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Dopo Matteotti

Creato: 23 Settembre 2009 Ultima modifica: 03 Ottobre 2016
Scritto da Onorato Damen Visite: 2437

Dopo Matteotti

Vicende di ieri e di oggi

Dall’ Unità — Gennaio 1926

In questo periodo pare che i Partiti politici abbiano mostrata più capacità a risolvere per via di ragionamento le più complesse posizioni teoriche, che risolvere o tentare di risolvere, nell’azione, favorevolissime situazioni politiche. Ed è evidente; allorché gli uomini, come i Partiti, mancano agli scopi che si sono prefissi e che rappresentano la loro ragion d’essere, si riducono quasi sempre a teorizzare le ragioni della sconfitta e delle deficienze le quali, di punto in bianco diventano ragioni dì avvedutezza, di buon senso se non addirittura di vittoria.

È quanto è avvenuto dopo Matteotti nel duello fittizio tra dittatura e democrazia prima; tra dittatura e liberalismo poi; nel duello reale sempre esistente, sempre più acuto, tra borghesia e proletariato.

Cerchiamo di spiegarci come e perché un periodo di lotta estremamente acuta tra questi due veri e naturali antagonisti della storia si sia potuto trasformare — badate bene — non nella realtà rivoluzionaria della situazione e nei reali rapporti di forze allora esistenti, ma nelle elucubrazioni dei filosofi del pessimismo e dell’impotenza in un periodo democratico perché caratterizzato dallo orientamento delle grandi masse verso i Partiti della democrazia.

Errori di valutazione ed errori di metodo ne troveremo a iosa, checché ne dicano i difensori di se stessi e della Centrale.

Per noi tutta la politica della Centrate del nostro Partito dopo il delitto Matteotti non ha avuto come mira una azione autonoma di Partito, né una soluzione proletaria e rivoluzionaria della crisi, ma ha agito per favorire una soluzione di centro, borghese a carattere antifascista.

Il nocciolo del problema tattico è tutto qui, come qui è la ragione essenziale della nostra recisa opposizione. Per noi il delitto Matteotti rompe in snodo netto i rapporti di forze precedentemente esistenti: il fatto è così grave e avviene in un momento così intenso, così acuto della vita politica italiana, che tutti, indistintamente: uomini politici, Partiti politici e masse sono presi come da un senso profondissimo di smarrimento e di panico.

In questa fase tipica in cui la chiaroveggenza e l’audacia possono e quasi sempre riescono a dare qualche orientamento, è per lo meno arbitrario subordinare l’azione di un Partito rivoluzionario al fatto di fissar prima i rapporti delle forze organizzate di classe. Chi ragiona cosi mostra di essere più atto al sillogismo che a dirigere le forze della rivoluzione.

D’altronde, quali sono gli elementi per poter fissare i rapporti delle classi organizzate? Vediamo: a delitto avvenuto il Partito fascista è paralizzato da tale avvenimento imprevisto: le sue forze si sfaldano; l’opinione pubblica, fino al giorno prima solidale o passivamente solidale con esso, lo isola, quasi con ostilità; il centro dirigente fascista è incapace a mobilitare la resistenza; il governo si sente perduto e patisce.

Nel Paese, allo stato iniziale di smarrimento subentra un vago senso di aspettazione. La stampa, il chiodo fisso nel cervello del compagno Gramsci, colla campagna scandalistica alimenta inconsciamente uno spirito rivoltoso. Fino a questo momento non si può ancora parlare di vere e proprie forze politiche predominanti nel paese o comunque di orientamenti politici. Tutto è pervaso da spirito antifascista ed è in stato di formazione e di sviluppo un vasto movimento dì forze capaci di lottare. Chi primo plasmerà queste forze? Quale ne sarà l’indirizzo?

