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La microelettronica nei processi produttivi e il degrado del lavoro telematico

Creato: 11 Giugno 2013 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 5337
Dalla  rivista  D-M-D' n °6
Lo sviluppo attuale della tecnologia, ha permesso l’utilizzo di sistemi che vanno ben oltre le esigenze strettamente connesse ai processi industriali di produzione di merci, coinvolgendo in definitiva tutta la società nel suo insieme; definendo in questo modo, anche le modalità lavorative di larghi settori delle attività umane, dove il tutto diventa, ancora una volta, funzionale all’accumulo di capitale. Questa rivoluzione tecnica, ha permesso al capitalismo di intraprendere una penetrazione totale della società, modificandola profondamente anche attraverso il controllo e il monopolio delle conoscenze sulla tecnologia avanzata.

Nel 1763, John Anderson, docente di filosofia naturale a Glasgow, chiese a James Watt di riparare un congegno inventato nel 1712 da Thomas Newcomen. Tale dispositivo permetteva di trasformare energia termica in meccanica utilizzando il vapore acqueo, ma presentava limiti di dimensioni e di sostenibilità economica. Watt si rese presto conto che la macchina poteva essere perfezionata e resa efficiente usando un cilindro condensatore in grado di raffreddare, in camere separate, il vapore prodotto, riducendo di un terzo il consumo di carbone. Nel 1769, Watt ottenne il brevetto dal Parlamento Inglese, e, di fatto, con la sua macchina iniziò quella che poi verrà battezzata, la prima rivoluzione industriale.

 

Migliaia di giovani dalle zone rurali della Cina, si riversano ogni anno a Shenzhen, nella provincia meridionale del Guangdong, per essere assorbiti da una delle fabbriche più grandi al mondo, la Foxconn, fornitrice diretta di tutte le multinazionali di elettronica e telecomunicazioni al mondo. Sono attratti dalla possibilità di avere un lavoro e uno stipendio di circa 200 dollari al mese e poi perché “è stancante, ma sempre meglio che lavorare nelle piccole fabbriche della zona”.[1] La Foxconn è in ascesa irrefrenabile sul mercato globale ma dopo gli ultimi cicli di produzione si è resa necessaria la riorganizzazione a seguito di perdite pari, nel 2011, a 218 milioni di dollari. Per questo il suo fondatore, Terry Gou, ha annunciato di voler portare il numero di robot nella catena di montaggio a un milione nel giro di tre anni.[2]

Su un social network, una ragazza che si firma Vera88, racconta la sua giornata tipo in un call center. E dice: “Devi stare lì a chiamare per ore persone che non sono interessate e sono troppo stanche di queste telefonate continue, insistere per farli abbonare o comprare qualche prodotto, dire sempre le stesse identiche cose come macchine...farti mandare a quel paese continuamente! In più i leader sempre dietro a controllarti e sgridarti!! Ma cos'è??? Stavo diventando matta...in più per uno stipendio da miseria e addirittura incerto! Se non lavori come piace a loro, non ti pagano! ”. Subito dopo le fa eco, un ragazzo che aggiunge: “Conosco gente che lavora da 4 anni dentro un Call Center per un supporto tecnico molto molto base... ma non parlo di ragazzi giovani.... ma signore di 45 anni....roba da matti... l'annichilimento dell'uomo...”.[3]

Karl Marx, nella continua osservazione da studioso dell’industria ai suoi albori, mise a fuoco l’importanza nel processo produttivo dell’introduzione delle macchine come quella a vapore, o di qualsiasi invenzione che ne favorisse l’utilizzo, individuando in questo la possibilità di far variare la produttività[4], agendo cioè sia sulla parte di giornata lavorativa dedicata al tempo di lavoro necessario, sia sulla parte di giornata dedicata al pluslavoro. Probabilmente, osservando oggi la Foxconn, a lui sarebbe subito stato evidente che l’introduzione dei robot nella fabbrica cinese è una necessità per compensare la tendenza alla riduzione del saggio del profitto, valutando soprattutto le due variabili base e cioè il capitale costante (tra cui le macchine) e il capitale variabile (valore della forza lavoro) e il loro rapporto. Non gli sarebbe certo sfuggita poi, come conseguenza di tutte queste modificazioni tecnologiche, la rivoluzione non solo nei meandri della vita di fabbrica e nella produzione, ma anche nei lavori connessi alla circolazione e alla vendita delle merci stesse, dove potrebbe ben inserirsi il lavoro precario di Vera88 nel call center carpendo, pure le conseguenze sulle classi sociali, come la modificazione della composizione della classe operaia, la comparsa di nuove figure professionali e di ceti emergenti e la scomparsa di altri.

Non avendo velleità di sostituirci allo studioso di Treviri, nel presente saggio cercheremo di confermare, alla luce di quanto riusciamo ad osservare nel concreto, prendendo come riferimento la rivoluzione a controllo numerico, se il capitalismo nella sua fase di massima estensione planetaria con questo livello di sviluppo tecnologico non generi altro che miseria, sfruttamento oltre che asservimento senza precedenti.

Premesse necessarie

Per evitare di usare concetti senza che essi vengano definiti e giustificati, riprenderemo ora alcune categorie fondamentali della critica marxiana dell’economia capitalista.

La prima grande distinzione da fare è tra capitale costante o tutto ciò che concerne i macchinari, materie prime, edifici, ecc e capitale variabile sostanzialmente il valore della forza lavoro; in generale, queste due frazioni costituiscono il capitale anticipato. La distinzione è importantissima, in quanto il capitale costante non aggiunge alle merci prodotte niente di più se non il valore che di volta in volta cede per usura delle sue parti costitutive nel corso del processo produttivo. Infatti, se, per esempio, consideriamo un robot della Foxconn che abbia una durata di 12 mesi, e che in questi dodici mesi avrà prodotto un milione di componenti, esso avrà ceduto a questi tutto il suo valore di scambio, pari a 1/365 al giorno del totale, ma non vi avrà aggiunto neppure una briciola di plusvalore. In definitiva, si avrà solo un trasferimento del suo valore di scambio. Il capitale variabile invece, una volta impiegato/usato nel processo produttivo per una data giornata lavorativa di, ad esempio, otto ore, genererà non soltanto il valore del salario dell’operaio ma anche un valore supplementare detto plusvalore, corrispondente al tempo di lavoro eccedente ( pluslavoro) il tempo di lavoro necessario per produrre, in termini di merci, il valore del suo salario, nell’arco delle otto ore. Infatti, supponiamo che Chen Jou, un giovane lavoratore di Shenzhen, lavori otto ore al giorno e che la sua paga giornaliera sia di 50 yuan (ne prende di meno e lavora di più, sia chiaro!!) e supponiamo inoltre che il suo capo, Terry Gou, abbia messo a disposizione giornalmente attrezzature, banchi di lavoro, edifici, ecc. per un valore di 50 yuan e immaginiamo che questo giovane salariato produca 1000 piastre per Ipad al giorno, che faranno guadagnare a Terry Gou, una volta vendute, a 150 yuan, avremo, in base allo schema seguente, che:

