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Capitale senza lavoro

Creato: 23 Aprile 2017 Ultima modifica: 23 Aprile 2017
Scritto da Giorgio Paolucci Visite: 770

Il fenomeno più vistoso attivato dalla introduzione della microelettronica nei processi produttivi è, senza dubbio, la caduta, in termini assoluti, dell'impiego di forza lavoro.

Attualmente, negli Stati Uniti, i settori dell'industria e dell'agricoltura, insieme, assorbono il 22% della forza-lavoro disponibile. In Europa, mediamente, i due settori ne occupano il 30%. Per la fine degli anni ottanta, con l'ulteriore generalizzazione delle nuove tecnologie, si prevede che, tanto in Europa che in Giappone e negli Stati Uniti, i due settori, insieme, non occuperanno più del 15 per cento della forza-lavoro disponibile (1).

La previsione, probabilmente, è ottimistica poiché non sconta le ulteriori innovazioni che potranno prodursi nella stessa microelettronica. Negli ultimi anni, ad ogni buon conto, il fenomeno è stato così massiccio che lo si può agevolmente quantificare in poche cifre. Il rapporto di utilizzazione della forza-lavoro, a parità di produzione, laddove sono state introdotte le nuove tecnologie, si è ridotto da 20 a 1. È accaduto per le centrali del Proteo Ut 10/3 della Italtel; per l'industria tessile, per quella automobilistica e per tante altre ancora. Se con la trasferta rigida, per una produzione 100, occorrevano 20 operai, con la trasferta flessibile, cioè con le macchine a controllo numerico, ne occorre uno soltanto.

Negli ultimi 15 anni, negli Stati Uniti, su 19 milioni di posti di lavoro creati, solo 5 su cento sono per operai (2). Ma anche molte delle mansioni non operaie che hanno reso possibile la creazione di quei 19 milioni di posti di lavoro, in questi ultimi anni, stanno per essere affidate interamente alle macchine. L'informatica sta facendo strage di posti di lavoro oltre che nelle attività più direttamente produttive anche nel cosiddetto terziario. Nel settore dei trasporti è emblematico il piano di ristrutturazione elaborato dalle F.S. L'Azienda dei Trasporti di Stato conta infatti, con l'introduzione del “C.T.C.” (Controllo Traffico Centralizzato), di ridurre gli addetti, nel solo settore degli impianti fissi, di ben 55.000 unità. A ristrutturazione compiuta un solo operatore potrà controllare, mediamente, il traffico che si svolgerà su 100 km di linea.

Fiat, Benetton ed altre grandi imprese hanno avviato, di recente, una ristrutturazione delle loro attività commerciali e dei servizi, passata del tutto inosservata, le cui conseguenze non tarderanno a farsi sentire poiché viene interamente rivoluzionata tutta la gestione delle relazioni fabbrica-mercato con la soppressione di gran parte delle figure professionali propriamente ritenute del terziario, cioè del settore che avrebbe dovuto riassorbire i flussi di manodopera in uscita dalla produzione diretta. Ma al di là delle vicende che interessano quest'ultimo settore, un dato è certo: con le attuali tecnologie, nel volgere di qualche decennio, il lavoro umano è destinato a svolgere un ruolo sempre più marginale e c'è già chi avanza l'ipotesi che, almeno nelle fabbriche, le uniche facce che sarà dato di vedere saranno quelle dei turisti in visita ai templi della moderna era tecnologica. Dal Giappone giunge la notizia che già oggi è operante una fabbrica completamente automatizzata che non occupa cioè alcun dipendente. Di fronte ad un fenomeno così vasto e, per certi versi, sconvolgente vi è chi si rifugia nel più totale rifiuto della nuova realtà e chi non cessa di magnificarla neppure quando dorme. Chi non ha sentito dire che, ormai, siamo nell'epoca “postindustriale”? Che parole come: classe operaia, sfruttamento, lotta di classe sono reperti archeologici buoni per gli ultimi quattro vetero-marxisti rimasti in circolazione?

È talmente diffusa l'idea che la soppressione della classe operaia sia ormai questione di ore che vi è una vera e propria corsa fra sindacalisti, uomini politici ed intellettuali borghesi ad accaparrarsi un posto al sole fra le cosiddette “nuove professioni” e i “nuovi ceti emergenti”.

Capitale costante, capitale variabile e plusvalore

Marx, nell'esaminare la composizione organica del capitale, coglie ed introduce una fondamentale distinzione fra capitale che produce plusvalore e capitale che trasferisce alle merci la parte del suo valore consumato nella produzione, ma che non genera plusvalore. Ci riferiamo alla distinzione fra capitale variabile e capitale costante. La distinzione sottolinea che mentre il capitalista è normalmente portato a considerare l'intero capitale anticipato come produttore di plusvalore, in realtà questo, scomponendosi nei diversi fattori produttivi, si scompone anche in due parti di cui una soltanto genera plusvalore mentre l'altra non aggiunge alle merci prodotte alcunché oltre il proprio valore. Il capitale costante, ovvero i macchinari, le materie prime e tutto quanto non è lavoro vivo, cede alla merce che con il suo impiego viene prodotta, soltanto la quota di valore consumato nel processo produttivo.

Se una macchina costa L. 1.000 e la sua durata media è di 10 anni, in 10 cicli di produzione cederà tutto il suo valore, che sarà pari a L. 100 per ogni ciclo. Il capitalista, in particolari condizioni di mercato, potrà anche ottenere, nel rivendere la merce prodotta, per quelle 100 lire 100 + X, ma X non potrà mai considerarsi, dal punto di vista del capitale totale, plusvalore, in quanto viene compensato dal -X che registrerà chi ha pagato di più qualcosa che sul mercato costa L. 100. Non fosse altro che per la legge della domanda e dell'offerta, il prezzo pagato per l'acquisizione del fattore produttivo non può mutare solo perché quel fattore si è trasformato in un'altra merce. Se questa condizione si verificasse, essa non potrebbe durare a lungo: è evidente che avremmo, in quel particolare settore, un saggio del profitto più elevato che altrove e quindi, dopo breve tempo, lo spostamento, nel settore a più alta remunerazione, di altri capitali che, concorrendo alla produzione di quote aggiuntive di merci della stessa specie, ne farebbero aumentare la quantità offerta e diminuire il prezzo fino al riassorbimento delle condizioni di vantaggio. Vantaggio che, comunque, è sottrazione di plusvalore da altri settori e non sua produzione “ex novo”.