In questo momento nessun Partito ha osato lanciare la parola d’ordine dell’azione. La stessa Centrale del nostro Partito si è servita di un impreciso incitamento all’azione fatto a scopo, polemico ma non ha neppure tentato di iniziare una vera e propria mobilitazione delle masse. All’infuori di qualche riuscito movimento sporadico sprigionato più dalla situazione locale e dalla maggiore sensibilità delle masse di alcune zone, che avvenuto per effetto di ordini impartiti dall’alto, la Centrale ha dimostrato chiaramente di non saper vivere la vita delle grandi masse, non ne ha comprese le necessità, non ha sentito quale fosse l’imperativo categorico dell’ora; ha dimostrato, in sostanza, di essere qualcosa di avulso persino dal resto del Partito.

Esisteva in tale epoca un Partito comunista come forza inquadrata? Certo è che si era in periodo di ripresa e di riorganizzazione; ma ciò che più lasciò a desiderare, ciò che fu maggiormente condannabile nei compagni della Centrale, fu l’assenza non del Partito, come entità numerica più o meno solidamente organizzata, ma di tutti quegli organismi sussidiari senza i quali un P.C. non può ne potrà mai adempiere alla propria funzione storica di Partito rivoluzionario. In ultima analisi il difetto di una seria azione nel paese, subito dopo il delitto Matteotti, i centro-destri la attribuiscono alla mancanza di un Partito rivoluzionario fortemente organizzato e quindi alla sproporzione esistente nei rapporti di forza tra i Partiti della conservazione ed il Partito della rivoluzione.

È da questa premessa erratissima che si parte per vedere la situazione con occhio diverso, per applicare una politica diversa e per iniziare e giustificare una manovra che si è dimostrata opportunista. È in base a tale premessa che si proclama essere la situazione “democratica” e che perciò il problema immediato del Partito è problema di organizzazione e non di azione. Con estrema facilità si deduce da un superficiale e cerebralissimo studio della situazione politica un certo pacifismo delle masse; e tra l’insurrezione proletaria e lo Antiparlamento borghese non si sa vedere tra i compiti immediati dell’unico Partito di classe che un semplicistico problema organizzativo e… la solita mitica conquista della maggioranza.

D’altronde poteva, o meglio, doveva il nostro Partito porsi senz’altro il problema dell’insurrezione immediata per la conquista del potere? ci si è domandato. Nessuno della sinistra ha mai pensato di rimproverare la Centrale di non aver fatta la… rivoluzione. Non è così d’altronde che va posto il problema, e ripetiamo: tra la insurrezione e la manovra politica effettuata, poteva e doveva essere sviluppata dalla Centrale un’azione autonoma di Partito che permettesse di marcare in modo netto i due raggruppamenti politici veramente in contesa: borghesia conservatrice — proletariato rivoluzionario, e favorire la polarizzazione verso queste due sole entità economiche della società moderna le forze vive e operanti del paese, messe in moto ed esasperate al massimo dal delitto Matteotti.

Seguiamo invece le tortuosità tattiche della Centrale, la quale per suo uso e consumo, ha saputo così bene suddividere la borghesia in classi e sottoclassi, specie e sottospecie, in buoni, meno buoni e reprobi, da ridurre il metodo di indagine marxista ad una esemplare pagina di… storia naturale.

L’inerzia delle masse nel paese, voluta di fatto anche dalla Centrale del nostro Partito ha permesso lo svilupparsi di una manovra dei Partiti borghesi di centro su di un terreno diverso da quello del paese: il terreno parlamentare.

Ancora una volta, in una situazione rivoluzionaria non è l’azione delle masse a determinare una soluzione, ma sono i Partiti politici, o meglio le direzioni, i direttorii, gli esecutivi, ecc. dei Partiti (pratica social-democratica) che si servono dello scacchiere di Montecitorio come base di manovra per limitare o paralizzare del tutto la influenza delle masse.

Ed è su questo terreno caratteristico — ripetiamo — della pratica socialdemocratica, che è scivolata anche la nostra Centrale. A delitto avvenuto l’ondata popolare antifascista trovò una forma politica nella secessione dall’aula parlamentare dei Partiti di opposizione (dalla relazione Gramsci). E la Centrale dispone che il Gruppo parlamentare si accodi al movimento delle opposizioni borghesi-social-democratiche.