Durata Giornata lavorativa

A ------------------------------ C ------------------------------ B


Dove:

AB = durata giornata lavorativa di otto ore

AC = tempo di lavoro necessario: quattro ore

CB = tempo di pluslavoro: quattro ore

Chen Jou, nella prima parte della giornata AC, produrrà merci pari al valore del salario che Terry Gou gli paga giornalmente, producendo appunto 500 piastre. Ma fatto questo egli non può tornarsene a casa in quanto dovrà lavorare ancora per altre quattro ore (CB) in cui produrrà altre 500 piastre per un valore di scambio pari a 75 yuan ad esclusivo appannaggio di Terry Gou[5]. Per cui, riassumendo, Terry anticipando 50 yuan di capitale costante e 50 per pagare Chen Jou (capitale variabile), si è ritrovato con 1000 piastre per un valore di scambio sul di 150 yuan, per un solo giorno di lavoro, per cui, in formule: 50c + 50v + pv = 150, dove si ricava che il plusvalore (pv) generato dal pluslavoro di Chen Jou è di 50 yuan. Niente male.

Supponiamo ora che la giornata lavorativa di Chen Jou, si allunghi e passi per esempio da otto ore a 12 ore giornaliere. Supponiamo ancora che il segmento AB dell’esempio di prima, si allunghi in AB’, mentre rimane uguale il tempo di lavoro necessario AC. Alla luce di questa variazione della durata della giornata di lavoro di Chen Jou, si ha che il tempo di pluslavoro raddoppia, poiché avremo in totale otto ore di pluslavoro contro le quattro di lavoro necessario. E’ evidente l’ulteriore beneficio per Terry Gou, in quanto avrà in questo modo a fine giornata, 1500 piastre prodotte, a fronte delle 1000 della giornata di otto ore, e dovrebbe solo detrarre l’usura per 25 yuan ulteriori di capitale costante, impiegati proprio nelle ore derivate dall’allungamento. È evidente che la giornata lavorativa non è allungabile all’infinito poiché cozza con il limite fisico della forza lavoro, e del tempo necessario a rigenerarsi (tempi per riposarsi ecc, tra un giorno e un altro di lavoro). Per cui forte di questi limiti e per la continua sete di profitto, il capitalista tende a porre rimedio diversamente.

Terry Gou ha un’idea vedendo all’opera un robot: utilizzarlo nella sua fabbrica e darlo in dotazione ai suoi dipendenti. Supponiamo quindi che la giornata lavorativa rimanga, come all’inizio pari a otto ore, ma adesso immaginiamo che il capitale costante impiegato passi a 100 yuan e che la paga di Chen Jou sia sempre di 50 yuan al giorno. Allora, il capitale anticipato C = c+v, sarà di 150 yuan, ossia la somma di quello costante più quello variabile. Grazie a questa macchina, le funzioni di Chen saranno molto modificate e diventerà ancora più produttivo per cui, alla fine della giornata lavorativa, invece di 1000 piastre ne produrrà 2000. Già questa unica modifica tecnologica porta alla Foxconn l’enorme vantaggio di produrre, nelle stesse otto ore, 1000 piastre in più. Schematizzando ancora è avvenuto questo:

Durata Giornata lavorativa

A --------------- C' --------------- C ------------------------------ B

Dove:

AC’ = tempo di lavoro necessario: due ore

C’B = tempo di pluslavoro: sei ore.

Come si nota, si è addirittura dimezzato il tempo di lavoro necessario, mentre è aumentato quello di pluslavoro. Questo significa che Chen Jou, producendo 500 piastre in due ore, impiegherà meno tempo per riprodurre il valore del suo salario, mentre le restanti sei ore saranno di pluslavoro in cui Chen Jou produrrà altre 1500 piastre, per un totale di 2000 pari a un valore di scambio di 300 yuan. In formula: 100c+50v+pv=300, dove il plusvalore risulterà essere 150 yuan.

A questo punto definiamo plusvalore assoluto, il plusvalore riferito al prolungamento della giornata lavorativa oltre il tempo di lavoro necessario, mentre definiamo plusvalore relativo il plusvalore realizzato, data una medesima durata della giornata lavorativa, riducendo, grazie all’incremento della produttività del lavoro in seguito alla modificazione della composizione organica del capitale ( C+V) determinata dall’incremento del capitale costante rispetto a quello variabile, il tempo di lavoro necessario. Definiremo ancora saggio del plusvalore il rapporto tra tempo di pluslavoro e tempo di lavoro necessario. Mentre indicheremo come saggio del profitto il rapporto tra plusvalore e il capitale anticipato (pv/c+v). Ad esempio, il saggio del plusvalore nel nostro primo caso preso in considerazione (giornata di otto ore) è 100% e il saggio del profitto del 50%, mentre nell‘esempio con il robot il saggio del plusvalore è del 300% e quello del profitto del 100%.

Le implicazioni più profonde e socialmente rilevanti, di questa breve esposizione dei cardini marxiani diventeranno evidenti man mano che andremo avanti nella nostra indagine.

L’enorme impulso allo sviluppo della microelettronica e l’istruzione macchina

Il robot introdotto alla Foxconn, è frutto di anni di ricerca e di lavoro di equipe di operai, tecnici, ingegneri, matematici, ecc. Per arrivare a questo risultato, come fu per Watt con la macchina a vapore, ci sono voluti investimenti di capitale e utilizzo di conoscenze accumulate nel tempo, a loro volta frutto di lavoro ed investimenti di capitali passati. Il robot, come l’utensile o il telaio della macchina tessile, è a sua volta merce e, come tutte le merci, ha un valore d’uso e uno di scambio, ma anche una caratteristica ben precisa: quella di assoggettare sul luogo di lavoro gli operai ai propri ritmi, ossia ai ritmi definiti dalle esigenze di produzione e di estrazione di plusvalore. Ed è tramite esso che avviene la totale spoliazione della massa dei lavoratori della capacità di controllo e organizzazione del proprio lavoro, oltre che la perdita di competenze specifiche e generali del processo produttivo stesso. Questo a cospetto di lavori fisici meno gravosi (delegati alle macchine di turno) ma più alienanti.

La rivoluzione elettronica: dalla macchina a controllo numerico a Internet

Dopo la seconda guerra mondiale, grazie alla ricerca per la soluzione di alcune problematiche dell’industria meccanica, nacque negli Usa la prima macchina a controllo numerico[6] che “probabilmente fu il più importante passo avanti nella tecnologia manifatturiera da quando Henry Ford ha introdotto il concetto di catena di montaggio mobile”[7]. I finanziamenti per la ricerca furono stanziati soprattutto dalla United States Air Force che consentirono al MIT (Massachusetts Institute of Technology) di produrre, nel 1952, il primo prototipo di fresatrice automatica dando così inizio alla prima fase della rivoluzione elettronica.

