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Sindacato, lotta economica e conflitto di classe nell’epoca della precarietà del lavoro

Creato: 02 Maggio 2013 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3522
[EN][ES] Dalla rivista D-M-D' n °6
Le profonde modificazioni intervenute in questi ultimi anni nel sistema di produzione capitalistico su scala internazionale hanno uniformato a livello planetario l’azione conservatrice dei sindacati e nello stesso tempo stanno trasformando sempre di più la lotta economica in un un’arma spuntata in mano ai proletari. Occorre prendere atto che una nuova fase della lotta di classe si è aperta e che la strada da percorrere non può prevedere alcun ritorno al passato come la ricostruzione dei sindacati rossi o il ricorso ad altri organismi intermedi tra partito rivoluzionario e classe lavoratrice.

Quando alla fine degli anni ottanta del secolo scorso è crollato il muro di Berlino e con esso il blocco imperialistico che faceva capo a Mosca sono stati in molti tra gli ideologi della borghesia a sostenere la tesi della fine della storia. Una nuova era di pace e prosperità s’apriva per il capitalismo mondiale e nulla poteva ostacolare la convivenza pacifica degli uomini. Si decretava la fine della lotta di classe così come si era sviluppata fino a quel momento perché l’interesse comune era rappresentato dalla costante crescita economica finalmente assicurata dal nuovo regno della libertà.

Nel mentre la borghesia prospettava un nuovo Bengodi, molti esponenti della Sinistra Comunista, e tra questi anche noi, pensavano che con il crollo del muro di Berlino e la fine dei regimi che si richiamavano più o meno direttamente allo stalinismo, si potessero aprire degli spazi politici per una ripresa della critica rivoluzionaria alla società capitalistica. La tesi che si sosteneva in quegli anni era piuttosto semplice nella sua formulazione e si può riassumere in questi termini: con la fine dell’Urss finalmente si dimostra che in Russia non c’è mai stato socialismo e che a crollare sotto i colpi della crisi è stata una particolare forma di capitalismo, il capitalismo di stato. In virtù di questo smascheramento - si sosteneva - sarebbe stato gioco facile far ripartire il treno della lotta rivoluzionaria che lo stalinismo aveva proditoriamente e momentaneamente fatto deragliare.

Dopo appena un breve lasso di tempo dalla  formulazione di queste ottimistiche previsioni, da parte della borghesia, il mondo è precipitato in un lungo periodo, che si protrae fino ai nostri giorni, fatto di guerre e crisi economiche che hanno scaraventato nella miseria più nera miliardi di esseri umani. Tutt’altro, quindi, che un nuovo regno della libertà e la fine della lotta di classe: gli ultimi decenni sono stati tutti caratterizzati da un costante attacco alle condizioni di vita e di lavoro del proletariato internazionale. La durezza di tali attacchi sono stati proporzionali all’aggravarsi delle contraddizioni del sistema capitalistico su scala internazionale. La lotta di classe non solo non è scomparsa ma negli ultimi anni si è acuita sotto l’incalzare della crisi, ma è una lotta di classe che finora ha visto come protagonista attivo la sola borghesia, mentre il proletariato, per molte ragioni che cercheremo di spiegare nel corso di questo nostro lavoro, finora ha subito passivamente i colpi sferrati dalla classe dominante.