E perché la Centrale subisce così tacitamente la manovra aventinista? Sentite il perché: è una ragione politica d’importanza capitale: L’assemblea delle Opposizioni divenne di fatto un centro politico nazionale intorno al quale si organizzò la maggioranza del paese; la crisi scoppiata nel campo sentimentale e morale, acquistò così uno spiccato carattere istituzionale; uno Stato fu creato nello Stato: un Governo antifascista contro il Governo fascista.

E più avanti: Le opposizioni rimangono ancora il fulcro del movimento popolare antifascista; esse rappresentano politicamente l’ondata di democrazia che è caratteristica della fase attuale della crisi sociale italiana. Verso le Opposizioni si era orientata all’inizio anche l’opinione della grande maggioranza del proletariato. (Dalla relazione Gramsci).

Chi è quell’operaio comunista che non veda oggi in tutto ciò, più che una esagerazione e più che un artificio, un grave ed imperdonabile errore di valutazione politica?

Antonio Gramsci, in settembre, diagnostica per la Centrale la situazione italiana collo stato d’animo di colui che ha paura del gravissimo malessere sociale che analizza e non trova un rimedio se non cullandosi tra le risorgenti velleità democratiche della piccola borghesia. Sarebbe bene che la Centrale ristampasse questa relazione e la ponesse tra i documenti in distribuzione per la preparazione del Congresso del Partito.

Per conto suo la sinistra ha già detto che cosa pensava e che cosa pensa circa la nostra uscita dal Parlamento, sulla nostra entrata nel Comitato delle Opposizioni e sulla ormai “barbosa” proposta dell’Antiparlamento.

Per noi è pacifico, come dovrebbe essere pacifico per tutti i marxisti non degeneri, il fatto che la borghesia, in una situazione gravissima, davanti al pericolo reale della propria esistenza come classe dirigente e privilegiata, possa, debba anzi giocare con dei diversivi per la propria conservazione. E in questo caso i diversivi politici della classe dirigente in pericolo sono quelle tali concessioni su cui si adagiano naturalmente strati di masse apparentemente (solo apparentemente) differenziate dalla stessa classe che dirige di fatto la manovra.

Nel caso specifico, la borghesia fascista, visto il serio pericolo del diretto intervento del proletariato nella lotta, ha manovrato di fianco colle forze, con le proprie forze della piccola borghesia, le quali sono cosi sfociate sulla nuova piattaforma politica (secessione parlamentare — Aventino) con l’impudente maschera della democrazia e sbandieranti l’oda della questione morale, prima ancora che le masse proletarie avessero potuto orientarsi dietro una parola d’ordine chiara e una precisa linea politica tracciata dal Partito rivoluzionario di classe. Parola d’ordine non lanciata, linea politica non indicata, solo perché -la Centrale del Partito non credeva o meglio non vedeva la necessità dell’intervento del terzo fattore: il proletariato; e alla iniziativa di classe preferiva la presenza nel Comitato delle Opposizioni per un lavoro di critica e di sbloccamento.

Quindi la Centrale del Partito, così agendo, ha condotto le sue forze nel momento più propizio non alla lotta, ma le ha adagiate sul terreno comodissimo offerto alla stessa borghesia. E questo per noi è opportunismo, non dissimile da quello del Partito massimalista.

Andiamo ora alla proposta dell’Antiparlamento.

La secessione parlamentare è avvenuta per una questione morale. La questione morale è stata la ragion d’essere di tutta la politica dell’Aventino. La proposta comunista dell’Antiparlamento si innestava perciò in questa pregiudiziale morale. L’Agentino non è mai partito nella lotta contro il fascismo da una ragione di classe; non poteva: non era d’altronde con una pregiudiziale di classe che la Centrale del Partito comunista ha manovrato dentro e fuori del Comitato delle Opposizioni.

