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Profilo ideologico e politico del partito rivoluzionario nella tormenta della guerra

Creato: 23 Settembre 2009 Ultima modifica: 03 Ottobre 2016
Scritto da Onorato Damen Visite: 1424

Profilo ideologico e politico del partito rivoluzionario nella tormenta della guerra

Introduzione ai “Quaderni”

 

Il primo dei “Quaderni Internazionalisti”, esce nel momento giusto e in una situazione giunta a maturazione nella quale è manifesta, almeno nei suoi fenomeni essenziali, la dominazione imperialista col suo intrecciarsi ai problemi della guerra che, da localizzata tende ancora una volta a divenire totale. Ciò che non è apparso sempre chiaro agli uomini posti di fronte alla seconda guerra mondiale.

 

È del resto nella natura del capitalismo, nel dinamismo della sua struttura e nella sua spinta a dilatarsi nel mondo, che alla tendenza di concentrazione dei mezzi di produzione e di distribuzione corrisponda un analogo processo nell’esercizio dei suoi organi di direzione e di disciplina; caratteristica, questa, d’ogni economia pianificata o comunque controllata su cui inevitabilmente si ergono le varie forme del potere basato sull’autorità e sulle dittature personali e di partito.

 

Politicamente imperialismo significa soprattutto tendenza alla violenza e alla reazione.
L’imperialismo è l’età del capitale finanziario e dei monopoli che piantano dappertutto la tendenza al dominio, non già alla libertà.
Monopoli, oligarchia, tendenza al dominio anziché alla libertà, sfruttamento di un numero sempre maggiore di nazioni piccole o deboli per opera di un gruppo di nazioni più ricche o più potenti: tutto ciò ha creato i tratti distintivi dell’imperialismo, che lo caratterizzano quale capitalismo parassitario o stagnante.

 

Lenin

 

Così, Lenin torna, e in modo volutamente insistente, a martellare questo nucleo essenziale del suo pensiero nell’analisi dell’imperialismo mettendo in evidenza il rapporto di interdipendenza che intercorre, come una costante, tra le varie componenti quali la tendenza inarrestabile all’accentramento monopolistico, il dominio del capitale finanziario e l’uso indiscriminato della violenza.

 

In questa fase dell’economia capitalista, che Lenin chiama “parassitaria”, il rapporto tradizionale tra datore di lavoro e lavoratore non è più e soltanto quello di chi dà lavoro e di chi vende forza-lavoro, ma è divenuto di fatto, e non soltanto di fatto, rapporto di gerarchia, di totale, o quasi, dipendenza sociale e politica, regolata dalla legge del più forte, in un conflitto di classe che diviene sempre di più violenza di classe, e che, nella sua fase limite, diverrà inevitabilmente guerra di classe.

 

Il dominio dell’uomo su l’uomo, che aveva trovato sullo sfruttamento del lavoro e sulla ricerca ossessiva del profitto la sua ordinaria manifestazione se non addirittura la sua giustificazione, nell’epoca dell’imperialismo è divenuto esercizio di potere e di violenza permanente: sua esigenza naturale la guerra come strumento indispensabile di dominio.

 

Lenin si domanda a questo proposito:

 

Quale altro mezzo esisteva in regime capitalista, per eliminare la sproporzione tra lo sviluppo delle forze produttive e l’accumulazione del capitale da un lato e dall’altro la ripartizione delle colonie e “sfere d’influenza”, all’infuori della guerra?

 

La seconda guerra mondiale non si è certo sottratta alle leggi proprie dell’imperialismo ma ne ha messo in maggior risalto i connotati più ripugnanti e feroci.

 

Da questo quadro realistico dei maggiori fenomeni che caratterizzano il nostro tempo prende l’avvio e si precisa la ragion d’essere di una pubblicazione come questa che presentiamo.

 

Si tratta, in realtà, di una completa e sistematica raccolta di articoli, di manifesti, di prese di posizioni critiche e di note polemiche pubblicati dalla stampa di partito (“Battaglia Comunista”, “Prometeo”, “Lotta di Classe”) in un arco di tempo che va dal cuore della seconda guerra mondiale al non faticoso e tanto meno difficile riassetto del secondo dopoguerra. Si tratta di una necessaria rimessa in evidenza di tutto un materiale, sconosciuto alle giovani generazioni, storicamente valido per se stesso se visto dall’angolazione del marxismo rivoluzionario ma particolarmente per quel suo modo di vedere in prospettiva, con la forza e la suggestione che gli proviene da questa dottrina rivoluzionaria, cose, uomini ed idee, ma soprattutto il destino di regimi e di forze politiche, ad origine operaia, che furono protagonisti della guerra “nazionale” e che per ciò stesso rimasero protagoniste della pace che ne seguì e che seppero colorare accortamente di rosso per assicurare un trapasso pacifico alla ricostruzione del capitalismo e una politica di democrazia parlamentare, due momenti di una stessa esigenza, mirante ad imbrigliare a tempo le forze del proletariato e ad impedire che queste potessero essere spostate sul terreno della lotta di classe, dietro iniziative, sempre possibili, d’una azione rivoluzionaria. Quanto, in realtà, è poi avvenuto.

