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Natura e compiti degli organismi di fabbrica e ruolo del partito di classe

Creato: 23 Settembre 2009 Ultima modifica: 03 Ottobre 2016
Scritto da Onorato Damen Visite: 1616

Natura e compiti degli organismi di fabbrica e ruolo del partito di classe

 

 

 

Problemi del nostro tempo

 

L’articolo che segue, pubblicato sulla nostra stampa durante la crisi politica che in Francia portò al potere il generale De Gaulle, sottopone ad esame critico lo atteggiamento allora assunto e le prospettive fatte proprie da alcuni gruppi di minoranza rivoluzionaria. Torniamo a pubblicarlo per consentire un bilancio, oggi possibile, di tutta una esperienza che i giovani non hanno direttamente vissuto e che in parte ignorano, con l’obiettivo di riproporre i termini del quesito, sul quale la storia, a nostro parere, ha espresso con chiarezza la sua opinione, se gli organismi di fabbrica sono nella loro stessa indispensabilità, complementari al partito della classe operaia oppure, scaduto il partito dal ruolo di priorità per la pretesa di una nuova e diversa metodologia rivoluzionaria, il pericolo che incombe su tutto il movimento operaio è che si riapra la fase di empiriche sperimentazioni che negando l’essenzialità del marxismo impediscano che il proletariato possa cogliere il momento, in sede di maturità teorica e di determinazione pratica, della sua affermazione rivoluzionaria.

 

Nella fase storica del più accentrato e violento vincolismo monopolistico che, partendo dalla economia, invade tutti i settori della società, ciò che importa al capitalista è di evitare in ogni modo e con tutti i mezzi la contrazione del profitto estorto ai lavoratori, contrazione che come un cancro rode il tessuto connettivo del sistema di produzione capitalista.

 

Il nostro è così il tempo delle profonde trasformazioni tecnologiche, del mercato mondiale, della dominazione imperialista e del capitalismo di Stato; la vita è fortemente basata sulle gerarchie, sui rapporti di autorità e sull’esercizio della violenza. Il mondo del capitalismo è dunque il mondo della prepotenza organizzata, dell’aggressione e della guerra permanente.

 

In tale clima storico va vista la condizione umana di chi lavora, vanno visti gli organismi tradizionali della lotta operaia, i sindacati.

 

Per la sua natura riformista, il sindacato ha sempre operato più come organo di conciliazione nelle vertenze tra capitale e lavoro, che come organo espressione della irriducibile lotta di classe.

 

Si prenda a questo proposito l’episodio, che più di ogni altro porta i segni di una violenta espropriazione rivoluzionaria, quello della occupazione delle fabbriche del 1920, per osservare come la mancata iniziativa del Partito Socialista, incapace di spostare un così enorme potenziale di forza operaia sul piano dell’attacco al capitalismo ha fatto di esso il più rovinoso dei compromessi.

 

Proprio in virtù di questa sua natura e funzione riformista, il sindacato doveva ridursi in regime di monopolio e di capitalismo di Stato a momento strutturale di questa politica di dominio.

 

Le centrali sindacali (CGIL, CISL, UIL, per limitarci alla esperienza italiana) nel muoversi sul piano di una politica produttivistica e di pace sociale (è questo il fondo unitario di tutta l’organizzazione sindacale, quale che sia il suo credo politico o religioso, quale che sia lo schieramento imperialista a cui aderisce), obbediscono nella loro azione al duplice imperativo del momento:

  1. contenere la spinta delle masse perché le loro rivendicazioni non incidano sul profitto;
  2. impedire il formarsi d’una coscienza di classe che miri a trasformare la forza potenziale del proletariato in forza agente e determinante contro il regime capitalista.

E’ nella dinamica di classe che l’iniziativa della lotta tenda, man mano che le condizioni obiettive la rendano possibile e necessaria, a spostarsi dal sindacato di mestiere alla fabbrica, al posto di lavoro in genere, scavalcando organi e direzione sindacali e sostituendo ad essi una propria direzione e propri organi di fabbrica. La storia di questo ultimo decennio è particolarmente significativa per il susseguirsi di episodi, a volte su scala allargata, di iniziative dal basso con spiccato carattere di spontaneità.

 

Ciò induce a credere che storicamente il sindacato abbia trasferito il ruolo che gli è proprio agli organismi sorti dalla fabbrica, come i “comitati di sciopero”, i “comitati operai”, i “consigli di fabbrica” e così via.