Il compagno Granisci ebbe persino ad affermare in una riunione di Gruppo che il Partito sarebbe ritornato a far parte del blocco delle Opposizioni solo se si fosse accettato il criterio di dare all’Aventino come base di funzionamento ìl semplice regolamento della Camera dei deputati.

Avete capito? È madornale ciò, ma è perfettamente logico per il compagno Gramsci: non vedeva egli nell’Aventino l’episodio decisivo della crisi a carattere istituzionale? Lo Stato nello Stato? Il Governo antifascista contro il Governo fascista? Riuscire perciò a far funzionare in un modo qualsiasi questa specie di Antiparlamento doveva essere l’obiettivo massimo, rivoluzionario, dei tattici della Centrale del Partito.

Noi modestamente osserviamo. I comunisti non partono mai da pregiudiziali morali nella lotta contro la borghesia. Nel caso specifico del delitto Matteotti i comunisti dovevano partire da un presupposto di classe e non cercare di far propria la questione morale e tanto meno porsi sul terreno offerto da una tale pregiudiziale.

È in base a questa erronea valutazione della situazione politica che i comunisti entrarono nel Comitato delle Opposizioni e ne uscirono senza neppure battersi per una vera e sana questione di principio, ed infine proposero ed insistettero nella proposta dell’Antiparlamento.

L’Aventino è la sintesi politica di tutta una manovra conservatrice e alla sua base sono gli interessi specifici della controrivoluzione: esso è un aspetto della entità borghese che si serve di un apparente dissidio interno, che fa dello scandalo, che esce e non ritorna per uno spazio di tempo nel Parlamento legale per una “visione” e non per una “realizzazione” democratica. È lo sfiatatoio che deve risolvere la crisi in senso borghese.

Ve lo immaginate voi allora un Aventino trasformato per opera della nostra Centrale in Antiparlamento e con obiettivi insurrezionali?

Entrare nell’Aventino o lavorare attorno ad esso per attirare a noi nuovi strati di masse?

La prima parte del presente articolo risponde esaurientemente a tale quesito. Il cavallo di Troia è una figura di mito buona per delle esercitazioni letterarie; ma che proprio dobbiamo figurarcelo noi qualche “leader” del nostro Partito, aggrappato malamente ad un alquanto monotono cavallo, di ritorno, marciante nel campo nemico, con nel centro lo specifico infallibile della rivoluzione bolscevica? Bando all’ironia, ma è per lo meno arbitrario attribuire alla “saggia” manovra che ha culminato nella proposta dell’Antiparlamento, il fatto che strati sempre nuovi del proletariato si siano in quel periodo orientati verso il nostro Partito.

Solo la eccezionalità del momento politico ha permesso lo spostamento di strati di masse verso l’unico Partito estremo del proletariato. E se a questo spostamento sensibile di forze non è seguito il concretizzarsi di una qualsiasi esperienza, di una qualsiasi conquista operaia, lo si deve esclusivamente al gravissimo errore tattico della Centrale attuale che ha guardato più ai centri parlamentari che al paese.

La sopravalutazione delle forze di centro per una soluzione di centro borghese a carattere antifascista voleva, se non la eliminazione, la attenuazione certa dell’intervento diretto e autonomo del proletariata. Cosi è avvenuto.

Ed ecco una delle ragioni del nostro profondo dissenso.

