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Punto essenziale nelle vicende cinesi: la mancata rivoluzione democratico-borghese

Creato: 23 Settembre 2009 Ultima modifica: 03 Ottobre 2016
Scritto da Onorato Damen Visite: 1625

Punto essenziale nelle vicende cinesi: la mancata rivoluzione democratico-borghese

Da Prometeo III serie n. 16-17, dicembre 1971

È quanto attendevamo da tempo, salvo che il bubbone cinese è venuto a suppurazione assai prima del previsto.

Il ritmo della svolta maoista è quale è stato impresso dalla intensità e dinamismo della fase attuale della crisi del mondo capitalista e delle contraddizioni della sua politica di dominio imperialista; siamo di fronte ad una ennesima conferma della teoria leninista delle svolte brusche che, se non sono sempre delimitabili nel tempo, tuttavia il loro susseguirsi incalzante mostra ogni volta sempre più marcati e cupi i segni della progressiva, drammatica decomposizione del contesto generale economico e politico del capitalismo.

L’apertura al dialogo e alla possibilità di accordi tra la Cina e gli Stati Uniti d’America ha bruscamente rotto l’equilibrio instabile basato sulla cosiddetta diarchia “bipolare”, quella russo-americana, e ha altrettanto bruscamente aperto l’epoca di un nuovo equilibrio di forze di direzione mondiale che gli strateghi della diplomazia americana già ipotizzano nel cosiddetto “pentapolarismo”, quello cioè dei cinque nuovi vertici di potere individuati nell’America, Russia, Cina, Giappone ed Europa occidentale.

Fino a ieri la linea di demarcazione tra la zona d’influenza americana e quella russa obbediva ad una dialettica del tutto epidermica e formale di caratterizzazione polemicamente ideologica per cui al mondo sovietico, che si voleva “socialista”, si contrapponeva quello americano dichiaratamente capitalista.

Oggi, dato il rimescolamento delle ideologie, delle alleanze e degli interessi, anche questa frontiera di reciproco comodo politico è crollata e si riconosce apertamente la comune natura della competizione internazionale per cui tutto fa comodo quando si tratta di rafforzare o di difendere il proprio schieramento di forze; le amicizie e le alleanze, aperte o segrete, si effettuano sul terreno offerto dall’avversario del momento. La manovra a largo raggio cino-americana di questi giorni ha creato le condizioni obiettive di una contromanovra russa che lancia un po’ ovunque ponti d’oro, ma con particolare riguardo alla seconda grande potenza industriale del mondo, il Giappone, che, se ha motivi di scontro con la Cina di Mao, nel settore più particolarmente asiatico, opera tuttavia sulla linea di una strategia reazionaria e globale come avamposto della controrivoluzione.

È avvenuto così, e nello spazio breve di poco più di un decennio, che l’America cessa ad un tratto, per la politica cinese, di essere la tigre di carta dell’imperialismo secondo “l’illuminato” pensiero di Mao e diviene la sua possibile alleata contro l’espansionismo russo; nel contempo per la Russia che si autodefinisce socialista e centro del socialismo mondiale, il Giappone, per sua natura nazionalista e militarista, diviene d’improvviso il paese con cui è possibile trattare e risolvere i problemi di un nuovo equilibrio nel mondo sotto il manto del “socialismo” sovietico.

Se l’analisi si fermasse qui e si limitasse a puntualizzare soltanto la presenza sulla scena politica generale di una tale ridda di episodi contraddittori e sempre rinnovantisi con altri e più stupefacenti, verrebbe meno in questa analisi marxista l’approfondimento di quel sottosuolo della storia da cui questi episodi della sovrastruttura incessantemente scaturiscono e il loro fondamentale carattere unitario che è quello del capitalismo nella fase monopolistica del suo sviluppo.

Allora è chiaro che il problema centrale da affrontare, tra tanti giri di valzer e rimescolamenti di carte, è quello di precisare, una volta per tutte, la reale natura delle forze sociali e politiche che si muovono sul terreno dell’imperialismo. È il nostro discorso di sempre, ma che oggi si pone non solo come interpretazione delle vicende tormentose e ingarbugliate del nostro tempo, ma come indirizzo ad una tattica e ad una strategia proprie del partito rivoluzionario.

Riteniamo di essere stati, come organizzazione politica, i soli o quasi, a non dar credito alla cosiddetta rivoluzione cinese di Mao come rivoluzione socialista e a considerare il “maoismo” come una infezione ideologica e politica che avrebbe appestato di nazionalismo e di demagogia “populista” il movimento operaio internazionale. E tutto ciò per la convinzione propria del marxismo che la realizzazione del socialismo presuppone un’azione condotta sul piano di classe dal proletariato con i principi, la tattica e la strategia che gli sono propri.

