classe della società borghese, il proletariato.

E il problema della difesa non s’imposta per noi nel senso di come difendere istituti che nessuno seriamente minaccia, ma di come difendere il proletariato, vittima a un tempo della legalità e della illegalità capitalistica.

Come si difenderà, dunque, il proletariato contro questa risorgente violenza? Appellandosi allo Stato democratico perché faccia rispettare la legge? Ma la legge è borghese e ha il compito di difendere la stabilità degli istituti borghesi. Come per ricordarlo al proletariato, la repubblica democratica di oggi ha riportato a galla gli uomini, i metodi e l’armamentario del 1920-22, quelli che hanno esercitato nel modo più splendido la funzione di “coprire” la manovra squadrista col formale rispetto delle regole di giuoco della democrazia. Sono i metodi delle guardie regie, delle circolari alla magistratura perché archiviasse le pratiche relative a delitti fascisti, della polizia che (come ai tempi dell’assalto alla sede del Lavoratore) arresta i comunisti che si difendono e lascia liberi quelli che li attaccano, delle trattative più o meno segrete fra gli emissari del giolittismo e del nittismo e quelli di Mussolini o D’Annunzio. Sono i metodi, adattati ai tempi, dei patti di pacificazione, degli impegni solenni a rispettare la legalità e a disarmare, della cosiddetta neutralità dello Stato, della difesa dell’ordine con l’o maiuscolo, cioè dell’ordine superiore alle classi, mediante le forze dell’ordine con l’o minuscolo, cioè dell’ordine superiore di una classe.

Non è la polemica personale che a noi preme, è l’analisi di certe costanti nello svolgersi pur così dinamico della lotta di classe. Il fascismo si è affermato con la piena convivenza dello Stato liberale e democratico perché entrambi eseguivano — ed eseguiranno sempre — una funzione parallela di difesa della società borghese. La violenza, sia pure momentaneamente sporadica delle classi padronali, trova e troverà tanto più passivo lo Stato in quanto questo Stato sorge con la garanzia almeno temporale del benevolo appoggio della maggioranza della classe operaia, e deve garantirsi il più a lungo possibile la continuità di questo appoggio.

Non è perciò chiedendo protezione allo Stato o bloccando con formazioni politiche muoventesi nel quadro della democrazia e mobilitate alla cosiddetta difesa della repubblica, che il proletariato potrà difendersi contro lo spudorato e indisturbato esercizio della violenza padronale, ma solo attraverso l’esercizio della lotta di classe, cioè potenziando il partito della rivoluzione e ridando un’anima ed una ossatura di classe ad organismi che hanno perduto l’una e l’altra.

La classe operaia deve poter trarre una lezione dagli avvenimenti che anni di legalità accettata e voluta le hanno fatto sfilare davanti; capire che non c’è organismo legale a difenderla, che non c’è Stato neutrale e Giustizia superiore a cui appellarsi, e che dalla tirannia di quelle due forme di violenza borghese che sono il diritto e la forza, il proletariato può tutelarsi soltanto creando dei suoi organi politici di difesa e di offesa.

Giacché, sul terreno del diritto e dell’appello alle “buone norme” del giuoco, sul terreno del ricorso alla tutela delle leggi e del diritto di asilo che lo Stato (o la Chiesa) dovrebbero riconoscere al cittadino angariato, la classe operaia sarà sempre battuta.

Sarebbe stolto vedere la violenza soltanto nella brutalità di qualche squadraccia di energumeni, e non vedere in essa la naturale conclusione di quella rinunziataria politica della solidarietà nazionale che addormenta e stordisce il proletariato per fargli firmare l’impegno a produrre tacendo.

Così il problema della difesa proletaria contro la seconda ondata della offensiva capitalistica si riallaccia al problema politico della riconquistata autonomia della classe nel solido fortilizio del partito, e ne è soltanto un aspetto.

Onorato Damen

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