Se gli ideologi borghesi hanno clamorosamente fallito le previsioni elaborate alla fine degli anni ottanta del ventesimo secolo e forse andata meglio alle aspettative della Sinistra Comunista? Anche in questo caso le previsioni circa una ripresa politica ed organizzativa dei gruppi che si richiamavano all’esperienza della Sinistra Comunista si sono miseramente dimostrate false. Anzi proprio la fine dell’Urss ha fatto emergere tutti i limiti di un’esperienza come quella della sinistra comunista, per tanti versi straordinaria, che aveva fatto della lotta allo stalinismo la propria ragion d’essere. Il patrimonio teorico e politico proprio della sinistra comunista, che è stato capace di spiegare, a filo di materialismo storico, l’intera vicenda della controrivoluzione russa, non si è stati in grado di arricchirlo al fine di spiegare le nuove dinamiche messe in atto dal capitalismo e le profonde modificazione nella stessa composizione di classe del moderno proletariato. Esiste ancora una Sinistra Comunista con diverse anime che la agitano oppure i gruppi che si richiamano a tale tradizione politica sono accomunatati solo da questa etichetta e nella realtà sostengono tesi tra di loro contrastanti? Finito lo stalinismo, e di conseguenza la necessità di essere antistalinisti,  quali sono i fili che tengono insieme i gruppi che si richiamano a quell’esperienza? In realtà ci troviamo di fronte a diversi gruppi che non solo sono divisi su molti punti qualificanti una strategia politica, ma nello stesso tempo hanno perso la sana abitudine di rapportarsi con gli altri e si trincerano dietro il blasone delle proprie sigle per non fare i conti con le tante novità che quotidianamente pone il capitalismo.

Rispetto al tema del nostro lavoro - ossia la questione sindacale, ma potrebbero essere tanti altri ancora i campi di osservazione - le posizioni dei diversi gruppi che si richiamano alla Sinistra Comunista divergono una dall’altra. C’è ancora chi sostiene che il sindacato debba essere ricondotto sui suoi giusti canali rivoluzionari facendo, pertanto, emergere l’esigenza di lavorare per la ricostruzione dei sindacati rossi; altri ancora, pur riconoscendo il tradimento degli attuali dirigenti sindacali, lavorano al proprio interno per riconquistarli; altri ancora danno la CGIL oramai persa alla causa rivoluzionaria, ma ipotizzano la necessità di adoperarsi all’interno dei sindacati di base per spostarli ancor di più su posizioni classiste; infine c’è chi sostiene che il sindacato sia ormai perso alla causa proletaria in quanto trasformato in organo borghese necessario alla programmazione economica del moderno monopolio.

Come si vede i diversi gruppi che si richiamano all’esperienza della Sinistra Comunista hanno - rispetto alla questione sindacale - posizioni divergenti che di fatto determinano tattiche d’intervento e strategie politiche che sono agli antipodi. Si passa da raggruppamenti politici che sostengono la necessità di lavorare, anche come burocrati, all’interno del sindacato per cercare di ricondurlo alla sua antica funzione, a chi sostiene la necessità che la lotta economica della classe lavoratrice debba essere condotta fuori e contro i sindacati, ritenendo questi ultimi ormai persi per la causa proletaria. Noi pensiamo che occorre andare oltre la semplice questione sindacale e sosteniamo la necessità che sia da riconsiderare la stessa natura e funzione della lotta economica del proletariato per cercare di cogliere i limiti di tale lotta nell’ambito del capitalismo del ventunesimo secolo.  Per fare ciò ci sembra opportuno fare un breve excursus storico della questione sindacale, così come si è evoluta nella storia del capitalismo, e nello stesso tempo evidenziare la differenza che corre tra lotta sindacale, lotta economica e lotta di classe.

Il Sindacato delle origini.

Le prime organizzazioni sindacali si sono formate nel corso della seconda metà dell’ottocento e hanno svolto la funzione di contenere la concorrenza tra i lavoratori favorendo in tal modo la vendita della forza-lavoro impiegata nei processi produttivi ad un prezzo più alto rispetto a quello che si riusciva a ottenere laddove la trattativa fosse stata svolta, a livello individuale, dai singoli lavoratori. Occorre riferirsi alle società di Mutuo Soccorso nel delineare le organizzazioni prodromiche del sindacato. Si trattava di società che si erano costituite con il precipuo scopo di sostenere gli scioperi  operai attraverso l’opera fattiva di contributi a favore dei lavoratori in lotta. Il meccanismo solidaristico, che è stato alla base della costituzione delle Società di Mutuo Soccorso, ha avuto uno straordinario impatto nel determinare il formarsi delle prime organizzazioni sindacali. Il primo vero salto qualitativo fatto dal movimento operaio, con il formarsi delle prime organizzazioni sindacali, è stato quello di andare oltre il principio solidaristico delle società di mutuo soccorso, con l’organizzare le rivendicazioni economiche della classe lavoratrice.

