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La disoccupazione crescente: un problema senza soluzione

Creato: 11 Settembre 2013 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 4029
Dalla  rivista  D-M-D' n °7
La macchina a vapore, impiegata in sostituzione degli operai, distruggeva sì posti di lavoro, ma nella misura in cui favoriva la crescita della produttività sociale del lavoro, la riduzione della giornata lavorativa e la nascita di nuovi settori produttivi, ne creava di più di quanti ne andava distruggendo. Le nuove tecnologie, invece, cancellano posti di lavoro senza crearne di nuovi e senza che nascano nuovi settori produttivi. L’epoca in cui al progresso tecnico-scientifico ha corrisposto quasi sempre anche quello sociale e civile si è chiusa per sempre.

Per anni gli economisti e i giuslavoristi borghesi si sono dannati l’anima per dimostrare che la causa della costante crescita della disoccupazione, in particolare di quella giovanile, fosse da ricercarsi nelle rigidità del mercato del lavoro ritenuto troppo sbilanciato a favore dei lavoratori occupati e della difesa dei loro salari e nel sistema pensionistico troppo generoso perché, destinando eccessive risorse ai pensionati, le sottraeva agli investimenti, alla crescita dell’economia e quindi anche alla creazione di nuovi posti di lavoro.

Muovendo da questo presupposto o, meglio, da questo pregiudizio, sono stati sradicati tutti i pilastri su cui si reggeva il mercato del lavoro così come era andato configurandosi nella cosiddetta fase fordista. E’ stato svuotato di ogni contenuto il contratto collettivo di lavoro nazionale e pluriennale e nel contempo è stata incentivata la contrattazione a livello locale, aziendale e/o individuale. E’ stata introdotta una pletora di oltre 50 forme contrattuali che consentono alle imprese di assumere e licenziare i lavoratori in qualunque momento. Con i nuovi regimi e sistemi di calcolo pensionistici, la pensione è stata, di fatto, abolita per le nuove generazioni e, per le altre, nei casi più fortunati, ridotta a meno della metà dell’ultimo salario e/o stipendio, mentre la durata della vita lavorativa è stata prolungata fino a che… morte non sopravvenga.

In Italia, per esempio, con l’ultima riforma della ministra Fornero, la gran parte dei lavoratori non potrà andare in pensione prima di aver compiuto 70/71 anni di età.  Il tutto in coerenza con un trend che dura da almeno trent’anni e il cui esito è stato il crescente impoverimento dei salariati.

In tutti paesi dell’Ocse – scrive il sociologo Luciano Gallino: “ Nel periodo 1976- 2006 la quota salari, cioè l’incidenza sul Pil dei redditi da lavoro (ivi compreso il reddito da lavoro autonomo, il quale viene calcolato come se gli autonomi ricevessero la stessa paga dei salariati), si è abbassata di molto. Facendo riferimento ai 15 paesi più ricchi dell’Ocse, detta quota è calata in media di 10 punti, passando dal 68 al 58% del Pil. In Italia il calo ha toccato i 15 punti, precipitando al 53%.” E per sgombrare il campo circa la destinazione di quanto perduto dai salari, l’autore precisa: “ Si è talora sostenuto che questo enorme calo della quota dei salari sia dovuto ad un incremento dell’imposizione fiscale e più in generale dei cosiddetti prelievi o contribuiti obbligatori. Un esame delle voci che compongono il Pil dice che non è affatto così: la maggior parte di quei punti sottratti alle classi lavoratrici, e in buona parte alle classi medie, è andata alle rendite e ai profitti”.[1]

Stando a questi dati, se la tesi degli economisti e dei giuslavoristi che ha ispirato e giustificato questo feroce attacco alle condizioni di vita ed economiche dei lavoratori fosse stata vera, oggi dovremmo avere la piena occupazione, invece non c’è più un solo paese, ivi compresi quelli cosiddetti emergenti, in cui la disoccupazione crescente non venga riconosciuto come il maggiore problema economico e sociale del nostro tempo. Per esempio negli Usa - secondo una ricerca degli economisti Eric Brynjolfsson e Anfrew MacAfee del Mit di Boston, citata dal giornalista Maurizio Ricci che si occupa dei problemi del lavoro per il quotidiano La repubblica: “ Nei primi dieci anni di questo secolo, l’economia americana non ha aggiunto neanche un posto di lavoro in più al numero già esistente: era successo solo dopo il 1929”. E dopo la recessione del 2007/2008 “ la ripresa dell’occupazione non è mai stata, nella storia recente dell’economia americana, così lenta”… (benché - ndr) già nel 2010, gli investimenti delle aziende in macchinari erano tornati al livello quasi pre crisi.”[2] Né le cose vanno meglio oggi: nonostante il Pil statunitense sia, fra tutti paesi Ocse, l’unico che pare stia dando qualche segnale di ripresa, ” La riduzione della disoccupazione è spiegata da un aumento dei lavoratori scoraggiati che escono dal mercato del lavoro.  Il rapporto tra occupati e popolazione è infatti fermo da 5 anni.”[3]

