I "Gilet Gialli" allarmano la borghesia e non solo...

Creato: 25 Marzo 2020 Ultima modifica: 01 Aprile 2020
Scritto da Carmelo GERMANA' Visite: 92

 Dalla rivista D-M-D' N°14

giletallarm

Il movimento dei “gilet gialli” è un segnale forte del disagio sociale che colpisce anche le aree avanzate del capitalismo. A subirne le conseguenze è in primo luogo il proletariato, soprattutto il nuovo proletariato giovanile, in parte frammentato e precarizzato dalle ristrutturazioni dell’apparato produttivo e dalla nuova divisione internazionale del lavoro. Analogamente, la dinamica di crisi del sistema, scompagina buona parte dei ceti medi, i quali reagiscono al precipitare della loro condizione verso il basso. Il processo di proletarizzazione della società ripropone la relazione tra queste due componenti della formazione sociale borghese portatori potenzialmente di aspirazioni e progetti storicamente contrapposti.

E’ significativo constatare la reazione rabbiosa e violenta, come non si vedeva da tanto tempo, da parte del potere contro un movimento di protesta di lavoratori. La reazione suscitata dai “gilet gialli” francesi da parte dei politici, dal mondo delle imprese e degli affari, tanto a scala nazionale che internazionale è rivelatrice degli umori e delle preoccupazioni della borghesia sul rischio di rottura della pace sociale, con tutte le conseguenze che questo potrebbe comportare. E’ bastato un atteggiamento più deciso e ostinato da parte dei dimostranti, all’opposto delle innocue passeggiate sindacali o partitiche, per allarmare la borghesia e conseguentemente mettere in moto l’apparato repressivo dello Stato a difesa degli interessi capitalistici dominanti.

Dello stesso tenore sul piano verbale è stato l’atteggiamento di tanti intellettuali e opinionisti, spesso considerati progressisti in tempi normali, venuti allo scoperto dall’asprezza delle nuove circostanze. Un comportamento non certo inedito ma storicamente reiterato da parte di una certa intellighenzia quando gli ultimi osano alzare la testa: «Nei momenti di cristallizzazione sociale, di schietta lotta di classe, ognuno deve scegliere da che parte stare. Il centro scompare, la palude si prosciuga. E a quel punto, anche i più liberali, i più istruiti, i più distinti dimenticano il teatrino del vivere-insieme. Presi dalla paura, perdono il loro sangue freddo»[1]. Nel nostro caso il disprezzo dell’establishment non si è fatto attendere: «Davanti ai gilet gialli, la borghesia ha effettuato un movimento di questo tipo. I suoi portavoce abituali, che, in tempi tranquilli, si adoperano per mantenere l’apparenza di un pluralismo di opinioni, hanno associato all’unisono i manifestanti a un branco di invasati razzisti, antisemiti, omofobi, faziosi e complottisti. Ma soprattutto ignoranti»[2].

I “gilet gialli” segno di una acuta crisi sociale

 

Sintomatico è il nome assunto dal movimento, come a volere indicare la visibilità e la voglia di esserci in un mondo che ti caccia indietro, che ti esclude se non sai comportarti come un lupo tra i lupi per raggiungere il successo e prostrarti al cospetto del Dio denaro. Il giubbotto giallo è il simbolo del pericolo e dell’emergenza per gli automobilisti, in perfetta correlazione con le esigenze espresse dal movimento per indicare che siamo in presenza di un vero e proprio allarme sociale.

Ovunque la crisi capitalistica ha accentuato la divaricazione tra ricchi e poveri, la crisi finanziaria del 2008 ne ha esasperato il processo polarizzando la ricchezza in poche mani e la crescente povertà all’estremo opposto. Questa dinamica non soltanto ha colpito la classe lavoratrice salariata propriamente intesa: i lavoratori dipendenti stabili e precari, ma progressivamente anche una massa sempre più larga di ceto medio e di piccola borghesia, andando a espandere oggettivamente il fronte del proletariato, indipendentemente dalla coscienza che quei ceti intermedi hanno di se stessi. Il fenomeno non è nuovo perché è vecchio quanto il capitalismo:

Quelli che fino a oggi sono stati i piccoli ceti medi, i piccoli industriali, i piccoli commercianti e i titolari di piccole rendite, gli artigiani e gli agricoltori, tutte queste classi precipitano nel proletariato, parte in quanto il loro piccolo capitale è insufficiente alla conduzione della grande industria ed esce quindi sconfitto dalla concorrenza con i capitalisti più forti, parte in quanto le loro abilità si trovano svalutate di fronte ai nuovi metodi di produzione. In tal modo il proletariato viene reclutato da tutte le classi della popolazione[3].

