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Il partito che vogliamo costruire

Creato: 23 Settembre 2009 Ultima modifica: 03 Ottobre 2016
Scritto da Onorato Damen Visite: 1755

Il partito che vogliamo costruire



Da Battaglia comunista n, 1 — 1960

 

Da Livorno (1921) al IX Congresso — Trentanove anni di lotta del PCI per la democrazia e il socialismo”: questi i titoli che introducono i vari articoli che l’Unità dedica al ricordo di Livorno e della politica condotta in seguito, pietosa parabola di un partito sorto nel clima eroico della Rivoluzione d’Ottobre, come partito della dittatura del proletariato, e finito come cane di guardia alla costituzione repubblicana.

 

I sottotitoli del giornale segnano inconsciamente le tappe di questa degradante involuzione politica e morale:

  • 1921: formazione del partito;
  • 1926-1943: dal Fronte Unico alla lotta di Liberazione;
  • 1943-1946: dal “Partito nuovo” alla via italiana del socialismo.

In conclusione, si è incominciato da Lenin per finire nella cancrena del parlamentarismo e del potere borghese.

 

Nell’esame di questa esperienza, un dato è “teoricamente” sicuro nella zona politico-sociale entro la quale opera, quando opera, il proletariato: non esiste, “grosso modo” dal 1926 in poi, una organizzazione politica adeguata ai compiti che il marxismo-leninismo attribuisce al partito di classe e a cui il proletariato guardi come al suo partito, alla guida delle sue lotte.

 

Ma è anche un dato “praticamente” sicuro che ancora non si è fatta strada nella coscienza operaia la persuasione che il fronte della sua difesa di classe manca, dal 1926 in poi, di un partito che sia guida valida sufficiente a queste lotte e operi per uno sbocco rivoluzionario della crisi borghese.

 

Storicamente è questo oggi il grande vuoto da colmare; storicamente verso questo obiettivo devono oggi tendere tutti i rivoluzionari che si sono formati alla scuola di Marx e di Lenin. Fino a quando non sarà ricostruita questa direzione politica della lotta rivoluzionaria del proletariato, nulla e nessuno riuscirà a rendere chiaro nella coscienza dei lavoratori il grande vuoto che li circonda e li consegna indifesi al dominio dispotico del capitalismo e alla sua sete di sfruttamento.

 

Da Livorno ad oggi il proletariato ha fatto da cavia ad una esperienza quale la storia mai aveva offerto più vasta e formativa all’attenzione dei rivoluzionari; da questa esperienza sono tuttavia emersi vivissimi e inconfondibili i segni di quello che deve essere il vero partito di Lenin, e in sede di dottrina e in sede di prassi politica e organizzativa. E’ merito della Sinistra Italiana di avere accolto a tempo tale indicazione, di aver accettato tale insegnamento a cui ha informato in ogni momento il suo pensiero e la sua opera.

 

Sappiamo però che al compito immane della costruzione di questo partito non basta l’azione oscura, tenace e a volte eroica di qualche compagno e di pochissimi quadri salvatisi dalla tormenta che si è abbattuta sulla organizzazione di Livorno, nel primo decennio della sua esistenza.

 

Ora è giusto attendersi che su questa iniziativa, che riteniamo insostituibile, confluiscano tutti coloro che hanno rotto con l’opportunismo per coerenza dottrinaria e politica col marxismo rivoluzionario; tutti coloro insomma a cui stanno a cuore le sorti del proletariato e la causa rivoluzionaria in un mondo dominato dalla ipocrisia, dalla paura e dall’adattamento.

 

Questo centro di confluenza, nucleo iniziale del futuro partito di classe, per la sua stessa formazione ideologica e politica e per il modo stesso di concepire l’unità organica del suo sviluppo, è quanto mai estraneo ad ogni concezione federativa dell’organizzazione, e quindi ad ogni formazione mosaico di tendenze in lotta permanente secondo i canoni di una democrazia formale in opposizione con l’esercizio di una concreta ed operante democrazia operaia. Ed è assolutamente estraneo ad ogni formulazione astratta del partito che rompa il nesso dialettico che deve costantemente intercorrere tra partito e masse.

 

Esso concepisce l’unità ideologica come necessario presupposto dell’unità organizzativa, per evitare che ancora una volta si annidi nel suo seno il serpe dell’opportunismo che prima si mimetizza sotto colori allettanti e poi sferra il morso velenoso che deve deviare il corso della rivoluzione.

 

Questo soprattutto ha insegnato Livorno, e per convincersene basta seguire i lavori del IX Congresso dei comunisti-burletta e constatare l’abisso che separa irrimediabilmente gli attuali mistificatori da quei combattenti che, nel lontano 1921, osarono spezzare la falsa unità del Partito socialista per salvare quanto del patrimonio ideale ed umano di quel partito doveva essere salvato, al fine di assicurare al proletariato lo strumento indispensabile della rivoluzione socialista nel nostro paese.

 

Onorato Damen

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