Un attrezzo, una macchina, l'edificio di una fabbrica, un recipiente ecc. servono nel processo lavorativo proprio nella stessa forma che avevano ieri. Essi conservano la loro forma indispensabile di fronte al prodotto così durante la loro vita, che è il processo lavorativo, come anche dopo la loro morte. I cadaveri delle macchine, degli attrezzi, degli edifici da lavoro ecc. continuano ad esistere separati dai prodotti che avevano contribuito a produrre. Ora, se consideriamo l'intero periodo durante il quale un mezzo di lavoro del genere presta servizio, dal giorno del suo ingresso nell'officina fino al giorno del suo esilio nel deposito dei rifiuti, durante questo periodo il suo valore d'uso è stato consumato completamente dal lavoro, quindi il suo valore di scambio è trapassato completamente al prodotto. Per esempio, se una filatrice meccanica è vissuta dieci anni, il suo valore complessivo è trapassato durante il decennale processo lavorativo nel prodotto del decennio [...]. Si sa, per esperienza, quanto resiste in media un mezzo di lavoro, per es. una macchina d'un certo tipo. Posto che il suo valore d'uso nel processo lavorativo duri soltanto sei giorni, essa perde in media un sesto del suo valore d'uso ogni giornata lavorativa, e quindi cede un sesto del suo valore al prodotto giornaliero. A questo modo si calcola il logoramento di tutti i mezzi di lavoro, quindi la loro perdita, per es. giornaliera, di valore d'uso e la loro corrispondente cessione di valore al prodotto. 
Così è chiaro e lampante che un mezzo di lavoro non cede mai al prodotto più valore di quanto ne perda nel processo lavorativo attraverso la distruzione del proprio valore d'uso. Se non avesse valore da perdere, cioè se non fosse anche esso prodotto del lavoro umano, non cederebbe nessun valore al prodotto. Sarebbe servito a formare valore d'uso, senza servire a formare valore di scambio; questo, dunque, è il caso di tutti i mezzi di produzione dati in natura, senza intervento umano: terra, vento, acqua, ferro nel filone, legname nella foresta vergine ecc
” (3)

Fino ad oggi, per quanto numerosi siano stati gli sforzi compiuti dagli economisti di invalidare la tesi di Marx sopra esposta, essa resta intatta nella sua validità avendo trovato nel successivo sviluppo storico del capitalismo più d'una splendida conferma. Il monopolio e la concentrazione dei mezzi di produzione che lo sottendono, l'imperialismo ed il suo progressivo sviluppo, come forme di appropriazione parassitaria di plusvalore, non casualmente si generano in concomitanza di uno sviluppo tecnologico che, modificando la composizione organica del capitale a vantaggio della sua parte costante, ha reso fatto vivente la tendenza alla progressiva riduzione della capacità di estorsione del plusvalore da parte del capitale.

D'altra parte anche le teorie più moderne quali quella sraffiana, intanto riescono a mostrare lavoro vivo e capitale costante come entrambi produttori di plusvalore, in quanto li assumono nella loro manifestazione successiva alla produzione, nel loro essere già trasformati in merce. Ma il fatto che il salario si trasformi in pane, vestiti, scarpe ecc. così come in vestiti, pane e scarpe si trasformi il capitale, non significa che la forza-lavoro impiegata nei processi produttivi si sia scambiata con il capitale negli stessi rapporti di scambio con cui si scambiano le merci fra loro. Bisognerebbe dimostrare che l'operaio ha ricevuto in cambio del lavoro ceduto esattamente l'equivalente delle merci che ha contribuito a produrre e non semplicemente un salario pari a un tot di merci. Solo in questo caso, cioè nel caso in cui l'operaio non dovesse cedere gratuitamente neppure un secondo del suo tempo di lavoro, il plusvalore non sarebbe figlio dello sfruttamento. E questo non solo per il singolo operaio, ma per tutti gli operai che concorrono alla produzione delle merci in ogni angolo della terra.

Non è dicendo che siamo tutti uomini, che gli uomini diventano tutti bianchi o tutti neri; né, a maggior ragione, chiamando ogni cosa merce che il capitalista diventa operaio e l'operaio capitalista. Una macchina e un operaio restano distinti, talmente distinti che il capitalista ricorre alla prima solo perché costrettovi ed il suo principale obiettivo resta sempre un operaio a cui dare un salario X e da cui ottenere una quantità di lavoro X + n. Un operaio mite, comprensivo, instancabile, flessibile, programmabile non conoscerebbe mai l'onta del licenziamento. Ah! improvvida natura che non vi hai atteso!

La compensazione del saggio del profitto

Se il capitalista investendo 100 si ritrova 150 ciò le si deve unicamente al fatto che pagando salari per 50 ha ottenuto una quantità di lavoro pari a 100. Indicando con C il capitale costante e V il capitale variabile (totale dei salari pagati), si ha pv (plusvalore) alla sola condizione che V esprima una quantità di salario effettivamente pagato, inferiore alla quantità di lavoro, misurata in tempo di lavoro, effettivamente ceduta dall'operaio; pv sarà dunque solo e sempre pari alla differenza espressa nell'equivalente in merci fra V ed il tempo di lavoro effettivo erogato dall'operaio.

Se esaminiamo con attenzione le relazioni che intercorrono fra C, V e pv, la prima cosa che balza agli occhi è che: per V uguale a zero anche pv sarà uguale a zero. Ma per tutte quelle altre combinazioni di C + V per le quali, pur aumentando C in maniera inversamente proporzionale a V, si riesca ad ottenere un incremento di prodotto in misura almeno pari alla diminuzione di V, il capitalista sarà riuscito a trasformare in merci una quantità maggiore di C + V pur anticipando una stessa o una diminuita quantità di salari.

Ciò si spiega con il fatto che il capitalista può aumentare: o la durata della giornata lavorativa, fermo restando il salario, o incrementando quello che Marx chiama “il grado di condensazione della forza-lavoro” cioè la capacità, per mezzo della introduzione di nuove tecnologie, di ottenere da uno stesso numero di operai, nell'arco di una giornata lavorativa della medesima durata, una quantità di prodotto maggiore.

Nell'ultimo secolo è stata proprio questa la strada battuta dal capitale per compensare gli effetti della diminuzione costante della forza-lavoro nei processi produttivi. E a ben guardare anche in questi tempi di conclamata tendenza all'abolizione del lavoro operaio non mancano i tentativi di introdurre leggi nuove che consentano di aggirare gli ostacoli che si frappongono al prolungamento della giornata lavorativa mediante l'intensificazione del grado di condensazione della forza-lavoro impiegata.

Ne sono un esempio l'introduzione del part-time, i contratti di solidarietà, la costituzione dell'Agenzia Nazionale del Lavoro, ovvero tutte quelle forme di impiego altamente flessibili che consentono una forte riduzione dei tempi improduttivi inevitabilmente presenti nell'arco di una giornata lavorativa media.

