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Riflessioni sulla schiavitù del lavoratore salariato (prima parte)

Creato: 19 Dicembre 2011 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 2179
Dalla  rivista  D-M-D' n °1

1. I diritti dell’uomo

Dopo i paurosi e criminali avvenimenti legati alla seconda guerra mondiale, il turbamento della coscienza borghese pensò di por mano all’immane carneficina ed allo scémpio usato contro i popoli con la proclamazione della Dichiarazione Universale dei diritti umani, approvata dall’Assemblea dell’ONU nel dicembre 1948. La Dichiarazione riconobbe, nel preambolo, che la dignità umana, come i diritti uguali ed inalienabili dell’uomo costituissero il fondamento della libertà, della giustizia e della pace nel mondo. Diritti uguali ed inalienabili validi quindi per tutti i popoli. Al contrario il disconoscimento e il disprezzo di tali diritti avrebbe portato ad atti di barbarie offensivi della coscienza umana 1. Per la verità la carta dei Diritti universali fu approvata con l’astensione del blocco dei paesi dell’est: evidentemente vi era una divergenza di fondo sui principi fondanti della carta stessa. Questa divergenza fu espressa dal delegato britannico e da quello sovietico nei seguenti termini: ‘vogliamo uomini liberi, non schiavi ben pasciuti’ disse il britannico, ‘gli uomini liberi possono anche morir di fame’ replicò il sovietico 2. Ai principi liberal-democratici che riguardano le libertà individuali, si contrapposero quelli sovietici dove prevaleva il principio dell’uguaglianza sancito dal lavoro garantito dallo Stato e dal relativo salario 3. Prevalse il primo indirizzo permeato dalle libertà borghesi espresse nel loro nucleo fondamentale dalla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino del 1789. Pertanto concordiamo sul “presupposto del valore della Rivoluzione del 1789 come evento-matrice di tutta la successiva storia d’Europa” 4, tanto più che quella Dichiarazione ispirò le successive costituzioni borghesi. Torneremo in seguito a questa Dichiarazione. Ora veniamo a quella del 1948 e alle sue affermazioni su libertà e diritti: “tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti.” (art. 1); i diritti e le libertà enunciate spettano a tutti gli individui senza distinzione di “razza, di colore, di sesso, di lingua, di religione, di opinione politica o di altro genere, di origine nazionale o sociale, di ricchezza, di nascita o di altra condizione” (art. 2); ogni individuo “ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona” (art. 3); seguono la proibizione della tortura e di trattamenti crudeli o degradanti, l’uguaglianza di fronte alla legge, contro l’arbitrario arresto, detenzione ed esilio, contro arbitrarie interferenze nella sfera privata (famiglia, abitazione, corrispondenza, reputazione), la libertà di movimento e residenza, il diritto d’asilo, di cittadinanza, di sposarsi (artt. 5, 7, 9, 12, 13, 14,15, 16); il diritto alla libertà di pensiero, coscienza, religione, opinione, riunione e associazione pacifica, diritto di partecipazione al governo del proprio paese: governo democratico che si fonda sulla volontà popolare espressa attraverso libere elezioni a suffragio universale, diritto alla sicurezza sociale e all’istruzione (artt. 18, 19, 20, 21, 22, 26). A questi diritti si affiancano i doveri verso la comunità, all’interno della quale si può sviluppare la personalità, mentre “nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica” (art. 29). Per concludere passiamo ai diritti sociali, diritti a tutela della classe non proprietaria, dei lavoratori salariati, in quanto classe esposta alle minacce del capitalismo, alle minacce della stessa società borghese. E’ superfluo ricordare che la conquista dei diritti politici e sociali costarono dure lotte per la classe lavoratrice 5. Questo perché i diritti sociali “per le persone prive di possesso, la garanzia e la sicurezza della proprietà, come anche della libertà che ne scaturisce, non sarebbero mai potute divenire i fini supremi dello Stato” 6. Elenchiamo ora brevemente questi diritti sociali. Vengono sanciti il diritto al lavoro, la protezione contro la disoccupazione, l’eguale retribuzione per eguale lavoro, il diritto ad una rimunerazione che assicuri al lavoratore ed alla sua famiglia un’esistenza conforme alla dignità umana (art. 23). Il diritto al riposo, allo svago, alle ferie retribuite e ad “una ragionevole limitazione delle ore di lavoro” (art. 24). Il diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della famiglia, alle cure mediche ed ai servizi sociali necessari e all’assistenza (art. 25). Veniamo ora per sommi capi alla Dichiarazione dei Diritti dell’uomo e del cittadino dell’agosto 1789. Rileviamo subito nella Dichiarazione del 1948 lo stesso spirito del preambolo della Dichiarazione del 1789, in quest’ultima l’ignoranza, l’oblio e il disprezzo dei diritti dell’uomo sono ritenuti le uniche cause delle sciagure pubbliche e della corruzione dei governi. Ecco la dichiarazione del 1789 nei suoi articoli principali. “Gli uomini nascono e rimangono liberi e uguali nei diritti. Le distinzioni non possono essere fondate che sull’utilità comune” (art. 1); Il fine di ogni associazione politica è quella di conservare i seguenti naturali ed imperscrittibili diritti dell’uomo: “la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza” (art. 2). La libertà consisteva nel fare ciò che non nuoce agli altri (art. 4); tutti i cittadini hanno il diritto di concorrere personalmente o mediante loro rappresentanti alla formazione della legge (art. 6); nessun uomo può essere accusato, arrestato o detenuto arbitrariamente, mentre vale la presunta innocenza (artt. 7, 9); vengono sancite le libertà di opinione, religione, stampa, purché non si turbi l’ordine pubblico (artt. 10, 11). La proprietà “essendo un diritto inviolabile e sacro, nessuno può esserne privato, salvo quando la necessità pubblica, legalmente constatata, lo esiga in maniera evidente, e previa una giusta indennità” (art. 17); questo diritto di proprietà consiste per l’uomo nel “godere e disporre a suo piacimento dei suoi beni” (art. 16)  7. L’immediata differenza fra le due Dichiarazioni risiede nel momento storico in cui furono concepite: la prima opponeva le libertà borghesi, i diritti dell’uomo borghese, contro i privilegi di ceto dell’Ancien Regime 8, mentre la seconda vorrebbe estendere a tutti i diritti umani nascondendo la barbarie borghese all’interno dell’opposizione tra democrazia e totalitarismo o regimi illiberali. Entrambe pongono l’uguaglianza nei diritti, ma soprattutto in entrambe sono fondanti i diritti naturali spettanti all’uomo come tale e non più dipendenti dalla volontà del sovrano, le libertà individuali: le cosiddette libertà negative o dei moderni come le definì Benjamin Constant. E’ pur vero che ai diritti di libertà sono seguiti quelli politici e sociali, ma i primi sono i diritti delle libertà borghesi, mentre i secondi sono portati di altra classe sociale, concependo la libertà assieme all’eguaglianza 9. Mentre i diritti di libertà limitano il potere dello stato, riservando all’individuo una sfera di libertà dallo stato, quelli politici, in quanto diritti positivi, implicando la partecipazione al potere politico, sono libertà nello stato, infine i diritti sociali avanzando i valori del benessere e dell’eguaglianza, sono anch’esse libertà per mezzo dello stato. Torniamo al Constant che assegnò agli antichi la libertà come un bene per il membro della comunità, mentre ai moderni la libertà come un bene individuale: “Il fine degli antichi era la suddivisione del potere sociale fra tutti i cittadini di una stessa patria: era questo ciò che chiamavano libertà. Il fine dei moderni è la sicurezza nei godimenti privati; e chiamiamo libertà le garanzie accordate dalle istituzioni a questi godimenti” 10. Al contrario per Bobbio: “se la libertà negativa è moderna, la libertà positiva, intesa come la partecipazione della maggior parte dei cittadini al potere politico, che si realizza gradualmente sino al suffragio universale maschile e femminile, invece di essere antica, è ancor più moderna” 11. La democrazia borghese dovrebbe mediare tra le due libertà 12, ed in ciò dovrebbe consistere la maggior modernità della libertà positiva. Sulla estensione dei diritti politici alle classi ‘popolari’ ebbe già modo il Croce di tranquillizzare i conservatori del suo tempo: “la classe colta e dirigente non merita tal nome se non supplisce con la propria coscienza alla coscienza ancora manchevole e non ancora formulata delle classi inferiori e non ne anticipa in qualche modo le richieste suscitandone persino i bisogni” 13. Prima di lui il Constant descrisse il fondamento di questa egemonia borghese: “Il credito non aveva la stessa influenza fra gli antichi; i loro governi erano più forti dei singoli; i singoli sono più forti dei poteri politici oggi; la ricchezza è una potenza più disponibile in ogni momento, più facile da applicare ad ogni interesse e di conseguenza ben più reale e meglio obbedita; il potere minaccia, la ricchezza ricompensa: si sfugge al potere ingannandolo; per ottenere i favori della ricchezza, occorre servirla: è destino ch’essa abbia la meglio ... Si rassegni dunque il potere; ci occorre la libertà, e l’avremo; ma, poiché la libertà che ci occorre è diversa da quella degli antichi, occorre a questa libertà un’altra organizzazione … .Di qui viene, Signori, la necessità del sistema rappresentativo. … Gli individui poveri sbrigano da sé i loro affari: gli uomini ricchi prendono degli intendenti” 14. E’ qui palese il contrasto tra libertà negativa e libertà positiva, tra libertà e democrazia, democrazia intesa come governo del demos, e la prevalenza della prima sulla seconda. E’ così chiaro quale libertà sia ancora oggi la più ‘moderna’.