Onorato Damen

                   Postilla

Abbiamo esaminato a lungo, parecchie volte (ultimamente a proposito di un articolo del compagno Azzario), le critiche che si sogliono rivolgere alla tattica seguita dal Partito durante la crisi Matteotti, e questo ci esime dall’indugiare ancora una volta nell’analisi minuta degli stessi problemi. Pubblicheremo inoltre, tra poco, i capitoli della relazione del Comitato Centrale dove questi problemi sono posti ed esaminati da un punto di vista generale. Piuttosto ci sembra interessante e utile cercare brevemente nell’articolo del compagno Damen quali sono gli elementi positivi che egli contrappone alla politica seguita dal Partito. Che cosa pensava Damen, che cosa pensavano i “sinistri” che si dovesse fare? I ragionamenti di Damen si aprono con alcune affermazioni abbastanza chiare: “la Centrale non ha compreso l’imperativo categorico (!) dell’ora”, cioè “non ha osato lanciare la parola d’ordine dell’azione”. Quale azione? Di quale natura? Con quali obiettivi? Azione violenta atta a determinare una insurrezione antifascista? No. A questo “nessuno della sinistra — dice Damen — ha pensato mai”. Noi potremmo rispondergli che non è vero, che qualcuno vi pensava e scriveva alla Centrale di movimenti immediati che stavano per scoppiare, ma poi, fatalmente, si risolvevano in nulla perché… era andato fallito l’appuntamento di due compagni aventi cariche nel Partito. Ma preferiamo lasciare nell’ombra questi episodi eroicomici della attività “rivoluzionaria” di qualche esponente del “sinistrismo” italiano, per chiedere invece a Damen di che azione egli intenda parlare. “Azione autonoma di Partito”, risponde il sinistro, ma questa è una frase bella e buona e niente più, se non è accompagnata da chiarimenti tali che le diano un contenuto. Questi chiarimenti, nella esposizione di Damen, noi li abbiamo cercati invano, E allora poniamo noi il problema in modo contrario, cioè chiediamo ai compagni: l’azione del nostro Partito è stata o non è stata una azione autonoma, è stata o non è stata una azione condotta allo scopo di staccare le masse lavoratrici dalla influenza dei gruppi borghesi, di raccoglierle attorno a un programma di classe, di marcare nettamente i confini tra le forze classiste e le forze borghesi e controrivoluzionarie? Ci siamo noi davvero “accodati” alle Opposizioni o non è stata invece proprio la “manovra” che i sinistri ci rimproverano quella che ha maggiormente contribuito a far risaltare davanti alle masse la nostra fisionomia di Partito rivoluzionario, e a rivelare la inerzia controrivoluzionaria delle Opposizioni?

Il compagno Damen non dà una risposta chiara, precisa, a queste domande. Siamo costretti ad andare a scovare il suo pensiero sotto la patina abbastanza nauseante di una scema ironia e di una leggerezza sedicente letteraria le quali, poiché si tratta di questioni gravi di Partito, sono cose sommamente deplorevoli. Rimossa questa patina, incontriamo, qua e là, delle affermazioni che ci fanno restare davvero molto stupiti. “L’inerzia delle masse, voluta di fatto dalla Centrale…”, “la Centrale che ha guardato al Parlamento e non al paese”, “l’incitamento all’azione fatto a scopo polemico”, ecc. ecc. Ma che cosa faceva, ma dove era il compagno Damen durante il periodo Matteotti? La parola d’ordine dello sciopero lanciata dal Partito subito dopo il delitto, per iniziare una mobilitazione di forza dal basso e che fornì in pari tempo un sicuro criterio di giudizio sulla capacità di queste a seguirlo, — questa parola d’ordine il compagno Damen l’ha dimenticata? Perché non discute su di essa, sui risultati cui essa ci ha portato e sull’esperienza che essa ci fece compiere invece di vagare intorno al… cavallo di Troia? E la campagna per i Comitati operai e contadini? E la campagna di comizi alle maestranze operaie? E la lotta nelle fabbriche per le Commissioni interne? E’ permesso, è lecito che un compagno scriva un articolo in cui si accusa il Partito, in sostanza, di avere fatto azione controrivoluzionaria e in questo stesso articolo egli dia la prova di ignorare tutto ciò che il Partito ha fatto di essenziale, di caratteristico nel periodo cui egli si riferisce? Se noi possiamo comprendere che a un operaio riesca difficile valutare criticamente tutta una complessa azione politica del Partito, possiamo noi tollerare la leggerezza strafottente di questo Damen, che tra le altre cose pretenderà anche, poiché egli ormai è un “intellettuale”, di poter fare la lezione agli operai? Possiamo tollerare che, sotto la maschera del sinistrismo, possa far pompa di sé nel nostro Partito l’assenza di educazione e di serietà politica?