E la disoccupazione giovanile, il fenomeno che le riforme dei sistemi pensionistici e del mercato del lavoro avrebbero dovuto quanto meno limitare, è ormai divenuta endemica in gran parte del mondo, con qualche rallentamento nella fasi di congiuntura più favorevole ma costantemente in crescita. In Italia, stando agli ultimi rilevamenti dell’Istat, a fronte di un tasso di disoccupazione che nello scorso aprile ha toccato il 12% ( livello record dal 1977), quella giovanile, fra i giovani compresi nella fascia d’età che va dai 15 ai 24 anni, ha raggiunto il 41,9 per cento, che sale al 51, 9 nel sud e al 52,8 fra le donne. Né le cose vanno diversamente nell’intera area Ue. Qui, come rileva l’ultimo bollettino mensile della Bce, nello scorso aprile, mentre il tasso di disoccupazione della forza-lavoro disponibile ha raggiunto il 12,2% (Il suo massimo storico, da quando viene rilevato), quello della disoccupazione giovanile si è attestato al 24 per cento nell’area euro e al 23,5 nell’intera Ue, con punte di oltre il 50 per cento in Grecia (57,6) e in Spagna (55,6) e superiori al 30 per cento in Irlanda, Portogallo e Slovacchia.

Il Teorema liberista

Si badi bene: gli economisti e i giuslavoristi borghesi non negano che negli ultimi decenni la quota del Pil destinata ai salari sia costantemente diminuita a favore dei profitti e delle rendite, soprattutto finanziarie, ma sostengono che nondimeno i salari sono ancora troppo alti perché possano determinarsi le condizioni economiche necessarie per la crescita della domanda di forza-lavoro in modo che il tasso di disoccupazione possa scendere fino a raggiungere il cosiddetto punto  di equilibrio, ossia tra il 5 e il 6 per cento della forza-lavoro disponibile. Che poi è quanto postula il teorema liberista applicato al mercato del lavoro per il quale in un regime di libera concorrenza, affinché la domanda e l’offerta di una determinata merce possano pareggiarsi, è necessario che non vi siano ostacoli di sorta ai movimenti del suo prezzo, ossia che non vi siano ostacoli alla sua crescita se la domanda è maggiore dell’offerta e alla sua discesa in caso contrario. Data questa premessa, e poiché dal punto di vista capitalistico la forza-lavoro è una merce al pari di tutte le altre e oggi la sua offerta supera abbondantemente la domanda, dato il teorema, se c’è disoccupazione la causa è da ricercarsi nella presenza di ostacoli che impediscono ai salari di scendere fino al raggiungimento, anche sul mercato del lavoro, del cosiddetto punto di equilibrio.[4] Quindi va abolita la contrattazione collettiva poiché con essa si ha un salario unico per tutti i lavoratori di un medesimo settore, comparto e/o territorio; cosa che, limitando il libero gioco fra domanda e offerta di lavoro, impedisce la formazione del salario di equilibrio per il quale la quantità di lavoro domandata e quella offerta si pareggiano.

Quando i giuslavoristi e gli economisti borghesi accusano i sindacati di conservatorismo e di essere una delle cause, se non la causa, della crescente disoccupazione giovanile, intendono esattamente questo: l’aver in qualche modo impedito che i salari dei lavoratori scendessero in misura corrispondente all’incremento dell’offerta di forza-lavoro. In questa ottica, il sindacato che si limitasse ad assistere il singolo lavoratore nella contrattazione diretta con il singolo capitalista è quanto di più auspicabile vi sia. Ma il sindacato che, seppure solo per mantenere le sue posizioni di potere, difende anche quella parvenza di contrattazione collettiva sopravvissuta alle decine di controriforme del mercato del lavoro che si sono susseguite negli ultimi decenni, è un fastidioso nemico.

In realtà, alla base del teorema che abbiamo appena illustrato, vi è l’idea che ancora oggi possa funzionare il vecchio modello di sviluppo capitalistico quando anche una variazione di pochi punti dei salari era sufficiente ad assicurare alle imprese del paese considerato margini di competitività tali da consentire di incrementare le esportazioni che, richiamando nuovi investimenti, attivavano una domanda supplementare di forza-lavoro e di tutta la domanda interna (domanda aggregata).

In un incontro, di qualche mese addietro con il ministro greco dello sviluppo economico, Kostis Chatzxidikas, i delegati di undici società multinazionali, tra cui Barilla, Bic Violex e Nestlè, hanno posto, come condizione per investire in Grecia, l’eliminazione del minimo salariale - peraltro già ridotto per imposizione della Troika, nel febbraio 2012, a 586 euro lordi mensili- e la riduzione del tempo di preavviso di licenziamento per non correre il rischio di dover pagare le relative indennità in caso di mancato rispetto dei tempi stabiliti per legge. “ Non riusciamo a capire- ha dichiarato l’amministratore delegato di Barilla Hellas- perché debba esistere un limite minimo di stipendio in un Paese in cui la disoccupazione giovanile ha raggiunto livelli inverosimili: Dateci la possibilità di assumere giovani lavoratori a poco prezzo. Lavoreranno meno ore e meno giorni alla settimana” E alla richiesta di precisare l’ammontare di quel ”poco prezzo” otto dirigenti su undici hanno dichiarato che avrebbero potuto dare “ 250-300 euro al mese per un lavoro part time, tre o quattro giorni la settimana”. [5] Che equivale a dire, per un lavoratore a tempo pieno, un salario di 500 - max 600 euro mensili lordi. Tutto ciò nonostante l’esperienza passata abbia già ampiamente dimostrato che quando la crisi ha carattere strutturale e riguarda non questo o quel paese,

