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Una esperienza realizzata nel solco della tradizione leninista

Creato: 23 Settembre 2009 Ultima modifica: 03 Ottobre 2016
Scritto da Onorato Damen Visite: 1510

Una esperienza realizzata nel solco della tradizione leninista


Dall’archivio

Premessa

Offriamo ai lettori, soprattutto ai più giovani, di “Prometeo”, con la pubblicazione dei tre documenti che seguono, la possibilità di una conoscenza più approfondita d’una esperienza, quella della “Sinistra Comunista”, che sulla base di una piattaforma elaborata dal nostro partito si poneva sulla linea della ricostruzione del partito, da forgiare con la ideologia, la disciplina e le forze che si richiamano al partito di Livorno. Esperienza fortemente significativa per il momento storico che l’ha determinata ma anche per la estemporaneità e fragilità ideologico-politica dei gruppi che vi aderirono, ma soprattutto per la friabilità di certo materiale umano già viziato da una pratica stalinista fatta nei ranghi del P.C.I. contro cui, dopo lo schiacciamento della rivolta operaia di Budapest, si ergevano come giudici spietati e oppositori irriducibili.

È stata una grande lezione di marxismo vivo e conseguente anche se doveva servire a mettere in evidenza quanto di posticcio, di ossificato era nel fondo di certi gruppi di opposizione rivoluzionaria. Tuttavia, questa non è che una constatazione marginale del problema; il dato di fondo è, invece, la natura della rivolta ungherese e i suoi limiti, primo tra questi la mancata presenza determinante del partito rivoluzionario.

Quando gli operai di Budapest insorgono con le armi alla mano, organizzano sui posti di lavoro i loro organi d’azione rivoluzionaria e fanno delle fabbriche altrettanti fortilizi di difesa e di offesa e con obiettivo non le libertà nazionali ma gli interessi fondamentali della classe; questi operai mentre spezzano con la violenza le strutture economiche e politiche dello Stato che legittimano, anche se a nome di un falso socialismo, i modi di produzione e di sfruttamento che sono propri del capitalismo, pongono in prospettiva la conquista rivoluzionaria del potere e non la restaurazione del vecchio. Poi, il rullo compressore dei carri armati russi che schiaccia nel sangue il tentativo rivoluzionario.

Questo è il quadro che si è offerto allora nelle giornate della insurrezione operaia di Budapest, agli occhi e all’attenzione delle disperse e frammentate forze rivoluzionarie internazionali.

Si trattava, per noi internazionalisti, o di ritenere legittima la repressione violenta operata dalla Russia perché, malgrado tutto, tale esperienza portava nel proprio seno, anche se allo stato potenziale, gli interessi e le ragioni ideali del socialismo, e in questo caso l’insurrezione degli operai era da ritenersi una controrivoluzione, oppure l’Ungheria esprimeva nell’azione dei suoi “consigli operai” la irrefrenabile volontà di liberazione di classe dalle nuove forme di sfruttamento imperialista, ed era questo l’unico modo, quello dell’azione rivoluzionaria, che restava agli operai per operare come classe storicamente antagonista.

Gli internazionalisti che avevano portato fino in fondo la critica alla economia e alla politica dello Stato russo, non avevano alcun dubbio su questo problema e hanno tratto le conclusioni che sono chiaramente espresse nelle iniziative e nei documenti che pubblichiamo; gli altri internazionalisti che non avevano osato di portare fino in fondo la stessa analisi critica perché tuttora presi dalla suggestione della Russia che, dicevamo, quale che fosse la sua realtà, era tuttavia il centro di un reale movimento operaio internazionale, d’una Russia che non poteva essere messa sullo stesso piano degli altri centri del dominio imperialista come l’America, non credendo all’esistenza del capitalismo di Stato in Russia, non potevano che prendere la strada opposta, quella di insozzare l’eroico sacrificio dei combattenti rivoluzionari ungheresi, i soli, dopo Lenin, che si erano mossi sulla linea della Rivoluzione di Ottobre. E sono ricorsi alla solita e banale giustificazione, propria degli opportunisti, che all’iniziativa degli operai, stretti nei consigli, si era aggiunta, con scopi assai diversi, quella della socialdemocrazia e dei reazionari di destra, come se fenomeni del genere non siano costantemente presenti, e quindi inevitabili, in ogni profondo travolgimento rivoluzionario che, in quanto tale, non può sottrarsi alla legge della irrazionalità e mettere in moto forze le più varie e contraddittorie.