Contro il compagno Damen, intendiamoci, sarebbe fuori luogo avere dei risentimenti. Se durante gli anni da che egli milita nel movimento operaio egli non è riuscito a farsi una concezione del metodo politico marxista superiore a quella che emerge dal suo articolo, è sicuro che poco rimane da fare con lui. Ma è il “tipo” Damen che dobbiamo fare scomparire dalle nostre file, il tipo del compagno che ritiene di poter risolvere con delle ironie (raccomandiamo ai compagni quel “barbosa” che caratterizza un modo veramente “originale” di interessarsi delle più gravi questioni nostre) e con dei giochi di parole i problemi del Partito; il tipo del compagno che di fronte alla applicazione del metodo leninista, il quale consiste proprio nel sapere fare la “storia naturale”, cioè la analisi più minuta dei fattori di una situazione per poter determinare in relazione ad essa la nostra tattica, si mette a fare gli sberleffi e a sbandierare delle frasi. Se noi non dovessimo riuscire — come siamo certi ormai che riusciremo — a far scomparire del tutto dalle nostre file questo tipo “originale”, il nostro destino sarebbe segnato in modo inesorabilmente serio. Sarebbe il ritorno alla tradizione peggiore del socialismo italiano massimalista, il ritorno ai tempi in cui si rideva — proprio come fa ora questo “sinistro” — di ogni serio tentativo di analisi attenta che portasse a determinare le forze su cui il proletariato poteva contare di fatto, le forze sulle quali si basava la resistenza dei borghesi, e a determinare, di conseguenza, il processo della rivoluzione e la politica della classe operaia. Si parlava di classi, si predicava la rivoluzione, si tuonava contro la borghesia e contro l’opportunismo ma tutto si riduceva — proprio come nell’articolo di questo “sinistro” — a una fraseologia inconsistente e vuota. Lo stesso marxismo diventava una espressione priva di contenuto. Con la “lotta di classe” tutto veniva “giustificato”, tutto veniva “spiegato”, ma niente si riusciva a capire e far capire. La borghesia, — come oggi per il nostro “sinistro” — diventava un osceno personaggio manovrante in modo diabolico per conservare se stessa e fregare il proletariato, la concretezza dei contrasti politici e sociali si perdeva in una nebulosa, retorica ripetizione di alcune espressioni convenzionali, il proletariato stesso cessava di essere una forza operante per motivi e in forme concretamente determinate e concretamente analizzabili per diventare una entità irreale, astratta, priva di consistenza. E il Partito della classe operaia, oscuratasi in lui la consapevolezza dei problemi reali della sua politica, marciava alla disfatta.

Vogliamo noi tornare a quella condizione di cose? Non abbiamo da fare altro che seguire la via che ci viene indicata dal “sinistrismo” di Damen e C. Ma se vogliamo invece che la possibilità di un simile ritorno all’indietro sia per sempre esclusa, allora è necessario che la mentalità di cui l’articolo di Damen ci offre un saggio così brillante, non abbia più a trovar posto nelle nostre file.

                   Postilla alla postilla

Ripubblichiamo questa pagina, dell’Unità gennaio 1926 che rispecchia il clima di particolare tensione interna esistente nel P.C. d’Italia, quello di Livorno, per intenderci, alla vigilia del Congresso di Lione, il più sofisticato e falso dei Congressi organizzati nel clima della bolscevizzazione e dello stalinismo incipiente. Vi si esamina la situazione determinatasi col delitto Matteotti che costituì, allora, il banco di prova alla linea politica delle due maggiori componenti del partito, attestate su posizioni diametralmente opposte nel giudicare gli avvenimenti, la lotta da seguire e gli obiettivi a cui indirizzare l’azione del partito.