ma l’intero sistema economico capitalistico, come quella attuale, la riduzione dei salari, avendo come prima conseguenza anche quella della domanda interna, anziché attivare il cosiddetto circolo virtuoso per cui alla riduzione dei salari fa seguito l’incremento degli investimenti e a questo quello della domanda di forza- lavoro e della domanda aggregata, opera da moltiplicatore recessivo aggiuntivo. Nella crisi del 1929, benché – giusto i dettami delle teorie economiche keynesiane- dagli Usa all’Urss, tutti gli Stati, con l’esplicito intento di creare nuovi posti di lavoro, destinarono ingenti investimenti nella costruzione di opere pubbliche, il ritorno alla piena occupazione si ebbe solo alcuni anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, cioè solo con l’avvio della ricostruzione postbellica.

Mondializzazione e Rivoluzione tecnologica

Per di più oggi, oltre che con la più devastante crisi strutturale mai registrata nella storia del moderno capitalismo, c’è da fare i conti anche con la più grande rivoluzione tecnologica dei tempi moderni nonché con un mercato della forza-lavoro che, grazie alle nuove tecnologie, ai mutamenti geopolitici seguiti al crollo del muro di Berlino e all’apertura della Cina ai capitali esteri, è stato completamente unificato su scala mondiale. Per avere un’idea di cosa questo ha già significato per il mondo del lavoro, basti pensare che ne è scaturito un mercato della forza- lavoro in cui sono stati posti in concorrenza fra loro: “un miliardo e mezzo di lavoratori poveri, con bassi redditi e senza diritti, con 500 milioni di lavoratori ricchi, con salari elevati e la tutela dei loro diritti. In quella competizione i lavoratori ricchi hanno perso, le produzioni si sono spostate dove il lavoro costava meno lasciandoci in cambio l’illusione di benessere dovuta all’arrivo nei nostri negozi di montagne di merci a basso costo: ”[6] I cui acquisti- aggiungiamo noi- li facevano, contraendo debiti che sembrava potessero pagarsi da sé[7], quei lavoratori ricchi i cui salari, proprio a causa di questa competizione, andavano svalutandosi quotidianamente. “ Basti pensare che, ove si tenga conto del costo complessivo del lavoro – incluse quindi le spese per la protezione sociale, siano poi l’impresa o il lavoratore o ambedue a sopportarle- le differenze si collocano su una scala che vede il costo dei nuovi salariati da 2-3 a oltre 10 volte inferiore a quello dei paesi occidentali”.[8] Ma nella prima fase del processo di delocalizzazione, le differenze erano anche di qualche centinaio di volte. Per esempio, in Cina, fino a qualche anno fa, si lavorava 70-80 ore alla settimana per meno di un dollaro l’ora, contro i 28 dollari dell’operaio del settore automobilistico statunitense.  “ Ai primi di dicembre 2010 - ci informa ancora L. Gallino – un senatore che si autodefinisce indipendente e progressista, Bernie Sanders, ha fatto un lungo discorso nel Senato degli Stati Uniti… Anzitutto ha notato come gran parte dell’industria manifatturiera degli Stati Uniti sia stata delocalizzata, con una perdita di milioni di posti di lavoro solo in questo settore; la produzione è stata trasferita in Cina, India, Vietnam, Messico e altrove. Poi Sanders ha ricordato un suo viaggio del 2009 in Vietnam, dove ha visitato diverse fabbriche i cui operai, in prevalenza donne, guadagnavano in media 50 centesimi di dollaro l’ora. Ha aggiunto che durante quel viaggio era stato raggiunto da una buona notizia: nel Bangladesh era infatti stata approvata una legge che aumentava il salario minimo da 23 a 36 centesimi di dollaro.”[9]

