Il sindacalismo non è utile allo scopo di abolire il lavoro salariato

Creato: 29 Febbraio 2020 Ultima modifica: 29 Febbraio 2020
Scritto da Carmelo GERMANA' Visite: 80

Dalla Rivista D-M-D' n°13

Il sindacato non è stato e mai sarà uno strumento della rivoluzione. Esso al massimo può negoziare il miglior prezzo della forza-lavoro. In tempi di crisi il capitale non può garantire nemmeno il minimo indispensabile alla sopravvivenza, ne è un dimostrazione la condizione del moderno proletariato giovanile. In tale contesto il sindacato è costretto a trattare al ribasso e deve convincere i lavoratori che non si può andare oltre le compatibilità capitalistiche

precarietaIl rapporto sindacato - classe operaia è sempre stato un tema molto dibattuto e di grande importanza sotto l’aspetto pratico. Per il movimento comunista rivoluzionario, da un punto di vista tattico, la questione non può essere di secondaria importanza, soprattutto nelle fasi più intense della lotta di classe. In tali frangenti, storicamente, il conflitto tra capitale e lavoro ha espresso due atteggiamenti opposti, a seconda degli obiettivi perseguiti dalle forze in campo. Da una parte, il riformismo storico affermava che, passo dopo passo, le conquiste dei lavoratori avrebbero portato al socialismo senza la necessità della rivoluzione; riformismo che negli ultimi decenni, in particolare dopo la caduta del cosiddetto socialismo reale, afferma sufficiente attestarsi al rivendicazionismo economico e non andare oltre i confini della società esistente. Dall’altra, le forze rivoluzionarie di ieri e di oggi, le quali considerando il proletariato potenziale motore della rivoluzione sociale, si sono poste il problema relativo al ruolo e alla funzione dell’organizzazione dei lavoratori rispetto alla realizzazione di tale obiettivo. Vale a dire quanto potesse essere utile il sindacato alla causa del comunismo. Nei frangenti più acuti della lotta di classe del passato sia i riformisti che i rivoluzionari hanno fatto affidamento sul sindacato quale leva influente per realizzare i propri programmi concernenti le rispettive visioni del mondo.

L’argomento ancora oggi è fonte di polemiche tra coloro che dicono di operare politicamente sul terreno di classe anticapitalista. La maggioranza dei vari raggruppamenti ribadisce la necessità di una organizzazione sindacale intermedia tra il proletariato e il partito rivoluzionario, mentre altri ritengono tale organizzazione, che sia il sindacato ufficiale o i vari sindacati di base, non idonea a svolgere un ruolo utile al superamento dei rapporti di classe esistenti, ritenendo il sindacalismo in qualsiasi caso strumento della conservazione capitalista. Asseriamo subito, prima di procedere, che stiamo da quest’ultima parte: il sindacato non è mai stato uno strumento della rivoluzione, tutt’al più, alle origini del movimento operaio, esso ha svolto una funzione di difesa dei lavoratori contro gli attacchi del capitale, per trasformarsi successivamente, una volta consolidatosi il capitalismo nel suo pieno sviluppo, in strumento stesso del capitale.

I limiti storici del sindacato

Il sindacato nasce nell’Ottocento per rispondere alle condizioni disumane in cui vivevano i lavoratori nelle fabbriche; rappresenta la reazione operaia contro la rapacità del capitalismo che si andava affermando in Europa. Il sindacato fa seguito alle precedenti confraternite medievali e corporazioni di mestiere, e si caratterizza nel corso del tempo per rappresentare i lavoratori generici dequalificati che la meccanizzazione rendeva sempre più numerosi, trasformandoli in semplici erogatori di lavoro astratto. Dinamica caratteristica del modo di produzione capitalista che vede le abilità e conoscenze dell’operaio svilirsi in azioni elementari e ripetitive, mentre il sapere  tecnico e scientifico si trasferisce e viene incorporato dalle macchine.