 

A prescindere dalla constatazione che bene o male i sindacati sono tuttora una realtà e inquadrano ovunque se non la totalità, certo la maggioranza delle masse lavoratrici, mentre i “comitati” là dove sono sorti con l’agitazione, sono anche scomparsi col finire dell’agitazione stessa lasciando di sé, certo, il ricordo di una esperienza nuova, d’uno strumento nuovo della lotta operaia, ma in nessun caso la prova concreta e duratura della costruzione di un nuovo organismo meglio atto a rappresentarne la continuità; tuttavia è lecito affermare fin d’ora che gli organismi sorti dalla fabbrica hanno con loro l’avvenire e incarneranno sempre più la libera espressione della lotta operaia nel suo fondo di classe quanto più il sindacato apparirà nella coscienza delle masse come la più valida garanzia della conservazione capitalistica.

 

Ma vanno senz’altro precisati la natura, la funzione e i limiti di questi organismi.

 

Comitati di sciopero e sindacati

 

I “comitati di sciopero” trovano la loro origine e il loro affermarsi nella spontaneità della lotta sferrata ad un dato momento dagli operai contro il padronato e operano all’infuori e contro le decisioni dell’organizzazione sindacale, la quale quasi sempre si decide ad intervenire quando ormai lo sciopero è in pieno sviluppo per imbrigliarne la direzione e concluderlo al momento ritenuto psicologicamente più adatto su posizioni di compromesso. E’ evidente comunque il carattere episodico e contingente di questi “comitati” e la loro incapacità ad andare oltre i limiti posti dagli interessi specifici della fabbrica o del complesso industriale e si esauriscono in una azione di natura tattica, di importanza del tutto marginale nella più vasta ed unitaria azione di classe. I “comitati di sciopero” potranno, in ultima analisi, servire da sprone, essere di lievito alla lotta rivendicativa, possono anche aspirare a risolvere temporaneamente questo o quel problema contingente e parziale, ma non potranno sostituirsi alla funzione fin qui svolta dal sindacato tradizionale.

 

Tuttavia va pregiudizialmente affermato che l’organismo di fabbrica, sorto per la soluzione di problemi inerenti alla fabbrica, trova proprio in questo ambito e in questi problemi il proprio limite. Nascerà inguaribilmente legato all’interesse di categoria, sentirà i problemi al livello aziendale e si farà guidare nella lotta da una psicologia particolaristica intonata per lo più a spirito corporativo.

 

Proprio dalla fabbrica, unità di produzione così cara a Gramsci, si esprime quel prevalere di interessi e di sentimenti relativi alla produzione, agli orari, ai cottimi, ai salari, ecc. che difficilmente possono essere tradotti, sempre nei limiti della fabbrica, in termini di politica generale.

 

Non è vero che la classe, nella sua vasta complessità di sintesi, si riflette nella fabbrica come in un microcosmo, ma è vero invece che la fabbrica perverrà alla classe nella misura che saprà superare nella lotta i limiti del suo particolarismo e si legherà allo sviluppo delle lotte di tutto il proletariato; nella misura cioè che sarà considerata momento tattico nel quadro di una visione strategica di classe.

 

Comitati e lotte rivendicative

 

L’esame si amplifica e si approfondisce allorché dal “Comitato di sciopero” si passa ai “Comitati di fabbrica” alla loro rete su scala nazionale e ai “Consigli”. Non si vuole fare sostanziale differenza tra “Comitati e “Consigli”.

 

In Francia, ad es. nella crisi aperta dalla salita al potere di De Gaulle, crollato nella coscienza di molti operai il mito della IV repubblica, e con esso la fiducia nei grandi partiti della democrazia parlamentare (SFIO e PCF), gruppi dell’avanguardia rivoluzionaria hanno posto il problema della organizzazione di “Comitati di lotta operaia per la pace immediata in Algeria, per la difesa dei salari e della libertà dei lavoratori”. In un altro documento questi compagni parlano della costituzione di “Consigli” formati dai delegati di ogni officina, ufficio, democraticamente eletti e revocabili ad ogni istanza e federati su scala nazionale.

 

Si usano, come si vede, termini diversi per esprimere la stessa sostanza; se differenza esiste essa si trova semmai nella loro funzione ora di organi di agitazione e di lotta nella fase pre-rivoluzionaria, ed ora di organi del potere nella fase dell’assalto rivoluzionario.

 

Poiché la presente situazione francese è concretamente reazionaria ed in essa l’azione delle masse operaie non tende certo al potere, l’aver posto il problema dei “Consigli” risponde più alla preoccupazione di dar vita ad organismi nuovi, non compromessi, per la mobilitazione delle masse più politicizzate, che ad una previsione di sviluppi in senso rivoluzionario. Chiariamo allora questa differenza di funzionalità dei “Consigli”.