Stando sempre al teorema liberista, con questi salari l’intera economia mondiale anziché sprofondare nell’attuale depressione avrebbe dovuto far registrare tassi di crescita da capogiro e la piena occupazione su tutto il pianeta. Invece, come abbiamo appena visto, sono cresciute solo le diseguaglianze sociali e la disoccupazione è divenuta strutturale. Infatti, i processi di delocalizzazione che i mutamenti geopolitici hanno reso possibili, hanno potuto espandersi da e per ogni parte del globo solo e in quanto vi è stato l’irrompere impetuoso della rivoluzione tecnologica basata sulla microelettronica. Essa, insieme al modo di produrre le merci, ha radicalmente rivoluzionato il modo di vivere e di essere dell’intera società. Con il trasferimento al sistema delle macchine di una sempre maggiore quantità di competenze, che prima erano prerogativa del lavoro operaio, è radicalmente mutata l’organizzazione del lavoro in fabbrica e il rapporto di forza tra capitale e lavoro a tutto vantaggio del primo. Inoltre con il rivoluzionamento del sistema dei trasporti e delle telecomunicazioni è radicalmente mutata anche la divisione internazionale del lavoro. Con i nuovi sistemi di gestione e di controllo dei processi produttivi, infatti, è stato possibile frazionare uno stesso ciclo produttivo in tanti segmenti collocati, anche separati fra loro, ognuno nell’area dove i salari erano più bassi con il risultato non solo di pagare per un medesimo lavoro salari decine di volte inferiori ma anche di ridurre considerevolmente il numero dei lavoratori. “Dati alla mano, si può fare qualche esempio. Alcuni giganti dell’industria agroalimentare, con 200.000 dipendenti nel mondo, attraverso delocalizzazioni e riorganizzazioni varie, chiusure di impianti in un paese e aperture di sussidiarie in un'altra, dopo due o tre anni producono molto più di prima: Però, anziché avere 200.000 dipendenti diretti ne hanno la metà, a cui si aggiungono 30 o 40.000 lavoratori informali ( i quali sommati ai primi non arrivano comunque ai 200.000 iniziali), reclutati direttamente o attraverso le sussidiarie.[10]

Inoltre, le nuove tecnologie, trasferendo al sistema delle macchine gli ultimi saperi e competenze ancora in possesso  degli operai, hanno determinato, insieme alla loro totale dequalificazione e alla riduzione dei posti di lavoro, una facilissima intercambiabilità dei lavoratori rendendoli fungibili fra loro così come un qualsiasi oggetto che assolve la medesima funzione e di cui siano disponibili diverse versioni con il risultato, frutto della combinazione di tutti questi diversi fattori, che si è costituito il più grande esercito industriale di riserva di tutta la storia del capitalismo moderno che ha impresso un’ulteriore spinta alla concorrenza fra i lavoratori cosicché la tendenza alla svalutazione dei salari è divenuta un dato strutturale e permanente dell’attuale fase del capitalismo.

Benché per gli economisti borghesi sia un rospo piuttosto indigesto, quel che sta accadendo non è altro che la conferma inequivocabile della critica marxista del rapporto fra il sistema delle macchine e il capitale che vuole che a un certo grado di sviluppo del modo di produzione capitalistico, lo sviluppo tecnologico anziché favorire l’affrancamento dell’uomo dalla fatica genera forme sempre più totalizzanti di subordinazione del lavoratore al processo di accumulazione del capitale e la concentrazione della ricchezza in pochissime mani. Con l’erompere della crisi del 2007: ” Le sinistre radici del boom economico del decennio precedente - scrive l’economista ex liberista poi pentito, Joseph Stiglitz- appaiono ora ben visibili. Anche se c’è stata crescita del Pil, la maggior parte dei cittadini vide eroso il proprio standard di vita rispetto a 10 anni prima: l’economia ha funzionato bene solo per le fasce alte della popolazione. La storia della disuguaglianza negli Stati Uniti è così riassumibile: i ricchi sono diventati sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e numerosi, mentre la classe media sta scomparendo. Negli ultimi tre decenni, la retribuzione dei lavoratori con bassi salari cresce del 15 per cento, mentre l’1 per cento più ricco vede aumentare il proprio guadagno di quasi il 150 per cento. Nel frattempo, i cambiamenti nella distribuzione della ricchezza sono ancora più drammatici. Poiché gran parte della ricchezza delle classi medie e basse si basa sul valore ( fittizio, in quanto fondato sulla bolla immobiliare) delle proprie case, quando la bolla scoppia, sebbene tutti perdano un po’ di ricchezza, ai poveri va peggio. I ricchi perdono un po’ della loro ricchezza, ma nel 2007, l’1 per cento delle famiglie americane possiede 225 volte la ricchezza dell’americano medio, quasi il doppio del valore del 1962 o nel 1983... Data la disparità della ricchezza, non è sorprendente che quelli in cima alla piramide abbiano fatto la parte del leone nei redditi da capitale, nel 2007, poco meno del 60 per cento di tale reddito va all’1 per cento più ricco. Questi numeri non rappresentano con forza sufficiente le attuali disparità. Per una ancora più impressionante illustrazione dello stato di disuguaglianza in America, si consideri il caso della famiglia Walton: i sei eredi dell’impero Wal-Mart hanno una ricchezza equivalente alla ricchezza corrispondente al 30 per cento della società americana.[11]. Né le cose vanno diversamente nel resto del mondo. In Italia, per esempio, “Oggi l’ingiustizia più grande del paese non sono le tasse, non è la precarietà, non è la disoccupazione provocata dalla crisi, non è nemmeno <<la casta>> dei politici: è la disuguaglianza. E’ questa l’ingiustizia in cui confluiscono tutte le precedenti, il fenomeno che indebolisce l’economia, frammenta la società, snatura la politica. E’ il risultato del cambiamento, a partire dagli anni ’80, nei rapporti di forza tra capitale e lavoro, degli effetti di globalizzazione, nuove tecnologie e strategie di imprese che hanno distrutto posti di lavoro, delle conseguenze politiche che hanno ridotto tutele e diritti, fermato la redistribuzione, protetto i privilegi e lasciato crescere la povertà. Da qui viene l’impoverimento di nove italiani su dieci e la concentrazione di reddito e ricchezza nelle mani del 10 per cento di privilegiati”.[12]