Si afferma, nel decorso storico di espropriazione delle abilità dell’operaio a favore dei mezzi di produzione, una legge fondamentale della società borghese: la sussunzione reale del lavoro al capitale, condizione indispensabile alla dittatura del capitale sul lavoro, quindi al consolidamento della società capitalista, la quale si nutre del valore e del plusvalore ottenuto dallo sfruttamento del lavoro salariato. In tale relazione indissolubile tra capitale e forza lavoro, senza la quale tutto salterebbe per aria, il rivendicazionismo sindacale, che si ottengano miglioramenti o meno per i lavoratori, si configura inevitabilmente come un collante di quella stessa relazione. In altri termini, il sindacato esiste perché esiste il lavoro salariato e sopprimere il lavoro salariato equivarrebbe alla sua negazione.

Già Marx, a suo tempo, mise in guardia dai limiti del rivendicazionismo economico, sebbene comprendesse e sollecitasse le lotte della classe operaia a difesa della propria dignità e per il miglioramento della propria situazione: «Se la classe operaia cedesse per viltà nel suo conflitto quotidiano con il capitale, si priverebbe essa stessa della capacità di intraprendere un qualsiasi movimento più grande»[1].

Allo stesso tempo indicò i limiti della lotta economica in quanto la classe operaia: «non deve esagerare a se stessa il risultato finale di questa lotta quotidiana. Non deve dimenticare che essa lotta contro gli effetti, ma non contro le cause di questi effetti»[2].

Ma ancora di più intuì e anticipò, osservando il ruolo delle Trade Unions inglesi, quanto si paleserà in futuro: «Esse mancano, in generale, al loro scopo, perché si limitano a una guerriglia contro gli effetti del sistema esistente, invece di tendere allo stesso tempo alla sua trasformazione e di servirsi della loro forza organizzata come di una leva per la liberazione definitiva della classe operaia, cioè per l’abolizione definitiva del sistema del lavoro salariato»[3].

Acutamente Marx comprese già allora che i sindacati non sono utili allo scopo di abolire il lavoro salariato e quindi al superamento del capitalismo.

Quando Marx espresse questo giudizio sulla lotta economica e sul sindacato si era ancora in presenza di un capitalismo abbastanza giovane, che, seppure andava concentrandosi, manteneva ancora, in una certa misura, le peculiarità di una economia basata sulla libera concorrenza, con il prevalere sul territorio delle piccole e medie imprese.

L’ultimo decennio del diciannovesimo secolo e l’inizio del ventesimo, viceversa, vide l’affermarsi del grande capitale monopolistico, dei trusts e dei cartelli, ovvero il convergere di tanti capitali più piccoli per andare a formare gigantesche aggregazioni.

Le spinte alla concentrazione del capitale sono una risposta della classe borghese al maturare delle contraddizioni del sistema le quali sfociano puntualmente in crisi economiche sempre più estese e intense, cosicché la ricerca di extra-profitti diviene un’impellente necessità.

Nelle aree più avanzate del pianeta la concentrazione del capitale e lo sviluppo della grande industria diedero luogo, come continua ad accadere,  a enormi migrazioni dalle nazioni più povere e dalle campagne alle città. Conseguentemente l’espansione della classe operaia e la sua forza andarono ad assumere un ruolo sempre più centrale e importante.

I grandi cambiamenti in corso derivanti dall’industrializzazione posero all’ordine del giorno la questione sociale, infatti le disumane condizioni nelle fabbriche e il brutale sfruttamento andavano polarizzando lo scontro di classe tra borghesia e proletariato, conflitto destinato a radicalizzarsi negli anni successivi. La prima grande carneficina mondiale prodotta dallo scontro tra le grandi potenze, indice dello stadio imperialista che andava contrassegnando il capitale, con il corollario di elementi involutivi e parassitari presenti in economia e nella società, quali la crescente supremazia della finanza e della speculazione, il militarismo, ecc. posero all’ordine del giorno per i rivoluzionari la questione del potere e dell’abbattimento del capitalismo. Per i comunisti, la possibilità del superamento del capitalismo era posta dalle possenti spinte delle masse proletarie in fermento.