“Un essere umano- diceva Herbert Simon- può pensare, imparare e creare perché’ il programma fornitogli dal suo patrimonio biologico e i cambiamenti prodotti in quel programma dall’interazione con l’ambiente che l’uomo ha fin dalla nascita, gli permettono di pensare, d’imparare e creare.  Se un computer un giorno potrà svolgere queste attività, lo farà in virtu’ di un programma”.[8] È con questi presupposti che la microelettronica, i primi computer e la robotica in generale, iniziarono insieme consentirono un progressivo e costante miglioramento di queste macchine rendendole sempre più intelligenti e programmabili[9]. Ma partiamo un po’ più da lontano.

La teoria, a supporto del futuro processo di automazione industriale, ebbe inizio grazie al lavoro di Gottfried Wilhelm Leibniz con la constatazione che ogni tipo di ragionamento potesse essere rappresentato come un’operazione di calcolo. Successivamente George Boole, figlio di bottegai, riuscì a formalizzare il pensiero umano come sequenza di livelli logici semplici, utilizzando asserzioni che avevano due valori: vero o falso. Era nata l’algebra booleana in grado, con una semplicità disarmante, di risolvere problemi logici complessi con un’unica sequenza di 0 come falso e di 1 come vero, cioè i bit, unità base dell’informazione. Veniva così teorizzato, con un secolo d’anticipo rispetto alla sua nascita, il primo computer digitale. Fu, poi, nel 1937, un ventenne prodigio del MIT a pubblicare una tesi di laurea dove gli 0 e gli 1 dell’algebra booleana potevano essere praticamente costruiti con interruttori elettrici aperti e chiusi. E, quasi contemporaneamente, Alan Turing realizzò uno schema nel quale dimostrava che una macchina universale era in grado di leggere dei simboli da un nastro infinito, elaborare un comportamento e i produrre poi un risultato, raggiungendo un nuovo stato potendo cosi eseguire i calcoli più disparati. E fu proprio la macchina di Turing a fornire agli inglesi di decifrare il codice dei messaggi segreti che si scambiavano i tedeschi e di risolvere le complicatissime necessarie per costruire la bomba atomica.

Non esiste un percorso unico o fatto di passaggi predefiniti tra ricerca e sviluppo di una macchina pur complessa da una parte e la sua introduzione nella grande industria o in campi militari dall’altra. Piuttosto, influenzandosi a vicenda, sono spesso le esigenze di produzione e profitto o militari a fornire gli input alla ricerca e a indirizzarla in un senso o nell’altro. Viceversa, sono le risposte fornite a far prendere, poi, le decisioni ai capitalisti o ai generali, sull’utilità o meno di quella soluzione. Dopo la seconda guerra mondiale, si iniziò a pensare di poter istruire le macchine per simulare il più possibile il sistema di apprendimento dell’essere umano e del suo comportamento tramite sequenze semplificate ma ben definite di comandi, dette algoritmi o programmi, saggiando cioè la possibilità di inserire nella produzione i primi computer programmabili in grado di fornire istruzioni a dispositivi più semplici per azioni da compiere nella catena di montaggio. Si voleva rendere cioè il più possibile intelligenti le macchine così da minimizzare l’utilizzo di cervelli umani nella produzione. Si materializzarono allora i primi circuiti logici, derivanti dalla teoria di Boole, integrati su delle schede a nastro perforato, in grado di simulare alla perfezione la macchina di Turing e di eseguire migliaia di operazioni al secondo. Era solo l’inizio di una rivoluzione tumultuosa e dirompente che e tuttora continua.

Con l’avvento del chip, nel 1960, i limiti computazionali e di grandezza dei computer furono abbattuti ulteriormente e le capacità di memorizzare dati, oltre che elaborarli, crebbero in misura esponenziale. Se nemmeno 10 anni prima, per ospitare 16 miseri bit d’informazione, occorrevano, tra relè e transistor, interi banchi di lavoro, con l’introduzione del silicio un singolo chip poteva già ospitare 256 bit d’informazione per arrivare, negli anni Settanta, a quattromila bit per chip. I circuiti, così rivoluzionati, diventano più piccoli ed efficienti e, parallelamente, si introducono i primi supporti a nastro o a dischi magnetici per memorizzare le informazioni o i programmi.

Secondo una legge ben nota nel campo dell’informatica, la legge di Moore, “il numero di circuiti logici inseribili in un chip raddoppia ogni anno” e dal momento che i computer entrano nella produzione e nei più complessi processi di progettazione, i chip non solo diventano più piccoli ed efficienti ma anche più economici. Anche gli algoritmi diventano più raffinati e le operazioni più veloci, dando la possibilità alle macchine nelle fabbriche di prendere decisioni più complesse. Questa disponibilità più massiccia di chip, memorie e capacità di computo più elevate, ha permesso a Woods su pressione della NASA, di sviluppare un linguaggio abbastanza vicino a quello naturale. Lo scopo era di accedere a una quantità di informazioni registrate, tramite un linguaggio di selezione, in modo tale da reperire solo i dati necessari in quel momento, in pratica era nato il primo database.

Nel pieno della guerra fredda tra USA e URSS, alla fine degli anni Sessanta, l’agenzia di ricerca per progetti avanzati del ministero della Difesa (DARPA), avendo bisogno di un sistema in grado di manipolare un vocabolario di diecimila parole con percentuale di errore che non superasse il 10 per cento, chiese una macchina in grado di lavorare al telefono con un tempo di elaborazione che non superasse il doppio di quello umano. Chiaramente, si pensava a un progetto più vasto: quello di inviare comandi da remoto a delle apparecchiature volanti telecomandate. Fu così commissionato un sistema esperto che aiutasse i comandanti sul campo di battaglia a prendere decisioni rapide ed accurate, sulla base di rapporti informativi incompleti o addirittura contraddittori. Sempre su richiesta del Ministero della difesa, nello stesso periodo nasce la prima rete di computer detta ARPANET, un insieme di macchine collegate tra loro su tutto il territorio statunitense in grado di scambiarsi pacchetti d’informazione, soprattutto in caso di attaccati da parte della Russia. Questa è la genesi di internet. Parallelamente se ne sviluppò l’introduzione nella grande industria, non solo, come abbiamo visto nella produzione di merci, con l’utilizzo sempre più preponderante di sistemi automatici, ma anche con quella che sarà l’industria dei futuri personal computer. Come la televisione o l’automobile, il computer diventa a sua volta un nuovo prodotto di consumo di massa per cui “il benessere delle nazioni che nella fase agricola dipendeva dalla terra, dalla manodopera; nella fase industriale dalle risorse naturali dalla merce forza lavoro, dal denaro accumulato, dagli armamenti. Nel futuro molto dipenderà dalle informazioni e dal sapere. Il controllo di grandi quantità di dati cui gli interessati potranno accedere rapidamente, costituirà una nuova forma di potere. E tutto sarà in vendita”.[10] Previsione tutt’altro che infondata visto il ruolo determinante che, di lì a poco, occuperà l’informatica in conseguenza della crescita esponenziale della sfera finanziaria.[11]