La funzione del sindacato - intendendo anche  quello che meglio e in maniera più genuina rappresentava gli interessi economici della classe lavoratrice - è stata sempre quella di gestire la compravendita di forza-lavoro, non travalicando mai il mero ruolo di mediazione nel conflittuale rapporto tra capitale e lavoro. Il sindacato si è sempre mosso nel pieno rispetto delle regole del sistema capitalistico, basato sulla compravendita e lo sfruttamento della forza-lavoro, senza mai porsi il problema politico di andare oltre il sistema del salario onde costruire un’alternativa al capitalismo. In una realtà come quella ottocentesca, basata su un sistema economico ancora dominato dalla presenza di ampie aree di libera concorrenza, tramite l’azione dei sindacati il proletariato è stato in grado di raggiungere rilevanti obiettivi dal punto di vista delle rivendicazioni economiche e del miglioramento delle condizioni di vita. Emblematiche, a tal proposito, sono le conquiste operaie in termini di riduzione della giornata lavorativa. Nella fase storica che stiamo esaminando le lotte operaie, guidate dal sindacato, hanno ottenuto significativi successi anche sul terreno delle rivendicazioni economiche, sostanziandosi in aumenti salariali che, ai giorni nostri, col moderno capitalismo del ventunesimo secolo, sarebbero del tutto impensabili. E’ importante sottolineare come i successi sul piano delle rivendicazioni economiche non vadano a configurarsi come regali della borghesia, bensì come il frutto di durissime lotte portate avanti dalla classe lavoratrice che ha pagato durissimi prezzi  per tutto ciò che ha, in quel contesto, ottenuto.

I sindacati per tutta questa prima fase storica del capitalismo hanno svolto il compito di guidare le lotte rivendicative della classe lavoratrice che, sostanzialmente, hanno avuto espressione in continue richieste di miglioramenti dei salari e delle condizioni di lavoro. Grazie anche a questi successi il sindacato ha aumentato in maniera straordinaria la propria influenza sull’intera classe lavoratrice. Durante questa lunga stagione, nella storia del capitalismo, la permanente lotta di classe tra borghesia e proletariato si è espressa, in primo luogo, sul terreno della lotta economica e ha visto il sindacato svolgere un ruolo di primissimo piano nell’organizzare le rivendicazione proletarie.

In seguito alla formazione in tutta Europa dei diversi partiti socialisti, nati con il preminente scopo di guidare il proletariato alla presa del potere mediante la rivoluzione, i sindacati, pur mantenendo le caratteristiche sopra evidenziate, sono stati utilizzati per assolvere anche ad una funzione politica strategica: fare da collante tra l’avanguardia rivoluzionaria e la classe lavoratrice. In quest’ottica il sindacato ha assunto una funzione completamente nuova rispetto a quella fino ad allora svolta, ossia fungere da “cinghia di trasmissione” tra il partito politico della classe lavoratrice e la stessa classe.

La cinghia di trasmissione

Chi ha teorizzato al meglio circa il ruolo del sindacato quale “cinghia di trasmissione” è stato sicuramente Lenin. Nella strategia leninista il sindacato, essendo lo strumento attraverso il quale meglio si esprimeva la lotta economica del proletariato, doveva essere utilizzato dal partito rivoluzionario per aumentare la propria influenza tra le masse operaie. Nella visione leninista il ruolo del sindacato diventava pertanto strategico in quanto era per il suo tramite che l’avanguardia politica poteva essere in grado di aumentare l’influenza in ampi settori della classe operaia. Per il leader bolscevico, perché il sindacato potesse assolvere alla funzione di cinghia di trasmissione era necessario che i membri del partito si adoperassero al suo interno al fine di influenzarlo avendo modo, allo stesso tempo, di propagandare le posizioni politiche del partito all’interno della classe lavoratrice. Il sempre spinoso e mai del tutto risolto problema del rapporto partito-classe è affrontato da Lenin assegnando al sindacato il ruolo di cinghia di trasmissione proprio perché, attraverso il  tramite dell’organizzazione sindacale, secondo Lenin il partito sarebbe stato in grado di rapportarsi al meglio con l’intera classe lavoratrice.

