Sei qui
L'Istituto è anche Social
FacebookTwitterGoogle Bookmarks

Introduzione a Capitale senza lavoro

Creato: 23 Aprile 2017 Ultima modifica: 23 Aprile 2017
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 259

Capitale senza lavoroQuando cominciarono a essere disponibili le prime applicazioni della microelettronica nei processi produttivi, la maggior parte degli analisti e degli economisti borghesi prevedeva che sarebbero stati creati tanti nuovi lavori e posti di lavoro da compensare ampiamente quelli che inevitabilmente si sarebbero perduti. A più di trent’anni di distanza tutti i rilevamenti statistici dicono invece che il saldo netto fra posti di lavoro perduti e creati è nettamente negativo. Un dato per tutti: tra il 2000, e il 2010, solo negli Stati Uniti, a causa delle nuove tecnologie, sono andati perduti circa dieci milioni di posti di lavoro. Così si rileva da uno studio della Ball University sugli incrementi della produttività registrati in questo decennio: “ Se i livelli di produttività del 2000 fossero applicati ai livelli di produttività del 2010, gli Usa avrebbero avuto bisogno di 21 milioni di lavoratori anziché dei 12 attuali”. [1] E non finita qui poiché bussa alle porte una nuova generazione di macchine che promettono un’ulteriore strage di lavori e di posti di lavoro di ogni tipo. “ Presto – ha dichiarato all’economista venezuelano Moise Naim, il responsabile di una famosa azienda tecnologica che ha voluto conservare l’anonimato- lanceremo sul mercato un robot in grado di svolgere molti dei compiti che ora vengono assegnati a persone con un livello di istruzione di scuola secondaria o inferiore. Solo il robot costerà 20.000 dollari. E non siamo gli unici: i nostri concorrenti, in varie parti del mondo, stanno lavorando su cose simili. Quando questi robot economici, affidabili ed efficienti si diffonderanno, non so proprio quali lavori si potrebbero offrire a chi non possiede abilità e competenze superiori a quelle che si imparano al liceo. Però penso che anche questa rivoluzione tecnologica sia inarrestabile. Non so quale sia la soluzione”. [2]

Non ha dubbi invece Andy Puzder, ex dirigente di una della più grandi catene di fast food americane e ora Segretario al lavoro degli Stati Uniti. Per lui i robot sono come la manna dal cielo: “ Sono gentili, sanno sempre cosa fare con i clienti, non vanno mai in ferie, non arrivano mai in ritardo al lavoro, non scivolano, non fanno causa se discriminati per età, sesso o razza”. [3] Peccato che fra le tante cose che i robot non fanno figuri anche quella cattiva abitudine, tutta umana, di mangiare e ancor peggio di frequentare i fast food.

A parte le idiozie di Andy Puzder, l’idea prevalente è che la soluzione consista nel separare il reddito dal lavoro, cioè nell’assicurare anche a chi non lavora un reddito minimo che gli consenta di sopravvivere. In Italia, per esempio, trova ormai un consenso molto ampio il reddito di cittadinanza, che è poi il cavallo di battaglia su cui il Movimento cinque stelle conta per vincere le prossime elezioni politiche. Fiutando l’aria che tira, recentemente vi si è accodato anche l’ex presidente del consiglio Renzi che ha proposto un non meglio precisato lavoro di cittadinanza. E non mancano neppure coloro che, ritenendo tali proposte finanziariamente insostenibili, si aggrappano- nonostante finora sia accaduto sempre il contrario - alla illusione che alla fine il dio della tecnica risolverà il problema creando un’infinità di nuovi posti di lavoro.

Infine c’è Bill Gates che per salvare capre e cavoli ha proposto di applicare sull’impiego dei robot le imposte che ora sono a carico dei lavoratori. A tutti sfugge, però, un piccolo particolare e cioè che i robot sono macchine e in quanto tali, diversamente dai lavoratori in carne e ossa, possono cedere alla merce che contribuiscono a produrre nel corso della loro vita solo il loro valore e neppure una briciola in più. Che vuol dire che il loro impiego generalizzato comporterà, con o senza reddito di cittadinanza o lavoro di cittadinanza e imposte sui robot, necessariamente anche una significativa contrazione del plusvalore che viene globalmente estorto alla forza-lavoro, che è poi ciò di cui si sostanzia il capitale.

La questione vera, quindi, è se la robotizzazione sia compatibile con il modo di produzione capitalistico o se non ne contrassegni il suo limite storico. Può esserci il capitale senza il lavoro come immagina il segretario al lavoro americano Andy Puzder e a quali condizioni se già oggi a fronte di qualche centinaio di plurimiliardarii si conta qualche miliardo di essere umani privi di alcun reddito?

Nell’articolo Capitale senza lavoro, apparso per la prima volta nel 1984[4] quando la microelettronica era ai suoi albori e si pronosticava come imminente la nascita di un mondo migliore - muovendo dalle contraddizioni implicite nell’uso capitalistico delle macchine, così come colte e descritte da Marx nel Primo libro del Capitale - si giungeva a conclusioni di segno completamente opposto. Lo ripubblichiamo perché ci sembra che quelle conclusioni valgano oggi più di allora e costituiscano una straordinaria conferma della critica marxista dell’economia politica.

[1] F. Bianchi – Trump piange in cinese – L’Espresso del 4.12.2016

[2] Moises Naim – Lavoro, chi ha paura delle nuove tecnologie – La repubblica del 6.6. 2016

[3] Citazione tratta da: Alan Friedman – Questa non è l’America – New Compton Editori – pag. 224

[4] Prometeo n 8/1984

Chi è online

Abbiamo 32 visitatori e nessun utente online