Per produrre futures, swap, gestire fondi vari, ecc. non sono stati necessari solamente gli esperti del settore ma anche macchine in grado di trattare i relativi dati in tempi abbastanza brevi oltre a dei programmi per elaborarli che la macchina di Turing non era in grado di fare. Inoltre il lavoro in borsa dei traders, con l’enorme volume di investimenti che si andavano ad accumulare, abbisognava di reperire in tempo reale informazioni da più fonti, analizzarle e indicare una prospettiva d’investimento e il rischio connesso utilizzando il calcolo delle probabilità. Per cui, come avvenuto nella fabbrica, anche in borsa l’epoca della lavagna e del gessetto tramonta per sempre. Su questa spinta, i computer ebbero un ulteriore rivoluzionamento passando a quella che in informatica è chiamata quarta generazione,[12] ossia sistemi molto più complessi dotati di microprocessori di elaborazione molto potenti e l‘introduzione di linguaggi capaci di scrivere programmi più performanti, in grado di ottimizzare le risorse disponibili (come memoria, cpu, sistemi di comunicazione con l’esterno) e compaiono anche i moderni mainframe, ossia grandi elaboratori dedicati a calcoli di alta affidabilità per operazioni critiche, soprattutto nel ramo delle numerose e crescenti transazioni finanziarie e borsistiche.

Nel 2004, il matematico Mandelbrot, prima della crisi dei subprime, affermava: “Wall Street, che è da tempo il cliente più importante dell’industria dei computer, libera sul mercato “algoritmi genetici”, “reti neurali” e altre tecniche computazionali nella speranza che un’intelligenza di silicio sappia individuare configurazioni lucrose là dove le forme di vita basate sul carbonio non ci riescono. Questa finanza “postmoderna” deve ancora produrre un vero e proprio successo. Il colpo grosso non l’ha ancora fatto nessuno”.[13] Infatti, molte attività finanziarie diventano sempre più ad appannaggio di computer ipersofisticati, e molti operatori “vecchio stile” vengono soppiantati egregiamente da super elaboratori con algoritmi in grado di gestire un volume di scambi pari a quasi 4 miliardi in un solo giorno. Questi algoritmi, definiti ad alta frequenza proprio per i numeri trattati in frazioni di nanosecondi, riescono a massimizzare guadagni anche su minime variazioni di valore dei titoli[14]. Comunque anche queste diavolerie della tecnologia non sono immuni da cattivi funzionamenti dovuti sia alla progettazione del software, sia a chi li utilizza, e soprattutto possono fare ben poco difronte alle debolezze sistemiche del mondo finanziario, evidenti ancora di più in periodi di crisi. Tuttavia, ci sono esempi recenti di crash borsistici dovuti anche a funzionamenti sballati e inattesi: basti ricordare quello che è successo il 6 maggio 2010,[15] quando si è avuto il più grande tonfo del Dow Jones con un sonoro -9.1% e che ha bruciato in un sol colpo parecchi miliardi di dollari. Un capolavoro ad alta tecnologia, senza dubbio.

Il supporto dato dai sistemi distribuiti alla globalizzazione della produzione

La de-industrializzazione dell’apparato produttivo dell’Occidente (nel senso di Paesi capitalisti avanzati), la formazione di un’economia collegata al controllo delle conoscenze tecniche e la loro imposizione sul mercato mondiale, il controllo del potere finanziario e commerciale[16] e, non per ultimo, la perdita progressiva di capacità contrattuale della classe lavoratrice sono fattori che portano alla delocalizzazione della produzione nei Paesi con forza lavoro a bassissimo costo oltreché alla formazione di un arcipelago di piccole e medie imprese per le subforniture.[17] Chiaramente questo si accompagna alla rivoluzione della fabbrica non più organizzata con i dettami rigidi del taylorismo, bensì organizzata su impostazioni più flessibili quali la produzione just in time.[18] Soprattutto si ha lo svuotamento delle grandi concentrazioni industriali, conosciute fino alla fine degli anni Settanta come, per esempio, Flint, Torino, Chicago, ecc. Nascono così le prime cittadelle tecnologiche che assorbiranno sempre maggiori capitali e produrranno soprattutto sistemi che accelereranno i processi di globalizzazione. La caduta del Muro di Berlino e la scomparsa definitiva dei blocchi nati dalla spartizione imperialista alla fine della seconda guerra mondiale, renderanno, poi, disponibile il più grande esercito industriale di riserva mai visto nella storia del moderno capitalismo, composto soprattutto da lavoratori dei Paesi del sud-est asiatico e dell’Europa dell’Est.

Questa organizzazione distribuita della produzione, ha bisogno di sistemi che siano in grado di comunicare e di scambiarsi informazioni, non più nel perimetro dell’azienda standard teorizzata da Taylor, ma su un piano globale. Così per esempio, un’auto prenderà forma con un telaio costruito in Brasile, la parte elettronica nel Laos, il cruscotto in Tunisia con il tutto assemblato e verificato a Melfi. Un’unità centrale coordina tutte le fasi dell’assemblaggio e risponde in maniera dinamica alle mutate richieste del mercato. La formazione di società informatiche e delle telecomunicazioni su larga scala, e l’evoluzione esponenziale della potenza di calcolo degli elaboratori, vanno proprio - e non poteva essere altrimenti - nella direzione tracciata dalle nuove esigenze del capitale. Il computer diventa server, macchina multi processo in grado di lavorare in rete e in grado di fornire risposte a più richieste simultanee e tra le più disparate. I database assumono un ruolo fondamentale in questo modello distribuito, in quanto fanno da fornitori di un’enorme mole di dati, e sono sempre connessi ai server che ne ricevono continuamente le informazioni su richiesta esterna. Ad esempio, per mandare ordini di pezzi mancanti in una fabbrica, il server riceve la richiesta, interroga la disponibilità di magazzino attraverso il database e fornisce risposta affermativa con richiesta inoltrata al distributore (magari una ditta esterna che li trasporta a destinazione) più vicino. La conseguenza di questa organizzazione è la formazione di quelli che si chiamano sistemi distribuiti per il cui per il corretto funzionamento la rete risulta indispensabile. Questa distribuzione dei compiti porta alla specializzazione e alla modularizzazione che rende schematizzabile il tutto, con un insieme di nodi in un grafo fortemente connesso, dove ogni nodo rappresenta una scatola di servizi in cui entrano delle richieste ed escono delle risposte. La connessione dei nodi è costituita dai collegamenti in rete. In questo contesto, si ingrandiscono a dismisura i rami dei servizi e la formazione di multinazionali del settore come quelle di informatica, telecomunicazioni, o dell’elettronica avanzata ne è la logica conseguenza. Prendiamo ad esempio la Microsoft, nata da due “maniaci” della programmazione nel 1975. Nel corso del tempo ha sviluppato il sistema operativo (programma che permette l’utilizzo delle risorse del computer, in maniera più semplice per l’utente) più usato del pianeta, penetrando praticamente tutti i settori della vita sociale di oggi, con dei ricavi nel 2009 di 60 miliardi di dollari e con 92.000 dipendenti.