La Rivoluzione russa: una conferma

La Rivoluzione russa del 1917, i moto spartachisti del 1919 e gli avvenimenti del 1923 in Germania, il biennio rosso del 1919/20 in Italia, le lotte proletarie del 1925 in Cina, sono gli eventi grandiosi e tragici di una stagione di lotta di classe che segnò profondamente quel periodo ed ebbe ripercussioni importanti sul futuro del movimento operaio.

Un contesto tanto fitto di accadimenti e di insegnamenti per il movimento proletario internazionale richiedeva un’analisi accurata e un bilancio di quanto espresso dalle forze in campo. Tutte si rifacevano agli interessi del proletariato a parole, però nei fatti ci fu chi indirizzò i propri sforzi verso un progetto di liberazione dell’umanità dal giogo del capitale, mentre altri divennero, al contrario, strumenti della conservazione e affossatori della rivoluzione. Le risposte sono inequivocabili, ieri come oggi, il riformismo è sempre e comunque parte e baluardo del capitalismo. Analogamente è altrettanto vero che le avanguardie rivoluzionarie non possono che essere una minoranza nel corso normale degli eventi, sino a che le circostanze e il dispiegarsi della lotta di classe non daranno loro la possibilità di fare attecchire il programma comunista nelle coscienze dei proletari e contestualmente di assumere un ruolo guida nell’attacco al capitale.

In tutto questo quale è stato e continua a essere il ruolo del sindacato? Può essere cinghia di trasmissione tra il partito e la classe, come fermamente indicava Lenin ammonendo chi la pensava diversamente? A quel tempo, bisogna precisare, lo scontro sociale in Russia era così forte e la prospettiva rivoluzionaria all’ordine del giorno, che per Lenin i sindacati, anche i più reazionari, contenendo al proprio interno le masse proletarie non dovevano essere boicottati. Anzi, i rivoluzionari dovevano parteciparvi, fare circolare le idee comuniste, denunciare la corrotta dirigenza sindacale, in sostanza fare da collante tra il partito e la classe.

Tali urgenze del momento stanno alla base della posizione di Lenin e Trockij sulla possibilità del sindacato di essere cinghia di trasmissione del bolscevismo nella Rivoluzione russa. La realtà dei fatti dimostrò il contrario: i proletari fecero la rivoluzione costituendo i propri organi di potere, i Consigli, strumento politico e operativo per la trasformazione socialista della società, mentre i sindacati continuarono a essere un freno alle aspirazioni proletarie e un sostegno della controrivoluzione. I sindacati, contrariamente alle speranze di Lenin, furono sempre, nei fatti, cinghia di trasmissione del riformismo e della conservazione capitalista.

Rosa Luxemburg, in precedenza, aveva ben inquadrato il problema in polemica con il revisionista tedesco Bernstein il quale sopravvalutava la funzione del sindacato; la lotta economica sosteneva la Luxemburg: «non viene combattuta nel vuoto, ma nei limiti determinati dalla legge del salario, ch’essa non può spezzare ma semplicemente attuare»[4]. E ancora diversi anni dopo la grande rivoluzionaria scriveva: «Il sindacato gioca un indispensabile ruolo organico nel moderno sistema salariale. E’ solo attraverso il sindacato infatti che la forza-lavoro nella sua qualità di merce è posta in condizione di essere venduta al proprio valore. La legge mercantile capitalistica per quanto concerne la forza-lavoro non viene sospesa dall’azione dei sindacati… ma al contrario, è realizzabile soltanto attraverso di essi»[5]. Sostanzialmente viene ulteriormente evidenziato il ruolo di mediazione del sindacato all’interno dei rapporti di produzione capitalistici, negandone qualsiasi possibile utilizzo in senso rivoluzionario.

Imperialismo e capitale monopolistico

L’inizio del secolo scorso si è contraddistinto per l’emergere dei monopoli, per lo sviluppo delle grandi fabbriche tecnologiche che applicheranno i principi del taylorismo/fordismo, introducendo la catena di montaggio per la produzione di massa, dando luogo alle imponenti concentrazioni operaie. Questi fenomeni avrebbero caratterizzato il cammino successivo del capitalismo.