 

L’errore che si commette sta nel considerare i “Consigli” indistintamente, come organi del potere pure nella fase in cui tale problema è ben lontano dalla coscienza del proletariato.

 

I consigli sono sorti nel clima storico della rivoluzione russa in funzione del potere, nella fase montante della lotta operaia, sotto la guida del partito comunista, e come tali non sono concepibili in una fase di rinculo o di ristagno di questa lotta; i “consigli” non sopportano d’essere piegati alla funzione banale di organi di fronte unico e in genere di mobilitazione delle masse senza la prospettiva immediata del potere.

 

Sarebbe avvilirne la funzione riducendoli a semplici organi delle lotte rivendicative, ad una sottospecie del sindacato; ma sarebbe forzarne le possibilità attribuendo loro il compito di elaboratori della teoria rivoluzionaria e il ruolo di guida che la storia del movimento operaio ha assegnato al partito di classe.

 

Ma aver posto il problema della organizzazione dei “consigli” non vuol dire che sulla Francia “gollista” si articolerà in breve una fitta rete di questi organismi. Ma diamo per ipotesi il problema come possibile a realizzarsi e supponiamo che una minoranza di operai dei complessi industriali abbia subito, in conseguenza agli avvenimenti recenti e grazie al vuoto lasciato dai partiti di massa e dai sindacati, la suggestione di questa nuova esperienza organizzativa e a questi operai si siano affiancati nei “consigli”, impiegati, intellettuali, studenti, ecc.; che cosa starebbe a significare una tale eventualità? Che vi è in prospettiva un acutizzarsi del conflitto di classe e un prevedibile inserimento nella lotta di più vasti settori del proletariato per cui dall’attuale situazione reazionaria potrebbero maturare le condizioni favorevoli per una svolta rivoluzionaria.

 

Gli operai, che per istinto di classe, fiutano a tempo il modificarsi di certe situazioni, si orienterebbero ora verso i “consigli”, ne irrobustirebbero l’ossatura dando senso di concretezza alla loro politica. Sempre alla luce di tale ipotesi, si sarebbe venuta a creare in suolo di Francia l’ala marciante della rivoluzione socialista. Tutto in Francia dovrebbe così convergere non verso il risorgere della IV Repubblica, non verso uno stato corporativo, ma verso il potere proletario di cui i “consigli” sarebbero le forze motrici e la guida illuminata.

 

La parola d’ordine data dai “consigli”, con obiettivo il potere, non potrebbe far supporre un diverso sviluppo degli avvenimenti.

 

Nel caso opposto, con la prospettiva che permanga a lungo una situazione “gollista” pur nel quadro della tradizione e degli istituti repubblicani, quale sviluppo attribuire alla organizzazione dei “consigli” se non quello di sostituire i partiti e i sindacati che hanno tradito? I “consigli” dovrebbero in questo caso assumere su di sé tanto il compito politico proprio un tempo dei partiti di massa, come quello sindacale proprio un tempo delle varie confederazioni, quali la C.G.T., la F.O., ecc. Per fare che cosa?

 

I “consigli” non possono essere gli organi espressi dalle situazioni reazionarie o stagnanti e non possono amministrare situazioni di paura, essi che sono apparsi nella storia del proletariato nel clima incandescente della violenza rivoluzionaria e nella frenesia del potere (Russia 1917, Ungheria 1956).

 

Ma organi d’ordinaria amministrazione politico-sindacale, imperniati sul posto di lavoro, non lo sono mai stati o, se realizzati, daranno vita ad una riedizione, forse estremizzata, di laborismo, nella quale la politica di classe sarà sentita ed espressa in funzione aziendale e le lotte rivendicative saranno inevitabilmente condotte con la stessa prassi e sullo stesso binario del deprecato sindacalismo riformista per la ragione che le garanzie contro le forme della degenerazione non risiedono in questa o in quella forma di organizzazione, ma nella applicazione, nella integrità e nella difesa della teoria rivoluzionaria. Ma l’uso degli strumenti del marxismo scientifico, che affondano la loro ricerca in quel complesso e contraddittorio mondo ch’è l’economia capitalistica, il vaglio critico del mutare delle situazioni, la visione d’insieme e l’intuizione strategica dei problemi della rivoluzione, l’esatta distinzione tra ciò che è essenziale e ciò che è soltanto marginale e infine la formazione dei quadri dei combattenti, è solo dovuto ogni volta, alla faticosa, tenace opera di piccole minoranze rivoluzionarie, maturate nel duro clima della critica alle quali è dovuta la costruzione del partito rivoluzionario ormai infisso come un cuneo nel dispositivo economico-politico del capitalismo.

