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Ilva: la minaccia alla vita che viene dal capitalismo

Creato: 26 Ottobre 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2769
La vicenda dell’Ilva di Taranto ribadisce non solo la natura distruttrice del capitalismo e l’inconciliabilità tra interessi del capitale e interessi dei lavoratori salariati, ma anche come la prospettiva di una nuova società necessiti oggi di un indispensabile lavoro per il programma comunista e il partito internazionale.

Ottobre si apre con nuovi incidenti all'ILVA di Taranto, a danno di otto operai del reparto Tubificio 1. Si aggiungono ai 2 operai di recente ustionati durante le operazioni nei reparti posti sotto sequestro, e agli altri 8 colpiti da vapori nocivi. Non è un dramma che si vive solo nel chiuso della fabbrica. In questi giorni anche gli studenti di un Istituto vicino hanno accusato malori da intossicazione.

E torna l'attenzione su questo stabilimento che minaccia a morte i lavoratori e tutta la città, con il suo strascico di polemiche politiche e sindacali, le contrapposizioni tra chi vorrebbe dare priorità alla salute e all'ambiente e tra chi insiste sulla priorità dell'occupazione.

In questi mesi i lavoratori si sono trovati difronte a un bivio mortale: difendere oggi il posto di lavoro, sapendo che la sopravvivenza legata a questo lavoro significa direttamente morte per sé e per le comunità locali, o spingere per la chiusura dell'ILVA, sapendo che così si perde l'unica fonte di reddito disponibile? Morte immediata o differita, in altri termini? E' evidente che non è una reale alternativa, istintivamente si intuisce che c'è qualcosa che non torna, e trovare una risposta a questo dilemma sembra impossibile. Per molti versi lo è, perché riflette l'incompatibilità, senza soluzioni, del capitalismo con la salute, con l'equilibrio dell'eco-sistema, con la stessa vita.

Cosa produce il capitalismo, e con quale logica

Il sistema capitalistico non produce per soddisfare bisogni umani. Il punto non è se almeno parte della produzione lo faccia, è comprendere quale è la spinta alla produzione. Nel capitalismo il fine della produzione è la produzione in sé: si realizza cioè il produrre per produrre. L'obiettivo è il profitto, e il profitto non conosce freni morali o sociali: è l'anima autentica di questo sistema, è tutto ciò che lo tiene in vita, a costo di qualunque cosa. Nella logica del profitto, non può esserci spazio per altre considerazioni, non c'è razionalità che non sia quella tecnica piegata al fine in sé, non c'è etica che non sia quella del denaro. Più aumenta la ricchezza materiale, tanto più viene ridotta a brandelli ogni ricchezza autentica dell'individuo, perché viene realizzata precisamente a sue spese.

Questa formazione economico-sociale non può allora che gestire la relazione con l'ambiente in maniera distruttiva: è una depredazione continua e intensiva su tutto il pianeta.

Già originariamente il capitalismo produceva disumane città dominate dai fumi e dalle polveri delle ciminiere, dalle condizioni igieniche precarie e dalle condizioni di salute e di vita più rischiose; con forme variegate e complesse, questa dinamica è diventata oggi del tutto generalizzata.

Anche dove gli scarichi diventano inodori e i quartieri puliti e ordinati (senza dimenticare la loro reale incidenza in un mondo dove prevalgono gli slum e il degrado più abissale), la diffusione di malattie per molti versi moderne come il cancro, delle intolleranze alimentari, delle malattie respiratorie ecc., compongono una mappa dei mali della contemporaneità, prodotti da un sistema sociale che ha come unico scopo, per l'appunto, il profitto, e che come tratto fisiologico ha la dilapidazione delle vite umane.

L'antitesi fra città e campagna, poi, antica ma che solo il capitalismo nascente ha portato alle sue forme più estreme, è destinata ad essere sempre più marcata e profonda. Il ciclo dei rifiuti nelle città capitalistiche o diviene a sua volta elemento di profitto (come processo di lavorazione con risparmio di materie prime), o produce, come nei casi eclatanti di Napoli, Palermo, ma anche di migliaia di altre città nel mondo, una condizione turbativa degli equilibri naturali (cfr. Il Capitale Libro I) , e la distruzione della salute fisica dei proletari.

Il lavoro, a prescindere dalla forma della società, è per l’uomo la condizione della sua esistenza, “è una necessità eterna della natura, per mediare il ricambio organico tra uomo e natura, cioè la vita degli uomini” (cfr. Il Capitale Libro I). Nella società capitalistica però la relazione armonica e non conflittuale tra l’”uomo” (la sua società, cultura ecc.) inteso come componente attiva della natura, e l’ambiente naturale tutto, viene spezzata.

Il comunismo, ri-definendo le modalità della vita delle donne e degli uomini, apre a nuove forme di mediazione, di relazione tra “uomo” e “natura”.  Un eco-sistema in equilibrio può diventare così l’autentico spazio della vita sociale delle donne e degli uomini, e l’orizzonte del susseguirsi delle generazioni.

