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Per un'analisi del precariato

Creato: 02 Maggio 2012 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2155

Dalla  rivista  D-M-D' n °3

Comunemente si ritiene che per comprendere il fenomeno della precarietà basta  ripercorrere le varie tappe legislative che dal "pacchetto Treu" alla legge del 2007, passando per la famigerata legge Biagi,  hanno prodotto quella miriade di contratti a tempo determinato presenti oggi in Italia. Ma in realtà il fenomeno ha cause ben più profonde e difficilmente si riuscirà ad avere un quadro chiaro del problema del precariato senza un’analisi delle modificazioni  subite negli ultimi trenta anni dal modo di produzione capitalista e specificatamente dal mercato del lavoro globale.

Modificazione del mercato del lavoro globale

La causa principale per cui oggi è richiesta sempre maggiore flessibilità da parte delle imprese è da ricercarsi nella riorganizzazione globale del processo produttivo, attuata allo scopo di ridurre i salari e poter disporre della quantità di forza-lavoro necessaria a seconda dell’andamento dei mercati.

Ora, per giungere a tale doppio scopo, il sistema dei diritti dei lavoratori affermatosi nei paesi occidentali rappresenta un freno, tant'è che la suddetta riorganizzazione si è concretata in quelle zone del mondo dove salari e diritti dei lavoratori sono minori. E' ormai nota a tutti, infatti, la delocalizzazione nei paesi in via di sviluppo di quasi tutta la produzione delle grandi multinazionali statunitensi ed europee.

Poiché in questi paesi le imprese occidentali pagano i lavoratori anche meno di 50 centesimi di dollaro l'ora, senza oneri sociali aggiuntivi e con orari di 60- 70 ore settimanali, è facilmente intuibile che i prezzi delle merci, poi vendute nel mercato occidentale, siano molto bassi (a tal punto, in certe occasioni, da spingere fuori mercato i relativi produttori occidentali!). Ed elemento poco preso in considerazione dai più, ma di fondamentale importanza, è che tale processo ha messo in concorrenza tra loro poco più di mezzo miliardo di lavoratori aventi retribuzioni elevate e ampi diritti, con un miliardo e mezzo di lavoratori aventi retribuzioni irrisorie e diritti minimi se non addirittura inesistenti.

Si è così avuta una formazione rapidissima di una massa globale di nuovi salariati (esercito industriale di riserva) che non ha precedenti storici. In barba, infatti, alle previsioni relative alla fine del lavoro, il XXI secolo si distingue per essere l'epoca della massima diffusione del lavoratore salariato. Già questi elementi ci sono utili per iniziare a capire perché oggi è richiesta maggiore flessibilità. Occorre, però, precisare che in passato il rapporto di lavoro stabile e le politiche di alti salari, grazie  agli extra profitti realizzati dai grandi gruppi monopolistici, sono stati, oltre che  il prodotto di grandi lotte sindacali, la contropartita che il grande capitale monopolistico ha offerto al proletariato, soprattutto delle grandi imprese industriali, in cambio della pace sociale. Infatti, data l’organizzazione fordista del lavoro basata sulla cosiddetta trasferta rigida o catena di montaggio anche lo sciopero di un solo operaio poteva bloccare un’intera linea produttiva con danni incalcolabili per l’impresa. Non è un caso che a stipulare il primo  contratto collettivo di lavoro a tempo indeterminato, con validità erga omnes, cioè valido, una volta che fosse stato sottoscritto dalle organizzazioni sindacali riconosciute, per i lavoratori anche se  non iscritti al sindacato, sia stata proprio la Ford nel 1946.

Oggi, grazie alla introduzione della microelettronica nei processi produttivi le rigidità proprie dell’organizzazione fordista del lavoro sono completamente saltate e con esse è venuta meno anche molta della forza contrattuale dei lavoratori e l’esigenza di vincolare l’operaio alla pianificazione aziendale. Mentre per le imprese è divenuta vitale la capacità di adeguare i volumi produttivi agli andamenti mutevoli della domanda. E’ cioè richiesta flessibilità. In altre parole, le imprese devono avere la possibilità di assumere e licenziare a loro piacimento, di stipulare contratti in prova all'infinito; di poter licenziare come meglio credono, di non avere "l'ostacolo" delle possibili lotte dei lavoratori per un miglioramento delle condizioni di lavoro piuttosto che della riduzione della giornata lavorativa. Ed ecco la necessità di assumere e licenziare ogni tot mesi. Della serie: se sei stato servile nei confronti del padrone di turno che ti sta sfruttando allora sarai riconfermato, se invece avrai posto dei problemi (laddove per problemi si intende magari il semplice fatto di aver richiesto dei miglioramenti delle condizioni di lavoro) allora sarai sbattuto per strada!