 

Consigli, controllo operaio e revisionismo

 

Era inevitabile che il revisionismo più deteriore del secondo dopoguerra si impossessasse e facesse sua l’arma dei “consigli”, rifacendosi, si capisce, all’ordinovismo del primo dopoguerra secondo la elaborazione teorica e l’impostazione politica datane da Gramsci. Tuttavia il vizio di origine, quello di considerare la fabbrica come la “cellula d’un organismo”, nella quale “l’economia e la politica confluiscono”, nella quale “l’esercizio della sovranità è tutto uno con l’atto della produzione” e nella quale “si realizzano embrionalmente tutti i principi che informeranno la costituzione dello stato dei consigli” è presente in questa riedizione dei consigli e consegue, come in Gramsci, ad una sottovalutazione se non addirittura ripulsa della funzione storica del partito di classe. Ma con questa fondamentale differenza che la strutturazione dei “consigli”, il loro inserimento nel processo produttivo, la loro abilitazione tecnica, la loro stessa politica produttivistica erano visti da Gramsci in funzione della conquista del potere, come momento iniziale e formativo dell’esercizio della dittatura di classe del proletariato, mentre per i revisionisti tutto ciò è visto come naturale, pacifico, democratico inserimento delle forze del lavoro nello stato; il problema del potere si concretizzerebbe così in una crescente abilitazione di queste forze alla gestione del potere in collaborazione con quelle storiche del capitalismo che di fatto detengono questo potere in posizione di forza egemonica e intendono, sì accettare quelle collaborazioni che servono in definitiva a conservare e rafforzare il potere economico esistente, ma non intendono spartirlo con chi mirasse ad incidere sui diritti acquisiti d’una egemonia di classe. Sotto questo rapporto si giudichi oggi la politica del preteso controllo operaio tentata, con i risultati che tutti conoscono, attraverso i comitati di gestione e le teoriche postulazioni della cogestione, che han servito a spingere gli operai a produrre il maggiore sforzo produttivo nella fase più delicata e difficile del riassestamento del potenziale economico capitalista, e sono finiti nel ridicolo, spazzati via dal processo produttivo nel momento in cui i padroni hanno ritenuto che la loro opera di collaborazione era stata portata a compimento e potevano perciò sentirsi di nuovo veramente padroni.

 

E’ interessante seguire il tentativo di teorizzare il problema del controllo operaio che “deve esercitarsi attraverso istituti sorti nella sfera economica, laddove è la fonte reale del potere”. “La sua funzione dovrebbe consistere nel contrapporre alla democrazia aziendale, di marca padronale, la rivendicazione della democrazia operaia”; a tale scopo “spostare sempre più il centro della lotta sul terreno del potere reale e delegante facendo maturare e avanzare gli istituti nati dal basso, la cui natura sia già affermazione del socialismo”.

 

La lotta del proletariato servirebbe così “ad acquistare giorno per giorno nuove quote del potere, nel senso di contrapporre al potere borghese la richiesta, l’affermazione e le forme di un potere nuovo che venga direttamente e, senza deleghe, dal basso”.

 

La derivazione dal pensiero di Gramsci è evidentissima in questa impostazione dovuta ad alcuni giovani dell’apparato del PSI (“Sette tesi sulla questione del controllo operaio” — da: Mondo Operaio, n. 2, 1958). Ma più evidente è il distacco che separa questo schema intellettualistico e dilettantistico insieme dalla visione finalistica e di superamento rivoluzionario di Gramsci.

 

In questi giovani è vivo l’impegno idealistico che li porta a concepire la questione del controllo operaio in astratto, senza tener conto dell’esperienza che essi stessi hanno fatto e negativamente, nella milizia attiva delle formazioni politiche che si richiamano al proletariato. Essi concepiscono infatti fabbriche ideali e ideali legami organizzativi di fabbriche sul piano nazionale; concepiscono istituti a cui affidano il compito di scavare in profondità nel terreno economico-sociale del capitalismo che dovrebbe comportare una evidente lacerazione nel suo diritto di proprietà e postulano nuovi diritti basati su conquiste operaie che aumenterebbero di potenza materiale in misura proporzionale all’aumento del grado di conoscenze strumentali; prospettano insomma una realtà capitalista d’interessi economici ben determinati che si fa realtà socialista per virtù insite al processo produttivo, specie di slancio perenne di vita che si articolerebbe, per di dentro, dalla singola fabbrica al complesso delle fabbriche su, su fino al vertice dello stato; molecola di natura socialista della fabbrica dilatata fino a divenire realtà socialista nello Stato. Avviene così che il “passaggio pacifico al socialismo invece che verificarsi attraverso il parlamento, va verificandosi, ogni giorno, in questo maturare della classe (senza scosse violente, senza rivoluzione, insomma) attraverso l’opera di questi nuovi istituti di fabbrica”.

