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La crisi è (in) finita. E dietro l’angolo è buio pesto

Creato: 11 Ottobre 2017 Ultima modifica: 11 Ottobre 2017
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 929

Al di là delle dichiarazioni ufficiali, è la condotta delle stesse banche centrali che racconta un’altra verità: la crisi non è finita, è in-finita ed è incistata nel modus operandi del capitalismo contemporaneo.  Un cancro metastatico che prima sarà estirpato e meglio sarà per tutti. Per il proletariato, per la società e il pianeta che ci ospita.

economia pestaDa un po’ di tempo non c’è giorno che passi senza che qualche agenzia a ciò preposta non diffonda dati secondo i quali la crisi è ormai alle spalle. In Italia, è bastato che prima l’Istat e poi l’Ocse rivedessero le loro precedenti previsioni sul pil atteso per il 2017 da 1,2 a 1,5 e per il 2018 da 1 a 1,2 per far dire al Presidente del Consiglio che ormai il peggio è passato e al suo predecessore che questo straordinario risultato è da ascrivere interamente all’azione riformatrice del suo governo e in particolar modo al Jobs Act.[1] Renzi non mente; solo che dovrebbe precisare che si tratta soprattutto di contratti di lavoro e non di posti di lavoro.

Infatti, come ha da poco reso noto l’Osservatorio sul precariato dell’Inps, delle 835 mila assunzioni in più registrate lo scorso luglio rispetto al 2016, poco meno del 60% sono contratti a tempo determinato e di apprendistato mentre quelli a chiamata sono passati dai 112 mila del 2016 ai 251 mila del 2017 (+ 124 per cento). Invece quelli a tempo determinato “a tutele crescenti” - il vanto del Jobs act - sono diminuiti del 4 per cento. E per lo più riguardano lavoratori che hanno superato i cinquanta anni di età, condannati dalla riforma Fornero a lavorare almeno fino 67 anni e dal 2019 fino a poco meno di 68 qualora non venga bloccato l’aggancio dell’età pensionabile all’incremento dell’aspettativa di vita.  Bisogna ammetterlo: solo il capitalismo poteva riuscire nell’impresa di capovolgere l’ordine naturale delle cose fino al punto da costringere i padri a lavorare per mantenere i figli e vederli invecchiare in attesa di un lavoro stabile che forse non troveranno mai.  In realtà, quegli 835 mila occupati in più dimostrano che a crescere è soltanto la precarietà. In questo senso, sì: il Jobs act ha funzionato egregiamente.

 Lo conferma in maniera inequivocabile il calo del monte ore effettivamente lavorate passate da 11,6 miliardi del 2008 a 10,9 miliardi del secondo trimestre del 2017( - 5,8 per cento) e  dei lavoratori autonomi scesi a 5,3 milioni, 900 mila in meno rispetto al 2004 e più di mezzo milione rispetto al 2008 .[2]

E a ben vedere anche il dato che dà il Pil in crescita più di quanto atteso non corrobora per nulla la tesi propinata a ogni piè sospinto dal governo e dai media a esso più vicini, secondo cui la crisi è ormai un brutto ricordo e che è solo questione di stabilizzare il dato acquisito. Una crescita dell’1,5 anziché dell’1,2 per cento dopo dieci anni di buio profondo è davvero poca cosa. Attribuirne, poi, il merito all’azione riformatrice del governo in carica e di quello precedente è roba da truffaldini, soprattutto se si occulta che a così poco si è giunti dopo anni di politica monetaria che solo con un eufemismo può essere definita espansiva, non avendo precedenti, per dimensioni e qualità, in tutta la storia del capitalismo moderno.

Infatti, dal 2008 a oggi i bilanci di tutte le maggiori banche centrali sono mediamente quadruplicati. Vale a dire che oggi circola su scala mondiale una massa monetaria almeno quattro volte maggiore di quella in circolazione dieci anni fa. Ma nonostante ciò nei paesi interessati il tasso di inflazione è rimasto al di sotto di quel 2 per cento che è ritenuto ottimale per il regolare svolgimento del processo economico.

Negli Usa, nonostante la Fed, acquistando ogni sorta di obbligazioni pubbliche e private, abbia immesso in circolazione qualcosa come 4.500 miliardi di dollari supplementari, il tasso d’inflazione è fermo all’1,7 per cento. Nell’area euro, a fronte di acquisti da parte della Bce per 3.300 miliardi di euro, è all’1,4 per cento. Lo stesso accade in Giappone nonostante il volume degli acquisti della Bank of Japan sia ormai pari a quella della Fed.