E tutto ciò mentre bussa prepotentemente alle porte una nuova rivoluzione tecnologica, quella basata sugli ultimi approdi della cosiddetta intelligenza artificiale, l’ultima frontiera dell’informatica e della robotica.

L’intelligenza artificiale

Una spettacolare prova del centravanti Lorenzo Dalpià ha portato la Moglianese ad una rotonda vittoria per 3 a 0 sulla Santantonio, in una partita cruciale per la promozione. Dalpià ha segnato due gol, uno con un potente sinistro, l’altro di testa nel primo tempo, mettendo a segno anche un rigore nella ripresa…regalando alla Moglianese una vittoria che mancava da tre domeniche.” Quello appena riportato è un testo estratto dalla cronaca di una partita  di calcio, scritta- ci informa Maurizio Ricci - non da “ Un annoiato vecchio cronista e (neanche da- ndr) un ragazzino alle prime armi. Il testo (o, meglio, il suo originale, riferito ad una intraducibile partita di baseball fra università) è stato redatto da un computer, sulla sola base delle statistiche della partita”.[13]

Si potrebbe dire: non sarà certo la fine del mondo se qualche cronista sportivo rimane a spasso. Ma il fatto è che stanno per essere trasferiti al sistema delle macchine oltre ad alcune residue mansioni proprie del lavoro operaio anche quelle finora proprie del mondo delle professioni.  “Nel 1978- continua Ricci- per una causa antitrust, uno studio legale americano esaminò 6 milioni di documenti, al costo di 2,2 milioni di dollari, come corrispettivo del lavoro di decine di avvocati. Nel 2010, in una causa analoga, la Blackston Discovery ha esaminato 1,5 milioni di documenti per un costo di 100 mila dollari. Prima i robot hanno sostituito gli operai alle catene di montaggio, poi l’informatica ha eliminato commessi, fattorini, centraliniste, contabili. Adesso la rivoluzione dei computer sta risalendo, sempre più velocemente, la scala delle competenze.[14] E se sono ormai prossime a scomparire figure professionali poco qualificate quali gli operatori dei call center, le cassiere dei supermercati, i magazzinieri, non migliore sembra il destino di molti lavori fin qui altamente qualificati come taluni profili di ingegnere, tecnici informatici, insegnanti e perfino medici. “ Più della progressiva scomparsa del posto fisso – scrive il collaboratore del Corriere della Sera Massimo Gaggi - insomma, dovremmo concentrarci sul venir meno di molti mestieri ormai svolti dalle macchine. L’era dei robot, annunciata per decenni, sta arrivando davvero: un nuovo mondo fatto non solo di strumenti elettronici con sembianze vagamente umane come quelli che negli ospedali giapponesi già assistono gli anziani o i robottini cingolati della General Eletctric che gironzolano sulle piste degli aeroporti, fermandosi di tanto in tanto a ispezionare i motori dei jet appena arrivati. La << robot economy>> o, meglio, l’era del soft va ben al di là della macchina che sostituisce l’operaio nel montare e verniciare un’auto o del bancomat al posto dello sportello bancario. E’ l’auto che si guida da sola sviluppata da Google. Sono i droni senza pilota e i programmi come Turbo Tax o Tax act con i quali in questi giorni decine di milioni di americani preparano la dichiarazione dei redditi facendo almeno del commercialista…. Ed anche Watson il super computer dell’Ibm che (…) comincia ad affiancare gli oncologi negli ospedali più avanzati d’America. E che prima o poi, secondo molti, li sostituirà, visto che le sue diagnosi risultano più accurate, basate come sono sull’esame comparato di una statistica infinita.”[15] Che Watson possa soppiantare gli oncologi ci sembra troppo, ma resta il fatto che negli Stati Uniti, secondo un’analisi del Bureau of Labour Statics, dal 2007 a oggi sono stati assunti 387 mila manager ma nel contempo hanno perso il lavoro oltre due milioni di impiegati resi obsoleti dalle nuove tecnologie.[16] Martin Ford, un imprenditore della Silicon Valley, calcola che, dato l’attuale ritmo di diffusione delle nuove tecnologie, negli Usa, potrebbero essere cancellati 50 milioni di posti di lavoro, il 40 per cento del totale. Ed Eric Brynjolfsson e Anfrew MacAfee, i ricercatori del Mit già citati, calcolano che questo potrebbe accadere non nel prossimo secolo, ma nei prossimi dieci anni[17]. Di fronte a questi dati non ci sembra di rischiare molto affermando che siamo di fronte a qualcosa che non ha precedenti nella storia del moderno capitalismo anche se possiamo scorgere non pochi  punti in comune con la prima grande rivoluzione industriale, quella della introduzione della macchina a vapore nei processi produttivi.