Tutto questo richiedeva l’inquadramento della forza lavoro nei meccanismi di programmazione economica. Il costo del lavoro, insieme agli altri costi d’impresa, doveva essere agganciato ai piani aziendali di lungo periodo. Rispetto al libero mercato ciò avrebbe dato la possibilità alle grandi imprese monopolistiche di ridurre i costi di produzione per unità di prodotto e di incidere nella formazione dei prezzi delle merci, quindi di incrementare i profitti. Contestualmente, la produzione di massa favoriva la stabilità della forza lavoro, salari crescenti, un efficace sistema di welfare.

In questo contesto il sindacato era destinato a svolgere nel corso del tempo un ruolo sempre più significativo ed essenziale come mediatore tra capitale e salariati. In cambio di condizioni di vita dignitose offerte ai lavoratori, esso doveva garantire al padronato, in qualità di sorvegliante della classe operaia, una bassa conflittualità che non oltrepassasse le regole del gioco stabilite dalla contrattualistica tra le “parti sociali”; in sostanza sia i sindacati che gli imprenditori erano interessati a che la lotta di classe si spegnesse, a favore di un rivendicazionismo economico compatibile con la dinamica capitalista.

Il salto qualitativo dei sindacati, sottoposti stabilmente al coinvolgimento e integrazione nei gangli portanti dello stato borghese, si realizzerà in tutti i paesi avanzati. L’Italia è un caso esemplare tra i paesi occidentali, perché vedeva al suo interno la presenza di un forte sindacato e di un grande partito comunista (anche se di comunista non aveva niente) legato all’Unione Sovietica, pertanto il fronte riformista si presentava agguerrito e influente sulla classe operaia.

Tale contesto favorì l’introduzione all’interno del proletariato di una visione socialdemocratica della società e del mondo del lavoro, agevolando il passaggio che portò successivamente all’istituzionalizzazione del sindacato nel corso del boom economico del secondo dopoguerra.

La ristrutturazione dell’apparato industriale nazionale nella seconda metà degli anni ‘50 diede luogo ad una fase espansiva senza precedenti. In questa fase un ruolo fondamentale lo svolse lo Stato in qualità di supervisore degli interessi capitalistici. In quegli anni l’industria pubblica, IRI ed ENI in particolare, e gli investimenti statali nei settori di base e nelle infrastrutture, funsero da volano all’industria privata. Ma nonostante la crescita dei profitti niente cambia per i lavoratori: «In questi anni aumenta lo sfruttamento, in fabbrica come nelle campagne, ma non migliorano le condizioni retributive né gli standard di vita dei lavoratori»[6]. Questo sta a significare che il padronato anche nei periodi di vacche grasse non ha nessuna intenzione di redistribuire le briciole.

L’economia in grande salute, il dirigismo statale e il governo riformista di centro-sinistra furono gli ingredienti che porteranno il sindacato a consolidare la propria funzione di garante della pace sociale e baluardo della conservazione borghese: «Il crescente coinvolgimento del sindacato nelle scelte governative, portano a rafforzare il sistema delle relazioni industriali; il dialogo tra governo e sindacati si traduce presto nella stipula dei contratti collettivi dei lavoratori dell’industria di Stato: nel ‘62 l’Intersind (l’organizzazione datoriale dell’industria pubblica) firma un accordo separato con FIOM, FIM e UILM, costringendo in seguito anche Confindustria ad accettare le richieste dei sindacati»[7]. Sebbene sino a quel momento il contesto fosse tanto favorevole per la competitività del capitale nazionale, poco andava a beneficio dei salari, la mano d’opera continuava a essere abbondante e a basso prezzo.