Quando Marx ed Engels analizzarono il fenomeno dell’ascesa della borghesia industriale nell’Inghilterra dell’Ottocento constatarono allo stesso tempo il declino e poi la scomparsa delle vecchie professioni di mestiere e artigiane. La società andava dividendosi in due campi: uno ristretto formato dai proprietari dei mezzi di produzione, l’altro costituito dal proletariato in costante espansione. Tra queste due classi permanenti, hanno sempre fluttuato eterogenei ordini intermedi, frutto delle modificazioni sociali ed economiche della formazione capitalista. Tale schema si è preservato, grosso modo, sino a buona parte del secolo scorso. Poi l’informatica col microprocessore e successivamente, a partire dagli anni Duemila, le nuove tecnologie costituite dalla robotica e dall’intelligenza artificiale, stanno determinando, ma ancora più dirompente si presenterà il fenomeno in futuro, uno sconvolgimento senza precedenti dell’apparato produttivo e delle attività economiche in generale. Da tempo vediamo nei paesi capitalisticamente avanzati la costante riduzione degli operai e impiegati di fabbrica e dei servizi. La diminuzione della domanda e dei consumi, a cui ha contribuito il calo dell’occupazione, ha colpito i piccoli esercizi ormai emarginati dalla grande distribuzione. L’impatto delle nuove tecnologie andrà a pregiudicare duramente le tradizionali professioni, anche quelle ad alto contenuto specialistico come medici, avvocati, dirigenti ecc[4].

In passato il rimescolamento delle carte che interessava la piccola borghesia in tutte le sue variegate componenti, finiva per ingrandirne le fila sostituendo precedenti attività lavorative con un numero maggiore di nuove. Oggi, invece, la dinamica dell’odierno ciclo di accumulazione concentra in poche mani i meccanismi di produzione e appropriazione della ricchezza tagliando fuori i piccoli capitali e molti esercizi con il risultato che a fronte della nascita di poche nuove professioni ultra specializzate, si perderanno una enorme quantità di vecchi impieghi.

Composizione sociale del movimento

 

A prima vista, ha suscitato una certa diffidenza se non ostilità, soprattutto in alcuni ambienti di sinistra radicale, la disomogeneità dei manifestanti tacciati sbrigativamente per “piccolo borghesi”, per giunta facilmente manovrabili dalla destra reazionaria. Un pregiudizio suscitato dal fatto che la protesta è partita dalle aree francesi decentrate e rurali, da stratificazioni sociali eterogenee con istanze diverse. In realtà, pur essendo vero che il movimento racchiude diverse anime, una cosa accomuna tutti: il costante impoverimento che colpisce i proletari e il ceto medio. Il movimento si è sviluppato spontaneamente rifiutando da subito l’appoggio dei partiti, dei sindacati o di qualunque altra forza borghese in cerca di opportunistica notorietà.

La composizione sociale del movimento è costituita soprattutto da lavoratori dipendenti: operai di piccole e medie industrie, anche se non mancano quelli delle grandi fabbriche come la Renault; sono presenti lavoratori del pubblico impiego, dei servizi e la miriade di lavoratori precari legati alle nuove forme di sfruttamento. Accanto ai proletari sono presenti artigiani, negozianti, padroncini, professionisti. Successivamente alle lotte si sono uniti anche gli studenti. Come si vede la presenza del ceto medio è consistente ed è caratterizzata dalla consapevolezza del peggioramento irreversibile della propria condizione sociale. La piccola borghesia declassata non ha più speranze future e continuerà ad allargare i propri ranghi. Conseguentemente è in perenne stato di fibrillazione e senza un proletariato cosciente, connesso al proprio partito di classe che sappia orientarla verso di sé in una prospettiva anticapitalista, potrà finire, almeno in parte, per trovarsi in balia delle peggiori forze reazionarie della borghesia. Ma la stessa cosa vale anche per il proletariato, come dimostrano i fatti che vedono tanti lavoratori attratti dalle formazioni politiche più retrive del capitale. Comunque sia, da questa relazione tra proletariato e piccola borghesia non si scappa. Entrambi stanno di fronte al capitale con le proprie specificità di sempre: «Di tutte le classi che oggi si contrappongono alla borghesia, solo il proletariato è una classe realmente rivoluzionaria. Le altre classi decadono e muoiono con la grande industria, il proletariato è di essa il prodotto più specifico»[5].