Si tratta di forme di impiego che hanno come presupposto l'enorme semplificazione delle mansioni provocata dalla microelettronica, fortemente alienanti e a ritmi elevatissimi che non possono essere sostenuti per otto ore di seguito. Il part-time consente, invece, di avere forze sempre fresche: due operai impiegati quattro ore ciascuno, renderanno, senza dubbio, di più di un operaio impiegato per otto ore; se poi, com'è nel caso del part-time, due costano esattamente quanto costa uno, l'affare per il capitalista è doppio.

Nell'ipotesi prima formulata, si è posto l'accento su rapporti di modificazione della composizione organica del capitale in cui C e V si muovano in modo tale che V decresca col crescere di C o resti costante. In realtà il processo, storicamente, ha assunto un altro andamento nel senso che pur modificandosi il rapporto di impiego di C e V a favore di C anche V è cresciuto.

Non si è quasi mai dato, cioè, che ad un incremento di C, ad esempio del 100%, non sia corrisposto anche un incremento di V, seppure in una percentuale di gran lunga inferiore al 100%.

Nella realtà è dunque accaduto che a fronte di una diminuzione relativa di V, rispetto a C, si è prodotta una crescita assoluta di V per cui con lo sviluppo del capitale costante si è avuta anche una crescita del plusvalore totale prodotto dal sistema.

Questo meccanismo di crescita è risultato, fino ad oggi, fondamentale per l'attenuazione della contraddizione implicita nel processo di modificazione della composizione organica del capitale, che spinge verso una riduzione della capacità di estorsione di plusvalore.

Esso ha consentito, ai paesi capitalistici più avanzati, da una parte di usufruire di tecnologie che aumentavano il campo di raccolta del plusvalore, sia mediante l'incremento della produttività del lavoro che con l'incremento del numero complessivo di lavoratori impiegati e dall'altra, facendo diminuire i costi di produzione, ha reso le merci prodotte nei paesi più avanzati sempre più competitive di quelle prodotte altrove e con tecnologie meno sviluppate. Con ciò è intervenuta una doppia compensazione alla tendenza alla diminuzione del saggio di profitto conseguente alla diminuzione dell'impiego di V.

Questa seconda compensazione, ottenuta mediante l'incremento della competitività e che potremmo chiamare “esterna” rispetto ai centri ed ai settori maggiormente interessati alle ristrutturazioni via via avutesi, è stata forse quella che ha maggiormente caratterizzato il modo di essere del moderno capitalismo.

Per effetto dei processi di compensazione, l'espulsione di forza-lavoro dai processi produttivi si è manifestata con fenomeni che apparentemente contraddicevano la tesi secondo la quale col diminuire dell'impiego di forza-lavoro nella produzione inevitabilmente sarebbe diminuito anche il plusvalore. La compensazione che abbiamo chiamata esterna, è avvenuta, infatti, per tutto un periodo storico, in modo così automatico che la contraddizione fondamentale ne è risultata fortemente affievolita e la linea di tendenza alla riduzione del saggio medio del profitto è apparsa addirittura capovolta.

Per quanto il plusvalore sia la linfa del capitale, i capitalisti, nel loro operare, ne tengono scarsamente conto essendo per loro più importante la sua cristallizzazione in profitto.

Conclusosi il processo di trasformazione del capitale iniziale D (D = C + V) in Merce, il capitalista, pur avendo già realizzato il suo plusvalore, non può ancora ritenere concluso il ciclo per il quale D si trasforma in D'. Il ciclo sarà concluso soltanto quando le merci saranno vendute e si presenteranno sotto forma di D'. Le merci, dunque, dovranno essere rivendute ad un prezzo che includa il capitale iniziale D più il plusvalore estorto (4).

Supposto, ad esempio, un capitale D pari a 100, suddiviso in 80C e 20V, dato un saggio del plusvalore del 100%, il prezzo di produzione complessivo (marxisticamente inteso) delle merci prodotte dovrebbe essere pari a: 80C + 20V + 20pv = 120.

Ma, così facendo, mentre le merci sarebbero vendute al loro effettivo valore, avremmo l'assurdo che capitali di uguale grandezza, ma di diversa composizione organica sarebbero diversamente remunerati. Supposto, ad esempio, un capitale di grandezza 100, ma suddiviso in 70C e 30V, impiegato alle medesime condizioni del precedente, questo darebbe un plusvalore pari a 30 ed il prezzo delle merci complessivamente prodotte dovrebbe essere pari a 130 (70C + 30V + 30pv).

Se così fosse il sistema non potrebbe mai essere in equilibrio e neppure svilupparsi. Perché il sistema possa funzionare è necessario che capitali di uguale grandezza diano un'eguale remunerazione anche se con composizione organica diversa.

Il capitalista, in realtà, non si danna l'anima per scoprire a quanto ammonta il plusvalore effettivamente estorto nel ciclo di produzione comandato dal suo capitale. Egli non aggiungerà al suo capitale D = 100 il plusvalore effettivamente estorto, ma il saggio medio del profitto esistente in quel dato momento sul mercato. Supposto quest'ultimo pari al 25% i due capitali che abbiamo considerato si trasformeranno in capitale D' pari a 125 indipendentemente dal fatto che abbiano effettivamente realizzato un plusvalore di grandezza corrispondente (5).

Qui constatiamo che in realtà il sistema può essere compreso soltanto se lo si guarda nella sua complessità. Infatti, perché capitali di eguale grandezza, ma di diversa composizione organica, possano essere remunerati nella stessa misura è necessario che le merci vengano vendute a prezzi diversi dai loro effettivi valori. D'altra parte, anche se il capitalista che impiega, come nel nostro esempio, un capitale 70C + 30V, volesse vendere le sue merci a 130, non potrebbe poiché sul mercato è disponibile la stessa merce ad un prezzo di 120. Egli dovrebbe necessariamente vendere a 120, cioè ad un prezzo inferiore il valore effettivo delle sue merci.

In questi termini, però, la compensazione fra i due capitali difficilmente può aver luogo in quanto il capitalista meno competitivo sarebbe destinato a scomparire per lasciare il posto solo a coloro che sono in grado di produrre merci a prezzi inferiori. In regime di libera concorrenza, merci uguali non possono non avere prezzi uguali.

Se però, anziché confrontare due merci uguali, ne confrontiamo due di tipo diverso, cioè non diretta-mente in concorrenza fra loro, la compensazione non solo è possibile, ma può anche durare a lungo.