Un esempio di dilapidazione della vita umana. L'economia dei mezzi di produzione

In questo sistema anche risparmiare sul capitale costante (stabilimenti, macchinari, materiali ecc.), economizzare rispetto alla sua usura, è uno dei modi con cui il capitale opera per aumentare il saggio di profitto. I costi umani e ambientali di questo processo non costituiscono un ostacolo. E’ solo un modo di sfruttare il più possibile nella maniera più economica. Marx dimostra come lo sperpero della vita e della salute dei proletari sia nient’altro che un elemento ordinario del funzionamento del capitalismo.

Il peso del tempo dedicato al processo produttivo è tale da rendere quasi coincidente la qualità delle condizioni di vita con quelle del lavoro. Abbassare questa qualità è tecnicamente uno strumento come un altro per il capitale di incrementare il saggio di profitto. C’è di più: l’impatto della produzione sulla qualità e la salubrità ambientale generalizza l’incidenza degli elementi di sperpero della vita e della salute. Il modus vivendi si confonde con quello moriendi.

Sistemi di protezione e precauzione per macchinari pericolosi e per i processi produttivi nocivi, vengono risparmiati nella misura del possibile. Le continue morti nei cantieri, i tumori che si sviluppano nelle fabbriche, gli incidenti sul lavoro, continuano a essere la quotidianità per i lavoratori di tutto il mondo. L'elenco di casi specifici che Marx passa in rassegna nel Capitale sorprende per quanto poco sia invecchiato: anzi, per molti aspetti oggi è ben più significativo. Attualmente, secondo i dati ILO, ogni giorno nel mondo muoiono circa 6.000 lavoratori, per incidenti sul lavoro o malattie professionali. 438.000 salariati sono uccisi dalla materie che lavorano. 270 milioni invece gli incidenti noti ogni anno sui luoghi di lavoro, e 160 milioni le malattie non mortali contratte. Grazie al carattere sociale del lavoro, è tecnicamente molto semplice l’ampio impiego di giovani e giovanissimi: e si stima che i giovani tra i 15 e i 24 anni siano esposti a maggiori rischi gravi, un +50% nella sola UE.

Un sistema non è una condanna storica

Come può essere rilevante per la logica di questo sistema l'impatto della produzione sull’ambiente e la salute? E' evidente che lo è solo se la gestione di questo impatto può produrre a sua volta profitto. Tutto ciò, è bene sottolinearlo, anche prescindendo dalle singole volontà, dagli orientamenti delle coscienze, dalle idee ecologiste in circolazione. E' inscritto nella logica del processo di valorizzazione del capitale. Contemporaneamente non è un destino che qualche dio personale o impersonale imponga indisturbato. Risente al contrario delle resistenze, delle lotte, delle condizioni particolari in cui si esplica, insomma, lo ripetiamo anche in questo caso, sono sempre gli uomini a fare la storia, ma in condizioni determinate. E questo orrore capitalistico che toglie il fiato e sembra privare d'ogni speranza può allora essere sconfitto, in direzione di un'associazione di donne e uomini liberi, che governino la produzione in base ai loro bisogni, ivi incluso il bisogno di vivere in un eco-sistema salubre e ricco.

L’incontro tra gli interessi del capitale, che rispondono quindi esclusivamente all’imperativo del profitto a tutti i costi, e gli interessi dei lavoratori, non può in nessun caso essere la strada: la contraddizione non è accidentale, ma essenziale. Una contraddizione che la ricostituzione del partito comunista può contribuire a far diventare il cuore di una diffusa coscienza rivoluzionaria tra i proletari, e con essa la motivazione profonda a combattere radicalmente per una società finalmente umana.

Sindacalismo e spontaneismo, armi borghesi contro il proletariato e la rivoluzione

Abbiamo aperto constatando che i proletari sono costretti a dibattersi nei limiti di un’alternativa letale quanto paradossale. Morire oggi di fame o domani di tumore? E mentre il sindacato partecipa alla gestione ipocrita del movimento tra queste due prospettive, la cosa rimarchevole è che sono stati gli stessi lavoratori dell’Ilva a battersi per lasciare aperta la fabbrica. La loro spinta immediata non poteva che essere l’interesse più vicino, quello di non perdere oggi il loro impiego salariato. E’ solo su questo tipo di spinta che può basarsi lo spontaneismo, cioè la corrente politica che propugna l’autosufficienza del movimento autonomo e spontaneo dei lavoratori. La serietà di questa vicenda rende molto evidente e molto drammatico come questa ideologia non possa offrire nessuna risposta. Chi la fa propria, vaneggia e spinge di fatto i proletari nelle morse sindacali della borghesia.

E’ opportuno essere molto circostanziati quando si parla di spontaneità, come se i movimenti sociali si sviluppassero senza la partecipazione di nessuna forma di coscienza. In realtà la coscienza partecipa sempre all’azione reciproca tra individui, gruppi, contesto e circostanze. Il punto è capire quale tipo di coscienza. La coscienza borghese, prodotta in mille modi dalla formazione economico-sociale capitalistica, mediante le sue merci, i suoi mezzi di comunicazione di massa, i suoi ideologi e preti, i suoi stili di vita che penetrano nelle coscienze individuali e sociali? Oppure una coscienza rivoluzionaria?