Profondamente intaccata nella coscienza di molti maoisti è ora la credibilità nel ruolo rivoluzionario della Cina maoista; rimane tuttavia il problema, aperto dal crollo di questo mito, di approfondire e di chiarire non tanto i motivi del crollo che non escono dall’ambito, sempre mutevole, dei sentimenti, quanto quelli di una esperienza che doveva e deve essere vista, pazientemente e serenamente anche col rischio di ripeterci, col metodo e con gli strumenti di una interpretazione marxista.

Rivoluzione democratico-borghese e guerra contadina

C’è da chiedersi se la Cina, nella lunga serie di lotte interne, ha realmente avuto e portato a compimento la sua rivoluzione democratico-borghese. Il modello classico di confronto storicamente valido cui riferirci è la rivoluzione russa del 1905 soffocata nel sangue e quella vittoriosa del febbraio 1917.

Tolgo dall’opuscolo di Lin Piao “Viva la vittoria della guerra popolare” questo passo particolarmente pertinente al nostro argomento:

Già nel periodo della prima guerra civile rivoluzionaria, il compagno Mao-tse-tung, aveva sottolineato che il problema contadino occupava una posizione estremamente importante nella rivoluzione cinese, che la rivoluzione democratico-borghese contro l’imperialismo e il feudalismo era, in effetti, una rivoluzione contadina e che il compito fondamentale del proletariato cinese nella rivoluzione democratico-borghese era quello di guidare la lotta dei contadini.

Al centro quindi dell’episodio storicamente più importante per la formazione della Cina d’oggi è per Mao e i maoisti la guerra contro la dominazione giapponese che si conclude con la conquista armata del potere dello Stato, e che ha nei contadini la sua forza determinante e più omogenea.

Che il contadiname nei paesi come la Russia e la Cina prerivoluzionarie sia una componente importantissima di cui non si può fare a meno nella strategia della rivoluzione democratico-borghese, è uno dei cardini del leninismo; ma che una guerra partigiana di liberazione nazionale contro la dominazione giapponese condotta dal contadiname come forza sociale egemone sia da considerare come rivoluzione democratico-borghese, è per lo meno arbitrario; è come forzare i termini nella dinamica delle sue componenti storiche.

La rivoluzione contadina è soltanto rivoluzione antifeudale.

La rivoluzione democratico-borghese presuppone la presenza non solo di forze sociali della medievalità ma soprattutto di quelle che il capitalismo ha suscitato, quelle cioè, della moderna borghesia e del moderno proletariato.

Queste sono le nuove forze reali, le forze motrici che lo sviluppo sociale ha offerto alla strategia rivoluzionaria tanto a Lenin che a Mao, i due protagonisti che hanno operato su di un terreno economico-sociale apparentemente diverso, se visto in superficie, ma nei tratti essenziali del suo sviluppo, obiettivamente simile: le forze sociali residue della medioevalità economica in fase di lento ma sicuro esaurimento e le forze del moderno capitalismo, borghesia e proletariato che irrompono sulla scena della vita nazionale con l’audacia e la violenza che sono il tratto distintivo di tutto ciò che è proiettato in avanti, sotto la spinta di un dinamismo realizzatore proprio della fase ascendente del capitalismo. La strategia di Lenin aveva gli occhi puntati su queste forze nuove lanciate alla conquista di uno spazio socio-economico, quello del capitalismo moderno, che a fatica stava liberandosi dai lacci della medioevalità; era questo il terreno fertile della rivoluzione democratico-borghese che doveva vedere il proletariato affiancato alla borghesia nella lotta armata contro la medioevalità economica e politica e nel quale il vasto e tumultuoso settore del contadiname, che portava ancora i segni dell’antica servitù della gleba, doveva costituire la forza alleata indispensabile all’esito vittorioso della rivoluzione democratico-borghese.

A conferma di questa intuizione leninista della strategia di classe si sono avute le prime enucleazioni del proletariato russo nei moti del 1905 che hanno dato vita al primo Soviet di Pietroburgo sotto la presidenza prestigiosa di Trotsky; più ampiamente e, sotto molti aspetti, in modo determinante nella rivoluzione di Febbraio; rivoluzione, questa, democratico-borghese più nei segni esteriori (soluzione parlamentare, costituente, governo provvisorio) che nella realtà effettuale dato che il proletariato, che era stato il maggiore protagonista della rivoluzione, era costretto ora ad una coabitazione con le forze della democrazia parlamentare, tuttavia cosciente del compito di dovere spingere per portare fino in fondo la stessa rivoluzione democratica.