Libertà negativa, libertà positiva e la socialdemocrazia

Recentemente, in cerca d’identità, la socialdemocrazia italiana ha preso ad interrogarsi sulle due libertà: “Una gran parte dei conflitti sociali e politici ha due protagonisti: la libertà di agire e la libertà dal bisogno. Intrecciate l’una all’altra contro i regimi autoritari, spesso contrapposte nei regimi democratici, la storia di queste due libertà ha segnato e segna le stagioni felici e quelle infelici dei diritti umani” 15. Le libertà sono quella di agire e quella dal bisogno. La libertà dal bisogno consiste, nonostante la permanenza della dipendenza e della subordinazione sociale, nella conquista di diritti che permettono di mitigare quei vincoli: non è la libertà da quei vincoli. La libertà negativa, quella individuale legata alla proprietà borghese è invece riunita nella libertà di agire assieme alle altre libertà personali, civili e politiche. E’ sparita così la società borghese, è elusa trascendendola nella ‘società generale’ e nella lotta tra le idee. I protagonisti sono le idee di libertà che premono per la loro affermazione nella codifica del diritto. Sono spariti anche gli uomini reali, quegli uomini pieni di bisogni, i cui bisogni dovrebbero essere spiegati, e con essi anche le classi sociali 16. Quell’interrogarsi avviene però nel bel mezzo della crisi economico-politica, “E’ in corso perciò una profonda discussione attorno alla riduzione dell’intervento pubblico nell’economia, come salvaguardare i diritti sociali essenziali in una fase di minore disponibilità delle risorse pubbliche, come rendere flessibile il mercato del lavoro, senza per questo privare i lavoratori di essenziali garanzie sociali” 17; la libertà di agire, nella fattispecie quella negativa, ha pertanto il sopravvento sulla libertà dal bisogno 18. Quest’ultima è ridotta all’eguaglianza delle opportunità perché la moderna sinistra socialdemocratica “ha abbandonato lo Stato programmatore e sta costruendo lo Stato incentivante, risponde ‘nelle condizioni di partenza’ e ‘nelle opportunità’. Non pretende di garantire il destino; si impegna a rimuovere gli handicap che impediscono di gareggiare” 19. Il principio dell’eguaglianza dei punti di partenza equivale all’applicazione della regola di giustizia laddove si è in presenza di più persone in competizione. E’ così espressa una concezione conflittuale della società per cui la vita sociale viene considerata una grande gara per il conseguimento di beni scarsi. La concezione conflittuale della società  fa il paio con la concezione individualistica, che è la concezione borghese della società: è un suo completamento dal momento che tutti gli individui sono liberamente messi nella condizione di gareggiare. Ne deriva che il raggiungimento del risultato dipenda dalle capacità e dalle inclinazioni personali 20. Questa riduzione della libertà dal bisogno è l’ulteriore conferma che solamente i diritti di libertà godono dell’universalità o dell’indiscriminazione, così non è per i diritti sociali e per quelli politici: “mentre i diritti di libertà nascono contro lo strapotere dello stato, e quindi per limitarne il potere, i diritti sociali richiedono per la loro pratica attuazione, …. proprio il contrario, cioè l’accrescimento dei poteri dello stato” 21. Il contrasto è evidente, ed è tra le classi sociali: la classe che detiene la proprietà dei mezzi di produzione e con ciò le ricchezze pretende libertà, la classe proletaria deve conquistare diritti politici e sociali per tutelare e garantire la propria esistenza nella sua condizione di classe, si pensi all’occupazione a tempo indeterminato, all’assistenza, alla previdenza ed al servizio sanitario. Perentorio è quanto affermato dal liberal-democratico Bobbio: “Le società reali, che abbiamo dinnanzi agli occhi, nella misura in cui sono più libere sono meno giuste e nella misura in cui sono più giuste sono meno libere. …. Ebbene: spesso libertà e poteri non sono, come si crede, complementari, bensì incompatibili. …. Attraverso la proclamazione dei diritti dell’uomo abbiamo fatto emergere i valori fondamentali della civiltà umana al momento presente. Già, ma i valori ultimi sono antinomici: questo è il problema” 22 . Ed ancora e si badi bene: “Il graduale riconoscimento delle libertà civili, per non parlare della libertà politica, sono conquiste ulteriori rispetto alla protezione della libertà personale. Se mai, è nei riguardi del diritto di proprietà, che la protezione della libertà personale viene dopo. La sfera della proprietà è sempre stata più protetta della sfera della persona. Non occorreva una norma della Dichiarazione per proclamare la proprietà un diritto sacro e inviolabile. Anche negli stati assoluti la sicurezza della proprietà è sempre stata maggiore di quella delle persone” 23. Doveva essere liberata la proprietà borghese e con essa la classe borghese. La gerarchia è: affermazione e difesa della proprietà privata nella forma borghese, diritti dell’uomo borghese, diritti civili e politici e da ultimi i diritti sociali. Pertanto se la difesa della proprietà borghese è la priorità sociale è quantomeno ardito affermare l’incompatibilità fra libertà e poteri, fra libertà borghese e stato borghese. Non a caso l’art. 2 della Dichiarazione del 1789 sancì che: “il fine di ogni associazione politica è la conservazione dei diritti naturali ed imprescrittibili dell’uomo. Questi sono la libertà, la proprietà, la sicurezza e la resistenza all’oppressione”, lo stato borghese ebbe ed ha il fine di conservare e difendere la proprietà e la libertà borghese, tanto da raggiungere il primo obiettivo anche a scapito della libertà. Allo stesso modo l’art. 28 della Dichiarazione del 1948 affermò che: “Ogni individuo ha diritto ad un ordine sociale e internazionale nel quale i diritti e le libertà enunciati in questa Dichiarazione possono essere pienamente realizzati”, qui è l’individuo che ha diritto a rivendicare l’ordine sociale, lo stato e la libertà borghese. Soltanto se si parla di società in generale, di libertà in generale e di potere in generale si possono rintracciare incompatibilità tra libertà e poteri, tra libertà ed autorità, mentre la vera antinomia non è tra i valori, non è tra libertà ed eguaglianza o giustizia, ma tra le classi sociali e tra forme diverse della libertà che presuppone società diverse. Ci soffermiamo ancora brevemente sui diritti dell’uomo per poi passare ad una critica che seppur ritenuta superata è ancora moderna.