Quando si presentano situazioni come quella che abbiamo preso in esame e se si vuole che il proletariato non si presenti alla lotta ancora disarmato del suo strumento più valido, il partito rivoluzionario, in quanto essenziale e indispensabile per assicurare una saldatura unitaria al moto difforme e contraddittorio delle masse in movimento e una guida sicura, è ovvio che il problema del partito venga posto al centro dei compiti e delle preoccupazioni. Il partito si costruisce e si potenzia non isolandosi, non chiudendosi a doppia mandata nel proprio guscio, ma accettando la discussione chiarificatrice e l’adesione di chi accetta di lavorare al tuo fianco riconoscendo la validità di una piattaforma già passata al vaglio della Rivoluzione d’Ottobre. Non è perciò problema di uomini o di gruppi e dei loro sempre possibili dissensi; quel che conta è che ognuno riconosca criticamente come lo svolgimento del conflitto di classe, quando esplodono le contraddizioni fondamentali, avvenga come era previsto in sede di dottrina tradotta questa in termini di piattaforma ideologico-politica a cui si aderisce accettandola con la più ferrea disciplina rivoluzionaria.

In tal caso o il partito rivoluzionario si fa centro di convergenza delle forze spinte avanti dal moto di classe e le incanala e le piega alle esigenze superiori del fine rivoluzionario, o esso rimane tagliato fuori dalla dinamica degli avvenimenti che gli passano sotto il naso senza che se ne accorga per isolarsi dietro una nube di astrazioni metafisiche e di nullismo politico, venendo così meno al suo compito storico.

In questa direzione, sotto il pungolo della stessa esigenza storica si mosse con ineguagliabile senso politico Lenin nel forgiare il partito che sarebbe stato alla testa della Rivoluzione d’Ottobre, allo stesso modo, anche se con minore genialità e minore senso del concreto, si è mossa la sinistra italiana con Bordiga di fronte alla costruzione del partito rivoluzionario al convegno preparatorio di Imola e al congresso di Livorno.

È questa la strada su cui sono chiamati a muoversi i rivoluzionari che non, si attardano scioccamente dietro il trastullo muliebre di sfogliare margherite quando non sono ridotti, poveracci, a sfogliare “quadrifogli”.

Va da sé che quando questa condizione fondamentale dell’unità ideologica non si verifica, ciò che solo può giustificare l’unità d’azione, compito del partito rivoluzionario è quello dello smantellamento ideologico delle posizioni avversarie presupposto al dissolversi delle strutture organizzative, quello che di fatto è poi accaduto col disperdersi del nucleo organizzativo lungo i rigagnoli dell’avventurismo più deteriore.

Onorato Damen

 

Continuità nella coerenza

 

Problemi del nostro tempo

Che cosa sarebbe avvenuto dell’avanguardia rivoluzionaria, della sua piattaforma ideologico-politica e dei suoi quadri essenziali se di fronte allo stalinismo i marxisti avessero sposato le tesi di questa o quella corrente che si muoveva in mezzo ad una feroce lotta per la conquista di posizioni di potere nell’ambito dello Stato sovietico che consideravano tuttora socialista?

Che cosa sarebbe avvenuto se di fronte alla II Guerra Mondiale questi compagni avessero scelto il terreno delle democrazie nella lotta antifascista aderendo alla ideologia, estranea al marxismo rivoluzionario, di operare sul terreno delle strutture dello Stato capitalista un innesto socialista per il quale si sarebbe avuto una anticipazione prefigurante la società futura?

Che cosa, infine, avverrebbe oggi se di fronte alla lotta per il potere, che caratterizza l’attuale fase della tormentata vicenda di classe, accettassero di solidarizzare con Mao contro i vari oppositori di destra o di sinistra, oppure di solidarizzare con questi contro Mao illudendo se stessi e gli altri nel considerare questo o quello dei protagonisti di questa vicenda come gli esponenti di correnti che incarnano la ideologia, gli interessi e gli istituti di una esperienza concretamente socialista anche se in fase di sviluppo?