Il culmine delle tensioni accumulatesi negli anni trovarono nel ‘68 il momento di deflagrazione. L’autunno caldo dell’anno successivo fu teatro di lotte durissime e diffuse in tutta la società italiana. Quella stagione di intensa conflittualità permise ai lavoratori di ottenere miglioramenti significativi per quanto riguarda gli aspetti normativi e salariali, quali la riduzione dell’orario di lavoro, aumenti retributivi, una parziale equiparazione dei salari operai con quelli degli impiegati, la fine delle gabbie salariali, ecc.. Il punto più alto raggiunto dalle lotte operaie fu lo Statuto dei lavoratori, varato dal Parlamento nel maggio del 1970. Sicuramente un testo avanzato in merito ai diritti dei lavoratori, della agibilità sindacale nelle fabbriche, in materia di contrattazione e di garanzie contro i licenziamenti indiscriminati. Senza lottare, la classe operaia non avrebbe ottenuto niente, su questo non ci piove. Va precisato, però, che quelle furono circostanze particolari dovute al contesto di grande crescita economica e di ingenti profitti padronali. In fondo, i cervelli più lungimiranti della classe dominante si rendevano conto che avrebbero tratto giovamento dal miglioramento delle condizioni di vita del proletariato, sia in termini di stabilità sociale in quanto le tensioni sarebbero rientrate nell’ambito istituzionale, sia per quanto riguardava la crescita della domanda interna a tutto vantaggio, ancora una volta, dei profitti. Inoltre quel periodo storico era egemonizzato e diretto dalle forze riformiste che permise, date le favorevoli dinamiche del capitalismo, ai sindacati di diventare una componente fondamentale e riconosciuta dello Stato borghese, e al Pci di consolidare il proprio peso parlamentare ed elettorale. A questo risultato contribuirono, volenti o nolenti, le stesse forze extraparlamentari sorte in quel periodo, portatori di un riformismo radicale che nulla aveva a che vedere con il comunismo a cui dicevano di ispirarsi. Il fallimento dei gruppi gauchisti porterà molti militanti a riciclarsi nei nascenti sindacati di base, ennesima pianta infestante del sindacalismo.

Chi a sinistra vedeva aprirsi una nuova era di inarrestabile progresso ben presto avrebbe dovuto ricredersi, nella seconda metà degli anni ‘70 il vento cambia, l’economia esaurisce la sua straordinaria crescita e comincia l’offensiva padronale per recuperare quanto aveva dovuto concedere precedentemente. Il punto di svolta avverrà nell’ottobre del 1980 con la marcia dei quarantamila (o presunti tali secondo la propaganda borghese) quadri Fiat a sostegno dell’azienda contro l’occupazione della fabbrica. A scenario mutato, quando le lotte rifluiscono e l’inversione del ciclo economico cominciano a manifestare i primi segnali di crisi, anche l’azione del sindacato si adegua alla nuova congiuntura economica facendo digerire ai lavoratori le politiche dei sacrifici funzionali alle esigenze del capitale.

Le ristrutturazioni aziendali sanciscono la fine del vecchio modello produttivo: «Si assiste così alla crisi del sistema fordista fondato su welfare inclusivi, sulla piena occupazione, sui consumi di massa e sulla protezione sociale come elementi distintivi dell’espansione economica dei decenni precedenti»[8]. Si afferma il toyotismo, cioè la fabbrica snella e flessibile, la produzione su ordinazione. Questo comporta la riorganizzazione del lavoro e la nascita dei gruppi di lavoro. Strumento per rendere interdipendenti i lavoratori e legarli agli obiettivi dell’impresa.

La rivoluzione dei processi produttivi con l’utilizzo della microelettronica permette lo smantellamento della grande fabbrica e la divisione in unità produttive più piccole e decentrabili.  La forza lavoro si atomizza e viene precarizzata e utilizzata di volta in volta a seconda delle necessità del capitale: «Si delinea in Italia un duplice processo volto alla ristrutturazione della fabbrica, interessata a sua volta da un complessivo decentramento, e alla rottura del controllo salariale esercitato dai sindacati. E’ necessario per il padronato interrompere le dinamiche salariali, al fine di dare flessibilità alla forza lavoro, e si recupera un progressivo ruolo dello Stato, nel senso che esso si pone come strumento economico e amministrativo a sostegno del capitale… Lo Stato si presenta sempre più come amministratore e al tempo stesso garante dell’ordine pubblico, attraverso la promozione di interventi legislativi a favore delle industrie e del capitale, e il trasferimento di ingenti risorse finanziarie alle imprese»[9]. A quanto stava già facendo il sindacato contro il mondo del lavoro si aggiunge la dura determinazione dello Stato borghese.