Le contraddizioni della Dichiarazione del 1948

L’affermazione dei diritti dell’uomo, che l’uomo ha dei diritti per natura anteriori allo stato è stata elaborata dal pensiero giusnaturalistico moderno da Grozio fino a Kant. Questo pensiero facendo dell’individuo il suo punto di partenza ipotizzò uno stato di natura dove l’uomo viveva in una condizione di libertà. Locke ha ben fissato questo concetto: “Per ben intendere il potere politico e derivarlo dalla sua origine, si deve considerare in quale stato si trovino naturalmente tutti gli uomini, e questo è uno stato di perfetta libertà di regolare le proprie azioni e disporre dei propri possessi e delle proprie persone come si crede meglio entro i limiti della legge di natura, senza chiedere il permesso o dipendere dalla volontà di nessun altro” 24. Lo stato di natura era una finzione dottrinale che doveva giustificare le libertà come diritti inerenti alla natura dell’uomo, era l’espressione teorica delle necessità di una classe sociale ormai formata, che sarebbe divenuta capace di mettere in pratica quella finzione dottrinale e di rivoluzionare tutta quanta la società dell’Ancien Regime. Quella dottrina implicava inoltre il rovesciamento tra doveri e diritti, tra potere (assoluto) e libertà ed il passaggio dalla concezione organica della società, secondo cui la società è un tutto ed il tutto è al di sopra delle parti, a quella individualistica: “Concezione individualistica significa che prima viene l’individuo, si badi, l’individuo singolo, che ha valore di per se stesso, e poi viene lo stato e non viceversa..” 25. Se la storia dell’uomo è intesa come il progredire dei diritti umani e delle libertà individuali, seppur nella contrapposizione tra libertà negativa e libertà positiva e dal bisogno, appare evidente che con la Dichiarazione del 1948 dovrebbe essere iniziata una fase caratterizzata dall’affermazione universale e positiva dei diritti dell’uomo: “universale nel senso che destinatari dei principi ivi contenuti non sono più soltanto i cittadini di questo o quello stato ma tutti gli uomini; positiva nel senso che essa pone in moto un processo alla fine del quale i diritti dell’uomo dovrebbero essere non più soltanto proclamati o soltanto idealmente riconosciuti ma effettivamente protetti anche contro lo stesso stato che li ha violati. Alla fine di questo processo i diritti del cittadino si saranno trasformati realmente, positivamente, nei diritti dell’uomo” 26. I diritti del cittadino sono qui intesi come i diritti dell’uomo garantiti ai cittadini dalle costituzioni liberal-democratiche degli stati occidentali, che dovrebbero essere estese a tutti gli stati e così a tutti gli uomini. Alla fine di questo processo si presuppone che tutti gli uomini siano divenuti borghesi, o almeno piccoli produttori proprietari dei loro mezzi di produzione. Ma i diritti dell’uomo sono i diritti del cittadino? Come si risolve la questione che la libertà dal bisogno del cittadino, affermandosi per mezzo dello stato, limita i diritti dell’uomo nei propri interessi privati. Non è inoltre sufficiente la protezione di questi diritti per mezzo delle norme, occorre la forza coercitiva del diritto per addivenire al loro rispetto e, poiché tali diritti dovrebbero essere difesi contro lo stato che li potrebbe violare, dovrebbe sussistere il super-stato, il super-stato di diritto quale superiore ente morale e materiale. Il super dio laico votato a difendere i diritti umani dallo stato stesso. Non si è così ancora risolto il problema dello stato, che per noi è quello della scissione della società in classi sociali antagonistiche, come pure l’antinomia tra diritti dell’uomo e del cittadino, antinomia che non si risolve con la parola individuo. Non si è neppure impostato il problema dell’emancipazione umana tant’è che in sua vece è sufficiente l’estensione e l’ampliamento dei diritti, ribadendo il carattere individualista della società borghese. Questa emancipazione più di due secoli orsono fu l’emancipazione dell’uomo borghese dalla società feudale ed oggi dovrebbe essere quella dell’uomo proletario e pertanto lavoratore salariato da quella borghese. Il borghese aveva come riferimento la società feudale dove diritti e doveri dei singoli non erano uguali per tutti gli individui, ma graduati a seconda dell’appartenenza a ceti ed ordini nei quali la società era strutturata: Il signore terriero feudale era al tempo stesso economicamente e politicamente dominante, il servo era dominato nel suo lavoro e politicamente dipendente dal signore. Il proletariato ha come riferimento la società borghese dove sono superate le differenze di ceto: gli individui vengono considerati come singoli, liberi e tutti eguali di fronte alla legge. Le differenze economiche e sociali non si traducono più in differenze nei diritti civili e politici, mentre l’emancipazione politica è giunta a conclusione con l’abolizione dei requisiti di censo, genere e razza per l’eleggibilità attiva e passiva.

