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Gli uomini, le macchine e il capitale

Creato: 19 Dicembre 2011 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 3436

Dalla  rivista  D-M-D' n °1

Introduzione

Nella storia, tutte le scoperte e le loro applicazioni pratiche così come lo sviluppo di nuove tecniche hanno sempre suscitato negli uomini euforia e paura. L’euforia in chi in ogni progresso tecnico-scientifico vede un passo in avanti nella realizzazione del sogno prometeico dell’uomo liberato dal giogo dell’ignoranza e dalla pena della fatica; la paura invece in chi, temendone l’eccessiva potenza, intravvede in esse più possenti catene e nuove schiavitù. Tutto ciò si è ripetuto recentemente con l’introduzione della microelettronica nei processi produttivi.

Al suo apparire, nella prima metà degli anni ’70, essa fu ritenuta portatrice di ogni sorta di mirabilia.

La macchina a controllo numerico, da essa resa possibile, avrebbe sancito la fine del lavoro e con i nuovi sistemi di comunicazione la nascita di un mondo abitato da cittadini non più divisi per Stati e in classi sociali ma abitanti di un unico villaggio globale, tutti allo stesso tempo produttori e consumatori anzi prosumer come recitava il neologismo appositamente coniato, nei primi anni ’80 del secolo scorso, dal futurologo Alvin Toffler.

Grazie all’amplificatore di Dna (Pcr) non ci sarebbero più state malattie incurabili. Ci fu chi si spinse a prevedere perfino la possibilità di sconfiggere la morte.

Una volta effettuata la mappatura del genoma umano e individuati i geni difettosi all’origine delle malattie o quelli che comandano il processo di invecchiamento, sarebbe infatti stato un gioco da ragazzi sostituirli o modificarli a proprio piacimento regalando agli uomini (tutti?) l’immortalità. Insomma, finalmente come nella previsione cartesiana, gli uomini “padroni e possessori della natura”.

Cose insomma da far impallidire perfino il mitico Prometeo che pure di sé e dell’arte di cui è portatore dice: “Parlerò non perché abbia a lamentarmi degli uomini, ma per dimostrarvi la generosità dei miei doni. Essi, prima, pur vedendo non vedevano, pur udendo non udivano: simili a larve di sogni passavano nel tempo una loro esistenza confusa, senza conoscere dimore di mattoni esposte al sole, senza lavorare il legno; ma sotto la terra abitavano, come formiche che il vento disperde via, in antri profondi non rallegrati dal sole… agivano in tutto senza discernimento. Finché io additai loro il sorgere e il cadere degli astri…quindi per loro ritrovai la scienza dei numeri, base di ogni dottrina, e l’accoppiamento delle lettere, che serba il ricordo di tutto ed è padre alle Muse ”[1] ma che, alla Corifea che manifesta la speranza che: “un giorno sciolto da questi ceppi avrai potenza pari a quella di Zeus”, comunque, consapevole della finitezza del mondo e degli uomini come peraltro degli stessi dei esclama: “ O arte, quanto più debole sei del destino!” [2]

E qui il dire di Prometeo ci obbliga a una precisazione. Oggi, comunemente col termine Tecnica ci si riferisce sia al complesso di norme che regolano l’esecuzione pratica e strumentale di un’arte, di una scienza o di un’attività produttiva (per esempio: la tecnica pittorica dell’acquerello, la tecnica commerciale o industriale ecc.) sia al complesso delle macchine sviluppate sulla base di nuove scoperte scientifiche (tecnologia) e a volte, dal momento che la scienza non può più prescindere dall’impiego di macchine sempre più sofisticate, della scienza stessa. Nell’antica Grecia la parola Téchne aveva invece significato di Arte e anche, come appunto rimarca Prometeo, di sapere, di conoscenza, di razionalità.