Quello che, infatti, è avvenuto è il tradimento e la contaminazione, tuttora in atto, della dottrina rivoluzionaria marxista operata in sede di cultura e di condotta politica dei partiti sedicenti operai; è avvenuto, fatto ancora più grave, il tentativo di inserimento degli organismi della difesa operaia sul fronte del capitalismo imperialista col sistema dei fronti unici sul piano della tattica e della coesistenza politica su quello della strategia.

Il capitalismo non supererebbe le sue crisi ricorrenti se non potesse contare sull’azione dei partiti della democrazia parlamentare mirante a schierare quelle che dovrebbero essere le forze storiche della rivoluzione nel sistema vigente come componente indispensabile ad ogni politica di programmazione.

E poiché non pochi sono coloro che tuttora ignorano le reali posizioni, non di oggi ma di sempre, della nostra organizzazione, bisognerà por loro davanti la prova della nostra linea di condotta ideologico-politica tenuta di fronte alla guerra e ai suoi protagonisti e metterli in grado di discernere se è questa, in realtà, la linea della fedeltà, non formale, al marxismo che non deve essere confuso con quello sottoposto dalla chirurgia dell’opportunismo a plastiche Cacciali che ne hanno modificato i connotati essenziali, rendendole irriconoscibile come dottrina della rivoluzione. Basterà allora dare uno sguardo retrospettivo in un contesto politico di avvenimenti compresi nell’arco di tempo che va dallo schieramento della Russia sul fronte della guerra imperialista, all’insorgere delle rivolte nel settore afro-asiatico, fino alle attuali vicissitudini della Cina maoista, per dimostrare che l’elaborazione teorica e l’azione politica dei comunisti internazionalisti potranno venire misconosciute e calunniate, ma in nessun caso confuse con le idee e gli uomini della democrazia parlamentare.

Ecco quanto scrivevamo sulla natura della guerra in generale e della guerra democratica antifascista in particolare, che ha caratterizzato il secondo conflitto mondiale.

Dominato dalla stessa legge dell’accumulazione, il capitalismo deve nel contempo risolvere il problema d’allargare senza limite le zone di sbocco nei paesi ad economia arretrata; problema, questo, rimasto sul tappeto senza pratica possibilità di soluzione. Mentre il processo tecnico produttivo procede senza soste e limitazioni nel proprio sviluppo, il mondo del consumo ha raggiunto il limite di saturazione. Ad una sovrapproduzione crescente fa riscontro una crescente rarefazione di sbocchi. E’ la tragedia germogliata nel seno dell’economia che imporrà al capitalismo le soluzioni estreme sul piano della forza: guerre e rivoluzioni sono la materializzazione politica di questo profondo e insanabile conflitto d’interessi che mette di fronte le due forze essenziali della storia che viviamo: il capitalismo e il proletariato.

Da questa complessità di squilibri, di urti e di crisi è nato l’imperialismo; si potrebbe anzi affermare che l’imperialismo è l’espressione unitaria di questi squilibrai, di questi urti e di queste crisi. Esso non è la proiezione sul piano storico di questo particolare momento economico espresso dal regime dei monopoli, ma attraverso questo si riallaccia al complesso dell’economia capitalista, al suo grado di evoluzione, o meglio al suo nucleo vitale, l’accumulazione. Se fosse vero il contrario, l’umanità potrebbe lottare contro il regime dei monopoli per spezzarlo e spazzarlo via risanando così il capitalismo da questa specie di escrescenza maligna che minaccia di perderlo. Ma non c’è terapia, non c’è intervento chirurgico che valgano. L’imperialismo è il capitalismo di questa nostra epoca, il capitalismo della fase monopolistica; e la lotta per l’estirpazione del monopolio o non ha storicamente senso o lo ha soltanto in quanto significa lotta per l’abbattimento di tutto il capitalismo. Questo problema è ormai acquisito alla coscienza del marxismo rivoluzionario, tanto che sembra lontano e scialbo il dissenso che su quest’argomento ha messo di fronte pii, che Lenin e Rosa Luxembourg, i loro epigoni. Questi tardi e maldestri epigoni, legati al capitalismo imperialista, vanno giustificando oggi la loro politica di compromesso con la denuncia scandalistica delle cento o duecento famiglie che detengono di fatto il potere dei complessi monopolistici e finanziari, come se questo stato maggiore dell’imperialismo fosse qualcosa di diverso da quel capitalismo con cui essi hanno solidarizzato nella guerra e con cui solidarizzano ora che c’è tutta l’economia borghese da ricostruire.