L’accesso alla rete sempre più diffusa, il moltiplicarsi dell’offerta di prodotti di consumo legati all’informatica o all’elettronica di ultimo grido e la possibilità di fare profitti non realizzabili nella sfera produttiva, hanno attirato sempre più capitali, puntati come nelle corse ippiche, sul cavallo vincente del momento. La pia illusione di una crescita infinita, montata ad arte dalla borghesia parassitaria internazionale e la sopravvalutazione delle azioni in borsa, hanno fatto collassare il sistema, con lo scoppio della bolla della new economy, smascherando il pensiero unico dominante e confermando invece che “il capitalismo per attenuare la propria crisi non può far altro che esasperare le attività finanziarie e nello stesso tempo attaccare costantemente il proletariato, tagliando pensioni e salari, espellendo milioni di lavoratori dai processi produttivi e quando tutto questo non basta scatenare conflitti in ogni angolo del mondo.”[19]

La rivoluzione continua dell’organizzazione del lavoro

Abbiamo già detto di come il robot introdotto alla Foxconn, nel suo completo ciclo di vita, dal battesimo in fabbrica fino all’arrivo nella discarica dei ferri da riciclare, cede il suo valore in proporzione ai numeri di cicli lavorativi in cui viene impiegato ma non aggiunge un solo briciolo di valore supplementare. Abbiamo visto che il lavoratore in carne ed ossa, contrariamente alla macchina, risulta essere, dal punto di vista del capitalista, una merce particolare in quanto oltre che a trasferire nelle merci che concorre a produrre, il suo valore come forza lavoro, genera plusvalore. Quindi è impensabile, fermi restando i rapporti di produzione borghesi, un processo produttivo senza l’impiego di forza lavoro umana. Ad oggi, infatti, non esiste un solo ramo d’industria composto da sole macchine e non esiste nemmeno una sola fabbrica composta da soli operai.

In generale, l’effetto più intuitivo ma anche immediato dell’introduzione delle macchine è quello dell’aumento della produttività. Ma appena la macchina entra dalla porta di servizio della fabbrica, essa diventa subito protagonista di rivolgimenti sia dei luoghi di produzione sia di rapporti tra le classi in generale; infatti, l’effetto immediato è che tutta la forza lavoro sostituita dalla macchina, diventa superflua, andando a ingrossare quello che Marx definisce l’esercito industriale di riserva.[20] Ciò determina una perdita del potere contrattuale dei lavoratori e un’ulteriore modificazione della composizione di classe, in quanto “lo straordinario aumento raggiunto dalla forza produttiva nelle sfere della grande industria permette di adoperare 'improduttivamente” una parte sempre maggiore della classe operaia e quindi di riprodurre specialmente gli antichi 'schiavi domestici sotto il nome di 'classe di servitori'”.[21]

L’introduzione di nuovi macchinari in una fabbrica e il processo che si avvia per la singola unità produttiva si estendono in tutto il ramo dell’industria di quel settore, fino a propagarsi in tutti i rami della produzione. Ad esempio, l’uso del computer riguarda oramai tutti i settori delle attività umane. Supponiamo allora che il capitalista A, produca delle merci ed avendo investito un capitale di 100 suddiviso in 80c e 20v, e con un saggio di plusvalore del 100%, abbia un prezzo di produzione che risulti essere: 80c+20v+20pv = 120 e che un capitalista B, sempre investendo un capitale 100 ma suddiviso in 70c e 30v, fermo restando il saggio del plusvalore, avrà un prezzo di produzione della merce da lui prodotta = 130. Il capitalista A, in pratica, avendo investito di più in capitale costante, rispetto al capitalista B, è in grado di vendere la propria merce a un prezzo inferiore a quello di B per cui quest’ultimo se non si adegua sarà spazzato via dalla concorrenza di A. Ora, poiché le merci sono comunque in relazione tra loro, la variazione al ribasso del prezzo di una merce determina, nel corso del tempo, anche l’abbassamento del prezzo di tutte le altre, compreso quello della forza lavoro. Le merci che contengono più plusvalore tendono, quindi, a cederne una quota a quelle che ne contengono di meno, per cui l’introduzione della macchina da parte di A costringe, nel corso del tempo, anche gli altri capitalisti a fare altrettanto, pena la loro fuoriuscita dal mercato. La conseguenza è un generale ribasso dei prezzi che, risolvendosi in una riduzione del saggio medio del profitto, induce i capitalisti a espandere il mercato e a incrementare la massa del plusvalore complessivo.

Questi sono solo alcuni degli effetti dell’introduzione di macchine nel processo produttivo, e lo stesso vale per la microelettronica. Anzi, come vedremo in seguito, li estremizza.

Nuove figure professionali e produttività

Marx scrive: ”Con l’estendersi dell’uso delle macchine in un ramo d’industria, cresce in primo luogo la produzione negli altri settori che le forniscono i suoi mezzi di produzione. Quanto cresca per questo fatto la massa degli operai occupati dipende, se sono date la lunghezza della giornata lavorativa e l’intensità del lavoro, dalla composizione dei capitali impiegati, cioè dalla proporzione fra le parti costitutive costante e variabile”.[22]

La liberazione di forza lavoro eccedente ha determinato lo spostamento di un numero crescente di lavoratori dal settore della produzione a quello della circolazione delle merci, insomma nel terziario. Capitalisticamente risulta evidente che questo settore non aggiunge nulla alla merce in termini di plusvalore. La nostra Vera88 potrà dannarsi l’anima quanto vuole a contattare persone per piazzare essenze di ciclamino, ma non aggiungerà ad esse nulla in termini di plusvalore, anche se il suo lavoro di venditrice è comunque capitalisticamente importante perché permette il ritorno del capitale investito più il plusvalore già incorporato nella merce. Non si creano quindi figure che sono avulse dal processo generale di accumulazione del capitale. Ma tutte concorrono alla creazione o alla realizzazione di plusvalore. Il servizio di call center, in cui Vera88 trascorre le sue tediose giornate lavorative, è stato ideato da esperti del settore delle telecomunicazioni. Esso viene preso in affitto o comprato dal capitalista che ha intenzione di giungere a determinate persone per piazzare il proprio prodotto. Lo sfruttamento dei lavoratori del call center, quindi, si sostanzia in una riduzione del costo di distribuzione di quel prodotto.

Molti esperti di e-commerce sono in grado di piazzare, in qualsiasi angolo del pianeta, qualsiasi tipo di merce stando comodamente seduti difronte a un monitor (saranno le agenzie di consegna a fare il lavoro sporco) abbattendo notevolmente i costi di circolazione delle merci. Basti considerare l’affermazione planetaria di Amazon, e soprattutto contare quanti piccoli librai hanno chiuso i battenti. E Amazon non vende solo libri ma detiene il monopolio mondiale del commercio elettronico di qualsiasi tipo di intrattenimento: dai libri ai gadget di ogni tipo; dalla musica in qualsiasi formato, ai videogame, film, documentari. La cosa interessante da rilevare è che Amazon, pur volendo, non potrà mai riassorbire tutti i librai falliti a causa della sua concorrenza, per non dire dei tipografi, dei rilegatori ecc. soppiantati dai suoi e-book, il libro in formato elettronico.