Le merci, anche se di diversa natura, restano comunque, tramite il sistema dei prezzi, in relazione fra loro, pertanto ogni diminuzione o aumento di prezzo che si manifesta sul mercato trascina con sé i prezzi di tutte le altre merci.

Recentemente l'Istat ha provato a seguire l'indice del costo della vita, seguendo le sole variazioni di prezzo delle uova e alla fine l'indice calcolato su questa base ha coinciso perfettamente con quello calcolato sulla base del famoso paniere sindacale.

Data quindi una diminuzione di prezzo di una merce, questa si trasferirà a tutte le altre.

Le merci che contengono più plusvalore ne trasferiranno una quota a quelle che ne contengono meno senza che i rispettivi capitalisti se ne possano rendere conto. Una merce il cui valore effettivo è 130 sarà venduta a 125 come quella il cui valore effettivo è 120. Entrambi i capitalisti realizzano un saggio medio del profitto del 25% e mantengono senza difficoltà le rispettive posizioni di mercato.

Come si può constatare, in questo modo, il capitalista che modifica la composizione organica del capitale a favore di C, non si accorge della conseguente riduzione di plusvalore, anzi poiché le sue merci costeranno meno di quelle prodotte con i vecchi sistemi, egli potrà allargare le sue vendite ed incrementare così i profitti.

Il limite di questo meccanismo di compensazione è rappresentato dal fatto che comunque le quote di plusvalore perdute in un settore devono essere prodotte in un altro settore. Se l'innovazione tecnologica che ha consentito la modificazione della composizione di un settore si estende a tutti i settori è evidente che anziché la compensazione si avrà la diminuzione del saggio medio del profitto. Ma, generalmente. l'introduzione di nuove tecnologie non modifica soltanto la composizione organica del capitale dei settori esistenti: essa ha quasi sempre rappresentato la modificazione dell'esistente e la nascita di nuovi settori con il duplice effetto di allargare la massa del plusvalore complessivo e di espandere il mercato, offrendo così al processo di accumulazione capitalistica, costantemente, spazi per attivare i processi di compensazione della tendenza alla diminuzione del saggio del plusvalore e quindi del profitto. Per questa ragione, gli effetti della diminuzione hanno potuto manifestarsi in modo indiretto tanto da essere spesso del tutto inintelligibili.

L'effetto più macroscopico, poi, ha dato addirittura la sensazione di essere il vero antidoto alla legge evidenziata da Marx. Ci riferiamo al capitalismo di tipo monopolistico figlio della concentrazione dei mezzi di produzione.

Il monopolio

Negli schemi fin qui esaminati abbiamo supposto un processo di formazione dei prezzi in cui questi ultimi venivano dati dal mercato in relazione ad un saggio medio del profitto. Abbiamo, cioè, supposto che intervenendo una modificazione nella composizione organica del capitale questo mantenesse immutata la sua grandezza e perciò anche il suo modo di essere sul mercato. Si tratta però di un'astrazione teorica al fine di evidenziare, allo stato - diciamo così - puro i fenomeni, ma l'effettivo corso storico dello sviluppo capitalistico ha seguito ben altra strada: ha visto costantemente accrescersi le dimensioni dell'impresa e le sue capacità di controllo del mercato, tanto che ormai il processo di formazione dei prezzi è interamente, e su scala mondiale, sotto il controllo di pochi centri di potere e con esso anche il processo di formazione del saggio del profitto, tanto che quest'ultimo può risultare differente nei diversi settori produttivi.

Negli esempi fatti si rileva con facilità che laddove un'impresa si ritrova nelle condizioni di produrre una stessa merce a prezzi più bassi, essa si pone immediatamente nelle condizioni di comandare un'area più grande di mercato. È vero che verso quel settore affluiranno altri capitali che faranno aumentare le quantità offerte e quindi diminuire i prezzi, ma ciò solo in un teorico regime di libera concorrenza. In realtà, ad introdurre le nuove tecnologie saranno capitali sempre più grandi e, quindi, capaci di far soccombere quelli più piccoli. La diminuzione del numero di capitali operanti in un dato settore porta, inevitabilmente, le imprese rimaste ad assorbire i vuoti, così che la loro produzione, e quindi la loro offerta di merci, diventi sempre più grande, fino al punto da diventare una quota talmente rilevante dell'offerta complessiva da risultare determinante.

il regime di libera concorrenza poggia sul presupposto che, tanto dal lato della domanda che da quello dell'offerta, le quantità di merci domandate o offerte, dai singoli soggetti economici, siano tali da risultare ininfluenti sui prezzi. Ma laddove un soggetto economico muove quantità tali, come è nel caso delle moderne imprese monopolistiche, da costituire tutto o quasi tutto il mercato della merce considerata, è evidente che questo soggetto può esercitare sul mercato un vero e proprio dominio.

La diminuzione relativa di V trova qui una nuova possibilità di compensazione che è data dalla differenza tra il prezzo che si avrebbe in un ipotetico regime di libera concorrenza e quello effettivamente imposto.

Non dovendo temere, almeno fino ad un certo punto, la concorrenza di altri capitali, il monopolista è nella condizione di realizzare una vera e propria rendita di posizione. La grandezza di questa rendita, però, pur essendo funzione di parametri in gran parte sotto il diretto controllo dell'impresa, non è infinita e, quel che pù conta, perché possa essere compiutamente realizzata, implica, accanto al centro monopolistico, un'area di estorsione di plusvalore ancora più diffusa che in regime di libera concorrenza.

Al di là del fatto che anche qui, oltre certi prezzi e certe grandezze della rendita, si rendono disponibili capitali di grandezza e potenza tali da poter entrare in concorrenza con quelli già operanti nel settore, esistono importanti fattori limitativi della grandezza della rendita.

Supponendo un'impresa che abbia completamente eliminato V e chiamando Rm la rendita, il prezzo della merce che per semplicità continuiamo, a chiamare di produzione, dovrà essere pari a C più Rm. Ed Rm dovrà contenere oltre all'ipotetico saggio medio del profitto, un surplus.

Come si può vedere, dall'esterno non deve giungere solo la differenza tra il saggio del profitto dell'impresa considerata e quello medio, ma l'intera remunerazione. La possibilità di sopravvivenza di questa impresa è, pertanto, legata interamente alla sua capacità di imporre sul mercato uno scambio ineguale delle sue merci con tutte le altre.

D'altra parte, questa capacità non le proviene per investitura divina, ma per il fatto che la quantità di merce offerta è tale da incidere sul processo di formazione del prezzo, ovvero l'impresa è vincolata a una dimensione per la quale risulti in grado di produrre grandi quantità di merci.