Una rivoluzione senza precedenti

Anche con la macchina a vapore la prima la più immediata conseguenza fu la crescita, da un  lato, della disoccupazione causata dalla sostituzione di molti lavoratori con i telai meccanici e dal trasferimento nella fabbrica meccanizzata del lavoro a domicilio e, dall’altra, il prolungamento smisurato della giornata lavorativa. Le due cose insieme misero in evidenza una delle contraddizioni fondamentali del modo di produzione capitalistico, la stessa che oggi ne svela inequivocabilmente la sua storicità e la necessità del suo superamento rivoluzionario.

La macchina, infatti, in quanto elemento costitutivo del capitale costante, non genera plusvalore per cui la sua introduzione, determinando una riduzione dei lavoratori impiegati nella produzione, induce il capitalista a incrementare lo sfruttamento dei lavoratori rimasti, sia riducendo la porosità del tempo lavoro sia prolungando la giornata lavorativa.[18] Nell’uso del macchinario per la produzione di plusvalore – scrive Marx- vi è quindi una contraddizione immanente, giacché quest’uso ingigantisce uno dei due fattori del plusvalore che fornisce un capitale di data grandezza ossia il saggio del plusvalore, solo diminuendo l’altro fattore, il numero degli operai. Questa contraddizione immanente si manifesta chiaramente non appena con l’introduzione generale del macchinario in un ramo dell’industria il valore della merce prodotta con le macchine diventa il valore sociale normativo di tutte le merci dello stesso genere, ed è questa contraddizione che spinge al più violento prolungamento della giornata lavorativa per compensare la diminuzione del numero relativo degli operai sfruttati mediante l’aumento non soltanto del plusvalore relativo ma anche di quello assoluto. Se quindi l’uso capitalistico del macchinario crea da un lato nuovi potenti motivi di prolungamento della giornata lavorativa e rivoluziona il modo stesso di lavorare e anche il carattere del corpo lavorativo sociale in maniera tale da spezzare la resistenza a questa tendenza, dall’altro lato quest’uso produce anche, in parte con l’assunzione al capitale di strati di lavoratori in passato inaccessibili, in parte con il disimpegno degli operai soppiantati dalla macchina, una popolazione operaia sovrabbondante, la quale è costretta a lasciarsi dettar legge dal capitale. Da ciò il paradosso economico che il mezzo più potente per l’accorciamento del tempo di lavoro si trasforma nel mezzo più infallibile per trasformare tutto il tempo della vita dell’operaio e della sua famiglia in tempo di lavoro disponibile per la valorizzazione del capitale.  << Se, - sognava Aristotele, il più grande pensatore dell’antichità- se ogni strumento potesse compiere su comando o anche per previsione l’opera ad esso spettante, allo stesso modo che gli artifici di Dedalo si muovevano da sé o i tripodi di proprio impulso intraprendevano il loro sacro lavoro, se in questo stesso modo le spole dei tessitori tessessero da sé, il maestro d’arte non avrebbe bisogno dei suoi aiutanti e il padrone non avrebbe bisogno dei suoi schiavi>>. E Antripatro, poeta greco dell’epoca di Cicerone, salutò nell’invenzione del mulino ad acqua per la macinazione del grano, che è la forma più elementare di ogni macchinario produttivo, la liberatrice delle schiave e la iniziatrice dell’età aurea! << I pagani, già, i pagani!>>. Essi non capivano nulla né dell’economia politica né del Cristianesimo…” [19] Sembra una citazione tratta da un’opera appena scritta e non da una data alle stampe il 1867. Se una critica può essere mossa a Marx è quella di aver sofferto di una certa presbiopia. Infatti, se è vero che in un primo momento la macchina a vapore ebbe come immediata conseguenza il prolungamento della giornata lavorativa fino al raggiungimento delle 16 ore giornaliere e una rapida crescita della disoccupazione, in un secondo momento, però, lo straordinario incremento della produttività del lavoro che ne derivò, consentendo comunque di incrementare la produzione di plusvalore mediante la riduzione del tempo di lavoro necessario (il tempo di lavoro che l’operaio impiega per produrre una quantità di merci equivalente al suo salario) – grazie, cioè, all’incremento del plusvalore relativo, si risolse in una generale crescita del sistema economico che rese possibile l’attenuazione della contraddizione. Fu fissata per legge la durata massima della giornata lavorativa prima a 14, poi a 12 e infine a 10 ore e, grazie alla nascita di nuovi settori produttivi, oltre al ramo dell’industria che produceva le macchine a vapore, quali le ferrovie, non solo furono riassorbiti i lavoratori resi superflui dalle macchine, ma furono creati anche moltissimi nuovi posti di lavoro, nuovi profili lavorativi e nuove professioni. Così, da un lato si pose fine alla crescita della disoccupazione e al dilagare delle lotte dei lavoratori, e in particolare di quelle del movimento luddista[20] e, dall’altro, proprio grazie alla riduzione della giornata lavorativa e ai perfezionamenti tecnici apportati alle macchine, l’operaio fu posto in condizione di produrre di più “ con lo stesso dispendio di lavoro e nello stesso tempo mediante l’aumento della forza produttiva del lavoro”.[21] Come accadde, per esempio, con l’introduzione della self -acting mule grazie alla quale “intorno al 1855, la velocità dei fusi venne aumentata di un quinto[22], una velocità che un operaio difficilmente avrebbe potuto assecondare se la giornata lavorativa fosse stata ancora di 16, 14 o anche 12 ore.

