Intervista a Loren Goldner

Creato: 01 Marzo 2015 Ultima modifica: 03 Ottobre 2016
Scritto da Istituto Onorato Damen Visite: 1752

Pubblichiamo un’intervista rilasciata da Loren Goldner a una radio di Oviedo (Asturie), sulle violenti proteste seguite all’uccisione, il 9 agosto dello scorso anno, del giovane nero Michael Brown a Ferguson negli Stati Uniti.

 

Goldner, che vive a New York, è uno fra i più attenti osservatori di scuola marxista del mondo americano. E’, fra gli altri, autore del volume Capitale fittizio e Crisi del Capitalismo apparso in Italia nel 2007 per le edizioni Pon Sin Mor ( Questo indirizzo email è protetto dagli spambots. È necessario abilitare JavaScript per vederlo. ).

 

Nell’intervista Goldner, seppure con la necessaria sintesi che un’intervista impone e per di più rilasciata in spagnolo, una lingua che non è la sua, risale alle origini del razzismo  in America svelandone il suo contenuto fortemente classista. In particolare, il  suo essere il prodotto di una scelta consapevole della borghesia americana per introdurre nel seno del proletariato  uno fra i più subdoli strumenti di divisione e contrapposizione dei lavoratori fra loro,  in quanto fondato su un pregiudizio ideologico artatamente costruito.

 

Non tutte le analisi in essa svolte collimino con le nostre.  Per esempio,  quella che attribuisce  al Nord l’intenzione di porre fine alla schiavitù e assegna al movimento abolizionista un ruolo  di primaria importanza. In realtà, ciò che interessava agli Stati del Nord era bloccare l’espansione delle piantagioni di cotone e tabacco, le uniche in cui era conveniente impiegare gli schiavi, verso il Medio Ovest intralciando così l’espansione, lungo la stessa direttrice, del settore manifatturiero e del settore agricolo meccanizzato che andavano sviluppandosi a un ritmo vertiginoso nel  Nord Est. La sorte degli schiavi stava così poco a cuore a questi altri capitalisti che nel 1860, subito dopo la vittoria alle elezioni del Partito Repubblicano, fu  lo stesso  Lincoln,  nel tentativo di evitare che l’Unione si spezzasse, a rassicurare gli undici Stati che ne erano usciti  per dar vita agli Stati Confederati d’America, che il suo governo non avrebbe “ interferito nell’istituzione della schiavitù negli Stati in cui esiste”. Ma invano e il 12 aprile del 1861 scoppiò, ”  come la definirono le classi più povere del Sud e del Nord, la “ guerra dei ricchi combattuta dai poveri [1]

 

E ci lascia perplessi anche  la tesi secondo cui la borghesia statunitense, nei primi anni ’70 del secolo scorso, avrebbe delocalizzato fuori dagli Usa la produzione industriale perché il suo controllo   “era quasi nelle mani dei lavoratori “  e “con  l’obiettivo di porre fine a quella infinita serie di scioperi selvaggi e insubordinazioni in fabbrica”.

 

Goldner è, però, compagno come pochi aperto e interessato al confronto per cui lo scambio,  già in corso, delle nostre rispettive analisi,  si sta mostrando quanto mai ricco e fonte di  reciproco arricchimento.


 

[1] Vedi: Leo Huberman – Storia Popolare degli Stai Uniti- Ed. Einaudi 1977 – pagg. 184-185.