Un capitalismo in affanno spinge ulteriormente tali processi nell’intento di rispondere alle sue contraddizioni e al calo dei profitti proseguendo, in una sorta di rivoluzione tecnologica permanente, nel rinnovamento dei mezzi di produzione e dei servizi utilizzando sempre più massicciamente la robotica e in prospettiva futura, ma già la vediamo in opera oggi, l’intelligenza artificiale. La stessa “mondializzazione” risponde alla implacabile logica del profitto permettendo al capitale di sfruttare al massimo grado e al prezzo minimo il proletariato in ogni angolo del pianeta. Tecnologia e mercato del lavoro unificato a livello mondiale non potranno che moltiplicare disoccupazione, disuguaglianze, e povertà. Questo è il capitalismo: mentre la produzione di merci cresce a dismisura, contemporaneamente si immiserisce l’esistenza della stragrande maggioranza della collettività.

I sindacati di base

Oggettivamente lo stato dell’economia capitalista nell’attuale fase storica rende complicata l’azione sindacale. Il padronato si è ripreso tutte le concessioni del passato con gli interessi, non ci sono margini per trattare miglioramenti salariali; al contrario CGIL CISL e UIL devono farsi carico dell’interesse nazionale mediando con la controparte i sacrifici da imporre al mondo del lavoro.

Nel corso del tempo alla completa integrazione dei sindacati ufficiali alle esigenze del capitale seguirà come risposta, soprattutto a partire dagli anni ottanta, la proliferazione di sindacati e sindacatini di base. Per la verità il fenomeno ha origini molto precedenti, già nel 1968 la sinistra radicale studentesca insieme ad alcuni intellettuali costituiranno i Comitati unitari di base (CUB), comitati radicaleggianti in contrapposizione agli apparati gerarchici sindacali istituzionali e propugnatori dell’azione diretta dei lavoratori fuori dalle gabbie sindacali. Qualche decennio dopo sempre dalle fila del sinistrismo in dissoluzione si ricicleranno i vari leaderini che spesso saranno a capo dei nuovi sindacati di base, spacciando le nuove micro organizzazioni da loro inventate per veri organismi della lotta di classe alternativi alle confederazioni.

Le vicende dei sindacati di base sono una cronologia infinita di scissioni e riaggregazioni derivanti dalle contrastate vicende dei gruppi politici del sinistrismo italiano. La loro presenza nelle diverse categorie lavorative, sia del pubblico impiego che del settore privato, ha percorso la stessa strada fallimentare dei sindacati ufficiali. Non c’è stato nessun contributo alla crescita di una coscienza comunista anche di una minima parte di lavoratori, come invece sostenevano i rappresentanti di quelle stesse organizzazioni politiche, i quali a parole teorizzavano che il loro obiettivo era di fare trascrescere le lotte dal piano economico a quello politico rivoluzionario. Il bilancio della loro azione dopo tanti anni di presenza sullo scenario sindacale italiano, malgrado abbiano avuto un certo seguito in determinati frangenti, non ha modificato sostanzialmente nulla nei rapporti di forza tra capitale e lavoro. La ristretta mentalità derivante dalla divisione del lavoro per settori e categorie che contraddistingue la società capitalista non è mutata minimamente, anzi, essa viene rafforzata dall’azione sindacale il cui orizzonte non va oltre i rapporti esistenti. È l’ennesima dimostrazione che l’anticapitalismo non è praticabile restando sul terreno del sindacalismo.