Questo breve profilo storico della rivoluzione russa non trova il suo equivalente nello sviluppo della rivoluzione cinese la cui visione strategica non e andata oltre il suo ambito nazionale ed oltre il suo angusto contenuto di natura contadina.

A differenza di Lenin, Mao non ha vissuto il gran giorno delle contraddizioni fondamentali, prigioniero com’era entro i limiti d’una dialettica delle piccole cose, non è andato cioè oltre l’esame delle piccole contraddizioni; non avendo afferrato il senso del ruolo storico e primordiale del proletariato nella fase dell’imperialismo, si è irretito in una esperienza paesana di socialismo utopistico e premarxista, quali ad esempio le comuni rurali, che stanno al marxismo scientifico come la pratica della chiesa di Roma sta al primo dettato della predicazione di Cristo.

Sempre nel quadro della dialettica formale, e al di fuori quindi d’ogni seria valutazione di classe, è visto il problema della guerra partigiana condotta in prima persona dal contadiname.

Combattere contro il dominio giapponese non è episodio a se stante, ma si tratta di una guerra di liberazione nazionale nel quadro più vasto della seconda guerra imperialista portata a compimento con le stesse armi, con lo stesso fine strategico e soprattutto con la stessa ideologia che accompagna ogni conflitto armato sotto il dominio dell’imperialismo. Non esistono soluzioni intermedie: la guerra o è di classe con le forze e le ideologie rivoluzionarie e si ha allora uno sbocco socialista, oppure la guerra, qualunque ne sia l’origine, condotta sul terreno degli interessi nazionali, finisce in ogni caso per assumere i colori, le ideologie, le armi e il contenuto che sono propri dell’imperialismo di cui diviene necessariamente parte integrante.

Del resto i moti partigiani, così numerosi nella fase terminale del secondo conflitto mondiale, anche se formati in prevalenza da operai, non si sono conclusi in moto rivoluzionario verso il socialismo ma è vero il contrario, hanno cioè operato al servizio, diretto o indiretto, della guerra imperialista e con il loro sacrificio si è aperta l’era della democrazia parlamentare che non è nè sarà mai socialismo, nè introduzione necessaria alla sua affermazione.

Vero è che, come abbiamo visto nel brano sopra riportato, Mao cerca di premunirsi teoricamente allorchè afferma che:

compito fondamentale del proletariato cinese nella rivoluzione democratico-borghese era quello di guidare la lotta dei contadini.

Altro giochetto cinese di dialettica formale che genera imbroglio nella interpretazione del ruolo storico delle classi e serve egregiamente ai teorici del maoismo per nascondere la vera natura d’una ideologia e d’una politica obiettivamente populista. È ormai una constatazione quasi banale per dei marxisti, considerare il proletariato come classe storica avente nel seno i motivi del proprio divenire rivoluzionario, la sola cui è affidato il compito del superamento violento del capitalismo; come è constatazione altrettanto banale considerare il contadiname come classe priva di tutti gli attributi che il divenire storico ha affidato al proletariato. Da qui l’assurdo di una rivoluzione democratico-borghese che si afferma essere contadina nel suo contenuto sociale e presupporre una guida che spetterebbe al proletariato come suo compito fondamentale. Già, un proletariato in grado di guidare i contadini, ma non in grado di guidare se stesso, come se, marxisticamente parlando, tutto il proletariato fosse storicamente capace di guidare e non la sua parte migliore, che al limite altro non è che il partito uscito dal seno dello stesso proletariato.

Innanzitutto un moto contadino esprimerà sempre una direzione contadina (anche se formalmente non di contadini) per la difesa d’interessi che non vanno oltre il cerchio di quelli che sono peculiari alla sua classe. Da questa analisi risulta chiaro che in Cina, nella guerra di liberazione nazionale, nè la borghesia come espressione del moderno capitalismo, nè il proletariato, vi hanno giocato alcun ruolo importante, per cui si può concludere che in Cina non si è compiuta nessuna rivoluzione democratico-borghese, ma soltanto una rivoluzione contadina che per sua natura non poteva essere che rivoluzione antifeudale.

Sotto questo profilo, quanto è accaduto, ad esempio, nella storia d’Italia può dare la misura ad una comprensione critica degli avvenimenti cinesi. Anche l’Italia non ha avuto la sua rivoluzione nazionale col sorgere della borghesia capitalista. Le guerre d’indipendenza si sono sviluppate secondo una visione diplomatico-militare di accatto propria della politica dinastica dei Savoia in cui non c’era spazio per una rivoluzione che avesse avuto per protagonista il popolo come era nel sogno mazziniano. Pur tuttavia l’Italia ha avuto il suo sviluppo con l’affermazione del moderno capitalismo, ma presenti e visibili sono le carenze di una classe dirigente rozza e bottegaia, non plasmata da una autentica rivoluzione nazionale.