Gli stessi esperti telematici (esperti di vendite on-line, esperti di siti dove far incontrare offerta e domanda, di transazioni sicure per i pagamenti elettronici), nel volgere di poco tempo, diventano meno indispensabili perché, come succede con gli operatori di borsa, vengono soppiantati da pochi super computer in grado di manipolare correttamente miliardi di transazioni in pochissimo tempo.

Nel periodo 1990-2001, negli Stati Uniti, il numero di occupati nel settore produttivo è aumentato di circa 320 mila unità, mentre nel terziario gli occupati sono aumentati di circa 20 milioni[23]. L’incremento più sostanzioso, circa 10 milioni, ha coinvolto soprattutto le attività legate ai servizi come il commercio o l’impiego di nuovi operatori sanitari, l’aumento del pubblico impiego, quelli assicurativi, speculativi, ecc.; mentre nel settore informatico, o comunque in quelli più inerenti alla parte tecnica della new economy, vi è stata una nuova collocazione circa un milione di persone.

Questi incrementi vanno inquadrati in generale in tipologie di lavoro con bassissimo valore aggiunto e molte di queste attività, come quella dell’operatrice del call-center, sono part-time e precarie. Se consideriamo poi il potere d’acquisto dei salari americani nel periodo preso in considerazione, che poi è quello del massimo investimento nelle attività ad alto contenuto tecnologico, esso è diminuito per ben 91 milioni di lavoratori, mentre soltanto per 19 milioni c’è stato un incremento.

Se poi diamo uno sguardo al tasso di disoccupazione negli Stati Uniti dal 1990 al 2001, vediamo che passa dal 7.8% al 4.0%.[24] E dopo il collasso della new economy, molti posti di lavoro persi non sono stati più recuperati nonostante lo sviluppo tecnologico sia tutt’altro che regredito o ridimensionato. Infatti, durante la ripresina dal 2003 al 2006, il tasso di disoccupazione non è sceso al di sotto del 5%, ma se si dà uno sguardo ai dati sull’andamento della popolazione non attiva,[25] dal 1990 fino al 2006 (prima dell’inizio dell’ultima crisi), risulta in costante aumento, passando da 64 a 76 milioni. Il boom ha coinvolto settori a grande vocazione parassitaria, mentre ha portato al lento e inesorabile declino delle attività produttive tradizionali,[26] cosicché, al crescere costante dell’investimento di strumentazioni informatiche e di microelettronica, è corrisposto il continuo ed inesorabile disinvestimento nel settore manifatturiero classico. In definitiva per “comprendere a pieno le dinamiche sociali di questi ultimi anni è interessante considerare l'indice della povertà umana (Ipu) nei paesi a capitalismo avanzato. L'Ipu è un indice particolarmente complesso che tiene conto di tutta una serie di fattori, quali il reddito pro capite, il tasso di disoccupazione di lunga durata, la speranza di vita inferiore ai sessanta anni, il tasso d'analfabetismo e la percentuale di individui che vivono sotto la soglia di povertà. I risultati che emergono dalle ricerche smentiscono nella maniera più netta quelle teorie che sostengono le virtù della new economy statunitense; infatti, i valori dell'Ipu, espressi in percentuale della popolazione, sono per gli Stati Uniti 16,5, per il Regno Unito 15,1, per la Francia 11,9, per la Germania 10,4 mentre per l'Italia, pur avendo il tasso di disoccupazione di lungo periodo più alto, l'indice è di 11,6”[27].

Per quanto riguarda la frazione di capitale reinvestito nella produzione industriale, se rivolgiamo ora la nostra attenzione al costo delle materie prime, al costo delle linee di produzione ammodernate[28] con le ultime innovazioni tecnologiche, ecc., si scopre un aumento costante ed inesorabile di fabbisogno di capitale costante, rispetto alla sempre più decrescente parte variabile. Il risultato di questo sforzo d’investimento viene sicuramente ripagato sia dall’incremento della produttività per unità lavorativa[29] sia dalla diminuzione di personale impiegato. In altre parole con la riduzione del costo della forza lavoro. Così mentre è cresciuta quasi esponenzialmente la produttività e lo sfruttamento per chi è rimasto in fabbrica, e parimenti l’esplosione di forme di lavoro nel terziario di bassa qualità e mal retribuito, si è accentuata anche la tendenza alla proletarizzazione di strati crescenti di piccola e media borghesia.

Dequalificazione e polverizzazione delle mansioni

Dal punto di vista più strettamente tecnico, l’introduzione di una macchina a controllo numerico, più o meno complessa, permette all’operatore di ridurre le sue funzioni e di facilitarle rispetto a un macchinario più datato. Nel 1966 lo studioso Bright presentò un lavoro[30] sulla qualificazione dell’operaio e sulle sue mansioni nelle industrie ad alto contenuto tecnologico. Tracciò un profilo di meccanizzazione suddiviso in vari livelli (diciassette). I primi livelli corrispondevano ad attività solo manuali e dipendenti quasi esclusivamente dall’operaio e dalle sue capacità individuali. I livelli intermedi, con macchine soggette a controlli esterni, corrispondevano a mansioni via via meno qualificate. Nei livelli superiori, essendo la macchina era in grado di prendere decisioni autonomamente e addirittura di modificare in corso d’opera l’azione intrapresa, le qualifiche richieste all’operatore erano minime, praticamente la conoscenza dei numeri da 1 a 10 e poco più. I risultati, riportati in un grafico a forma di gobba mostravano che la qualificazione richiesta è alta solo per i primi livelli mentre la richiesta di capacità e di conoscenze da parte dell’operaio decrescono costantemente dai livelli intermedi in poi, cioè col crescere dell’automazione nel ciclo produttivo.

Le funzioni richieste all’informatico-programmatore si sono sempre più semplificate nel tempo perché, come nelle fabbriche, insieme ai robot, sono stati introdotti software sempre più performanti e complessi, in grado di ridurre esponenzialmente le competenze umane. Se proviamo a scrivere una semplice moltiplicazione tra due o tre numeri con linguaggi di programmazione di trenta anni fa, tipo l’assembler, rispetto agli object oriented[31] usati oggi, scopriamo una differenza di almeno una decina di righe di codice con una migliore gestione della CPU e delle risorse impiegate. Nonostante questi progressi, però, anche oggi ci si trova, comunque, di fronte a problematiche alquanto diversificate: da un lato occorrono linguaggi estremamente duttili e sicuri e, dall’altro, linguaggi in grado di fornire soluzioni agili e veloci. La forte spinta alla specializzazione, indotta dai sistemi distribuiti, ha alimentato la frammentazione delle mansioni e questo non soltanto per chi in fabbrica è ridotto a schiacciare bottoni, ma anche, se non soprattutto, per chi, come l’informatico, si addentra in campi specialistici ed attività ben definite. Basta dare un’occhiata ai siti che offrono lavoro e cercano esperti, pere vedere quante micro attività sono nate nel tempo. Tutte parcellizzazioni necessarie per l’avanzato grado di sviluppo raggiunto. Per esempio, anche guardando i soli linguaggi di programmazione disponibili, oppure i sistemi operativi, o i tipi di database, di sistemi dedicati all’e-commerce, al web, alla sicurezza sul web, l’amministrazione di social network, ecc., ci accorgiamo che tutt’intorno è prosperata una vera e propria giungla di mansioni molto specialistiche e sminuzzate. Con l’utilizzo di sistemi complessi di progettazione e test automatici, la polverizzazione delle mansioni e la riduzione di linee di codice con linguaggi evoluti, il software prodotto viene a costare sempre di meno e quindi anche il valore aggiunto apportato dagli informatici si è ridotto nel tempo, influendo sempre meno sul costo finale.[32]