Le forze del capitalismo, entrate nel girone infernale della guerra per risolvere i problemi posti da questo o quell’imperialismo, non sono in nessun caso, per dei marxisti, suscettibili di essere suddivise in forze contrapposte in quanto progressive le une e reazionarie le altre. E come nessuna formulazione di simpatia e di auspicio si ebbe ieri da parte nostra per la vittoria delle forze dell’asse sol perché esse, più che di quelle anglosassoni, erano considerate dalla nostra analisi critica più rispondenti nel piano della organizzazione economica e politica al corso attuale del capitalismo, così nessuna formulazione di simpatia e di auspicio si avrà domani per la vittoria, ad esempio, delle forze sovietiche in lotta contro quelle anglosassoni solo perché il regime sovietico, il regime cioè del più avanzato e caratterizzato capitalismo di stato, rappresenta storicamente una fase più progressiva di questa economia evolvente verso le forme più vaste e radicali della produzione collettiva, più vicine perciò e più pregne di socialismo. L’evoluzione capitalistica procede per virtù delle proprie interne contraddizioni e non per le simpatie e i voti che gli possono venire dagli avversari di classe.

Quando la guerra imperialista scuote nel profondo il sistema di produzione capitalistico e le stesse leggi che lo regolano, compito essenziale e immediato del partito rivoluzionario è quello di operare conseguentemente all’analisi marxista della natura di tutte le guerre dell’imperialismo, che trovano la loro necessaria giustificazione storica ad un dato punto dello sviluppo economico del capitalismo e degli antagonismi di classe e non in questo o quel motivo esteriore a cui suol legarsi la fortuna degli opportunisti. Tenendo presente che il proletariato, benché appaia temporaneamente sotto il peso di peggiorati rapporti di forza, è pur sempre artefice non secondario della storia, sta al partito d’illuminarlo, trarlo progressivamente dall’influenza pestifera delle ideologie della guerra, rianimarlo, ricondurlo sul piano della comprensione e della lotta di classe e convogliarne quanto è più possibile le forze per trar profitto da una eventuale situazione favorevole che gli consenta di porre concretamente il problema della trasformazione della guerra imperialista in guerra sociale.

Questo e non altro è l’insegnamento di Lenin.

Da Prometeo, n. 1-1946

Il filo conduttore della interpretazione marxista della guerra non si spezza di fronte al grande fenomeno politico delle lotte per la liberazione dei popoli di colore dal dominio colonialista delle maggiori potenze europee, ma ci aiuta ad analizzare questo avvenimento tuttora aperto con lo stesso metodo marxista di analisi che vuole che le cose siano considerate per quelle che sono e non per quelle che vorremmo che fossero. Tra gli scritti su questo argomento scegliamo quello che segue particolarmente chiaro e sintetico:

Ciò che allo stato attuale impedisce nel modo più assoluto ogni solidarietà operante con la lotta dei popoli di colore è costituito dal fatto quanto mai ovvio che Cina, Indocina, Corea, Tunisia, Marocco e qualsiasi altra colonia o semi-colonia che entrerà nel gioco della lotta per l’indipendenza, sono loro malgrado spinte a muoversi nei limiti consentiti dalle potenze imperialiste e sotto lo stimolo del capitalismo indigeno legato alla tecnica industriale e al capitale finanziario dell’imperialismo dominante.

Allo stesso modo che per Lenin la borghesia russa aveva cessato d’essere forza alleata dell’imperialismo evoluto del capitalismo europeo e quindi parte integrante della sua politica, a più ragione tale considerazione fondamentalmente marxista vale oggi per le borghesie indigene dei paesi di colore che manifestamente pensano e operano saldate all’economia, al capitale finanziario e alla strategia mondiale di questo o quel blocco dell’imperialismo. “Nelle colonie, il capitale finanziario non esiste o quasi, la colonia non può cosi finirlo altrimenti che nelle condizioni di subordinazione politica in funzione dm, capitale finanziario” (Lenin).

Oggi, perciò, più che all’epoca di Lenin il problema della solidarietà da parte del proletariato alla lotta d’indipendenza dei popoli di colore, va posto in termini di estrema chiarezza.