Oggi è chiaro che l’urto drammatico tra queste due tendenze (da una parte la sinistra rivoluzionaria e dall’altra il gruppo di “centro” variamente composita per formazione e già incrinato da conflitti personali per la conquista delle leve di contando del partito, vogliamo dire Gramsci, Togliatti, Scoccimarro, Tasca, Terracini, ecc.) era in sostanza l’urto tra una soluzione democratica della crisi della borghesia fascista che si affidava al corso della vicenda parlamentare e la tattica rivoluzionaria prospettata a difesa dalla sinistra che faceva affidamento soltanto sul ritorno offensivo del proletariato industriale ed agricolo e ai metodi e ai mezzi della lotta rivoluzionaria.

Bisogna quindi risalire a quella lontana esperienza per capire, alla radice, il ruolo che avrebbe poi dovuto giocare l’opportunismo nella esperienza gramsciana prima togliattiana poi; quella attuale di Longo-Amendola ne è soltanto la caricatura a livello deteriore. Adesione alla guerra democratica antifascista e al partigianesimo patriottico; partecipazione al governo della ricostruzione nazionale; difesa della costituzione repubblicana e delle istituzioni parlamentari; coesistenza pacifica e via pacifica e democratico-parlamentare al socialismo segnano le tappe di quel processo degenerativo che ha spezzato le gambe al proletariato e dissolti, dispersi e diffamati i pochi quadri rivoluzionari rimasti in piedi per continuare la lotta sotto la bandiera del marxismo non contaminato dall’avversario di classe.

La postilla che “onora” l’articolo è dovuta alla penna di Togliatti cui era demandato il compito di postillare, per l’esecutivo, gli articoli dei “sinistri” dimostrando, in tale bisogna, di non sapere andare oltre il pressapochismo teorico-politico, proprio del dilettantismo di chi scrive per scrivere, come per dovere di ufficio e l’acredine personale e l’insulto gratuito verso chi avesse osato, resistergli. Era l’inizio di quel malcostume politico che Togliatti, in modo particolare, ha lasciato in eredità ad una miriade di epigoni e sotto epigoni del suo partito.

Il tipo “Togliatti” doveva scontrarsi con il tipo “Damen” allo stesso modo che la tattica riformista si scontrava e si scontrerà sempre con quella del marxismo rivoluzionario. Nel fatto specifico del periodo Matteotti, la linea tattico-strategica del “duo” Gramsci-Togliatti era tutta incline al compromesso con le forze dell’Aventino, alla ricerca quindi dei dati che suffragassero la validità di tale condotta (ricordiamo l’argomento caro a Gramsci del milione e più di fucili in possesso di privati che potevano sparare e tuttavia non sparavano, come se i fucili potessero “spontaneamente” sparare e non costituissero al contrario un dato positivamente concreto, anche se soltanto allo stato potenziale e di prospettiva, ad una tattica rivoluzionaria.

E mentre Gramsci e Togliatti si destreggiavano al vertice della politica parlamentare per una soluzione “legale” della crisi, a cui l’agitazione delle masse avrebbe dovuto servire da appoggio, noi della sinistra sostenevamo che si doveva spostare l’asse dell’attività del partito dal Parlamento al Paese, nel cuore cioè delle masse già profondamente sensibilizzate dagli avvenimenti in corso e disposte quindi a muoversi se guidate dal partito secondo una tattica che tenesse conto della situazione sempre più in movimento ed aperta alle soluzioni più radicali. È questo l’aspetto positivo e fecondo d’una seria tattica rivoluzionaria. Che Togliatti la pensasse diversamente e che abbia operato allora e dopo di allora conformemente, era congeniale alla sua natura di socialdemocratico, come poi l’esperienza ha largamente dimostrata.

Una pagina, dunque, di storia scarsamente conosciuta che la rivista “Prometeo” offre alla riconsiderazione serena ed obiettiva dei lettori.

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