La critica di Marx alla Dichiarazione dei diritti dell’uomo

Veniamo ora alla critica di cui prima abbiamo accennato. Nella società borghese, essendo tutti gli individui politicamente eguali, viene neutralizzato il valore giuridico e politico delle differenza sociali. Gli individui hanno diritti come singoli e non più come appartenenti ad un ceto, un ordine o a una corporazione. Una volta neutralizzata la valenza politica delle ineguaglianze sociali, l’emancipazione politica non si pone il problema di superarle, ma le lascia sussistere come tali: “con l’annullamento politico della proprietà privata non solo non viene soppressa la proprietà privata, ma essa viene addirittura presupposta. Lo Stato sopprime alla sua maniera, le differenze di nascita, di condizione, di cultura, di professione, dichiarando che nascita, condizione, cultura, professione non sono differenze politiche, proclamando ciascun membro del popolo partecipe in egual misura alla sovranità popolare ....Nondimeno lo Stato lascia che la proprietà privata, la cultura, la professione operino nel loro modo, cioè come proprietà privata, come cultura, come professione, e facciano valere la loro particolare essenza. Ben lungi dal sopprimere queste differenze di fatto, lo Stato esiste piuttosto soltanto in quanto le presuppone” 27. Non solo le differenze e le ineguaglianze sociali vengono presupposte, ma garantite, in quando i diritti individuali, dell’uomo, vengono posti su un piano superiore ai diritti politici dei cittadini. Per dimostrare questa tesi Marx passa ad esaminare le Dichiarazioni dei diritti dell’uomo e del cittadino francesi, per poi prendere in esame i diritti naturali ed imperscrittibili enunciati nella costituzione più radicale, quella del 1793, a cui noi proviamo ad affiancare la Dichiarazione del 1948 28. La prima constatazione fu che i diritti dell’uomo distinti dai diritti del cittadino “non sono altro che i diritti del membro della società civile, cioè dell’uomo egoista, dell’uomo separato dall’uomo e dalla comunità” 29. I diritti dell’uomo sono: “uguaglianza, libertà, sicurezza e proprietà” [art. 2, 1793]; e “ogni individuo ha diritto alla vita, alla libertà ed alla sicurezza della propria persona” [art. 3, 1948]. L’uguaglianza nei diritti e nelle libertà è sancita nell’art. 2 della Dichiarazione del ‘48. La libertà fu così definita: “il potere che appartiene all’uomo di fare tutto ciò che non nuoce ai diritti degli altri” [art. 6, 1793]; e “nell’esercizio dei suoi diritti e delle sue libertà, ognuno deve essere sottoposto soltanto a quelle limitazioni che sono stabilite dalla legge per assicurare il riconoscimento e il rispetto dei diritti e delle libertà degli altri e per soddisfare le giuste esigenze della morale, dell’ordine pubblico e del benessere generale in una società democratica” [art. 29. 2, 1948]. Questa visione della libertà è concepita come una struttura di reciproche limitazioni: “Il confine entro il quale ciascuno può muoversi senza nocumento altrui, è stabilito per mezzo della legge, come il limite tra due campi è stabilito per mezzo di un cippo. Si tratta della libertà dell’uomo in quanto monade isolata e ripiegata su se stessa. …… il diritto dell’uomo alla libertà si basa non sul legame dell’uomo con l’uomo, ma piuttosto sull’isolamento dell’uomo dall’uomo. Esso è il diritto a tale isolamento, il diritto dell’individuo limitato, limitato a se stesso. L’utilizzazione pratica del diritto dell’uomo alla libertà è il diritto dell’uomo alla proprietà privata” 30. La critica alla libertà negativa è la critica dell’individualismo atomistico. Ben angusta è quella libertà che consiste nel godere solamente di uno spazio protetto o di un diritto, escludendo la possibilità per gli individui di controllare le circostanze della loro esistenza e la possibilità di sviluppare le loro capacità umane e le loro attitudini individuali. In questo contesto la libertà di uno non è altro che la limitazione della libertà di un altro, così nel dispiegamento del suo essere ogni individuo è potenzialmente minaccia all’altro. Alla libertà negativa intesa come non impedimento, dovrebbe essere contrapposta la libertà positiva attuata non per mezzo dello stato, ma per mezzo dell’estinzione dello stato 31. La suddetta libertà borghese ha così la sua pratica realizzazione nel diritto alla proprietà privata: “Il diritto di proprietà è quello che appartiene ad ogni cittadino di godere e disporre a suo piacimento dei suoi beni, delle sue rendite, del frutto del suo lavoro e della sua operosità” [art. 16, 1793]; e “ogni individuo ha il diritto ad avere una proprietà sua personale o in comune con altri. Nessun individuo potrà essere arbitrariamente privato della sua proprietà” [art. 17, 1948]. Nel diritto di proprietà privata è compiutamente espresso questo isolamento ed egoismo, anche se nella Dichiarazione del ‘48 il contenuto è implicito, più che esplicitato: “il diritto dell’uomo alla proprietà privata è dunque il diritto di godere a proprio arbitrio senza riguardo agli altri uomini, indipendentemente dalla società, ..il diritto dell’egoismo… Essa lascia che ogni uomo trovi nell’altro uomo non già la realizzazione, ma piuttosto il limite della sua libertà” 32. L’uguaglianza non è altro che l’uguaglianza nelle libertà e nei diritti, mentre la sicurezza