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Due pregiudiziali, almeno

Creato: 23 Settembre 2009 Ultima modifica: 03 Ottobre 2016
Scritto da Onorato Damen Visite: 1697

Due pregiudiziali, almeno



Da Prometeo n. 6 — marzo 1954

 

Innegabilmente stiamo attraversando un periodo di bassa tensione storica — che potremmo chiamare d’attesa e di preparazione, purtuttavia ricco di imprevisti e di contraddizioni: c’è nell’aria sospeso un senso diffuso di smarrimento e di ansia insieme. Certi valori tradizionali che un tempo erano motivo di vanto delle borghesie nazionali e che sembravano rendere saldi e indistruttibili i pilastri su cui essi poggiavano, sono decaduti, avviliti, incapaci ormai di rappresentare un serio presupposto “morale” ad un nuovo capitolo della storia della borghesia; hanno cessato di essere validi ormeggi a cui attraccare allorché un improvviso e sempre possibile fortunale squassi economie, istituzioni e coscienze. E’ soltanto un sintomo evidente della crisi che sta logorando in profondità il tessuto connettivo della borghesia, ma non è ancora tutta la crisi nel senso che questa non è pervenuta al limite di rottura dei suoi argini di sicurezza per i quali si rovesceranno violente le forze della rivoluzione.

 

In quest’ultimo scorcio di tempo due accadimenti hanno assunto per noi importanza fondamentale ai fini di una maggiore precisazione dei problemi della strategia rivoluzionaria: i moti tedeschi del giugno 1953 e gli scioperi dell’agosto in Francia. Essi sono universalmente noti e la loro importanza non è data da una modificazione della situazione obiettiva che non si è di fatto verificata, ma dalla constatazione del perché questi moti non sono pervenuti ad incidere più o meno profondamente nei rapporti di classe tra il proletariato dei due paesi e i loro rispettivi dominatori. E ciò ad onta dell’ampiezza del movimento e e dell’incalcolabile capacità esplosiva e distruttrice della violenza di classe scatenata.

 

Il problema strategico che scaturisce da questi avvenimenti, e particolarmente da quelli tedeschi, è posto in questi termini: possono le masse operaie spinte all’azione insurrezionale pervenire “da sé”, con il proprio impulso e la propria iniziativa, in piena autosufficienza, alla soluzione di tutti gli obiettivi posti dalla stessa azione insurrezionale fino alla conquista del potere? Quale reale portata possono avere gli organismi sorti nel movimento dell’azione di classe? Per la loro stessa estemporaneità possono questi organismi avere un peso determinante nello sviluppo di tale azione?

 

Si tratta, in altre parole, di un problema non nuovo alle avanguardie rivoluzionarie, ma reso attuale, più vivo e pressante dagli avvenimenti della Germania Orientale; problema che costituisce la trama e la preoccupazione maggiore dell’Indirizzo internazionale rivolto dal Partito Comunista Internazionalista ai raggruppamenti della sinistra rivoluzionaria internazionale.

 

Non a caso perciò questa prima nota di commento pone l’accento sul problema del partito di classe e dei suoi rapporti con le masse, che costituisce tuttora il banco di prova per quel processo di decantazione teorica e di selezione di forze da cui dipende la possibilità obiettiva di un primo allacciamento delle forze d’avanguardia in vista della costruzione del partito internazionale della rivoluzione socialista.

 

[…] Fondamentale è la riaffermazione dei principi che pongono la ricostruzione del partito di classe tra i compiti che non possono essere né procrastinati né sottovalutati.

 

Conveniamo che è serio elemento di studio il fatto che i moti della Germania Orientale abbiano trovato negli organismi nati nel clima incandescente della lotta insurrezionale altrettanti centri di direzione, ma si cadrebbe nel più vieto gramscismo, per non riandare al precedente sindacalismo sorelliano, se ci accontentassimo della sola constatazione e, quel che è peggio, se ad essi affidassimo il ruolo storico di guida della lotta rivoluzionaria.