Lo schema leninista è basato su alcuni presupposti teorici che è bene evidenziare in quanto gli stessi andranno valutati rispetto alle attuali condizioni in cui si sviluppa il rapporto tra capitale e lavoro. Il primo momento dello scontro di classe tra borghesia e proletariato avviene su un terreno di lotta economica: gli operai vi sono spinti allo scopo di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro. Come abbiamo visto sopra, è in un tale contesto di lotta economica che s’affermano le organizzazioni sindacali. Sul terreno della sola lotta economica il proletariato è stato storicamente in grado di dar vita ai sindacati, organismi strutturalmente legati al rapporto tra capitale e lavoro, incapaci, tuttavia, per loro insita natura, di andare oltre il terreno della lotta rivendicativa che – occorre ribadire -  non può mai travalicare i limiti delle compatibilità capitalistiche pur rappresentando, in ogni caso,  il primo gradino del processo di maturazione della coscienza rivoluzionaria del proletariato, ossia di quella forma di coscienza che attribuisce al superamento del modo di produzione capitalistico l’unico modo con il quale risolvere, tout court, i problemi della classe lavoratrice. Nella quotidiana lotta economica, guidata dai sindacati, il proletariato arriva a maturare la coscienza di appartenere ad una classe sociale mentre la funzione di far crescere il livello della coscienza di classe fino a far emergere la necessità di lottare non solo per un più alto salario ma per abbattere il sistema del lavoro salariato è propria del partito politico della classe lavoratrice. Dalla lotta economica si passa, con un salto di qualità, alla lotta politica; la coscienza di classe “in sé”, che si forma nel contesto della lotta economica, matura in coscienza di classe “per sé” con la quale il proletariato assurge alla consapevolezza della necessità di abbattere il modo di produzione capitalistico.

Gia Marx in “Salario, prezzo e profitto”  aveva evidenziato come la lotta economica sia alla base di quel processo che porta alla formazione di una coscienza di classe. Nella stessa opera Marx ammoniva coloro che sostenevano l’inutilità della lotta economica poiché la stessa non avrebbe arrecato alcun vantaggio alla classe lavoratrice in quanto i capitalisti, con l’aumentare i prezzi, avrebbero, di fatto, annullato i vantaggi derivanti dagli aumenti salariali. Senza riprendere quanto esposto da Marx in “Salario, prezzo e profitto”, onde confutare le tesi del signor Weston – propugnatore dell’inutilità della lotta economica in quanto i vantaggi conseguiti dagli aumenti salariali sarebbero stati vanificati dall’aumento dei prezzi delle merci - è importante, in questa sede, evidenziare come per Marx la lotta economica sia considerata importante per far maturare una coscienza di classe tra la classe lavoratrice intendendo la lotta economica come palestra della lotta rivoluzionaria. Dalle battaglie per un miglior salario matura la coscienza di abbattere il sistema salariato. “Guai - ammonisce Marx - a quella classe che rinunci a lottare per un miglior salario perché solo attraverso tali battaglie sarà possibile maturare la coscienza della necessità di abbattere la società basata sullo sfruttamento del lavoro salariato”.

Lenin si muove lungo la direttrice teorica tracciata da Marx, con la variante, però, di utilizzare i sindacati come strumento intermedio necessario per legare l’avanguardia politica, il partito rivoluzionario, alla classe lavoratrice. Le parole d’ordine leniniste, lanciate per conquistare la guida dei sindacati e meglio influenzare il proletariato,  non sono pertanto altro se non  diretta conseguenza dei succitati presupposti teorici.