Lo sfruttamento totale dell’addetto telematico

I profitti sempre più magri spingono le aziende legate all’Information Technology (software, servizi informatici, telecomunicazione, ecc.), a riorganizzare il lavoro rendendolo più aderente alle mutate necessità di mercato e di sfruttare al massimo il personale rimasto, richiedendo flessibilità totale. L’organizzazione del lavoro tramite la rete e mezzi di lavoro non più fissi, come i portatili sempre connessi, offrono la possibilità di allungare la giornata lavorativa. A differenza dell’operaio che, varcando il cancello della fabbrica, a fine turno, lascia almeno temporaneamente il suo luogo di lavoro, molti lavoratori dell’IT si portano il lavoro a casa, allungando in questo modo oltre il dovuto la propria giornata lavorativa. E non lo fanno per stacanovismo ma per rispondere, sotto il ricatto del licenziamento, alle richieste sempre più pressanti dei datori di lavoro e dai tempi risicatissimi di consegna. Il lavoro modulare e distribuito, oltre alla polverizzazione delle mansioni per addetto, porta a collaborare con team sparsi geograficamente sull’intero globo. Spesso il proprio responsabile o gli stessi colleghi sono distanti fra loro anche migliaia di chilometri e ciò crea per i lavoratori non pochi problemi. Per esempio solo per scambiarsi pareri sul lavoro in svolgimento, dato il diverso fuso orario, essi sono spesso costretti a prolungare il loro lavoro per l’intera notte. Questo spiega anche l’introduzione del telelavoro[33] che non è una conquista del dipendente bensì, ancora una volta, del capitalista. Egli, infatti, non avendo più necessità di fittare o comprare edifici, pagare bollette per luce, acqua ecc., risparmia sul capitale costante e si avvantaggia anche del fatto che il rendimento del lavoratore, che non deve spostarsi da casa, aumenta enormemente.

Il profitto come un monolite

Se, fino a pochi anni addietro, il lavoro nel campo dell’informatica permetteva di vivere dignitosamente con stipendi di fascia medio-alta e di godere di diritti che gli operai di fabbrica non avevano, oggi il processo di sminuzzamento dei compiti e quindi la relativa facile fungibilità della forza lavoro impiegata, il costo abbattuto del software e la caduta di valore aggiunto apportato per operatore, hanno definitivamente proletarizzato fasce consistenti di lavoratori anche di questo settore.

Se sommiamo la ricattabilità elevata e lo scarso potere contrattuale, la dispersione delle attività non più concentrate in un solo luogo, ci rendiamo presto conto di ciò che c’è all’origine del progressivo impoverimento dei lavoratori del settore. Incrociando qualche dato, ad esempio subito dopo l’inizio dell’ultima crisi, si constata che la disoccupazione post lauream nel settore IT, è quella più rilevante.  Nel Regno Unito il tasso dei laureati disoccupati e del 17%,[34] mentre negli Stati Uniti la disoccupazione tecnologica è passata dal 2,1% al 7,4% a fronte di una disoccupazione ufficiale superiore al 10%.[35] Inoltre, si è registrata una caduta del potere d’acquisto dei salari in media del 2,8%, soprattutto per i profili professionali medio-bassi. Comunque, basta dare uno sguardo alla differenza dei salari esistenti fra l’America e l’India[36] per capire quando può pesare il ricatto delle esternalizzazioni delle attività.

In Italia la possibilità, stabilita per legge, di utilizzare sempre più larghe fette di giovani laureati o diplomati specializzati a bassissimo costo grazie ai vari contratti a progetto, partite IVA ecc., ha creato condizioni ancora più favorevoli per un’intensificazione generalizzata dello sfruttamento della forza lavoro. Basta andare su qualche blog per trovare racconti come quello di Andrea: “Io appartengo a quei giovani ingannati da spot pubblicitari del governo che dicevano che l’informatica era il futuro dell’Italia, che c’erano troppi medici e pochi ingegneri. Dopo 5 anni di precariato pagato ad ore senza malattie e festività, mi ritrovo ad aver superato i 30 anni e per questo vengo scartato dalle “software house” italiane che vendono consulenti in body-rental (ovvero agenzie interinali fasulle che, di fatto, si sostituiscono alle agenzie interinali senza nessun controllo)”. Michele illustra molto bene la sua situazione: Anch’io sono laureato in Informatica e sono disoccupato. Ho provato di tutto, ma niente da fare le aziende non vogliono laureati solo giovanissimi neodiplomati, solo tramite agenzie, e solo per l’attività di “programmatore” (mi andrebbe bene anche quello!!!). Io la ritengo una laurea fallimentare sotto tutti i punti di vista, all’Università mi hanno detto che “di solito” veniamo assunti dalle banche….ma è una pura utopia! Senza una raccomandazione è impossibile lavorare in banca… e chi ci lavora è diplomato perché non serve una laurea se si è raccomandati!!! Ci resta solo la libera professione ma con le attuali tasse dovrei riuscire a percepire più di 2000 euro al mese per vivere… e qui viene il bello perché tutti richiedono la partita iva altrimenti “non sei serio”… per cui senza clienti come parti? Inoltre come libero professionista pagano la bellezza di 600-800 euro per 1 mese di lavoro full-time (che significa stare alzato fino alle 2.00 di notte a lavorare) e non c’è nessuna continuità, per non parlare dei lavori gratis perché devono “provare il consulente” ovvero lavorare gratis anche per sei mesi”.

Difronte a scenari apocalittici di crisi, di disoccupazione permanente, di sfruttamento massivo; anche la solfa dell’eden tecnologico e cyber attrezzato di realtà virtuali, risulta mostrarsi in tutta la sua nudità. Il capitalismo si impossessa delle conoscenze tecnologiche e non ne fa mistero, per valorizzare il capitale investito, cosicché tutto lo sviluppo tecnologico segue linee ben precise, nel solco di questo preciso scopo, altro che liberazione dell’uomo dalla fatica! L’inganno del telelavoro, come pure la chimera delle giornate lavorative molto brevi, aumentate in realtà sia in durata che in intensità o addirittura di una organizzazione tecnologica del lavoro orientata al benessere del lavoratore stesso. I corsi di studio che promettono uno sbocco dignitoso per i giovani studenti, si palesano per quel che sono, le solite affabulazioni che mascherano il più brutale asservimento dei lavoratori al capitale.