 

Va detto senza mezzi termini che i Comitati di sciopero, anche quando appaiono con i caratteri della spontaneità, se costituiscono la continuazione sotterranea di quel travaglio formativo dell’avanguardia rivoluzionaria che ideologicamente si riporta alla fase eroica dello spartachismo e comunque alla iniziativa delle formazioni di sinistra del movimento comunista tedesco, essi sono in realtà, qualunque sia lo stadio del loro sviluppo, le forze operanti del partito della classe operaia tedesca. Se si fosse invece trattato di organismi sindacali di fabbrica trasformatisi per la violenza della lotta in organi di direzione politica, o, come più verosimile, si fosse trattato di estemporanei organi di massa che con l’agitazione nascono e con l’agitazione muoiono, ciò vorrebbe dire che questa ennesima sconfitta del proletariato torna ad ammonire nel senso che non si avrà, in definitiva, concreta lotta rivoluzionaria senza la guida del partito della rivoluzione.

 

Dall’Indirizzo Internazionale del Partito Comunista Internazionalista

 

Dittatura del proletariato

 

La dittatura del proletariato va considerata come fase transitoria, ma inevitabile, nella dinamica della conquista rivoluzionaria: non vi può essere costruzione della società socialista che non sia nel contempo distruzione progressiva e violenta dei resti dell’antica impalcatura economica, sociale e politica della classe sconfitta. Resti che permangono, vivi e presenti nella prima fase dell’esperienza rivoluzionaria, quali avamposti di un ritorno offensivo, obbiettivamente sempre possibile, da parte del capitalismo internazionale.

 

Ma il riconoscimento della necessità storica della dittatura del proletariato non sopporta attenuazioni o temperamenti o dosature basati sul rispetto della personalità umana, della libertà dello spirito, della non violenza, della democrazia, eccetera.

 

La pagina sempre aperta della Comune di Parigi del 1870 e dell’Ottobre bolscevico del 1917, ammonisce soprattutto sulla natura di classe e i limiti di tempo della dittatura e conduce all’affermazione della sua inevitabilità che sarà operante ai fini del socialismo alla condizione che esprima nelle sue forze politiche di guida (che sono poi il partito di classe), nei suoi istituti, nel suo tessuto economico e sociale e nella spietata distruzione di tutto ciò che si riallaccia al passato, le ragioni ideali e di interessi concreti della classe proletaria, la sola che porta in sé i motivi e le forze obiettive della nuova società socialista.

 

Non quindi dittatura del partito o del centro direttivo del partito, al quale il proletariato non può affidare né affiderà mai la delega di una simile sostituzione storica, pena il suicidio in quanto classe e lo snaturamento completo e irrimediabile dello stesso moto rivoluzionario.

 

Partito e classe

 

Dalle vicissitudini vicine e lontane del movimento operaio internazionale è lecito trarre alcuni principi informatori di tattica, acquisiti ormai ai raggruppamenti dell’avanguardia rivoluzionaria.

  1. Il potenziale di classe del proletariato nasconde, pur nelle epoche, come l’attuale, del più accentuato e sconcertante deflusso della lotta operaia, riserve impensabili di energia, di volontà di lotta e di capacità di sacrificio. Questo è possibile anche quando sembra assente, tagliato violentemente fuori dalla scena politica e asservito, pur nelle sue agitazioni rivendicative. alle forze dell’imperialismo dominante, a ciò aiutato dai partiti ad etichetta operaia, passati di fatto al nemico attraverso una serie di compromessi, di provocazioni e di tradimenti.
    L’episodio della recente sollevazione di massa degli operai tedeschi nella zona sottoposta al controllo sovietico, è la manifestazione più chiara e indicativa di questa latente vitalità di classe del proletariato, qualunque possa essere il travisamento fattone dall’imperialismo interessato, e chiunque possa averne tratto profitto momentaneo.
  2. E’ da ritenersi acquisito alla teoria rivoluzionaria che in nessun momento della sua storia il proletariato appare come forza autosufficiente nella formazione di una coscienza dei suoi compiti fondamentali di classe e per la loro realizzazione rivoluzionaria.