Quando le cicliche crisi economiche del capitalismo mettono in discussione la posizione intermedia occupata dalla piccola borghesia, sballottata tra proletariato e borghesia, si evidenzia la contraddittorietà dell’agire e del modo di pensare di questo ceto. Ancora di più quando le svolte storiche sono epocali, come quelle che stiamo vivendo, contrassegnate dalla inarrestabile violenza del capitale che sta facendo terra bruciata intorno a se. In questi frangenti: «I ceti medi, il piccolo industriale, il piccolo commerciante, l’artigiano, il contadino, combattono tutti la borghesia per poter conservare la propria esistenza come ceti medi. Quindi non sono rivoluzionari, bensì conservatori»[6]. Le prospettive, in tali circostanze, sono aperte e dipende dal livello della lotta di classe tra proletariato e borghesia a condizionare, in un senso o nell’altro, l’atteggiamento e l’indirizzo del ceto medio: «Se sono rivoluzionari, lo sono in quanto prevedono di dover passare al proletariato e così non difendono i loro attuali interessi, ma quelli futuri, e abbandonano il loro punto di vista per adottare quello del proletariato»[7]. Proprio per questo solamente il proletariato internazionale, cosciente dei propri interessi e del proprio avvenire, che riprenda il filo interrotto della rivoluzione comunista può costituire il necessario riferimento per le mezze classi in rovina.

 

 

Insostenibilità delle richieste e attendismo del potere

 

La mobilitazione dei “gilet gialli” è partita spontaneamente a novembre dello scorso anno dalle zone rurali e suburbane francesi, a seguito della raccolta firme su internet contro l’aumento del prezzo del carburante voluto dal governo Macron. Va ricordato che coloro che risiedono fuori dai

centri urbani e che dipendono dall’automobile per gli spostamenti sono maggiormente penalizzati rispetto a chi vive nelle città. La logica statale che presiede le politiche dei trasporti pubblici è sempre la stessa e lo verifichiamo anche in Italia: sostenere gli investimenti più remunerativi da un punto di vista capitalistico, quindi privilegiare l’alta velocità ferroviaria per collegare i maggiori centri urbani piuttosto che servire le tratte locali con treni e autobus, con la conseguenza che queste ultime vengono lasciate al loro destino di degrado. Presto le rivendicazioni hanno assunto un carattere generale contro il caro vita e l’iniquità fiscale che vede più balzelli per i lavoratori e per il ceto medio e meno tasse per i ricchi. Si è ripetuta la classica situazione della goccia che ha fatto traboccare il vaso, mettendo in evidenza tutto il disagio sociale che covava da molto tempo. Da quel momento il malcontento è dilagato con il blocco delle strade e le manifestazioni il sabato in tutte le maggiori città del paese. Le lotte dei manifestanti hanno espresso una radicalità come non si vedeva da molto tempo. Vediamo quali sono le principali richieste dei manifestanti oltre alla cancellazione delle imposte sul carburante:

  • abrogazione della riduzione dell’imposta sul patrimonio dei ricchi (ISF, imposta di solidarietà sulla ricchezza).
  • aumento del salario minimo mensile a 1300 euro.
  • le pensioni minime devono essere portate a 1200 euro mensili.
  • diritto alla pensione a 60 anni e a 55 anni per coloro che svolgono un lavoro pesante.
  • il sistema pensionistico deve essere solidale con tutti, ugualitario, non discriminatorio per i lavoratori dipendenti.
  • stipendi e pensioni devono essere adeguati all’inflazione.
  • lotta alla disoccupazione e al lavoro precario.
  • risolvere il problema dei circa 200 mila senzatetto che vivono in strada.
  • riduzione del costo degli affitti soprattutto per studenti e lavoratori precari.
  • no alla chiusura dei servizi locali come le linee ferroviarie, i pronto soccorso, le scuole e gli uffici postali.
  • migliore trattamento e inserimento sociale per i migranti richiedenti asilo, considerazione delle cause che producono il fenomeno.
  • fine del lavoro distaccato, ovvero del trasferimento del personale straniero, per esempio polacco o rumeno, con norme contrattuali dei paesi di provenienza. In territorio francese tutti i lavoratori devono essere sottoposti alle stesse regole.