Non è sufficiente dare dei venduti ai sindacati ufficiali e urlare slogan contro governo e padroni per essere alternativi e non finire nel grande calderone del riformismo. Ne è una riprova l’accordo del gennaio 2014 sulla “rappresentanza unica dei lavoratori” firmato dai sindacati confederali e da Confindustria: «Tale accordo, siglato dopo altri che andavano nella stessa direzione, mira a limitare le possibilità d’esistenza di altri sindacati che non siano Cgil, Cisl e Uil, a meno di non sottoporsi a regole rigorose. Il principio è quello di dare il diritto di rappresentanza solo ai delegati appartenenti ai sindacati firmatari dei contratti collettivi nazionali di lavoro o degli accordi aziendali…, sindacati che, pertanto, accettano di sottoporsi all’accordo sulla rappresentanza unica. La minaccia è chiara: o un sindacato firma gli accordi imposti dagli altri (con il 50% più un voto), o si vede negare il diritto di essere rappresentato da propri delegati. Questo accordo confederale comporta, inoltre, che le trattative aziendali o categoriali debbano sottostare a procedure vincolanti per la soluzione dei conflitti del lavoro. Si tratta chiaramente di clausole antisciopero, poiché il sindacato, una volta firmato l’accordo, si servirà della sua influenza tra i lavoratori per impedire qualsiasi contestazione all’accordo stesso. La maggior parte dei sindacati di base ha ovviamente denunciato tale accordo, imposto dai sindacati confederali per tentare di eliminarli o almeno di sottometterli. Gran parte di essi, però, ha finito col sottoscriverlo, sostenendo che altrimenti non potrebbero che scomparire»[10].

Chi invece non ha accettato di firmare l’accordo, ha dovuto concertare con i padroni delle aziende in cui era presente misure del tutto simili. In cambio del riconoscimento di rappresentanza del personale è stata accettata la moderazione della conflittualità, la flessibilità d’orario, l’aumento della produttività ecc. Niente di nuovo sotto il sole, la logica sindacale porta in un vicolo cieco.

Alternative organizzative nel capitalismo ultra maturo

Nei paesi economicamente sviluppati la globalizzazione spinge i salari al ribasso facendo balenare lo spettro della miseria tipico delle aree arretrate della periferia del capitalismo. Infatti, assistiamo al continuo deprezzamento della forza lavoro sottopagata e precarizzata, venduta al di sotto del proprio valore non permettendo livelli minimi di sopravvivenza, situazione che colpisce soprattutto i giovani. Il contesto di crisi sociale  rende il sindacato impotente a operare per la salvaguardia dei bisogni essenziali dei lavoratori, mentre, al contrario, esso diviene un’indispensabile strumento a sostegno dell’economia nazionale dove al primo posto vengono le esigenze delle imprese. Il sindacato si trova in una situazione contraddittoria nel compito di mediare gli interessi contrapposti tra capitale e lavoro, da una parte deve cercare di evitare che la condizione del proletariato regredisca totalmente a causa degli attacchi feroci del capitale, dall’altra è costretto a sostenere la borghesia del proprio paese alle cui sorti è legato indissolubilmente, specialmente nell’attuale contesto durissimo di concorrenza tra i predoni imperialisti.

Oggi a ridosso di una nuova rivoluzione tecnologica, che vede l’intelligenza artificiale accelerare i processi di automazione ci si deve porre il problema di come si potrà ricomporre la classe, quale la strada da percorrere per una strategia anticapitalista adeguata ai tempi. La presenza sempre più ridotta delle grandi concentrazioni operaie e dei lavoratori stabilmente occupati, la diffusione sul territorio di un proletariato composito fatto di occupati, semi-occupati e disoccupati, costringe le avanguardie rivoluzionarie a ripensare, diversamente rispetto al passato, l’intervento nella classe. La dinamica di crisi del capitale chiude gli spazi a qualsiasi miglioramento della condizione dei salariati. Le lotte di autodifesa dei lavoratori potranno assumere un più elevato contenuto politico alla sola condizione che rompano con le compatibilità capitalistiche, cosa che non è nelle possibilità di qualsiasi sindacato, come abbiamo visto. A maggior ragione, ancora meno è possibile alle minuscole avanguardie rivoluzionarie, nell’epoca dell’imperialismo decadente, pensare di potere utilizzare i sindacati come cinghia di trasmissione.

Solamente grossi scossoni sociali a livello internazionale, con relativo rimescolamento delle carte in tavola, che rompano l’asfissiante oppressione borghese, potranno ridare ossigeno alla prospettiva comunista.