Una borghesia, dunque, senza rivoluzione borghese, costantemente oscillante tra la tendenza al nuovo, imposto dallo sviluppo economico-sociale nella forma anche più avanzata e residui ancor vivi e pesanti della medioevalita economica che in termini politici assumono le fisionomie varie del clericalismo, integralismo cattolico, fascismo, baronie agrarie e fondamentale tendenza a risolvere le proprie interne contraddizioni ricorrendo alla autorità dei vertici, all’uso sistematico della forza che diviene ogni volta, indiscriminato esercizio di violenza.

Il clima storico delle guerre nazionali è questo, e le sue componenti sociali che si articolano nella rivoluzione democratico-borghese si precisano nei due maggiori protagonisti in posizione antagonista nell’attuale fase del dominio imperialista: borghesia e proletariato.

Più si acuisce il conflitto di classe e più si evidenzia l’inevitabile spostamento della media e piccola borghesia e del contadiname povero verso i due poli opposti come forze subalterne dello schieramento, una parte proiettata verso la conservazione e l’altra proiettata verso la rivoluzione. Soluzioni intermedie risolutive non ci sono e se si determinano sul piano parlamentare con la “costituente”, episodio limite della rivoluzione democratico-borghese, questo o apre la strada ai suo superamento con la rivoluzione proletaria, oppure rimette sul loro binario tradizionale le forze del moto borghese per un nuovo e più avanzato sviluppo del capitalismo.

La Cina di Mao, anche se non ha avuto la rivoluzione di Febbraio dell’esperienza russa, potrà essere il teatro di una radicalizzazione delle lotte sociali con il riemergere del proletariato come classe che punta decisamente al potere e a cui spetta intanto di creare le condizioni obiettive per un ottobre bolscevico?

Sarà possibile:

  • se saranno spezzate le strutture del potere delle quattro classi;
  • se i contadini usciranno dal chiuso delle comuni agricole e si uniranno al proletariato nella lotta contro ogni residuo di politica populista;
  • se lo Stato operaio che i cinesi andranno a costruire romperà ogni legame aperto o segreto con i centri dell’imperialismo e col loro capitale finanziario;
  • se l’ideologia maoista che ha assommate le astuzie, le insoddisfazioni e i repentini mutamenti che sono propri del contadiname e della piccola e media borghesia sarà spazzata via dalla rivoluzione autenticamente socialista.

Posto da questa angolazione il problema della interpretazione degli accadimenti cinesi, si capirà finalmente perché Mao sia diventato l’esecutore più fedele della politica stalinista che ha condotto alla sconfitta la rivoluzione del 1925-27 sacrificando l’autonomia e lo sviluppo d’una politica di classe e gli stessi obiettivi di lotta rivoluzionaria del Partito Comunista cinese ridotto ad una trascurabile appendice del Kuomintang; si capisce perché Mao si sia costantemente battuto contro le idee e la tattica della sinistra comunista dell’Internazionale che poneva l’accento sul ruolo prioritario del proletariato che la strategia maoista relegava ad una funzione marginale nella rivoluzione contadina; si capisce perché la guerra di liberazione antigiapponese condotta in chiave nazional-contadina non poteva sottrarsi al clima storico della guerra mondiale dell’imperialismo; si capisce perché le forze sociali che si sono articolate nella lotta armata saranno le stesse che, afferrato il potere dello Stato, lo amministreranno sulla base del nazionalismo più esasperato nell’interesse delle quattro classi installatesi al vertice del potere; si capisce infine perché la violenza della guerra, qualunque essa sia, all’infuori della guerra di classe, non è, non sarà mai violenza rivoluzionaria.

Se tale è il retroterra della recente storia cinese, quella che sta svolgendosi oggi sotto i nostri occhi, obbedisce alla logica della conseguenzialità che è nelle cose prima ancora che nella buona o cattiva volontà degli uomini.

L’apertura della Cina verso gli Stati Uniti, che significa innanzitutto apertura del suo vastissimo mercato alla economia americana bisognosa di sollevarsi da una crisi profonda l’ingresso all’ONU alla pari nel covo dei briganti imperialisti; la proclamata solidarietà al Pakistan in guerra in obbedienza ad un evidente calcolo strategico di grande potenza, non sono certo episodi da elencarsi nella linea di classe e dell’azione rivoluzionaria.

Fedeltà, dunque, fino in fondo alla controrivoluzione stalinista.

Onorato Damen

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