Le richieste sin qui esposte hanno un carattere schiettamente proletario e in gran parte non saranno soddisfatte dal governo per diversi motivi. Primo, la borghesia francese rischierebbe di restare indietro rispetto alla competizione internazionale che vede nel costante attacco al costo del lavoro e alle condizioni di vita del proletariato le armi imprescindibili dello scontro intercapitalistico. Secondo, dati i rapporti di forza tra le classi assolutamente favorevoli alla borghesia, essa non è disposta a rinunciare nemmeno alla più piccola parte dei propri profitti, anzi impiega ogni sforzo per aumentare lo sfruttamento e la sottomissione dei lavoratori.

Proseguiamo con altre richieste di diversa connotazione:

  • adeguamento delle retribuzioni dei politici al salario medio nazionale.
  • salario massimo fissato a 15 mila euro.
  • numero massimo di 25 studenti per classe in ogni scuola di ogni ordine e grado.
  • promuovere il trasporto di merci su rotaia e sviluppo dell’industria delle vetture a idrogeno.
  • pedaggi autostradali da utilizzare per la manutenzione e la sicurezza delle strade
  • favorire il piccolo commercio contro i grandi centri commerciali.
  • imposte più elevate per le grandi catene straniere come MacDonal’s o Google.
  • protezione dell’industria francese proibendo le delocalizzazioni all’estero.
  • divieto di vendere le attività nazionali come dighe e aeroporti.
  • statalizzare nuovamente il setto energetico dato che il prezzo del gas e dell’elettricità è aumentato.
  • rimpatriare chi non ha diritto e comunque attuare una politica di integrazione degli immigrati vuol dire diventare francesi attraverso l’apprendimento della lingua, della storia e dell’educazione civica.
  • elaborare una legge per il referendum popolare da inserire nella Costituzione
  • più fondi a giustizia e polizia
  • mandato di 7 anni per il Presidente della Repubblica

Qui siamo di fronte a istanze piccolo borghesi che vanno dalla funzionalità pratica di alcune misure, sino alla formulazione di un riformismo dello Stato in senso democraticistico e nazionalista, per passare a posizioni decisamente reazionarie in riferimento ai rimpatri dei richiedenti asilo e delle imposizioni per diventare “francesi”. Come si può constatare le richieste rispecchiano con una certa fedeltà la natura sociale delle componenti del movimento.

Qual’è la tattica messa in atto dal governo francese per sbarazzarsi del pesante e imbarazzante fardello rappresentato dai “gilet gialli”? E’ molto chiaro, prima ha concesso qualche contentino, ora aspetta che il movimento si sgonfi naturalmente col passare del tempo. Bisogna aggiungere che il potere statale alla carota alterna il bastone, perché la repressione e la violenza della polizia è stata ed è molto forte. La borghesia ha il potere economico e politico, è cosciente dei propri interessi di classe, della propria forza e del sostegno di tutte le borghesie degli altri paesi. Quando si sentono in pericolo i capitalisti solidarizzano istintivamente, mettono da parte le loro divisioni e fanno un fronte comune contro il proletariato. Senza un’altrettanta coscienza di classe dei propri interessi, senza organizzazione, senza un programma che prospetti chiaramente una società alternativa al capitalismo, i lavoratori non possono che essere perdenti. L’isolamento e la mancanza di alternative del movimento dei “gilet gialli”, malgrado la determinazione e la volontà di lotta dimostrate, si concluderà con un pugno di mosche in mano. Le richieste di carattere maggiormente proletario saranno assolutamente disattese, in gran parte lo stesso vale per quelle piccolo borghesi, mentre il problema dei migranti continuerà a costituire lo specchietto per le allodole del disagio sociale, a sviare contro i più deboli il malessere causato dal capitalismo putrescente. Mentre scriviamo, siamo al 31esimo sabato di protesta, i partecipanti alle mobilitazioni sono sempre più scarsi.