Le attuali nuove tecnologie, invece, laddove vengono applicate, cancellano, come abbiamo già visto, posti di lavoro in misura di gran lunga maggiore di quanti ne creano. Senza contare che in molti settori la produzione, a cominciare proprio da quello della microelettronica, è stata ormai completamente automatizzata.  A tale proposito, scrive Paul Krugman, il noto economista americano di scuola keynesiana: “ …E’ fuor di dubbio che in alcuni settori industriali di alto profilo la tecnologia sta rimpiazzando sempre più lavoratori di tutti i generi o quasi. Per esempio una delle ragioni per le quali da qualche tempo alcuni processi produttivi di articoli hi- tech stanno tornando negli Stati Uniti è che ormai il componente di maggior valore di un computer, la scheda madre, è fabbricato in pratica da robot, e di conseguenza la manodopera asiatica a prezzi stracciati non costituisce più un motivo valido per produrlo all’estero.” [23] Ma quel che è peggio è che ormai le nuove tecnologie non cancellano il lavoro più specificatamente operaio, ma, come abbiamo già visto con gli avvocati e i cronisti sportivi, stanno risalendo la gerarchia tanto che ormai anche se si è in possesso di una buona laurea il rischio di rimanere disoccupati è altissimo. “ Il numero dei laureati – scrive ancora Maurizio Ricci - << né- né>> ( sono detti così i giovani che né studiano più né lavorano – ndr) nei paesi dell’Ocse è cresciuto dal 10,6 al 14,8 per cento fra il 2008 e il 2011. L’Italia ha una sorta di record: i laureati che non studiano più e non lavorano ancora sono passati dal 18,6 al 21,8 per cento. Ma non sono i paesi deboli del mediterraneo a drogare la media Ocse. Germania e Svezia, grazie soprattutto al part-time, molto spesso involontario, hanno visto un lieve calo delle loro quote di laureati fuori gioco. Ma in Francia sono saliti dal 7,5 al 10,4 per cento dei loro coetanei post universitari, in Giappone sono addirittura quasi raddoppiati, arrivando al 15,8 per cento. In Gran Bretagna e anche negli Usa, nel giro di quattro anni, sono aumentati di circa un terzo, arrivando rispettivamente, oltre l’8 e il 12 per cento… E quelli che un lavoro l’hanno trovato? Le notizie non sono buone neanche qui. I laureati che non sono disoccupati, i laureati che non hanno gettato la spugna si trovano spesso dove mai avrebbero pensato. In America nel 1970, un tassista su 100 aveva la laurea in tasca. Oggi sono il 15 per cento. Idem i pompieri: 2 per cento di laureati nel ’70, 15 per cento oggi. Tanti anni di studio non avrebbero dovuto consegnarli ad una vita piena, felice gratificante? E’ la promessa che i giovani si sono sentiti ripetere diecine di volte. Ma, a quanto pare, non vale più? (...) Che succede? Questa volta la globalizzazione c’entra poco. Pesa di più la rivoluzione digitale, l’esplosione dl software onnipresente”.[24] Insomma: i robot avanzando nelle fabbriche, negli uffici e in ogni luogo di lavoro , soppiantando gli operai come i ragionieri, gli ingegneri come i biologi, i medici e perfino i cronisti dei giornali sportivi, operano come un rullo compressore che appiattisce tutto ciò su cui si muove. Il risultato è un’ulteriore crescita del già immenso esercito industriale di riserva e un’ulteriore spinta alla svalutazione del valore della forza-lavoro. Sicuramente ne sarebbe felicissimo l’imprenditore americano di origine irlandese Samuel Insull che agli inizi del novecento sintetizzava così la questione: “Stando alla mia esperienza, il maggior aiuto per accrescere l’efficienza del personale è una lunga fila di uomini in attesa al cancello.”[25]