consiste nella garanzia della conservazione della persona che, nella Dichiarazione del ‘48, è preceduta dal diritto alla vita. Dopo la carneficina della seconda guerra mondiale il diritto alla vita, è tornato tanto d’attualità quanto trasgredito. Si è così reso evidente che l’uomo borghese o l’uomo nella società borghese, è, ieri come oggi, sostanzialmente l’uomo chiuso in se stesso, egoista, in concorrenza col suo simile, uomo che, dedito al suo interesse privato, deve fare affidamento solo su se stesso. Così: “l’unico legame che li tiene insieme è la necessità naturale, il bisogno e l’interesse privato, la conservazione della loro proprietà e della loro persona egoistica” 33. Accanto ai diritti dell’uomo sono posti quelli del cittadino, cittadino titolato ad esercitare la sua sovranità, a fare le leggi nelle quali è espressa la volontà generale [artt. 25-29, 1793; art. 21, 1948]. A questo punto, poiché l’emancipazione politica ha reso il cittadino non più suddito, cosa impedisce ai cittadini tutti egualmente sovrani di legiferare nei termini degli interessi generali e per il pubblico bene? L’impedimento è implicito nel fatto che i diritti politici hanno la funzione di tutelare e garantire i diritti della società civile: i diritti dell’uomo egoista fondati sulla proprietà privata. Inoltre l’emancipazione politica è un aspetto strettamente intrecciato con l’affermazione dell’individuo come individuo indipendente liberato dai rapporti di comunità, pertanto legato agli altri uomini solo da rapporti contrattuali. Liberando l’individuo dalla società feudale la rivoluzione borghese creò allo stesso tempo il libero individuo indipendente ed il libero cittadino, questa è la complementarità tra le due dimensioni. Tra queste due dimensioni vi è però anche contraddizione: come cittadini gli individui sono tutti eguali, come proprietari sono talmente diseguali che alla enorme ricchezza si contrappone la miseria. Di fronte alla miseria di chi non ha di che vivere, e basta non avere da lavorare per cadervi, quale valore può avere l’essere dichiarato cittadino sovrano? L’essere chiamato alle urne per esprimere la sovranità attraverso il voto? Qui i democratici, i socialdemocratici ed i radicali rivoluzionari, partendo dall’eguale sovranità giungono alla richiesta dell’eguaglianza economica, cioè suppliscono alla mancanza della società civile con la volontà politica o con la riforma sociale, non cogliendo nel segno. La sostanza della società civile borghese è l’utilità individuale, l’egoismo (al di là della morale e dell’altruismo, l’individuo indipendente deve ricercare il suo utile), questo è l’unico piano reale, egemonico, mentre l’altro quello dei diritti politici è in ultima istanza il piano delle apparenze, la dimensione dell’illusione contrapposta a quella della realtà. L’individuo indipendente è pertanto separato dalla comunità del genere umano, è privato della sua socialità 34. La novità in Marx sta nel porre il problema ‘dell’emancipazione umana’ come azione di ricomposizione sociale dell’uomo estraniato dalla società e scisso nella società 35. Doveva essere trovata la forza storica e sociale avente la possibilità di giungere a quell’emancipazione, in grado di ricomporre il cittadino con l’uomo. Questa forza storica e sociale è il proletariato, il lavoratore salariato. Doveva esserci nella società “una classe con catene radicali, di una classe della società civile la quale non sia una classe della società civile, di un ceto che sia la dissoluzione di tutti i ceti, di una sfera che per i suoi patimenti universali possieda un carattere universale e non rivendichi alcun diritto particolare, poiché contro di essa viene esercitata non una ingiustizia particolare bensì l’ingiustizia senz’altro …” 36. Le catene radicali della classe di cui si parla consistono nel fatto di non possedere la proprietà dei mezzi di produzione, ed essere costretta a vendersi per un salario. In questa condizione economico-sociale e storica è racchiusa non l’ingiustizia particolare che può essere sanata dal diritto bensì l’ingiustizia senz’altro, che non è una condizione sociale ingiusta, ma una condizione che non può essere sanata dalla giustizia perché in contrasto con l’essenza della società stessa. Che non è questione di diritti da affermare, ma di liberazione di classe da attuare 37. Non è sufficiente che esista una siffatta classe, occorre anche che la teoria critica dell’esistente diventi una sua forza materiale. Oggi i lavoratori salariati, divenuti a pieno titolo cittadini e godendo ancora di diritti sociali che appaiono naturali e non conquistati, da un lato, sono impegnati nel riconoscersi nell’uomo egoista che gode della sua proprietà, che altro non è che la casa; dall’altro sono abbagliati dalla ‘potenza scientifica’ e dalla sua applicazione tecnologica che, oltre ad essere impersonale e spersonalizzante, oltre al conformismo e alla mercificazione di massa, appare come appagamento di tutti i bisogni, il cui bisogno principale appagato è quello di non rendere liberi e di considerare il ‘progresso’ come sostituto della libertà, come ‘fuga dalla libertà’ e così dalla responsabilità. Tutto ciò però non muta la condizione sociale del lavoratore salariato, proveremo così a delineare quale sia il fondamento e la forma di questa condizione.  (continua)