Flessibilità e precarietà

Spesso usati come sinonimi, flessibilità e precarietà connotano delle situazioni ben precise. Capiamo prima di tutto cosa dobbiamo intendere per flessibilità. Professore emerito dell'Università di Torino, Luciano Gallino, nel suo "Il lavoro non è una merce", afferma che per maggior chiarezza dell'argomento trattato, occorre distinguere fra flessibilità dell'occupazione flessibilità della prestazione. Testualmente afferma che "la flessibilità dell'occupazione consiste nella possibilità, da parte di un'impresa, di far variare in più o in meno la quantità di forza lavoro utilizzata, ossia il numero dei lavoratori cui paga a un dato momento un salario, in relazione stretta con il proprio ciclo produttivo".1 E’ quindi anche nella  più ampia libertà di licenziare. Questo tipo di flessibilità si traduce in una variegata tipologia di contratti lavorativi che sono detti atipici, per distinguerli dal normale o tipico contratto di lavoro di durata indeterminata e a tempo pieno.

Per flessibilità della prestazione dobbiamo, invece, intendere "l'eventuale modulazione , da parte dell'impresa, di vari parametri della situazione in cui i salariati che al suo interno operano, prestano la loro attività"2. Per intenderci, si sta ora parlando dell'articolazione differenziale dei salari, degli orari slittanti, della variazione delle condizioni di lavoro, ecc. Ma parlando di flessibilità non possiamo non rispondere a tutti quei politici ed economisti che la descrivono come il miglior mezzo di introduzione nel mercato del lavoro, soprattutto per i giovani, ricordando loro che solo una piccolissima parte di lavoratori a tempo determinato viene poi assunta a tempo indeterminato.

Il maggior costo umano dei lavori flessibili è riassumibile nell'idea di precarietà. Il termine "precarietà" non indica, infatti, la natura del singolo contratto atipico, ma la condizione sociale e umana per una persona inserita in una lunga sequenza di contratti lavorativi di durata determinata che non ha alcuna certezza di riuscire a stipulare un nuovo contratto prima della fine di quello in corso o subito dopo. L'insicurezza che scaturisce da una condizione del genere, per forza di cosa si trasforma in insicurezza di vita. Come non considerare, ad esempio, la limitata o nulla possibilità di formulare previsioni e progetti, sia di lunga che di breve portata, riguardo al futuro professionale ed esistenziale.

Precariato: nuova condizione del proletariato!

Ma chi sono questi precari? Come vanno considerati? Sono realmente fuori dallo scontro che intercorre tra la classe dominante, la borghesia, e quella sfruttata, il proletariato? Ovvio che no! Ma tentiamo di fare delle piccole riflessioni in merito. Come è noto, in passato all'interno del proletariato, centrale era la figura dell'operaio ed il capitale aveva interesse, come sopra riportato, nel mantenere stabile il rapporto di lavoro. Quindi, come abbiamo già accennato, la catena di montaggio, la realizzazione di economie di scala sono tutti elementi che hanno giocato a favore di una contrattualizzazione del rapporto capitale lavoro a medio/lungo termine. Ora, se la componente operaia, nelle aree centrali del capitalismo si è ridotta, nel contempo ha preso forma, con una rapidità inaudita, quel processo di proletarizzazione dei ceti medi già descritto da Marx, soprattutto delle più giovani generazioni. Questi giovani  precari sono proletari a tutti gli effetti poiché non contano né i loro titoli di studio né il loro grado di scolarizzazione, ma solo la loro disponibilità a vendere la loro forza-lavoro.  Esposti alla concorrenza della forza-lavoro di paesi come la Cina o l’India sono  altamente ricattabili  quindi, nel contempo, costretti e disposti  a lavorare nei posti più disparati ed alle condizioni più svantaggiose e senza alcuna garanzia per il futuro. La diffusione di questa massa enorme di proletari precari ha avuto conseguenze sia sulla composizione di classe, che sul processo di formazione della coscienza di classe. Infatti, venendo a mancare la centralità della fabbrica nei paesi a capitalismo avanzato, luogo in cui maturava la consapevolezza di appartenere ad una stessa classe sociale, ed essendo frantumati sul territorio, i precari hanno notevoli difficoltà nel riconoscersi come tutti appartenenti a una medesima classe di sfruttati. Tra l'altro anche  le città sono state letteralmente trasformate e molti di quegli spazi in cui i lavoratori potevano “socializzare” le loro esperienze di lavoro sono stati cancellati.

E come non considerare, infine, il dominio ideologico della borghesia che, reso ancor più totalizzante dalla pervasività dei mass media televisivi, che riproducono quotidianamente "bisogni" funzionali ai modelli di consumo imposti dalla classe dominante, rende ancora più difficile il percorso dei lavoratori verso l'acquisizione di una propria autonoma coscienza di classe. Se gli operai in passato lottavano per chiedere un aumento salariale, oggi i giovani proletari precari chiedono un futuro che il capitale non può garantire. Il cammino davanti a noi è lungo e difficile, ma convinti come siamo che una società non più basata sullo sfruttamento dell'uomo sull'uomo sia non solo possibile ma necessaria, e che i proletari non hanno nulla da perdere all'infuori delle loro catene, siamo anche certi che il futuro tornerà presto a schiudersi per loro e l’intero proletariato.

Alessio Costa

Note

1Luciano Gallino - Il lavoro non è una merce. Contro la flessibilità. Edizioni Laterza, Torino 2007.

2Ibidem.

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