Abbiamo sempre affermato che pur nella crudezza del clima storico che consegue alla guerra mondiale ed una nuova guerra mondiale prepara, non sono mancate situazioni obbiettive favorevoli e manifestazioni, anche se episodiche, di lotte di classe, e che quasi sempre e quasi ovunque sono ad esse mancate adeguate forze di guida. Si poneva in tal modo il problema della necessità del partito di classe del proletariato come condizione fondamentale e permanente perché ogni moto operaio potesse assumere fisionomia di classe ed operare nella linea del divenire rivoluzionario.

 

Va da sé che la forza numerica dell’organizzazione o la maggiore o minore capacità d’influenza politica del partito variano col variare delle situazioni; ma sarebbe presunzione volontaristica quella di attribuire al partito di avanguardia e, ad esso solo, il compito di modificare decisamente le situazioni che lo sviluppo del capitalismo, le sue contraddizioni e le sue crisi ricorrenti costantemente offrono. La giusta linea sta nel riconoscere che l’esistenza del partito è necessaria e indispensabile quali che siano le difficoltà, quale che sia il numero dei suoi componenti; necessaria e indispensabile la sua presenza operante, stimolatrice e formativa che assicuri legami permanenti con la classe lavoratrice e con le sue lotte.

 

E’ quindi da rigettare l’assunto teorico che l’attuale forma di dominazione capitalistica renda impossibile e politicamente sterile l’esistenza del partito; da rigettare l’affermazione che ogni azione del partito per allargare la cerchia della propria attività e influenza tra le masse operaie debba fatalmente contaminare di ideologia e di prassi riformista-staliniana i suoi quadri; da rigettare infine la teoria conseguente a questo particolare modo di pensare che il partito di classe si forgerà, anche come entità organizzata, al fuoco dell’assalto rivoluzionario quando questo si autodeterminerà e non prima. Ma è dato storico irrefutabile che la rivoluzione russa è stata vittoriosa per la presenza, in questo determinante, del partito bolscevico che non aveva mai rotto, zarismo imperante, i legami con le masse lavoratrici tanto nella fase montante del loro moto che in quella di deflusso; al contrario è accaduto per la sollevazione del proletariato tedesco del 17 giugno — ad onta della evidente spinta di classe che l’ha determinata e marcata come impostazione di concreta istanza rivoluzionaria — perché mutilata di una salda guida politica, forte delle armi ideologiche e di quadri di combattimento non improvvisati, non raccogliticci ma temprati alla dura disciplina rivoluzionaria, guida che la violenza controrivoluzionaria dello stalinismo aveva già da tempo praticamente corretta o dissolta.

 

Un imperialismo vale l’altro

 

Nell’ambito di questa visione strategica della rivoluzione, appare evidente che l’attacco del proletariato si produrrà, come si è prodotto fin qui, contro il punto più debole dello schieramento imperialista. Se lo svolgimento della crisi mondiale del capitalismo fosse tale da consentire al proletariato rivoluzionario di attaccare frontalmente e distruggere il capitalismo più forte, in questo caso gli Stati Uniti, non staremmo certo a discutere il problema del come e quando e contro chi il proletariato potrà sferrare il suo attacco. Ma non deve essere consentita cittadinanza nella elaborazione della teoria rivoluzionaria alla affermazione che la rivoluzione perderebbe tempo se, nella fase storica che viviamo, non avesse prima sradicato e demolito il complesso capitalistico più forte, quello degli Stati Uniti; come se far saltare un primo anello, anche il più debole della catena capitalistica, non significhi aprire la crisi rivoluzionaria e mettere in pericolo, data l’enorme e dinamica capacità d’irradiazione che pervade ogni profonda lacerazione rivoluzionaria, tutta la catena del capitalismo mondiale.

 

Onorato Damen

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