mr

Note

1 Come si vede questi atti di barbarie sono offensivi della coscienza umana, cioè borghese. Questa coscienza si offese per gli atti compiuti da essa stessa. Fu pertanto approntata una carta dei diritti universali quale panacea di tutti i mali. Come vedremo anche nella Dichiarazione del 1879 fu individuato nel disprezzo dei diritti umani la fonte delle pubbliche sciagure.

2 G. Oestreich, “Storia dei diritti umani e delle libertà fondamentali”, pag. 142, Laterza, Bari, 2004.

3 L’art. 12, 2° comma della Costituzione dell’URSS del 1936, ribadito in quella del 1947, affermò il seguente sedicente principio socialista “da ciascuno secondo le sue capacità, a ciascuno secondo il suo lavoro”. Il lavoratore singolo riceve in base a ciò che dà: “domina qui evidentemente lo stesso principio che regola lo scambio delle merci in quanto scambio di valori uguali. … L’uguale diritto è qui perciò sempre, secondo il principio, diritto borghese, … questo ugual diritto è ancor sempre contenuto entro un limite borghese. Il diritto dei produttori è proporzionale alle loro prestazioni di lavoro, l’uguaglianza consiste nel fatto che esso viene misurato con una misura uguale, il lavoro”: K. Marx  “Critica del programma di Gotha”, in ‘Lenin, Stato e rivoluzione, Marx, Critica del programma di Gotha – il socialismo e lo Stato’, punto 3, pagg. 14-19, Feltrinelli, Milano, 1976.

Quel principio si affermò all’interno della “proprietà socialista degli strumenti e dei mezzi di produzione” (art. 4); proprietà socialista che “assume forma di proprietà statale (patrimonio di tutto il popolo), oppure forma di proprietà cooperativo-kolchoziana” (art. 5). Quell’uguaglianza prima indicata è sorretta dal diritto al lavoro garantito, ma anche dal dovere al lavoro, identificando cittadino con lavoratore. Il 1° comma dell’art. 12 della suddetta Costituzione dice: “Il lavoro nell’Urss è obbligo ed impegno d’onore di ogni cittadino idoneo al lavoro, secondo il principio - chi non lavora non mangia”. Così “la prestazione dell’operaio non è soppressa, bensì estesa a tutti gli uomini; il rapporto della comunità al mondo delle cose resta il rapporto della proprietà privata. .... Questo comunismo (rozzo), in quanto nega la personalità dell’uomo ovunque, è soltanto l’espressione conseguente della proprietà privata, ch’è tale negazione. ... La comunità è soltanto comunità del lavoro ed eguaglianza del salario che paga il capitale comunitario, la comunità come capitalista generale. Ambo i termini del rapporto sono elevati ad una universalità immaginata: il lavoro, in quanto destinazione di ognuno; il capitale, in quanto riconosciuta universalità e potenza della comunità”; K. Marx, ‘Manoscritti economico-filosofici, Terzo manoscritto, Proprietà privata e comunismo’, in “Opere filosofiche giovanili”, pag. 224, Ed. Riuniti, Roma, 1977.

