La povertà non si eradica finché permane il modo di produzione capitalistico

Creato: 04 Dicembre 2022 Ultima modifica: 04 Dicembre 2022
Scritto da Alessandro Esotico Visite: 139

scarpe rotteProvate ad immaginare di svegliarvi tutti i santi giorni per andare a lavorare 10/12 ore, magari facendo due o più lavori differenti, per poi tornare a casa e trovare il frigo vuoto. Forse non dovete immaginarlo, magari anche voi state vivendo una situazione simile. Del resto, numeri alla mano, stiamo parlando della vita di milioni di persone; uomini e donne, giovani e meno giovani, che tutti i santi giorni devono capire come fare per mettere insieme il pranzo con la cena, trovare la soluzione per pagare le bollette sempre più care. Una spirale infernale in cui sono gettate le esistenze di un numero sempre più significativo di proletari.  Un numero destinato a crescere in futuro. E mentre la politica borghese si divide sulla querelle reddito di cittadinanza sì- reddito no; la realtà dei fatti avanza, ostinata:

« La caduta dovuta al Covid- scrive Roberto Rotunno del Fatto quotidiano -è stata violenta, ma anche ora che il mercato del lavoro italiano si è rialzato, la camminata resta zoppicante, incerta. In due parole: precaria e povera. I posti di lavoro creati sono deboli, come gli stipendi. Il rapporto annuale Inapp… fotografa quanto è successo nel 2021, racconta di come la stragrande maggioranza dei contratti attivati lo scorso anno sia a tempo determinato o comunque part time. Ancor più che in passato, la ripartenza si sta basando su quelli che definiremmo “lavoretti” o, servendoci di un termine più tecnico, impieghi “non standard»[1].

Quello che però sfugge a Roberto Rotunno è che il Covid non può in alcun modo identificarsi come la causa della "caduta del mercato del lavoro". La pandemia scoppiata nel 2019 può essere paragonata al massimo a un'accelerazione della crisi irreversibile in cui da decenni si dimena il modo di produzione capitalistico[2]. A cui si aggiungono alcune peculiarità del tessuto produttivo italiano che inducono la borghesia nostrana, al fine di salvaguardare i suoi margini di profitto, a comprimere ulteriormente il salario medio dei lavoratori italiani fino al punto che ormai sempre più spesso le loro buste paga non assicurano neppure la semplice sopravvivenza quotidiana.

I poveri assoluti in Italia- dati Istat del 2021- sono 5.600.000. Un numero impressionante. E non parliamo di persone che non lavorano. Il 13% delle famiglie operaie vive in condizione di povertà assoluta, stiamo parlando di cifre spaventose!

Questi dati macroeconomici non fanno altro che confermare la tendenza della realtà sociale attuale: lo scenario che si sta configurando è sempre più quello di lavori frammentari, sottopagati e senza alcun tipo di tutele; una dimensione in cui le linee di confine tra gli occupati ed i non occupati sfumano e si confondono l'una nell'altra. Ciò non è dovuto solo alle odierne metodologie contrattuali, del tutto eterogenee rispetto alle realtà di qualche decennio fa, ma anche perché la crescente dequalificazione della forza lavoro e quindi il conseguente ridimensionamento salariale, costringe moltissimi lavoratori a preferire per qualche mese il reddito di cittadinanza in alternativa ad uno salario da fame. Tale misura che se da un lato tende ad ostacolare la riduzione del salario medio al di sotto del minimo vitale, dall’altro mette a rischio la stessa sopravvivenza di molte piccole e medie imprese. Eppure, essa si configura come una politica necessaria per la stessa conservazione del sistema. L’ipotesi di un salario al di sotto del minimo vitale de facto non garantirebbe neppure la sopravvivenza della forza-lavoro dal cui sfruttamento, invece, il capitalismo non può in alcun modo prescindere. Da qui, dunque, la “lungimiranza” della grande borghesia: cercare in tutti i modi di evitare il rischio che possa innescarsi una grave crisi sociale dagli esiti tutt’altro che scontati. Il dilemma reddito sì reddito no, in realtà non è altro che la raffigurazione plastica di questa contraddizione e del tentativo delle forze politiche che si alternano nella gestione del governo di trovarvi un qualche rimedio senza scontentare il proprio elettorato di riferimento. Alla fine, però, indipendentemente da quale delle “destre” (centrosinistra, centrodestra, destra-destra) si trovi a governare saranno sempre le esigenze della conservazione del sistema nel suo complesso a prevalere.

A tal proposito, scrive, preoccupato, il riformista Marco Revelli:

«In fondo, questo ci dicono i poveri […] Ci dicono che il produttivismo di un tempo, che ha costituito a lungo l’ideologia trasversale di chi vedeva nello sviluppo in sé la chiave per la risoluzione di tutti i problemi sociali e per la diffusione urbi et orbi della felicità, non traccia più l’orizzonte del futuro. E che alla mera logica del fare occorre abbinare quella del curare: curare le ferite del tessuto sociale […]. Curare quelle piaghe, accumulatesi nel tempo, per svuotare le bolle di rancore che crescono sotto traccia e che minano la nostra “pace civile”»[3]

La “pace civile” tanto cara a Revelli, purtroppo, non è altro che la guerra permanente della borghesia contro il proletariato quale condizione per la perpetuazione del suo dominio di classe nei confronti del proletariato.

Khali Gibram in un suo famoso aforisma scrive che lui la verità l'ha sempre trovata nelle mani di chi lavora. Questa verità oggi più che mai ci restituisce il falso di questo mondo, il grande inganno ideologico che ci è sempre stato propinato, dalla scuola a lavoro: questo è il migliore dei mondi possibili. Lo è certamente, ma per la borghesia. No, non c’è niente da “curare”; la povertà la si eradica solo ponendo fine a questo infame modo di produzione.

[1]Roberto Rotunno, Super precari e per due lire: ecco i nuovi contratti, Il Fatto quotidiano, 9/11/2021.

[2]Giorgio Paolucci, La pandemia come metafora della crisi epocale della società capitalista.

[3]Marco Revelli, l’esercito dei poveri e il mito fordista, Il fatto Quotidiano, 22/11/22