 

Par quasi che questi compagni non siano mai entrati in una fabbrica e non conoscano, anche per sentito dire, in quale clima di costrizione morale e di paura, gli operai siano oggi costretti a vivere.

 

Non è tanto il ricorso poliziesco al “reparto confino” istituito nei grandi complessi industriali, che esprime l’animus del capitalismo, quanto l’obiettiva possibilità di cui questo liberamente dispone di cambiare quando e come vuole la stessa natura sociale delle proprie maestranze, mettendo al posto dell’operaio qualificato, di origine e tradizione proletaria, lavoratori reclutati nelle tante zone depresse dell’economia italiana, che alternano il lavoro dei campi a quello dell’officina, quando non ricorre a lavoratori che dimostrino di essere più adatti a spezzare gli scioperi che a far funzionare una macchina.

 

Va da sé che in questa concezione, in cui un progressismo indefinito delle conquiste operaie si alterna ad una propedeutica riformista della lotta e tutte e due si completano su di un piano nel quale dialettica, metodologia marxista e visione catastrofica del salto rivoluzionario sono del tutto banditi, il partito non poteva ridursi che a semplice “funzione di strumento della formazione politica del movimento di classe (strumento, cioè, non di una guida paternalistica, dall’alto, ma di sollecitazione e di sostegno delle organizzazioni nelle quali si articola l’unità di classe)”.

 

Ma le teorie che non coincidono con la realtà, sono teorie “fasulle”. E riportiamoci alla realtà.

 

Anche là dove i “consigli” e il controllo operaio hanno avuto recenti realizzazioni, hanno vissuto le loro giornate di potenza e di gloria nel clima arroventato dell’insurrezione come in Ungheria e in Polonia o vengono stroncati dal ritorno offensivo del regime contro cui questi organismi erano sorti e insorti (Ungheria) oppure vengono accortamente svuotati di ogni contenuto classista e rivoluzionario e piegati alle esigenze del regime imperante (come sarebbe avvenuto in Ungheria, se Imre Nagy avesse avuto la possibilità materiale di instaurare il suo regime così come in Polonia ha operato Gomulka, così come in Jugoslavia ha operato Tito).

 

Dunque, anche il controllo operaio esercitato dai “consigli” o esplica il suo compito nel momento dell’azione rivoluzionaria in quanto arma di battaglia o si riduce ad un mezzo banalissimo di conciliazione per allestire la solita truffa riformista.

 

Mentre Gramsci aveva concepito questi organismi di fabbrica, a parte la critica da noi formulata alla loro impostazione teorica, nel quadro di una prospettiva rivoluzionaria, gli epigoni di Gramsci li hanno concepiti, e li concepiscono tuttora, nel quadro di una prospettiva riformista e dichiaratamente controrivoluzionaria.

 

Concludiamo il nostro esame affermando che i “consigli” sono gli organi del potere e opereranno come tali quando la questione del potere proletario sarà posta all’ordine del giorno della storia. Ma anche allora non potranno operare da soli, non diventeranno autosufficienti per virtù di nessuna costrizione teorica; non perverranno cioè agli obiettivi per cui sono sorti, se non funzioneranno da canali vettori dell’ondata rivoluzionaria imbriglianti l’impeto disordinato e irrazionale delle grandi masse in movimento, ai quali tuttavia viene a mancare la coscienza storica del fine e la concezione universale della rivoluzione che sono proprie del partito della classe operaia.

 

La rivoluzione dell’ottobre russo fu possibile perché ebbe il partito bolscevico più i consigli.

 

La rivoluzione dell’ottobre ungherese è fallita perché ebbe i “consigli” meno il partito bolscevico.

 

La crisi della IV Repubblica ha fatto riemergere De Gaulle perché il proletariato francese si è trovato davanti a questa svolta e senza partito bolscevico e senza “consigli”.

 

Onorato Damen

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