Ma per la produzione di una coscienza rivoluzionaria non basta il movimento autonomo del proletariato, è indispensabile la presenza del suo partito politico internazionale.

Lenin polemizzò fortemente, nei primi anni del secolo scorso, con gli spontaneisti russi ed europei, dimostrando come i loro errori teorici conducessero necessariamente a errori tattici suicidi. Era un momento in cui il problema era il ritardo dei dirigenti socialdemocratici coscienti rispetto alla ripresa spontanea delle lotte operaie. Adesso ci troviamo in una condizione radicalmente diversa, ma che accentua la natura criminale delle favole spontaneiste. Il proletariato è oggi frantumato, vittima di quasi un secolo di sconfitte, senza organizzazione, senza avanguardia, senza neanche la capacità di riconoscersi in quanto classe sociale. Se fosse possibile una autorganizzazione delle lotte spontanee, forma che le caratteristiche attuali del capitalismo ostacolano fortemente, questa non potrebbe che avvenire su una base tradunionistica, cioè meramente legata alle questioni economiche immediate. E Lenin, nel suo famoso libro “Che fare?” del 1902 spiega in modo molto esplicito che il “tradunionismo è l’asservimento ideologico degli operai alla borghesia”, e proprio per questo e in questo senso i comunisti combattono la spontaneità, come parte dell’impegno per allontanare “il movimento operaio dalla tendenza spontanea del tradunionismo a rifugiarsi sotto l’ala della borghesia”.

Per dirla ancora con Lenin, comunque, “tutto questo sarebbe però ancora una mezza disgrazia. Le cognizioni teoriche, l'esperienza pratica, l'abilità organizzativa sono cose acquisibili. Basterebbe la volontà di studiare e di acquisire le qualità necessarie”. La sua riflessione (“Un colloquio con i sostenitori dell’economismo”, Iskra, n. 12, 6 dicembre 1901) copre il periodo dal 1898 al 1901. Nella socialdemocrazia, sottolinea, “hanno alzato la testa uomini che non soltanto chiudono gli occhi davanti a questo difetto, ma anzi l'hanno proclamato particolare virtù ed hanno elevato a teoria il prosternarsi e lo strisciare davanti alla spontaneità, hanno cominciato a propagandare che i socialdemocratici non devono essere alla testa del movimento, ma trascinarsi alla sua coda”. E quanti attuali Rabociaia Mysl e Raboceie Dielo, i giornali spontaneisti dell’epoca, tentano oggi di “alzare la testa”? Quanta gente, si ribadisce nel Che fare?, “è pronta a presentare le deficienze come virtù e persino a tentare di giustificare teoricamente la propria sottomissione servile alla spontaneità”?

E’ fisiologico che in un’epoca di sconfitta storica del proletariato e di inedita diffusione delle ideologie, degli stili di vita, della coscienza borghesi, queste forme di operaismo si diffondano nei cenacoli massimalisti. E’ il riflesso della condizione in cui versa il proletariato oggi, della polverizzazione delle sue avanguardie, dell’assenza del partito comunista.

Ma siamo davvero al cospetto dei fantasmi. “Si prescinde da una nuova organizzazione del lavoro che ha come cardine la contrattazione individuale favorendo quindi l’atomizzazione del proletariato. Ci si astrae dai processi di mondializzazione del mercato del lavoro, dalla svalutazione del salario, dallo smantellamento del welfare state, tutte cose che hanno come approdo finale una concorrenza spietata tra proletari. A ciò si aggiunga che il sindacato continua ad essere ritenuto strumento insostituibile per la difesa degli interessi dei lavoratori per cui si coglie nettamente il drammatico isolamento del lavoratore rispetto al resto del mondo del lavoro” (G. Greco, La Newco di Mirafiori ed un Medio Evo “prossimo venturo” già attuale).

E’ evidente quindi che per i comunisti il terreno dello scontro politico contro le influenze borghesi nel movimento operaio e proletario comprende anche le ideologie di questa particolare varietà di opportunismo.

Il blaterare sull’autorganizzazione delle lotte proletarie e il legame organico con queste lotte da parte dei comunisti, non solo riflette, ma difende di fatto l’assenza del partito comunista e capitola alla direzione borghese dei lavoratori.

Se il punto però è opporre l’organizzazione del proletariato alle fantasie anarcoidi sull’autorganizzazione, bisogna poter opporre realisticamente tale prospettiva.

Ed è una prospettiva che non si inventa, non si può basare su proclami, alla quale non può bastare un orizzonte teorico-politico fermo da decenni; può, oggi, passare solo per un lavoro di analisi, elaborazione, confronto, per il programma comunista e il partito internazionale, e questo impegno intendiamo condividere con i comunisti che avvertono con noi tutta la sua straordinaria urgenza.

Mario Lupoli

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