La ‘cultura del lavoro’ è propriamente della società capitalistica dove il lavoro in ‘astratto’, l’erogazione di forza lavoro a misura temporale senza nessun’altra qualificazione, è la fonte del plusvalore. Con la produzione di massa si è giunti alla ‘cultura del lavoro-consumistico-edonista’.

4 L. Canfora, “La democrazia. Storia di un’ideologia”, pag. 30, Laterza, Bari, 2008 e N. Bobbio, “L’età dei diritti”, pag. 100, Einaudi, Torino, 1997. Per tale motivo la nostra riflessione è limitata all’Occidente borghese.

5 Ricordiamo che il pieno dispiegarsi dello Stato sociale avvenne dalla seconda metà del XX secolo. Oggi, a 30 anni dall’inizio della crisi capitalistica, si sta comprimendo il welfare al fine di aumentare le aree di profitto per il capitale, tanto da aprire anche la pubblica istruzione ed i servizi sanitari al mercato. Sono in gioco gli stessi diritti di cittadinanza e così viene teorizzata la ‘postdemocrazia’: l’incontrastato predominio politico e di governo delle lobby economico finanziarie, delle multinazionali, per cui “è scarsa la speranza di dare priorità a forti politiche egualitarie che mirino alla redistribuzione del potere e della ricchezza o che mettano limiti agli interessi più potenti”, C. Crouch, “Postdemocrazia”, pag. 7, Laterza, Bari, 2005. Cfr. anche L. Canfora, “La democrazia.”, cit., cap. 15, pagg. 311-338.

6 G. Oestreich, “Storia dei diritti umani ”, cit., pag. 128, e il cap. XIX ‘Socialismo e diritti sociali fondamentali’.

7 La successiva Dichiarazioni del 1793 di ispirazione giacobina e mai applicata, inserì tra i diritti naturali l’uguaglianza assieme a libertà, sicurezza e proprietà; gli uomini non erano uguali solo di fronte alla legge ma anche per natura; il diritto di proprietà risiedeva nel godimento dei beni, delle rendite e del frutto del proprio lavoro e della propria operosità; ogni uomo poteva impegnare i suoi servizi, il suo tempo, ma non poteva vendersi né essere venduto essendo la sua persona proprietà inalienabile (art.18, qui e sancita tutta la condizione del moderno lavoratore salariato); introdusse la pubblica assistenza. Ma soprattutto all’articolo 1 sancì che “Scopo della società è la felicità comune”, mettendo in primo piano il bene comune, di tutti, rispetto a quello dei singoli, però, affermò pariménti che “il governo è istituito per garantire all’uomo il godimento dei suoi diritti naturali e imprescrittibili”. Dopo la caduta di Robespierre la Repubblica giacobina fu attaccata indirettamente attraverso l’attacco alle ‘repubbliche antiche’. L’ispirazione giacobina era il modello greco nel quale si leggeva la coesistenza di libertà ed eguaglianza e la partecipazione popolare al potere. Accusata era la ‘tirannide popolare’. Si veda L. Canfora, op. cit., cap. 3, ‘Come ritornò in gioco e uscì di scena la democrazia greca’; G. Oestreich, op. cit., cap. XIV ‘Le dichiarazioni dal 1789 al 1795’. Nella successiva Costituzione del 1795, quella della Repubblica borghese, i diritti naturali divennero i diritti dell’uomo in società, l’uguaglianza fu fatta risiedere sull’uguaglianza di fronte alla legge, fu tolto qualsiasi riferimento all’assistenza pubblica, mentre fu confermato che: “ogni uomo può impegnare il suo tempo e i suoi servizi; ma non può vendersi né essere venduto: la sua persona non è una proprietà alienabile” (art.15).

8 Nel Preambolo della Costituzione francese del 1791 si legge che i costituenti hanno voluto abolire “irrevocabilmente le istituzioni che ferivano la libertà e l’uguaglianza dei diritti. Non vi è né nobiltà, né paria, né distinzioni ereditarie, né distinzioni di ordini, né regime feudale, né giustizie patrimoniali ….Non vi è più, per nessuna parte della Nazione, né per nessun individuo, alcun privilegio o eccezione al diritto comune di tutti i Francesi. Non vi sono più né giurande, né corporazioni di professionisti, arti e mestieri. La legge non riconosce più né voti religiosi, né alcun altro legame che sia contrario ai diritti naturali, o alla Costituzione”. Il nuovo contratto sociale borghese instaurò liberi legami impersonali basati sulla proprietà e sulla libertà che da essa deriva garantita dai diritti naturali dell’uomo, invece dei legami personali e gerarchici feudali.

9 “Altro modo di esprimere questa differenza è il chiamare la libertà negativa libertà del borghese, la libertà positiva, libertà del cittadino: dove per ‘borghese’ s’intende l’individuo singolo con la sua sfera privata di aspirazione e d’interessi, e per ‘cittadino’ l’individuo in quanto parte di una totalità ed esso stesso promotore delle deliberazioni che da essa derivano”, N. Bobbio, “Eguaglianza e libertà” pagg. 55-56, Einaudi, Torino, 1995.