 

L’opportunismo — constatava malinconicamente Lenin, già nel suo Imperialismo — è diventato maturo, stramaturo e fradicio poiché esso, sotto l’aspetto di socialnazionalismo, si è fuso con la politica borghese.

 

E questo opportunismo è ormone tuttora vivo e vegeto e riesce ancora ad imbrigliare il proletariato usando con accortezza gli strumenti borghesi della democrazia parlamentare.

 

Da questo angolo visuale, il primo dei nostri “Quaderni Internazionalisti” riunisce quanto di essenziale, di positivo e di conseguente è stato scritto, propagandato e fatto proprio dal nostro partito nel periodo indicato come linea della strategia di classe e come sua condotta ideologico-politica.

 

Non abbiamo né dimenticato né sottovalutato il fatto essenziale che la nostra è ancora l’epoca che ha visto il crollo della II Internazionale e i partiti della socialdemocrazia passare armi e bagagli sul fronte della guerra imperialista aggiogando le masse operaie al carro della guerra per il rafforzamento del capitalismo dell’uno e dell’altro blocco dei belligeranti.

 

Non abbiamo né dimenticato né sottovalutato l’altro fatto, altrettanto essenziale, che ha visto il crollo della III Internazionale e il primo Stato Operaio, nato dalla Rivoluzione d’Ottobre, passare sul fronte della guerra imperialista narcotizzando le masse col mito della guerra di liberazione che doveva, sotto la bandiera dell’antifascismo, salvare ancora una volta il capitalismo che questo fascismo aveva concepito, covato nel proprio seno e messo al mondo così come la generazione di rivoluzionari degli anni 20 lo hanno conosciuto, combattuto e sofferto.

 

Questi rivoluzionari, educati alla dura scuola di Lenin, non potevano pensare ed operare che nell’unico modo reso loro possibile dall’adesione, non formale, ma conseguente, ad una linea di principi e d’azione pratica che solo il marxismo rivoluzionario poteva dare e che la storia aveva convalidato al vaglio dell’esperienza.

 

È un vezzo di certo avventuroso “giovanilismo” ideologico-politico considerare come ridevole “metafisica idealista” o mancanza di fantasia questo tenace, inflessibile attaccamento alla linea dottrinaria del marxismo (già vecchio di un secolo) che non varia col variare delle situazioni del capitalismo, ma questo suo incessante variare osserva, segue nel suo sviluppo come nella sua involuzione per inquadrare gli episodi particolari e contingenti in una visione d’insieme nella dinamica del conflitto di classe osservato e vissuto senza lacrime e senza ira, ma con l’intento di individuare motivi nuovi e saldarli ad una legge antica che sola regola, in ultima analisi, i fenomeni che per essere quelli della classe conservatrice nel loro svolgimento contraddittorio creano le condizioni obiettive su cui operano a loro volta, dialetticamente, gli interessi e le forze del divenire rivoluzionario.

 

Da una interpretazione marxista dell’epoca dell’imperialismo doveva necessariamente scaturire, come una conseguenza non evitabile, la necessità per noi di definire una volta per sempre, sfuggendo ai pericoli del sentimento e del fideismo, la vera natura dell’economia russa nei suoi dati obiettivi e la individuazione e definizione socio-economica della tendenza storica del nostro tempo presente in ogni organizzazione dello Stato, visibile particolarmente nelle più recenti strutture del Capitalismo di Stato.

 

Sono questi gli anni del maggior deterioramento ideologico operatosi nel movimento operaio internazionale. Non può esservi una vera e propria definizione dello Stato che prescinda da una conoscenza scientifica del sostrato economico da cui lo Stato sorge e di cui è espressione, come momento non secondario della sovrastruttura. E questo modo di concepire i problemi della vicenda capitalista vale soprattutto nello studio e definizione dello Stato russo che è stato ed è uno dei problemi più ingarbugliati e ingarbuglianti a tutto beneficio di una politica di dominio realizzato in nome di pretesi ideali del socialismo e di un supposto Stato operaio. Vi ha contribuito soprattutto la distorta teoria di Trotzky della cosiddetta rivoluzione “politica” che avrebbe dovuto spazzar via la burocrazia, escrescenza controrivoluzionaria in una economia che veniva considerata come socialista, teoria che in fondo bene si addiceva ad un vecchio rivoluzionario ormai sentimentalmente legato al patriottismo di partito e alla difesa della patria russa.