La merce prodotta in una simile impresa, sarà sicuramente più competitiva di altre prodotte con tecnologie meno avanzate e più ricche di plusvalore, ma presenterà una struttura di costi di produzione del tutto particolare.

Essendo C la componente unica di una simile merce, la curva del costo di produzione coinciderà perfettamente con la curva dei costi fissi e cioè sarà tale che il costo per unità prodotta risulterà decrescente con il crescere delle quantità prodotte. Infatti, non essendovi oltre i costi per le materie prime, altri costi che possono modificarsi in ragione direttamente proporzionale con le quantità prodotte, l'incidenza dei costi per unità prodotta sarà rigidamente decrescente solo con l'incremento delle quantità prodotte e l'incidenza ottimale si avrà solo sfruttando al massimo il potenziale produttivo.

La massimizzazione della rendita sarà dunque realizzata soltanto per certe quantità e per certi prezzi. Anzi, vi sarà un solo prezzo ed una sola quantità che garantiranno la massima rendita.

Se chiamiamo P questo prezzo ci accorgiamo che: per prezzi superiori a P avremo una diminuzione della domanda per il fatto che a questo prezzo non tutti i precedenti consumatori saranno in grado di acquistare la merce offerta. Per prezzi inferiori, aumenta la domanda, ma diminuisce la rendita per unità prodotta, diminuzione che può essere compensata aumentando le quantità offerte, ma solo fino al punto di minima incidenza dei costi, oltre il quale, presumibilmente, l'impresa dovrà aumentare le sue dimensioni e, quindi, modificare la sua curva dei costi.

Per V uguale a zero, come conseguenza dell'introduzione di tecnologie avanzatissime nei processi produttivi, di fatto l'unica variabile è il prezzo, mentre per combinazioni produttive che includono forza-lavoro la gamma delle variabili si arricchisce di tutta la serie di variabili possibili in relazione alle possibili modificazioni dei prezzi della forza-lavoro e di quelle delle modificazioni della composizione organica del capitale. Ne consegue che, per V uguale a zero, dovendosi l'intero plusvalore realizzarsi nella fase della distribuzione, è necessario un mercato differenziato in cui solo un numero ristretto di imprese possono avere una composizione organica con un contenuto V nullo. Nello stesso tempo, costituendo l'offerta di questa impresa quote significative del mercato, è necessario un tessuto diffuso di industrializzazione tradizionale che impieghi quantità di forza-lavoro tali da consentire, attraverso lo scambio con le altre merci, la realizzazione della massima rendita.

Se tutto il tessuto produttivo presentasse una composizione in cui il lavoro vivo fosse assente, anche nella fase della distribuzione lo scambio sarebbe fra merci ad esclusivo contenuto di C, sarebbe cioè uno scambio fra capitali costanti e quindi necessariamente fra equivalenti. Ma lo scambio fra equivalenti non dà plusvalore.

Quando si parla di capitale senza lavoro, in realtà si pensa solo ed esclusivamente alle cittadelle del capitale monopolistico e alla perpetuazione del loro dominio su tutto il mondo circostante. Non si parla di un sistema che abbia abolito la schiavitù, ma di uno dove la schiavitù è stata spinta ai limiti di ogni possibile immaginazione.

L'attuale apparente successo dell'automazione non prefigura il definitivo, impossibile successo del capitale sul lavoro, ma esprime una fase del tutto particolare in cui le imprese e i sistemi più avanzati hanno potuto, grazie alle nuove tecniche, attuare, fra tutte le diverse combinazioni alla loro portata, le più razionali, dove il vertiginoso aumento della produttività del lavoro, insieme ad una drastica riduzione dei salari ed una razionalizzazione di tutti i fattori produttivi e gestionali, hanno consentito la formazione di una nuova curva dei costi.

A partire dagli anni settanta, quando la crisi ha fatto sentire i suoi primi morsi, ed in coincidenza con la scoperta, nell'elettronica, di una componentistica poco costosa ed altamente innovativa, i paesi più avanzati e, al loro interno, le imprese maggiori, hanno avviato un forsennato processo di ristrutturazione alla ricerca di nuovi punti di equilibrio che consentissero un recupero dei profitti. Il risultato è stato contraddittorio: da una parte, la curva dei costi ha toccato nuovi minimi di incidenza e dall'altra, l'espulsione di forza-lavoro dai processi produttivi ha determinato un'ulteriore contrazione della domanda.

Grazie all'elevata, produttività delle nuove tecnologie, ne è scaturito un punto di equilibrio in cui la massimizzazione della rendita la si è ottenuta per quantità minori. Quantità minori, cioè, sono state vendute ai prezzi precedenti nonostante la riduzione dei costi unitari.

Ad esempio, negli Stati Uniti, alla fine del 1979, le industrie automobilistiche avevano prodotto 9 milioni di autovetture con perdite complessive di oltre 4 miliardi di dollari. Nel 1983 sono state prodotte complessivamente 6 milioni e 900 mila autovetture che hanno dato alle sole Ford, General Motors e Crysler profitti per oltre 6 miliardi e mezzo di dollari.

I dati appena citati accomunano il settore automobilistico mondiale a tutti i settori dell'industria americana ed europea e sono, perciò, indicativi di una tendenza generale (6).

Alla fine del 1983, però, le capacità produttive dell'intero settore automobilistico, su scala mondiale, erano sottoutilizzate per circa 4 milioni e 700 mila autovetture. L'intero apparato produttivo americano, nonostante la ripresa dei 1983, è risultato sottoutilizzato di oltre il 20% rispetto alle sue capacità potenziali.

Certo, la corsa alla ristrutturazione continua e probabilmente in questo, come negli altri settori, esistono ancora spazi per un'ulteriore riduzione dei costi che possa consentire la massimizzazione della rendita per quantità di merci maggiori delle attuali, ma resta il fatto che si è ai perfezionamenti e nulla più, perché la forza-lavoro è già stata ridotta ai minimi indispensabili. Oltre questi perfezionamenti, date le attuali conoscenze, c'è poco da spremere. La fase che viviamo ora è quella dell'espansione delle nuove tecnologie in tutti i settori.

C'è, quindi, da ritenere che nei prossimi anni la sottoutilizzazione delle capacità produttive tenderà ad aumentare in coincidenza con il formarsi di una nuova curva generale dei costi giunta ai suoi massimi di rigidità in conseguenza della massiccia e generalizzata espulsione di forza-lavoro.

Intanto stiamo assistendo, proprio in conseguenza del fatto che la sottoutilizzazione degli impianti rende difficoltoso il processo di massimizzazione della rendita, ad un vertiginoso processo di appropriazione di plusvalore sulla base della più aspra violenza economica.