Se con tanto denaro in circolazione e a tassi prossimi allo zero, l’inflazione è inchiodata al di sotto del 2 per cento è evidente che l’attività produttiva stagna. Non si creano nuovi posti di lavoro (al massimo, come abbiamo appena visto, li si divide fra un numero maggiore di lavoratori), non crescono i salari e neppure la domanda aggregata di cui i salari sono una componente molto importante. Insomma, tutto quel denaro è servito a tutto tranne che a un significativo rilancio della cosiddetta economia reale.

 Fa  eccezione la Cina. Qui, infatti, secondo i dati ufficiali (sulla cui attendibilità, però, sussistono molti dubbi) nel secondo trimestre di quest’anno il pil è cresciuto del 6,9 per cento. Ma se si tiene conto dei tassi di crescita a due cifre del passato e che dal 2008 a oggi il deficit del bilancio pubblico è passato dal 150 al 280 per cento del Pil, non è poi questo gran risultato. 

Ma ammettere ciò comporterebbe anche l’ammissione che riforme come quella del mercato del lavoro e/o del sistema pensionistico e assistenziale non sono stati provvedimenti, benché  dolorosi (indimenticabile la sceneggiata della ministra Fornero in lacrime mentre li annunciava), necessari per il superamento della crisi, ma  unicamente funzionali  alla svalutazione della forza-lavoro e del salario diretto e indiretto a favore del profitto e della rendita finanziaria. Ecco, quindi, il mantra secondo cui: Tutto va bene madama la marchesa! Così tanto bene che guai a cambiare rotta, guai ad abbandonare la strada delle riforme, ossia dei tagli a salari, stipendi, pensioni e al welfare, senza rischiare di vanificare tutto quanto di buono è stato fatto sinora.

E con incredibile sfrontatezza si sostiene ciò, nonostante sia la stessa politica delle banche centrali a raccontare un’altra verità.

La Federal Reserve ha sì ridotto i suoi acquisti mensili di titoli di dieci miliardi di dollari (da 45 a35) e altrettanto ha annunciato di voler fare, a iniziare dalla prossima primavera, la Bce  passando dagli attuali 60 miliardi di euro mensili a 50. Ma è come voler prosciugare il mare con un secchiello. D’altra parte  non possono fare diversamente: è che solo una minima parte del mare di denaro messo in circolazione con il quantitative easing è confluito nelle attività più specificatamente produttive, mentre la maggior parte è stata impiegata per finanziare un’intensa attività speculativa come dimostra la considerevole e ingiustificata crescita dei listini di borsa.

 “ Negli Usa da mesi - ci informa Marco Bertorello – si fa riferimento ai potenziali rischi di nuove bolle, rilevando come i prezzi delle azioni delle imprese quotate in borsa siano spropositati rispetto ai loro profitti… Il premio Nobel Robert Shiller sostiene che il rapporto prezzi-profitti, che nella media storica dal 1881 è 15, nella media dei guadagni degli ultimi dieci anni si aggira a 29. Nel 2000 era stato di 43”.[3]  Meno del 2000, ma il doppio della media storica.

Listini di borsa alle stelle e profitti industriali scarsi, questa è la morsa in cui sono strette le banche centrali. Se per frenare la speculazione, sospendono gli acquisti e alzano i tassi di interesse rischiano di soffocare anche quel refolo che tiene in vita l’economia reale; ma se mantengono invariata l’attuale politica monetaria fortemente espansiva, rischiano di dover assistere ben presto all’esplosione di una nuova gigantesca bolla speculativa senza i mezzi per fronteggiarla avendo con il quantitative easing già esaurito l’armamentario a loro disposizione.

Da qui, come suggeriva Antonio Ferrer, il gran cancelliere della Milano di manzoniana memoria, al suo cocchiere, di muoversi fra la folla inferocita per la mancanza di pane: Adelante, Pedro, si puedes…. Pedro, adelante con juicio.

 Altro che fine della crisi. Qui siamo alla conferma che il modo di produzione capitalistico contemporaneo, proprio perché caratterizzato dalla prevalenza del capitale fittizio[4], ha incistato in sé la crisi permanente, il supersfruttamento della forza-lavoro e l’affamamento della maggior parte della popolazione di tutto il mondo. Un cancro metastatico che prima verrà estirpato e meglio sarà per tutti: per il proletariato, per l’intera società e per il pianeta che ci ospita.

[1] Per una critica del Jobs act vedi: Jobs Act: lavoratori all’asta, e per un salario sempre più basso - http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/lavorolottaclasse/348-jobsact

[2] Fonte: Fondazione Di Vittorio - Cgil

[3] M. Bertorello – L’economia reale assorbita dalle banche – il Manifesto del 9.9.2017

[4] Per ulteriori approfondimenti  su questa questione si consigliano le seguenti letture: Il dominio della Finanza http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/questionieconomiche/164-dominiofinanza e Sulla crisi dei subprime, rileggendo Marx -http://www.istitutoonoratodamen.it/joomla34/index.php/questionieconomiche/161-subprimemarx

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