 

Contro questa tendenza neo-idealista che invertiva grossolanamente il rapporto dialettico del marxismo, i comunisti internazionalisti riconfermavano tutta la validità della dottrina marxista e leninista che vuole che una economia tornata in pieno alle forme della produzione a distribuzione mercantile, non poteva generare che una politica di potere capitalistico basato sulle leggi della competitività sia economica che politica e quindi dell’imperialismo. Non era facile in quegli anni riconoscere la validità di una tale posizione critica anche se oggi essa è fatta propria da vari raggruppamenti di minoranza rivoluzionaria più come argomento polemico, sommariamente, senza approfondimento critico e consequenzialità politico-organizzativa.

 

Il blocco delle grandi e piccole nazioni sul fronte della guerra democratica anti-nazi-fascista doveva conseguentemente realizzare, come infatti ha realizzato, una strategia unitaria di interessi e di prospettive, quella dell’imperialismo (imperialismo democratico = imperialismo nazifascista) contro cui il proletariato avrebbe dovuto opporre una sua strategia di classe se la ventata del nuovo opportunismo sciovinista, sotto l’aspetto di socialnazionalismo, non avesse piegato i partiti a tradizione operaia, quelli della III Internazionale, alla necessità della guerra, in solidarietà totale con gli interessi dello Stato russo.

 

In seno all’imperialismo le alleanze “inter-imperialiste” o “ultra-imperialiste” non sono altro che un momento di respiro tra guerre, qualsiasi forma assumano dette alleanze, sia quella di una coalizione imperialista, sia quella di una lega generale tra tutti i paesi imperialisti. Le alleanze di pace preparano tali guerre e a loro volta nascono da queste, le une e le altre si determinano reciprocamente e producono, sull’unico e identico terreno dei nessi imperialistici e dei reciproci contatti dell’economia mondiale e della politica mondiale, l’alternarsi della forma pacifica e non pacifica della lotta.

 

Lenin

 

È offerta con questa pubblicazione la possibilità di ripercorrere la linea di una impostazione teorico-pratica data all’analisi della II Guerra Mondiale secondo la interpretazione del marxismo che aveva trovato già in Lenin, di fronte alla prima guerra imperialista, l’esempio di un atteggiamento ragionato e conseguente che i comunisti dovevano e devono tenere presente come modello ideale della loro condotta di fronte alla guerra che nella nostra epoca non può non essere che guerra imperialista o comunque influenzata o manovrata dall’imperialismo come praticamente è avvenuto e avviene tuttora nella serie delle piccole guerre, o guerre localizzate, che vanno insanguinando il mondo.

 

Questa prova della validità del marxismo come dottrina, come metodo di interpretazione e come traduzione conseguente della teoria nella pratica politica di fronte alla II Guerra Mondiale, fatta propria dal nostro partito, è viatico sicuro per affrontare la III Guerra Mondiale.

 

Quali che saranno i protagonisti del terzo conflitto mondiale, del resto facilmente individuabili nello scontro competitivo attuale tra i maggiori centri di potere imperialista nella forsennata corsa al dominio mondiale; quel che è certo è che la terza guerra mondiale si combatterà sotto il segno della difesa del socialismo in un solo paese, delle libertà democratiche e della liberazione dei paesi sottosviluppati del terzo mondo contro le potenze che dominano ovunque con la supremazia della tecnica e del capitale finanziario.

 

È allora che dovrà essere chiaro l’ammonimento di Lenin che denuncia la vera natura di quel socialismo come uno dei volti della guerra, come uno dei coefficienti dell’imperialismo, come il più sicuro strumento della conservazione; non si tratta quindi del socialismo cui attende l’opera della classe rivoluzionaria, ma del socialnazionalismo, fattosi adulto nel corso di due guerre mondiali e reso tutt’uno con la politica della conservazione borghese.

 

Sarà compito del partito rivoluzionario lavorare per questa presa di coscienza delle grandi masse lavoratrici che, nell’individuare il vero nemico di classe, ne individuano anche le forze collaterali di sostegno diretto o indiretto per aprire in tal modo e con tali premesse la strada alla soluzione rivoluzionaria.

 

Onorato Damen

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