Crescita dell'appropriazione parassitaria

All'interno delle metropoli capitalistiche, l'attacco ai salari è quantificato in un dato estremamente significativo anche se viene continuamente sbandierato come il segnale più attendibile di una nuova stagione dell'oro. Negli Stati Uniti, l'unico paese dove si è registrata una certa ripresa, sono stati assunti, nel 1983, 5 milioni di lavoratori, ma il loro salario medio è del 40% più basso dei livelli salariali medi precedenti. Si tratta di un progressivo impoverimento della società che va estendendosi a tutti i paesi industrializzati ad esclusivo beneficio della rendita monopolistica e dei profitti. Su scala internazionale i dati disponibili mostrano, addirittura, un processo di vera e propria spoliazione dei paesi più poveri.

Come abbiamo visto, il prezzo per il quale la rendita viene massimizzata non può essere, per certe quantità offerte, né inferiore né superiore a P ma questo vale solo se si considera un mercato omogeneo. La realtà mostra, invece, un mercato mondiale differenziato dove P può mutare sia nel tempo che nello spazio. Un aumento del prezzo del pane, in Italia, negli anni cinquanta, avrebbe prodotto effetti diversi da quelli che si avrebbero oggi. Probabilmente, allora la domanda di pane non sarebbe diminuita in ragione direttamente proporzionale all'aumento del prezzo, come potrebbe accadere oggi che sono disponibili sul mercato beni alternativi e che, data l'attuale struttura dei consumi, il pane non riveste più l'importanza di trent'anni fa. Altresì la Ford, in Europa, non potrà mai fissare, per le sue autovetture, un prezzo superiore a quello medio delle industrie automobilistiche indigene, ma ne potrà fissare uno sicuramente più alto in Guatemala o in Cile dove non esistono concorrenti e l'alternativa all'automobile è l'andare a piedi.

Per molti paesi, come sottolineava qualche tempo fa il New York Times, “import or die”: l'alternativa alle importazioni è la morte.

Si tratta di paesi con apparati produttivi scarsamente diversificati e pertanto soggetti a doversi necessariamente rivolgere al mercato internazionale. In cambio offrono le loro materie prime, della cui produzione, salvo rare eccezioni, non detengono però il monopolio mondiale. Si forma così, per le merci che quei paesi cedono, un prezzo di libera concorrenza e, per quelle che importano, uno di monopolio e molto elevato.

La divaricazione fra i due prezzi mette in moto una migrazione di plusvalore dalle aree più povere verso quelle più ricche che, mentre consente alle seconde l'assorbimento degli effetti della espulsione della forza-lavoro dai processi produttivi, determina, nelle prime, condizioni di vita sub-umane.

Secondo dati forniti dalla Banca Mondiale, dal 1977 al 1983 i rapporti di scambio tra i paesi africani e quelli industrializzati sono peggiorati a danno dei primi del 50%.

Sulla base di simili rapporti di scambio si inserisce inoltre un meccanismo speculativo di tipo finanziario. I paesi importatori, non riuscendo, con le loro sole risorse, a fronteggiare gli impegni con l'estero sono costretti a contrarre debiti in valuta pregiata, cioè in dollari, se rientrano nell'orbita statunitense ed in rubli, se rientrano in quella sovietica.

Per riscuotere un'altra tangente, a questo punto, i paesi più forti, che controllano i mercati finanziari, non hanno da fare altro che aumentare i tassi di interesse.

“I paesi latino-americani -- ci informa l'amministratore delegato della Olivetti, C. De Benedetti -- per pagare gli interessi stanno disinvestendo e trasferiscono risorse reali ai paesi industrializzati. Questa situazione è divenuta non più sopportabile in conseguenza del rafforzamento del dollaro e del rialzo dei tassi USA. Ogni punto in più nei tassi significa per i paesi in via di sviluppo 4 miliardi di dollari all'anno: gli ultimi aumenti del prime rate USA significano un miliardo in più di servizio del debito all'anno sia per il Brasile che per il Messico.” (7)

Pur essendo ancora ben lontani dalla mitica scomparsa della classe operaia, anche solo nei paesi industrializzati, assistiamo a fenomeni che mostrano chiaramente quanto sia indissolubile il legame che vincola il capitale allo sfruttamento del lavoro vivo. Senza questa massiccia appropriazione di tipo parassitario, il capitalismo starebbe vivendo una crisi ancora più profonda e lacerante di quella attuale.

Diminuisce l'impiego di forza-lavoro, ma si fa più intenso lo sfruttamento del lavoro stesso. Diminuiscono le possibilità di massimizzare la rendita vendendo a quantità ottimali e si scatena un rastrellamento delle ricchezze su scala planetaria che ha ormai ridotto alla fame totale milioni e milioni di uomini.

Il fatto è che il robot che sostituisce l'operaio, come qualunque macchina, non può che cedere solo il suo valore, non può trasferire nelle merci che concorre a produrre nulla di più di quanto è costato. L'introduzione generalizzata dei robots non potrà, quindi, che accentuare l'intensificazione dello sfruttamento della residua manodopera impiegata ed il tracollo dei paesi più poveri. Ma tanto lo sfruttamento interno che quello esterno alle metropoli industrializzate, non potranno mai bastare per far fronte ad una composizione organica media del capitale in cui V risulti pari o prossimo allo zero.

Un sistema produttivo siffatto, anche se diffuso nelle sole cittadelle industrializzate, potrebbe sopravvivere soltanto in presenza di aree molto ampie ove poter imporre prezzi di monopolio per i quali sia possibile la compensazione della diminuzione progressiva del plusvalore come conseguenza della totale espulsione della forza-lavoro dai processi produttivi. E poiché la scomparsa di lavoro salariato, nelle aree più avanzate, significherebbe anche una progressiva diminuzione della domanda di beni, i prezzi esterni dovrebbero consentire la realizzazione di una rendita capace di remunerare grandi capitali offerenti quantità di merci via via decrescenti e quindi con costi unitari crescenti.

Dovrebbe, cioè, svilupparsi un tessuto industriale, su scala mondiale, ad alto contenuto di V che è esattamente l'opposto di quanto, invece, si sta verificando. Escluse alcune ristrette aree dove sono state dislocate attività industriali peraltro mature, l'appropriazione violenta da parte dei paesi avanzati, delle scarse ricchezze dei paesi poveri, sta dando luogo a vistosi processi di deindustrializzazione che interessano anche aree come quella europea. I capitali, ovunque, sono attratti dagli alti rendimenti finanziari più che dagli incerti e bassi saggi di profitto industriali.