La prima verifica storica, sulla validità delle tesi di Lenin sul ruolo del sindacato, si è avuta durante la rivoluzione d’ottobre. In tale circostanza i sindacati anziché fungere da cinghia di trasmissione tra il partito e la classe lavoratrice, sono stati gli organismi operai che più di ogni altro hanno osteggiato la presa del potere da parte del partito bolscevico. Non solo non hanno funto da cinghia di trasmissione ma si sono posti di traverso rispetto alla diffusione tra il proletariato russo delle posizioni politiche del partito bolscevico, ostacolando l’organizzazione degli scioperi politici che hanno preceduto le giornate dell’ottobre. In realtà, nel formulare la sua tesi, a Lenin,  sfuggiva  che il Sindacato non era già  più quello delle origini. Una lacuna , questa, che all’epoca è passata, grazie alla vittoria della rivoluzione russa, quasi del tutto inosservata. Sono stati in pochi, e solo parecchi anni dopo, a vagliare criticamente quanto sostenuto da Lenin e quanto si è poi concretamente verificato durante la rivoluzione russa, tant’è che le tesi leniniste sono sempre state un faro per il movimento comunista internazionale nel mentre le voci dissonanti da quanto da lui sostenuto sono ancora oggi una infima minoranza.

Il sindacato nell’era dell’imperialismo

Chiusa l’esperienza dell’ottobre con la controrivoluzione stalinista la discussione sul ruolo del sindacato si è sostanzialmente bloccata e successivamente c’è stato solo un rimasticare le tesi di Lenin. L’unica voce che ha tentato di andare oltre la vulgata leninista sul ruolo del sindacato è quella della sinistra comunista. Già nell’immediato dopoguerra i compagni della sinistra comunista, che si erano costituiti nel Partito Comunista Internazionalista, proprio partendo dall’esperienza della rivoluzione d’ottobre avevano elaborato una tesi in base alla quale il sindacato aveva subito un cambiamento radicale rispetto al passato perdendo definitivamente la propria natura di classe e quindi il proprio ruolo nella strategia rivoluzionaria. Il cambiamento nella valutazione sul ruolo del sindacato era da ricercare nei processi di centralizzazione e concentrazione del sistema di produzione capitalistico e alla conseguente modificazione dei processi lavorativi. Con il  formarsi dei grandi gruppi monopolistici si erano quindi prodotti notevoli cambiamenti nella natura e nelle funzioni dei sindacati, pertanto si poneva all’ordine del giorno la necessità di individuare altri organismi, diversi dai sindacati, a cui affidare la funzione di organismo intermedio tra il partito rivoluzionario e la classe lavoratrice.

Tale posizione è caratteristica del solo gruppo di Battaglia Comunista mentre gli altri gruppi della sinistra comunista hanno continuato a sostenere la validità delle tesi di Lenin, come se nel frattempo nulla fosse avvenuto in ambito capitalistico. Le intuizioni dell’immediato dopoguerra hanno trovato una migliore sistematizzazione in lavori successivi e la questione sindacale doveva caratterizzare ulteriormente le posizioni politiche di Battaglia Comunista nel panorama della Sinistra comunista. Ecco cosa scrivevamo nell’opuscolo “Il Sindacato nel terzo ciclo d’accumulazione del capitale” stampato nella seconda metà degli anni ottanta del secolo scorso: “Nel processo storico di sviluppo delle forme economiche capitalistiche, il sindacato, che sin dalla sua nascita si è posto essenzialmente come tentativo di gestione controllata dell’offerta di forza-lavoro con lo scopo di determinarne prezzi più alti di quelli che avrebbe potuto spuntare l’operaio in un’eventuale contrattazione individuale, ha subito un lento processo di coinvolgimento nella gestione delle imprese. Soprattutto nei momenti di espansione del mercato il sindacato si è trovato di fronte un padronato che addirittura lo anticipava nella concessione di aumenti salariali resi possibili, appunto, dall’elevata quota di extra-profitti che in genere questo tipo di impresa realizza grazie alla sua capacità di intervenire sui processi di formazione dei prezzi[1]. Ed ancora qualche rigo dopo si può leggere “Di conseguenza, il sindacato, mentre vede gran parte delle sue funzioni tradizionali interamente assorbite dal capitale stesso, è anche sollecitato a costituirsi come momento di garanzia e di stabilità del sistema capitalistico in aggiunta o in sostituzione degli altri strumenti di repressione politica ed ideologica propri della borghesia[2].