Le avanguardie rivoluzionarie devono operare travalicando i limiti del sindacalismo e della lotta economica prospettando strumenti organizzativi che possano politicamente far compiere il salto qualitativo alla ripresa della lotta di classe nella società e sui posti di lavoro. In altre parole bisogna indicare ai proletari la necessità del superamento del capitalismo, denunciando le illusorie ricette di chi pensa sia possibile recuperare il terreno perduto fermo restando i rapporti di produzione esistenti. La lotta economica è determinata dai continui attacchi del capitale, la possibile reazione di difesa è necessaria ma non sufficiente di per sé a fare maturare una coscienza che vada oltre i rapporti di produzione esistenti.

Oggi, i lavoratori sperimentano quanto sia difficile ottenere qualche briciola dal capitalismo in crisi; la sfiducia e la rassegnazione regnano sovrane. Se il vento cambiasse e il conflitto di classe riprendesse vigore nella società e sui posti di lavoro, compito dei comunisti non sarebbe certo indicare ai lavoratori di farsi imbrigliare all’interno dei sindacati, di qualsiasi natura essi siano. Sarebbe un grave e colpevole intervento di retroguardia se ciò avvenisse; al contrario i rivoluzionari dovrebbero operare sul piano politico per indirizzare da subito la classe contro la causa e non contro gli effetti della crescente miseria sociale: ovverosia il sistema capitalista. Porre al centro dell’attenzione la liberazione dell’individuo e della collettività in direzione di un comunismo depurato dalle scorie del passato richiede la presenza attiva del Partito rivoluzionario internazionale del proletariato. Crediamo, come asseriamo da tempo, sia sempre più necessario intervenire nella classe, col maturare delle condizioni e della lotta di classe, con strumenti politici e organizzativi che noi individuiamo nei “gruppi di fabbrica” e nei “gruppi territoriali” (o comunque si voglia chiamarli: poco importano i nomi, ciò che conta è la sostanza), in grado di svolgere effettivamente compiti di orientamento politico e pratico nella prospettiva del superamento dello stato di cose presente: «organismi emanazione diretta del partito, che operano nel mondo delle fabbriche e nel più ampio contesto urbano, il cui ruolo è quello di permettere al partito di radicarsi nella classe lavoratrice per fare avanzare la prospettiva del superamento dell’attuale modo di produzione»[11].

I dati della realtà confermano la necessità di utilizzare strumenti alternativi in grado di mettere in relazione dialettica il partito e la classe. La crisi sistemica del capitalismo non potrà che accrescere il malcontento e le piazze potrebbero tornare a riempirsi, ne abbiamo già avuto esempi nel recente passato. Ma oggi come ieri, senza la presenza delle avanguardie comuniste che facciano sentire la loro voce critica di denuncia radicale del sistema capitalista, tutto si spegnerà nel nulla. Le forze borghesi o piccolo borghesi, come è sempre successo, prenderanno il sopravvento senza una direzione politica che metta al centro dell’azione proletaria il perseguimento di una società senza sfruttamento e senza classi.                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                        

[1]               Karl Marx, Salario, prezzo e profitto in Id., Opere. Lotta politica e conquista del potere, Newton Compton Editori, Roma 1975, p. 659.

[2]               Ibidem.

[3]               Ibidem.

[4]               Rosa Luxemburg, Riforma sociale o rivoluzione?, in Id., Scritti scelti, Giulio Einaudi Editore, Torino 1975, p. 119.

[5]               Rosa Luxemburg, Introduzione all’economia politica, in Id., Scritti scelti, op. cit., p. 406.

[6]               Roberto Bruno, Breve storia del sindacato in Italia, Ediesse, Roma 2011, p. 152.

[7]               Ivi, p. 163.

[8]               Ivi p. 192.

[9]               Ivi p. 196.

[10]             URL:  http://www.linternazionale.it/spip.php?article827

[11]             Lorenzo Procopio, “Sindacato lotta economica e conflitto di classe nell’era del lavoro precario”, DMD’, n.6, gennaio 2013.