La contraddizione che sta emergendo a livello planetario si riassume nel fatto che quanto più le tecnologie dell'elettronica si espandono, tanto più il sistema ha bisogno di aree con composizione organica media ad alto contenuto di V, che però si restringono perché i rapporti di scambio per i quali sono soddisfatte le esigenze del grande capitale monopolistico risultano insopportabili per economie che sono, e debbono essere, poco sviluppate.

Le nuove professioni

“Pare che entro quindici anni nasceranno 12.000 nuove professioni, un migliaio già identificate, le rimanenti in mente tecnologica”.

Così G. Bocca

Romano Prodi, presidente dell'IRI, in un recente convegno tenutosi ad Asti, alla precisa domanda di un giovane studente, circa le reali possibilità di trovare un impiego una volta conclusi gli studi, ha risposto:

Ognuno sarà datore di lavoro di se stesso”.

Alvin Toffler, invece, immagina una società in cui ognuno coltiva sul balcone quanto gli serve. “A lungo termine si dovrà accettare il fatto che non tutti possono avere un 'posto', se con questo intendiamo un lavoro formale, pagato, produttivo nell'economia dello scambio. Alla fine saremo costretti ad esplorare il prosuming [neologismo derivato dalla fusione dei termini produzione e consumo - ndr] i modi con cui molte persone producono per se stesse invece che per vendere o per scambiare. Ci sono dei modi in cui potremmo radicalmente aumentare la produttività del prosuming formando dei nuovi strumenti, materiali, sostegno sociale e politico per i prosumers, insieme a qualche forma di contributo monetario. Una politica così attualmente può sembrare utopistica ma sarà ben presto di attualità.” (8)

Più realistico Franco Modigliani. L'economista, che fino a ieri riduceva tutto a qualche punto di scala mobile, suggerisce: “Siamo in un periodo di transizione furibonda e l'ansia di non perdere la corsa è dominante. Ma prima o poi, questo è certo, la funzione politica dovrà riprendere il controllo del processo produttivo e scientifico. Non dico che dovremo arrivare a un Gosplan universale, ma le grandi indicazioni strategiche, le grandi mediazioni dovremo pur farle”. (9)

In sostanza, la convinzione più diffusa è che basterà sistemare in qualche modo i disoccupati perché tutto possa tornare come e meglio di prima. Non ci saranno più disoccupati ma produttori in proprio di servizi e beni. Non ci saranno più operai, ma ci saranno le nuove professioni: la società del terziario.

Intanto, come già accennavamo all'inizio, ancor più della produzione industriale in senso stretto, è proprio l'area dei servizi o del terziario quella maggiormente interessata alle modificazioni introdotte dalle nuove tecnologie. Quante sono, per esempio, le vecchie professioni del terziario scomparse a fronte delle nuove già identificate?

Senza sforzo, ne potremmo elencare centinaia. Basta metter piede in una banca per rendersi conto della fine miserabile del vecchio ragioniere; e in uno studio di progettazione edile o industriale per quella di ingegneri, geometri e architetti; in un moderno supermercato per magazzinieri e commessi.

Penne e registri sopravvivono soltanto negli uffici pubblici e neppure in tutti. Ovunque, al posto di decine e decine di impiegati, si trovano macchine che chiunque sappia leggere e conosca i numeri da 0 a 9 è in grado di usare.

Nessun ragioniere riuscirebbe mai a compiere in un giorno tutte le operazioni che compie un computer in qualche minuto, così come nessun ingegnere riuscirebbe ad eseguire con la stessa precisione e tempestività i calcoli necessari per la costruzione di un palazzo.

Questa è la nuova realtà, né potrebbe essere diversamente perché l'informatica che si fermasse ai cancelli delle fabbriche sarebbe un puro non-sense. A che servirebbe una macchina come quella a controllo numerico se non fosse assistita da un circuito capace di fornire tutte le informazioni necessarie per sfruttare la sua flessibilità? E questo circuito non può che poggiare su tecnologie altrettanto moderne come quelle alla base della macchina a controllo numerico.

L'espansione del terziario è intimamente legata a quella industriale. Non nascono posti da ragioniere se non si sviluppa l'industria e con essa l'attività commerciale. Pertanto, se l'industria si modifica, si deve necessariamente modificare anche il commercio e in generale tutte quelle attività connesse alla circolazione delle merci.

Il trend che ha visto il terziario in espansione è legato ad un certo tipo di industria e non viceversa: il nuovo trend, anche per questo settore, non potrà essere che calante, almeno rispetto all'utilizzo del lavoro dell'uomo.

Ma al di là di queste considerazioni, la questione è mal posta. Da quanto abbiamo detto, emerge che il vero problema non è dato tanto dal fatto che ci sia un numero crescente di disoccupati, quanto dal fatto che diminuendo l'impiego di forza-lavoro nei processi produttivi, diminuisce la capacità complessiva del sistema di estorcere plusvalore. Anche supponendo che le 12.000 professioni “in mente tecnologica” possano assorbire tutti gli attuali disoccupati, il problema che si va ponendo al sistema risulterebbe attenuato ma insoluto. Queste professioni, affinché si abbia una soluzione, dovrebbero consentire un processo di circolazione delle merci nel quale siano possibili una produzione e una migrazione di plusvalore dal terziario a quello più propriamente industriale. Ma come fa un settore che non produce, per definizione, merci a cedere plusvalore? A meno che non ci si voglia riferire ai cinque schiaccia-bottoni che ogni fabbrica dovrà pur mantenere, per terziario si deve intendere appunto quell'insieme di attività legate alla circolazione e non alla produzione delle merci e, pertanto, ad attività che entrano nella suddivisione del plusvalore e non nella sua produzione. Se un sistema produce, senza l'impiego di forza-lavoro, certe quantità di beni che incorporano un valore X, può avere fuori dalle fabbriche milioni di poeti, di pubblicitari, di ragionieri, di facitori di pubblica opinione (per citare una nuova professione), di psicologi, di “imprenditori di se stessi”, senza per questo riuscire a trasformare quelle quantità e i loro valori, in quantità e valori maggiori. E il problema del capitale non è quello di far circolare merci perché prendano aria, ma di farle circolare affinché il processo D-M-D' si concluda in modo che l'iniziale capitale D ritorni al mittente come D', cioè accresciuto. Ora tu puoi essere dio in terra, ma non farai diventare mai un quintale di caramelle due, solo perché le porti a spasso per il mondo o ne fai la pubblicità. Il capitale D che ha prodotto quel quintale di caramelle, se non ha incorporato di già quel di più, potrà diventare D' solo se si scambia con qualcosa di altrettanto concreto che lo contenga.