Limiti dei movimenti spontanei e l’ineludibile questione del partito

 

Una verità elementare per il marxismo rivoluzionario consiste nel ritenere indispensabile la presenza delle avanguardie organizzate sullo scenario della lotta di classe, in quanto espressione e punta avanzata della stessa classe. Senza il partito delle avanguardie rivoluzionarie in grado di indirizzare la spontaneità delle lotte verso la prospettiva comunista, non soltanto non sarà possibile superare i rapporti di produzione capitalistici, ma ciò significherebbe per i proletari andare a sbattere contro un muro invalicabile. La storia ha dimostrato abbondantemente che le lotte più dure, persino le insurrezioni, senza un chiaro obiettivo di costruzione di una società alternativa al sistema vigente, ineluttabilmente sono votate alla sconfitta, oppure a trasformarsi in utili strumenti in mano alle forze riformiste del capitale, o alla meno peggio, indipendentemente dalla buona fede e dalle sincere intenzioni dei promotori, a dissolversi nel nulla. Malgrado i tanti insegnamenti del passato esiste ancora una forte resistenza all’idea “partito”, anche nel composito mondo di coloro che  sostengono di porsi sul terreno dell’anticapitalismo. Forse questa convinzione sarà dovuta alla mal digerita esperienza della rivoluzione russa e del suo fallimento, imputato al partito bolscevico e in particolare a Lenin. Forse perché si attribuisce alla spontaneità della classe la capacità di andare oltre il capitalismo per la costruzione di un qualcosa di non meglio specificato. Oppure perché si ritiene ineluttabile la fine del capitalismo a causa delle sue contraddizioni e ciò condurrà automaticamente al socialismo, applicando uno schema deterministico che da per scontato l’avvicendamento delle epoche storiche che attraverserà l’umanità. I motivi sono tanti, ma la realtà dei fatti dimostra che l’esperienza dei “gilet gialli”, dei movimenti di lotta precedenti e di quelli che certamente ci saranno in futuro, non andranno oltre l’ottica rivendicativa o sindacalistica tutta interna al sistema. Quando nella società non circola il “sogno utopico” di un mondo diverso, corroborato da un solido programma che indichi una direzione precisa da intraprendere, “l’assalto al cielo”  svilisce per il proletariato in grigia quotidianità senza avvenire.

E’ un errore grossolano ritenere che la questione del partito sia emersa in modo rilevante, e quasi esclusivo, con Lenin agli inizi del Novecento. Come se ci fosse una netta divaricazione tra quest’ultimo e i fondatori del socialismo scientifico. Marx ed Engels, sebbene nel corso della loro vita siano sempre stati occupati dal lavoro teorico e alla sistematizzazione metodologica del materialismo storico, sono stati prima di tutto, e va sottolineato, dei rivoluzionari. Da giovani, appena entrano nella contesa politica si propongono di demarcare una posizione comunista basata sull’analisi dei reali rapporti di classe della società rispetto alle fantasiose e vuote declamazioni di giustizia, uguaglianza e libertà allora circolanti. Operando dall’esterno e in rottura con la Lega dei giusti promuovono nel 1847, a Londra, la nascita della Lega dei Comunisti, per la quale l’anno successivo ne redigeranno il programma teorico e pratico esposto nel Manifesto del Partito Comunista. Nel 1850 spingono per la separazione dell’ala rivoluzionaria da quella riformista del partito cartista inglese. Nel 1864 Marx ed Engels prendono parte alla realizzazione della Prima Internazionale che seppur politicamente non omogenea, in quanto composta da diverse correnti ideologiche, instradano senza compromessi sul programma politico da essi sostenuto: è Marx a scrivere l’Indirizzo inaugurale. Negli anni successivi contrasteranno all’interno dell’associazione le diverse fazioni centriste, riformiste e anarchiche, fomentando scissioni allo scopo di difendere l’originario programma rivoluzionario. La Comune di Parigi segna un passaggio fondamentale per Marx ed Engels, tale evento porta all’epilogo dell’internazionale, e da li in poi essi si dedicano a promuovere la crescita di partiti autenticamente comunisti e rivoluzionari.