Le due lunghe citazioni esprimono compiutamente la tesi in base alla quale il sindacato, proprio per le modificazioni intervenute nella struttura economica capitalistica, con l’affermarsi del monopolio, ha modificato la propria natura trasformandosi in uno strumento della borghesia da questa utilizzato per contenere, nell’ambito delle compatibilità della programmazione economica dei grandi gruppi monopolistici, le rivendicazioni economiche  della classe lavoratrice. Con il formarsi del monopolio è diventato di vitale importanza, per il capitalismo, programmare le attività produttive e il sindacato costituisce l’organismo che, meglio e più di altri, è chiamato a garantire la pace sociale all’interno dei sistemi produttivi e nella società in genere.

La trasformazione del sindacato da organismo della classe lavoratrice in strumento della programmazione economica della borghesia non è stato, dunque, determinato dal tradimento di qualche funzionario sindacale, che in questa sede ovviamente non vogliamo negare, ma è da ascrivere ai meccanismi di “concentrazione dei mezzi di produzione che ha messo in mano alla borghesia opzioni capaci di riassorbire e istituzionalizzare organismi di lotta puramente rivendicativa.”[3]

Il sindacato non solo è definitivamente perso per la causa proletaria, ma è diventato uno dei più importanti strumenti in mano della borghesia per meglio attenuate il conflitto tra capitale e lavoro e favorire la programmazione economica monopolistica.

Ma se il sindacato è passato, armi e bagagli, al nemico di classe, si pone il problema di andare oltre lo schema di Lenin che vede in esso l’organismo intermedio tra partito e classe. Non si tratta però di trovare un nuovo organismo intermedio in sostituzione del sindacato, ma andare oltre lo stesso concetto di organismo intermedio. Nel documento più volte citato si sostiene la tesi che il partito politico si lega e si rapporta alla classe, almeno su un piano teorico, attraverso i propri gruppi di fabbrica, che non sono più organismi intermedi, ma diretta emanazione del partito che operano nel mondo della fabbrica per portare alla classe le proprie elaborazioni e nello stesso tempo per attingervi ed elaborare  le istanze provenienti da essa  in un continuo rapporto di scambio dalla base della classe all’avanguardia politica e viceversa. Il gruppo di fabbrica è chiamato ad assolvere il compito di favorire la trascrescenza delle lotte economiche su un terreno più specificatamente politico. Come si può osservare si è andati oltre le tesi di Lenin sul ruolo del sindacato e sul concetto di organismo intermedio, ribadendo, al contempo, la validità dell’elaborazione di Marx laddove attribuisce alla lotta economica il ruolo di palestra rivoluzionaria per favorire la trascrescenza della coscienza di classe “in sé” in coscienza di classe “per sé”.

La lotta economica e conflitto di classe nell’era della globalizzazione

Grazie alle profonde modificazioni intervenute negli ultimi anni nel sistema capitalistico, su scala internazionale, si è creato per la prima volta nella storia del capitalismo un unico mercato della forza-lavoro su scala mondiale. Tutto questo è stato reso possibile per il concomitante agire di due fattori che hanno impresso un cambiamento radicale all’organizzazione della produzione e alle stesse condizioni di lavoro del proletariato mondiale. Il primo fattore che ha reso possibile la creazione di un unico mercato della forza-lavoro è di ordine economico ed è da ravvisare nella possibilità offerta al capitalismo di delocalizzare con estrema facilità le unità produttive in quelle aree in cui il costo della forza-lavoro è molto più basso che altrove. Grazie all’introduzione della microelettronica nei processi produttivi è aumentata di molto la flessibilità dei cicli di produzione rendendo pertanto possibile e vantaggioso spostare la produzione laddove vi è maggiore convenienza in termini di costo della forza-lavoro.  Il secondo fattore è di ordine geo-politico ed è da individuare nella implosione dell’impero sovietico che ha reso possibile la libera circolazione dei capitali in vaste aree del pianeta. Con l’unificazione del mercato della forza-lavoro si è determinato, da un lato,  un abbassamento del suo prezzo mentre, dall’altro, si sono attivati dei meccanismi che sviliscono ulteriormente la portata e il ruolo finora svolto dalla lotta economica nel processo di formazione di una coscienza di classe per sé.