Il lavoro salariato impiegato nella circolazione contribuisce alla formazione del profitto dei capitali impiegati in questa fase, ma non coopera in alcun modo alla formazione delle quote di plusvalore che i capitali si suddividono. Il lavoro non retribuito di cui il capitale si appropria in questa fase cioè, non incrementa il valore del quintale di caramelle di prima, ma fa aumentare o diminuire, a seconda dell'intensità dello sfruttamento del lavoro, la quota parte spettante a quel capitale per il fatto che contribuisce alla trasformazione del capitale-merce in D'.

La FIAT che produce un certo numero di automobili, per venderle dovrà sostenere altre spese ed impiegare altra forza-lavoro. L'impiego di questa forza-lavoro supplementare non fa aumentare il numero delle autovetture prodotte e quindi il plusvalore in esse incorporato, ma serve solo per realizzare il plusvalore già estratto con la produzione. Lo sfruttamento di tale forza lavoro fa quindi solo diminuire le spese necessarie per la trasformazione di quelle autovetture e del plusvalore in esse incorporato in D'.

È chiaro che se nella vendita delle autovetture interviene un altro capitale, la forza-lavoro impiegata contribuirà alla formazione del saggio del profitto di questo capitale, ma non per questo il plusvalore complessivo si sarà accresciuto.

Qualora il capitalista industriale, che è il commerciante di se stesso, in aggiunta al capitale addizionale che gli serve per acquistare nuove merci prima che il suo prodotto che si trova in circolazione venga trasformato in denaro, avesse anticipato ancora del capitale (spese di ufficio e salari per lavoratori commerciali) per la realizzazione del valore del suo capitale-merce, quindi per il processo di circolazione, tali spese avrebbero costituito, è vero, del capitale addizionale, ma non avrebbero prodotto del plusvalore. Esse devono essere sostituite con il valore delle merci, perché una parte di valore di queste merci deve riconvertirsi in queste spese di circolazione; ma con ciò non viene ancora creato del plusvalore addizionale.      
Per quanto riguarda il capitale complessivo sociale ciò significa in realtà che una parte di questo capitale viene richiesta per operazioni secondarie che non entrano nel processo di valorizzazione, e che questa parte del capitale sociale deve di continuo essere riprodotta a tal fine. Per il capitalista individuale e per tutta la classe dei capitalisti industriali ne risulta una diminuzione di profitto, che si verifica ad ogni aggiunta di capitale addizionale, nella misura in cui questo è richiesto per mettere in movimento la medesima massa di capitale variabile.
 
Il fatto che tali spese addizionali connesse con l'attività stessa della circolazione vengano ora sostenute dal commerciante invece che dal capitalista industriale, non toglie che questa diminuzione del saggio del profitto abbia ugualmente luogo, soltanto in altro modo ed in grado minore. Le cose si presentano ora così: il commerciante anticipa più capitale di quanto sarebbe necessario se queste spese non esistessero; il profitto su questo capitale addizionale accresce la somma del profitto mercantile, con la conseguenza che il capitale commerciale entra in proporzione maggiore nella perequazione del saggio medio del profitto, unitamente al capitale industriale, e quindi il saggio medio del profitto diminuisce.” (10)

Nella circolazione può esserci solo migrazione di plusvalore da una merce a un'altra, da un capitale a un'altro, ma mai sua formazione ex-novo.

Un'eventuale quanto improbabile espansione di attività che non siano direttamente connesse alla produzione di plusvalore, non muterebbe il quadro delle contraddizioni proprie del capitalismo che, sotto la spinta delle nuove tecnologie, stanno esplodendo con conseguenze così drammatiche come la fame e la disoccupazione generalizzata per milioni di uomini.

Capitale e lavoro salariato sono legati dialetticamente fra loro: perché sopravviva uno è necessario che viva anche l'altro e viceversa. Non sono termini opposti che possono scindersi l'uno indipendentemente dall'altro, ma contraddittori nel senso che non può esserci accumulazione capitalistica senza sfruttamento del lavoro vivo e la soppressione dell'uno implica quella dell'altro. Il fatto che l'appropriazione parassitaria, tipica del capitalismo monopolistico, consenta ai paesi più avanzati di ridurre fino ad annullare l'impiego di forza-lavoro nei processi produttivi delle cittadelle industrializzate, non significa che tale annullamento possa generalizzarsi, ma, al contrario, che ad esso deve corrispondere un incremento della produzione di plusvalore e dello sfruttamento su scala planetaria.

Significa che ogni lavoratore di qualunque settore ed in ogni angolo della terra dovrà subire uno sfruttamento sempre più intenso e razionale perché neppure una briciola della sua energia lavorativa vada perduta.

Soltanto chi ha legato la propria esistenza ed ogni cellula del proprio cervello all'esistenza del capitale può vedere una società che va verso chissà quali nuove frontiere. Se l'uso delle nuove tecnologie rimarrà appannaggio del capitale il proletariato e le stratificazioni sociali che attorno ad esso ruotano hanno, in realtà, di fronte un'epoca in cui agli splendori della tecnica può corrispondere solo il più brutale asservimento.

Le nuove tecnologie possono, invece, imprimere una svolta alla storia dell'uomo solo nell'ambito di una loro utilizzazione sganciata dalla logica dell'accumulazione capitalistica e rigorosamente vincolata a un piano in cui siano i bisogni reali dell'umanità ad assurgere a destinatari della produzione. Allora sì che si potrà parlare di soppressione del proletariato, ma solo perché si sarà soppresso il capitale.

 

Da Prometeo n° 8 serie IV – Settembre 1984

(1) A riguardo, i dati esistenti sono molto controversi, quelli qui riportati sono di fonte I.R.I.

(2) La Repubblica, 18/5/1984.

(3) K. Marx: Il Capitale, Libro I, cap. 6; Ed. Einaudi, pgg. 246-247.

(4) Qui e in seguito, si prescinde dalla ripartizione del plusvalore in profitto, interesse e rendita, per cui plusvalore e profitto spesso coincideranno.

(5) Sulla questione confrontare Prometeo n. 5, IV serie: Saggio del profitto e prezzo di produzione.

(6) Vedi Battaglia Comunista n. 6 e 7, 1984, Crisi o ripresa?.

(7) C. De Benedetti: Una mina vagante fa tremare Wall Street, La Repubblica del 30/6/1984.

(8) Alvin Toffler: È così che si lavora. P.M. n. 13, 1983.

(9) La Repubblica, 18/5/1984.

(10) K. Marx: Il Capitale, Libro III, sez. IV, cap. 17; Ed. Einaudi, pgg. 407-408.

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