10 B. Constant, “La libertà degli antichi, paragonata a quella dei moderni”, pag. 16, Einaudi, Torino, 2001.

11 N. Bobbio, “Eguaglianza e libertà”, cit., pag. 62.

12 Demokratia non era il governo della maggioranza, ma il governo del demos, del popolo, dei poveri.

13 B. Croce, “Storia d’Italia dal 1871 al 1915”, pag. 334, Adelphi, Milano, 1991. Si trattava della riforma elettorale giolittiana del 1912 che, alle elezioni del 1913, estese il numero degli elettori al 23% della popolazione maschile.

14 B. Constant, “La libertà degli antichi …”, cit., pagg. 30-31.

15 L. Violante, “Le due libertà”, cap. 2, ‘La nuova utopia strategica: equilibrio tra libertà dal bisogno e libertà di agire’, pag. 17, Laterza, Bari, 1999.

16 Ricordiamo che, prima di Marx, furono degli storici borghesi a scoprire l’esistenza delle classi nella società moderna e la lotta tra di esse. Oggi, ben più indietro di quei borghesi, la sinistra “è lotta per l’equità; abbattimento delle discriminazioni; uso del potere pubblico per riequilibrare ciò che la povertà o l’ignoranza o la malattia hanno squilibrato”, L. Violante, “Le due libertà”, cit., pag. 25.

17 L. Violante, op. cit., pag. 24.

18 E’ palese come la socialdemocrazia e la sinistra ritengano inalienabile la libertà negativa seppur temperata dai diritti sociali. Questi ultimi sono la variabile dipendente, assoggettati all’andamento del ciclo economico e della lotta di classe.

19 L. Violante, op. cit., pag. 73.

20 Non è nuovo che siano la natura ed il talento individuale a determinare il ruolo ricoperto nella società: “il mio ceto viene determinato proprio per mezzo di quella particolare abilità al cui accrescimento mi sono dedicato con una libera scelta”, J.G. Fichte, “La missione del dotto”, pag. 46, Fabbri, Milano, 2001.

21 N. Bobbio, “L’età dei diritti”, pag. 72, Einaudi, Torino, 1997. Del testo citato si vedano gli scritti: ‘Presente e avvenire dei diritti dell’uomo’, ‘L’età dei diritti’, ‘Diritti dell’uomo e società’, ‘La Rivoluzione francese e i diritti dell’uomo’ e ‘L’eredità della grande Rivoluzione’.

22 N. Bobbio, “L’età dei diritti”, pagg. 41-42.

23 N. Bobbio, op. cit., pag. 132.

24 J. Locke, “Il secondo trattato sul governo”, II, ‘Dello stato di natura’, 4, pag. 65, BUR, Milano, 1998.

25 N. Bobbio, “L’età dei diritti”, pag. 59.

26 N. Bobbio, op. cit., pagg. 23-24.

27 K. Marx, “La questione ebraica”, pag. 14, Editori Riuniti, Roma, 2000.

28 Tra parentesi quadra indicheremo 1793 per gli articoli della Costituzione francese e 1948 per la Dichiarazione O.N.U.

29 K. Marx, “La questione ebraica”, pag. 28, Editori Riuniti, Roma, 2000.

30 K. Marx, op. cit., pag. 29.

31 Punto centrale è la libertà non l’eguaglianza o l’egualitarismo: non la libertà individuale basata sulla proprietà privata bensì la libertà individuale basata sulla proprietà comune: “Alla vecchia società borghese con le sue classi e i suoi antagonismi fra le classi subentra una associazione in cui il libero sviluppo di ciascuno è condizione del libero sviluppo di tutti”, K. Marx, “Manifesto del partito comunista”, ‘Proletari e comunisti’, pag. 158, a cura di Emma Cantimori Mezzomonti, Einaudi, Torino.

32 K. Marx, “La questione ebraica”, cit., pag. 30.

33 K. Marx, op. cit., pag. 31.

34 “Solo quando l’uomo reale, individuale, riassume in sé il cittadino astratto, e come uomo individuale nella sua vita empirica, nel suo lavoro individuale, nei suoi rapporti individuali è divenuto ente generico, soltanto quando l’uomo ha riconosciuto e organizzato le sue ‘forces propes’ come forze sociali, e perciò non separa più da sé la forza sociale nella figura della forza politica, soltanto allora l’emancipazione umana è compiuta”, K. Marx, “La questione ebraica”, cit., pag. 37.

35 Seppur Marx parli ancora in termini generali dell’uomo e dell’emancipazione umana, riconosce che libertà ed uguaglianza sul piano politico coesistono con la disuguaglianza e l’illibertà sul piano sociale. Non si tratta di vedere come questa contraddizione si svolga, delinei i conflitti moderni e possa essere mediata, ma di verificare attraverso quale azione e con quale classe sociale possa essere ricomposta, superandola. Ricordiamo che qui Marx non era ancora approdato al comunismo: al ‘suo comunismo’.

36 K. Marx, ‘Per la critica della filosofia del diritto di Hegel. Introduzione’ in “La questione ebraica”, cit., pag. 67.

37 “Ma la situazione è ora affatto diversa. Nessuna legge obbliga il proletariato a soggiacere al giogo del capitale, bensì ve lo obbliga il bisogno, la mancanza di mezzi di produzione. Ma nessuna legge al mondo può decretargli questi mezzi nel quadro della società borghese, poiché egli non ne è stato privato da una legge, ma dallo sviluppo economico”, R. Luxemburg, “Riforma sociale o rivoluzione?”, ‘La conquista del potere politico’, pag. 114, Editori Riuniti, Roma, 1976.

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