La stessa precarizzazione del rapporto di lavoro è una diretta conseguenza dell’unificazione internazionale del mercato del lavoro. Miliardi di esseri umani, disponibili a vendere l’unica merce che hanno a disposizione in un unico mercato mondiale, sono quotidianamente in lotta tra loro per trovare un capitalista disposto ad acquistare la loro merce a prezzi sempre più stracciati. Con tanta disponibilità di forza-lavoro, anche altamente scolarizzata e al contempo sempre più dequalificata, il capitalista ha la possibilità di utilizzare i venditori di forza-lavoro con la formula dell’usa e getta. Tutto ciò ha sicuramente un fortissimo impatto nel processo di formazione di una coscienza di classe tra i proletari. Le differenze rispetto al passato sono del tutto evidenti: infatti, mentre nel mondo della fabbrica fordista migliaia di operai, lavorando quotidianamente e per lunghi periodi, fianco a fianco ad altri lavoratori, erano portati quasi istintivamente – attraverso processi di condivisione - a considerarsi facenti parte di una medesima classe sociale e lottare su un piano economico nel tentativo di migliorare le proprie condizioni di vita e di lavoro, nell’era del precariato tutte le condizioni che favorivano la maturazione di questa coscienza  son venute meno ed anche la lotta economica sembra essere diventata un’arma spuntata rispetto al passato. Infatti, il capitalista in questo nuovo contesto di lavoro precario e fortemente dequalificato ha la possibilità non solo di sostituire nel volgere di pochissimo tempo i lavoratori in lotta ma di utilizzare sempre più spesso la minaccia di delocalizzare la propria impresa in contesti meno conflittuali. I moderni proletari non vivono più quelle condizioni che in passato hanno favorito il maturare la coscienza di appartenenza alla medesima classe sociale; troppo limitato è il tempo che trascorrono insieme sul posto di lavoro e nei contesti urbani per potersi sentire accomunati dagli stessi interessi di classe. Se i proletari hanno enorme difficoltà a percepirsi come un’unica classe e se la stessa lotta economica non è più così efficace nel far migliorare le condizioni dei lavoratori, ebbene, occorre riconsiderare lo stesso processo di trascrescenza delle lotte da un piano meramente economico ad uno più elevato di natura politica. Possiamo considerare ancora valida la tesi di Marx che vedeva nella lotta economica una palestra per la lotta rivoluzionaria, oppure proprio in virtù dei cambiamenti che sinteticamente abbiamo sopra evidenziato la lotta economica non svolge più lo stesso significativo ruolo? Noi pensiamo che la lotta economica abbia ormai perso gran parte di quella funzione che intravedeva in essa Marx e, pur non negando la possibilità e la necessità, per i lavoratori, di lottare per un miglior salario o per la difesa di un posto di lavoro, crediamo che la lotta di classe condotta dal proletariato possa e debba esprimersi in questo nuovo contesto in termini immediatamente politici[4]. D’altra parte, i margini di contrattazione sono ormai così ristretti che qualsiasi rivendicazione mirata al miglioramento delle condizioni di vita e di lavoro del proletariato risulta immediatamente dirompente.

Può sembrare un paradosso ma è solo una delle nuove condizioni in cui si trovano i venditori di forza-lavoro, laddove da un lato si è formato un unico mercato mondiale del lavoro mentre dall’altro sono sempre più frequenti contratti di lavoro individuali che sostituiscono quelli collettivi che si applicano a tutti i lavoratori della categoria. Proletari socialmente ma economicamente e giuridicamente isolati, sono in balia dello strapotere del grande capitale internazionale e hanno mille difficoltà a sentirsi facenti parte di una classe sociale. Questa è la condizione in cui versano miliardi di proletari in ogni angolo del pianeta, una condizione che è ben diversa rispetto a quella che si poteva osservare solo qualche decennio addietro.