Di solidarietà e d’aiuto si potrà parlare nel solo caso che il moto verso l’indipendenza sia condotto concretamente dalle forze del proletariato indigeno fortemente legato alla guida dell’avanguardia del proletariato internazionale: guida, s’intende, non astratta, non formale, non posta soltanto come indicazione teorica, ma effettiva, concreta, raccordo cioè di azioni sviluppate sul piano di classe con obiettivo lo scardinamento del settore dell’imperialismo e la rottura del suo dispositivo di dominio e di sfruttamento coloniale; in questo caso e soltanto in questo anche attraverso il varco coloniale passerà la rivoluzione proletaria; fuori di queste premesse e condizioni di fatto la solidarietà e l’aiuto andrebbero a favore della borghesia nazionalista e si trasformerebbero di fatto in consolidamento del fronte imperialistico.

Chi tuttavia si servisse di questo schema proprio della strategia rivoluzionaria per applicarlo nel senso di considerare ad es. la Russia di oggi come lo Stato guida, qualunque sia l’apprezzamento critico che possa fare alta sua politica, per la presunzione che ad essa tuttora si riallaccia il grande movimento del proletariato internazionale e per conseguenza il solo centro di gravità verso cui dovranno polarizzarsi tutti i moti di emancipazione nazionale delle colonie e dei popoli oppressi, riporterebbe la questione sul piano dell’economismo gradualistico e dell’opportunismo politico a tinta social-patriottica, in contrasto fondamentale con la lotta del proletariato internazionale e con gli interessi della rivoluzione socialista.

Da Prometeo 7 — 1955

Sulla Cina alcuni dati orientativi, ma d’importanza fondamentale, precisano la nostra critica e il conseguente atteggiamento politico:

  1. La guerra nazionale contro il Giappone assume le caratteristiche della lotta partigiana delle masse contadine con dirigenti che provengono dalla stessa matrice sociale.
  2. Nel clima della seconda guerra imperialistica, ogni azione di guerra rientra nel quadro della ideologia dominante ed è parte integrante di quella strategia.
  3. Le forze sociali della guerra nazionale antigiapponese sono diventate le forze sociali alla guida dello Stato: sono le forze dei contadini integrate da quelle di parte del proletariato. La gerarchia così enunciata indica con chiarezza il ruolo egemone del contadiname che si sostiene con l’alleanza di tutta la borghesia disposta a battersi contro l’imperialismo.
  4. Anche per l’esperienza cinese vale l’assunto che soltanto il crollo rivoluzionario di un settore della guerra che avvenga sul piano del contrasto di classe può rappresentare l’inizio di una trasformazione della guerra imperialistica in guerra di classe avente per obiettivo il socialismo.
  5. Ogni altra politica va considerata come operante nel quadro del dominio imperialista.
  6. Allo stato attuale in Cina potranno verificarsi, nello sviluppo delle strutture economiche e sociali, trasformazioni anche profonde sotto il regime delle quattro classi pur con l’avvicendarsi di uomini e di correnti diverse nella direzione dello Stato; ma la storia dei prossimi anni ci dirà in che misura si svilupperanno le condizioni obiettive e le forze sociali e politiche della rivoluzione democratica borghese e se sarà la borghesia capitalista a realizzarla o il proletariato nell’esercizio della sua dittatura.

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O. Damen

Per noi rivoluzionari era previsto e in buona parte scontato che gli opportunisti, i deboli, gli arruffoni, coloro insomma che si illudono ogni cinque minuti di cambiare la faccia del inondo, e ogni cinque minuti regolarmente si ricredono e proclamano, disillusi, la scomparsa del proletariato dalla scena del mondo, si sarebbero avvalsi di questa fase di deflusso del moto operaio per servirsi del partito come strumento della loro disillusione e non come strumento della immancabile riscossa proletaria. Si è lasciato il partito alla deriva; si sono rotti i legami con i posti di lavoro e con le masse e quel ch’è peggio,si sono offuscati nella coscienza dei militanti i compiti permanenti del partito della rivoluzione, che tali rimangono anche nelle ore più buie delle vicende politiche del proletariato, anche quando sono messe in forse le ragioni storiche della sua esistenza come classe.

Neppure il nostro partito si sottrae all’inesorabile dilemma di questo nostro tempo: o rimanere tenacemente attaccati alla dottrina e alla prassi del marxismo rivoluzionario, o precipitare nell’opportunismo sparendo nei gorghi torbidi e limacciosi della controrivoluzione.

Da Battaglia comunista — febbraio 1952

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