Questo breve panorama dell’attività pratica rivoluzionaria di Marx ed Engels vuole evidenziare  quanto sia stata  sentita e sempre presente la questione del partito e della coscienza. Il loro carteggio è pieno di riferimenti alle battaglie intraprese a salvaguardia dell’indipendenza politica e programmatica dei partiti proletari rispetto a tutte le altre formazioni piccolo borghesi e democratico borghesi. Lenin non apporta novità a questo atteggiamento intransigente, ma ne fa tesoro e prosegue su quella strada. Egli studia con attenzione l’esperienza dei due rivoluzionari e amici, e in continuazione con essi sviluppa un’azione volta a raggiungere gli stessi scopi nella realtà della Russia del suo tempo. La profonda comprensione del rapporto che intercorre tra l’agire della classe e il ruolo delle avanguardie permette a Lenin di cogliere meglio di chiunque altro e di essere protagonista di quella straordinaria esperienza che fu la Rivoluzione d’Ottobre. Oggi ci troviamo nuovamente a battere sullo stesso tasto. La sconfitta dell’Ottobre è stato un disastro per il proletariato e per il movimento comunista internazionale le cui conseguenze stiamo ancora pagando. Le avanguardie comuniste non sono qualcosa di esterno alla classe, ma fanno parte della classe stessa. Esse sono la parte più avanzata e cosciente del proletariato, sono necessarie affinché il conflitto inevitabile tra capitale e lavoro non rimanga confinato all’interno dell’attuale sistema ma trovi una via d’uscita nel superamento di questa società sempre più disumana, basata sullo sfruttamento dell’uomo sull’uomo.

Spetta alle individualità coscienti dell’insostenibilità del capitalismo il difficile compito di operare per il suo superamento. Costruire un punto di riferimento politico rivoluzionario a scala internazionale è indispensabile, e ci auguriamo che questo possa avvenire in tempi non troppo lunghi. Ricucire il filo rosso nella direzione della prospettiva comunista, ovvero per la realizzazione della libera associazione dei produttori, quale possibile via d’uscita al baratro a cui conduce il capitalismo, è cosa ardua, ma indispensabile. Soprattutto perché ancora oggi la borghesia è riuscita a far credere, e i proletari sono imbevuti di questa falsa coscienza, che il comunismo ha fallito con il crollo del socialismo reale nei paesi dell’est. Trappola di non di poco conto dato che quello era a tutti gli effetti capitalismo, nella forma specifica del capitalismo di stato.

[1] Tratto da Lotta di classe in Francia - Le Monde diplomatique il manifesto, febbraio 2019. Gli autori di questo ottimo articolo, Serge Halimi e Pierre Rimbert, arrivano a porre il vero problema della questione sociale. Essi sostengono che indipendentemente da come si concluderà la vicenda dei “Gilet gialli”, ovvero dei rischi di frantumarsi e di essere risucchiati, almeno in alcune sue componenti, all’interno dell’imbroglio parlamentaristico o dalle sirene della destra radicale, il nodo da sciogliere è l’attuale mancanza di una prospettiva di classe anticapitalista che riguarda tutto il proletariato: «Questo inverno, le rivendicazioni riguardanti la giustizia fiscale, il miglioramento del tenore di vita e il rifiuto dell’autoritarismo del governo sono salite alla ribalta, ma la lotta contro lo sfruttamento salariale e la critica della proprietà privata dei mezzi di produzione sono quasi del tutto assenti. Ora, né la reintroduzione dell’imposta di solidarietà sul patrimonio, né il ritorno ai 90 chilometri all’ora sulle strade secondarie, né il controllo più stretto delle note spese dei rappresentanti, né il referendum di iniziativa cittadina rimetteranno in causa la subordinazione dei dipendenti all’interno delle imprese, l’attuale distribuzione dei redditi o il carattere fittizio della sovranità popolare all’interno dell’Unione europea e nella globalizzazione».

[2] Ibid

[3] Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, in Karl Marx Opere – lotta politica e conquista del potere, Newton Comptom Editori, Roma 1975, pag. 360

[4] Carlo Lozito, Intelligenza artificiale: dannazione o liberazione del lavoratore?, apparso su DMD’  n. 13, dicembre 2018

[5] Karl Marx e Friedrich Engels, Manifesto del partito comunista, in Karl Marx Opere – lotta politica e conquista del potere, Newton Comptom Editori, Roma 1975, pag. 361

[6] Ibid

[7] Ibid