Ma se oltre i cancelli il lavoro non c’è più perché mai quelle file dovrebbero formarsi? In realtà, la questione che si pone oggi non è più come aumentare l’efficienza del personale ma se tutto ciò è conciliabile con il modo di produzione capitalistico così come è giunto ai nostri giorni e se lo è a quale prezzo per l’intera società. Come abbiamo visto, i robot, essendo macchine, non generano plusvalore per cui non essendovi all’orizzonte nuovi settori produttivi ad alto contenuto di lavoro vivo ed essendosi fortemente ristretti i margini per incrementarne la produzione mediante il prolungamento della giornata lavorativa ( plusvalore assoluto) e/o la riduzione del tempo di lavoro necessario (plusvalore relativo), per farlo non c’è altro modo che ridurre ulteriormente i salari reali, come ben illustrato dal dirigente della Barilla Hellas, dividendo il salario e la giornata lavorativa fra due e più lavoratori (part-time) e/o trasformando tutta la vita del proletario in vita lavorativa così che ogni attimo della sua esistenza resti subordinato e finalizzato al solo processo di accumulazione del capitale. Ma anche così facendo, resta il fatto che si tratta di un limone che, essendo stato già abbondantemente spremuto, al succo che già dà può aggiungere davvero poco di più. E ciò proprio quando, aumentando quella parte costituiva del capitale che non genera plusvalore, sarebbe necessario che il succo di quel limone scorresse più copioso che mai.  Il che non vuol dire che il modo di produzione capitalistico sia destinato a crollare motu proprio per mancanza di materia prima. Ma, al contrario, che, in assenza del suo abbattimento rivoluzionario, al proletariato che ormai costituisce la stragrande maggioranza della società, il futuro  può riservare soltanto lo sprofondamento nell’abisso della miseria e della più totale emarginazione sociale. L’epoca in cui al progresso tecnico-scientifico ha corrisposto quasi sempre anche quello sociale e civile si è chiusa per sempre.



[1] L. Gallino – La Lotta di Classe dopo la lotta di Classe – Ed. Laterza – pag. 104-105

[2] M. Ricci – Robot La Terza rivoluzione industriale- La repubblica del 23.05.2013

[3] A. Penati – Se le borse crollano non è colpa della Fed – La Repubblica del 22.06.2013.

[4] La legge per la quale in un regime di libera concorrenza, dato un determinato prezzo, a un certo punto domanda è offerta si pareggiano, è dedotta assumendo come vera l’esistenza di un mercato effettivamente libero; un mercato in cui vi sia assoluta parità sia da parte e fra coloro che domandano sia da parte e fra coloro che offrono. Il che nella realtà è materialmente impossibile.  E ancor di più lo è sul mercato del lavoro dato il maggior potere contrattuale dei capitalisti ( domanda) nei confronti dei lavoratori (offerta).

[5] Fonte: Franco Fracassi- http://popoff.globalist.it/

[6] Marco Panara – La “gabbia” del lavoro. Dal crollo del reddito alla disoccupazione - Capire il lavoro – La Repubblica - I quaderni di A&F n. 2 – pag. 10.

[7] Al riguardo vedi G. Paolucci - La crisi dei subprime rileggendo Marx – www.istitutoonoratodamen.it

[8] L. Gallino – op. cit. pag 84

[9] Ib. pag. 63 - 64

[10] Ib. pag. 66 - 67

[11] J. Stiglitz-  La diseguaglianza oggi - MicroMega - almanacco di economia n. 3/2013 – pag. 17 – 18 -19.

[12] M. Pianta – L’Italia disuguale - ib. pag. 36

[13] Maurizio Ricci - Robot La terza Rivoluzione industriale – La repubblica del 23/05.2012.

[14] Ib.

[15] Massimo Gaggi – Verso la civiltà del dopolavoro – Corriere della Sera: http://letturacorriere.it/debats/verso-la-civiltà-del-dopolavoro

[16] Fonte: Massimo Vincenzi - Gli Usa – Più manager, spariti impiegati e commessi. L’economia riparte senza la classe media.

[17] Fonte: M.Panara - art.cit.

[18] E’, per esempio, il caso della nuova organizzazione del lavoro basata sul world class manufacturing (wcm) fondata sulla programmazione dei movimenti dei robot, che l’operaio assiste, in relazione allo studio ergonomico dei movimenti dell’operaio stesso in modo che non un solo secondo della sua giornata lavorativa vada disperso. Sull’organizzazione del lavoro basata sul WCM vedi anche: A. Noviello e G. Paolucci – La falsa modernità di Marchionne e l’attualità di K. Marx – D-M-D’ n. 3/2011.

[19] K. Marx – Il Capitale – Libro 1° - sez. IV – cap. 13° - pag. 498-499.

[20] Il movimento prende il nome da Ned  Ludd, l’operaio inglese che nel 1799, in segno di protesta, spezzò per primo un telaio meccanico dando così avvio a un movimento di ribellione avente per fine il sabotaggio e la distruzione dei telai meccanici azionati dalla macchina a vapore ritenuti responsabili della crescente disoccupazione e miseria dei lavoratori, in particolare di quelli a domicilio.

[21] K. Marx – op. cit. pag.  501 – il corsivo è di K. Marx

[22] K. Marx – op. cit. pag. 505

[23] P. Krugman – I Lavoratori, i Robot e i signori della rapina – La repubblica dell’11 dicembre 2012.

[24] M. Ricci-  Under 30 – Laureati senza lavoro –La Repubblica del 16.07.2003

[25] Citazione tratta da L. Gallino – op. cit. pag. 87.

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