In un simile contesto, pensiamo che, politicamente, rappresenti un forte arretramento, dal punto di vista della strategia rivoluzionaria, la posizione di chi sostiene la necessità di ricostruire i sindacati rossi o altri organismi intermedi che fungano da cinghia di trasmissione tra il partito rivoluzionario e la classe lavoratrice. Così come ci appare un notevole passo indietro, rispetto alla precedente posizione di Battaglia Comunista su tale questione, quanto si sostiene nell’articolo “Lo stato, i soviet, la rivoluzione” in cui si scrive che “Quando ancora non si pone il problema rivoluzionario, il Partito Comunista penetra e conquista gli organismi di lotta economica (comitati di lotta) appena essi sorgono sotto la spinta delle condizioni di vita sempre peggiori di gruppi e categorie di proletari; questo allo scopo di radicarsi nella classe e nelle sue azioni per allargarne il campo, nella direzione della lotta unitaria di classe.”[5] In queste poche righe è evidente l’abbandono delle tesi sostenute in passato da Battaglia Comunista. Infatti, vi è  in esse non solo il ritorno alle tesi secondo cui a fungere da “cinghia di trasmissione” tra partito rivoluzionario e classe possano essere ancora gli organismi della lotta economica- tesi ampiamente superate da di Battaglia Comunista fin dalla fine degli anni 40 del secolo scorso-  ma addirittura che a svolgere questa funzione possano essere organismi spontanei, quali i “comitati di lotta”, che normalmente nascono e si esauriscono con il nascere e l’esaurirsi delle singole lotte. Non hanno , cioè, nel loro DNA alcun carattere di permanenza e pertanto non possono svolgere quel ruolo che l’odierna  Battaglia Comunista, in piena fregola movimentista vorrebbe assegnare loro: garantire al partito di radicarsi permanentemente nella classe. Sostenere ciò significa, a nostro avviso, svilire il ruolo di guida politica che deve assolvere il partito rivoluzionario per trasformarlo in un carrozzone al seguito dei comitati di lotta che periodicamente potrebbero sorgere nel seno della classe. Con un colpo di spugna vengono cancellati i “gruppi di fabbrica” e i “gruppi territoriali”, organismi emanazione diretta del partito, che operano nel mondo delle fabbriche e nel più ampio contesto urbano,  il cui ruolo è quello di permettere al partito di radicarsi nella classe lavoratrice per far avanzare la prospettiva del superamento dell’attuale modo di produzione. Mentre altri abiurano le proprie posizioni politiche per meglio assolvere al nuovo ruolo che si sono dati, ossia di fanalino di coda del movimento di classe, noi pensiamo che sia necessario rimanere rigorosamente sul piano del materialismo storico nel definire il rapporto tra  partito e classe e non riproporre vecchie formule abbondantemente superate dal nuovo contesto del capitalismo globalizzato. E’ mutato il ruolo del sindacato, la lotta economica ha perso molto della sua efficacia per la crescita della coscienza rivoluzionaria, ma permangono intatti tutti i presupposti della lotta di classe che il proletariato internazionale è chiamato a condurre per contrastare la barbarie del capitalismo.



[1] Il Sindacato nel terzo ciclo d’accumulazione del capitale – edizioni Prometeo – pag. 8

[2] Il Sindacato nel terzo ciclo d’accumulazione del capitale – edizioni Prometeo – pag. 9

[3] Il Sindacato nel terzo ciclo d’accumulazione del capitale – edizioni Prometeo – pag. 11

[4] Su questo argomento vedi l’articolo: G. Paolucci - Ci vuole il partito, ma quale?  che appare su questo stesso numero della rivista.

[5]Lo stato, i soviet, la rivoluzione” Prometeo n. 7 serie VII nel mese di maggio 2012

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