[1] http://www.dreamworkchina.tv/il-video/dreamwork-china

[2] Foxconn e i robot, da AGICHINA24 e china-files.com

[3] Racconti tratti dalla rete.

[4] Marx considera la produttività media del lavoro, come la quantità di capitale trasformato in merce, per unità di tempo prestabilito.

[5] Nulla di illegale, in quanto il Chen Jou ha venduto liberamente la sua forza lavoro per otto ore di utilizzo da parte del suo datore di lavoro.

[6] Dispositivo che legge le istruzioni numeriche dai nastri perforati, e compie movimenti finiti deterministici, lungo assi cartesiani tridimensionali.

[7] Lynn, Roseberry, Babich A history of recent  technology innovations, citazione.

[8] George Johnson La macchina e la mente, cit., pag 47.

[9] In grado di intraprendere azioni, in base ad alcune istruzioni macchina predefinite.

[10] Feigenbaum e McCorduck  La quinta generazione - Sperling & Kupfer editori, Milano 1985.

[11] Sulle cause della crescita della sfera finanziaria, cfr. G. Paolucci – Il dominio della finanza, su www.istitutoonoratodamen.it

[12] http://www.computermuseum.it/history/generazione-4-1976-1978.htm

[13] Benoit B. Mandelbrot Il disordine dei mercati, una visione frattale di rischio, rovina e redditività, Einaudi, Torino 2005.

[14] Alcuni video in rete ne dimostrano il funzionamento:

http://www.youtube.com/watch?v=FGHbddeUBuQ&feature=player_embedded

[15] Per una descrizione più approfondita sul crollo borsistico del 6 maggio e i trader protagonisti, si può far riferimento all’articolo del Wall Street Journal del 10 ottobre 2010 «How a Trading Algorithm Went Awry». Oppure al lavoro dell’International organization of securities commissions, realizzato proprio per proporre contromisure. Il rapporto Regulatory Issues Raised by the Impact of Technological Changes on Market Integrity and Efficiency.

[16] Si esasperano, da parte degli USA i meccanismi di controllo dello scambio in dollari del petrolio su scala internazionale.

[17] Il 1977 è l’anno in cui il numero di piccoli imprenditori e liberi professionisti è al minimo; mentre nel 1979 il numero dei lavoratori dipendenti (pubblici e privati) è ai massimi livelli, mentre successivamente si ha un cambio marcato di rotta.

[18] Just in time, è un’espressione inglese che significa "appena in tempo". E’ la cosiddetta filosofia industriale WCM per cui si produce solo ciò che è stato già venduto o che si prevede di vendere in tempi brevi senza accumulare scorte in magazzino. Per cui anche l’acquisizione dei materiali necessari per la produzione della merce venduta o che si prevede di vendere e la loro messa a disposizione nel segmento del ciclo produttivo considerato vengono rigorosamente pianificate in modo da ridurre al minimo le scorte in magazzino e le relative immobilizzazioni di capitale.

[19] Lorenzo Procopio La New Economy - Fra nuove illusioni e vecchie realtà – Ed. Prometeo, numero 1, VI Serie, Gennaio 2000.

[20] Cfr. Karl Marx Il Capitale, Libro I, Settima sezione, Capitolo 23, paragrafo 3. “L’esercito di riserva”.

[21] Cfr. Karl Marx, Il Capitale, Libro I, Quarta sezione, Capitolo 13, paragrafo 6, “ La teoria della compensazione rispetto agli operai soppiantati dalle macchine”.

[22] Ibidem.

[23] Napoleone Colajanni, Il miracolo Americano, un modello per l’Europa? Critica alla new economy – Sperling & Kupfer editori.

[24] Historical U.S. Unemployment Rate (1948-2008) http://uspolitics.about.com/od/thefederalbudget/ig/Political-Economic-Measures/Historical-Unemployment-Rate.htm

[25] Da intendersi come pensionati, studenti, scoraggiati che non cercano lavoro. Dati da U.S Departement of labor: Bureau of Labor Statistics.

[26] Investimenti negli Stati Uniti in equipaggiamento informatico, rispetto ad altri equipaggiamenti.  Il boom nel periodo 1991-2001 dimostra l’enorme investimento in strumentazione telematica che non compensa il relativo disinvestimento in strutture di tipo più tradizionale.

[27] Lorenzo Procopio La New Economy - Fra nuove illusioni e vecchie realtà , cit.

[28] Evoluzione tendenziale del costo di una nuova singola linea di produzione rispetto al fatturato annuo mondiale sui semiconduttori (memorie dei computer). World Robotics 2004, International Federation of Robotics.

[29] Cfr. dati pubblicati dalla Federal Reserve  http://www.federalreserve.gov/Releases/G17/Current/default.htm.

Cfr. inoltre i seguenti grafici:

  1. http://static.seekingalpha.com/uploads/2010/7/18/saupload_mfg1.jpg . L’andamento dei posti di lavoro nella grande industria americana, rispetto alla produttività del lavoro.
  2. http://static.seekingalpha.com/uploads/2010/7/18/saupload_mfg2.jpg . Produttività per lavoratore sempre nella grande industria americana.
  3. Di seguito riportiamo una tabella che raffronta la perdita dei posti di lavoro e il parallelo aumento delle macchine (robot) nell’industria:

[30] James R. Bright, “Automation and Skill Requirements”, in National Commission on technology, the Employment impact of Technological Change. Haward University, Boston 1958.

[31] Cfr. http://it.wikipedia.org/wiki/Assembly; per la programmazione orientata agli oggetti cfr. anche  http://it.wikipedia.org/wiki/Programmazione_orientata_agli_oggetti

[32] Nel seguente diagramma a torta http://www.dtbusiness.com/images_main/RealSoftwareCost.jpg viene illustrato cosa determina il costo del software oggi. Fondamentali sono accordi di mercato sull’assistenza che rendono il prodotto più appetibile, e sui costi fissi di produzione (hardware, procedure automatizzate varie). Come si vede il valore aggiunto portato da attività tipo IT Specialist cioè da esperti, è ridotto.

[33] Wikipedia dà la definizione più calzante: “Il telelavoro può essere inteso come un modo di lavorare indipendente dalla localizzazione geografica dell'ufficio o dell'azienda, facilitato dall'uso di strumenti informatici e telematici e caratterizzato da una flessibilità sia nell’organizzazione, sia nelle modalità di svolgimento. Si tratta di un concetto fortemente legato all'evoluzione delle tecnologie informatiche e quindi soggetto ad una continua trasformazione” http://it.wikipedia.org/wiki/Telelavoro.

[34] Higher Education Statistics Agency, http://www.hesa.ac.uk/index.php/content/view/1775/161/.

[35] Dati tratti da Nationla Scince Foundation http://www.nsf.gov/statistics/seind12/c3/c3s3.htm#s1. Il grafico http://www.nsf.gov/statistics/seind12/c3/fig03-19.gif illustra l’andamento della disoccupazione per categorie di lavoratori

[36] Cfr. OECD Information Technology Outlook, OECD, Paris, 2000. p.1. Ad esempio, un programmatore indiano costa 14 volte in meno rispetto a un collega americano.

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