Il microprocessore o delle attese deluse

Dopo oltre trent’anni dalla nascita del microprocessore e dopo che la tecnologia basata su di esso ha impresso uno sviluppo senza precedenti ad ogni sorta di macchina, contrariamente a tutte le aspettative, anziché la libertà sconfinata del cittadino abitante dell’unico villaggio globale e la fine del lavoro, accanto a poche e sempre più piccole isole di benessere si accalca un esercito sterminato di nuovi schiavi, di poveri senza null’altro che la loro povertà. Solo i confini sembra non valgano più perché è la guerra che è divenuta globale e permanente. Di più: anziché la prevista fine del lavoro si è registrato un forte prolungamento della giornata lavorativa e la pressione per rimuovere i limiti legali, a suo tempo imposti per legge per impedire che una sua eccessiva durata compromettesse la stabilità della stessa società borghese, si fa sempre più intensa. In Cina, per fare solo un esempio, si sa di fabbriche-lager dove si lavora normalmente 72 ore settimanali, una media di circa 11 ore al giorno per tutti i giorni della  settimana.

Di fronte a un così clamoroso fallimento delle precedenti previsioni e all’avanzare di una crisi che per dimensioni e profondità non ha eguali nella storia del mondo contemporaneo nonché al rischio di un’imminente catastrofe ambientale, da qualche tempo ha cominciato a prevalere una profonda inquietudine per il timore di un futuro che si prospetta alquanto tenebroso. “L’uomo – sostiene per esempio il filosofo Umberto Galimberti – fino adesso si è pensato come padrone della storia, come soggetto delle proprie azioni e ha sempre guardato alla tecnica come mezzo per raggiungere i propri scopi. Sennonché la tecnica è aumentata quantitativamente in una maniera tale da determinare un mutamento qualitativo (questo concetto non è mio ma di Hegel: se vengono cinque cavallette non modificano nulla nell’ambiente, ma se ne irrompono due milioni qualcosa succede). La variazione qualitativa consiste in questo: la tecnica non è più strumento nelle mani dell’uomo ma è diventata la condizione senza la quale nessun uomo (il grassetto è nostro) può raggiungere le finalità che si propone. Come già abbiamo ricordato qualcosa di simile è stato illustrato da Marx nel Capitale a proposito del denaro: il denaro serve a produrre beni e a soddisfare bisogni, ma se il denaro diventa la condizione universale per raggiungere questi fini, ciò che gli uomini si proporranno innanzitutto sarà il conseguimento del denaro che così diventa il primo scopo. Alla stessa maniera, se la tecnica diventa la condizione universale…”. [3] e “Se la tecnica diventa la condizione universale per raggiungere qualsiasi fine ciò che gli uomini vogliono come primo fine è la tecnica, la quale non si propone alcun fine. Poiché la tecnica vuole una sola cosa: il proprio potenziamento…Non ha scopi da realizzare né fini da raggiungere né umani da soccorrere: procede senza proporsi alcun fine.” [4] Per cui gli uomini ne diventano irrimediabilmente schiavi in una società completamente annichilita.

Stranamente questa concezione della tecnica, quale sofisticatissimo strumento di tirannide, ha in comune con l’altra che ne esalta la sua potenza salvifica, il presupposto che essa sia una sorta di potenza sovramondana. Per alcuni: spirito che si ritorce contro lo stregone che lo evoca, per gli altri: dono degli dei, o della mente umana poco importa, grazie al quale sarà possibile il conseguimento della tanto agognata felicità già su questa terra.

Ciò perché al filosofo idealista – e forse anche di più all’economista- che prescinde dai reali rapporti con cui gli uomini stanno fra loro, l’attività produttiva appare esclusivamente come il rapporto fra l’individuo e la natura; pura attività umana finalizzata alla produzione di beni atti a soddisfare particolari bisogni umani (valori d’uso). Quindi gli strumenti utilizzati gli appaiono, anche nella moderna produzione capitalistica, come un semplice ausilio per lo svolgimento di questo lavoro utile. Ovvero la Tecnica, e le sue applicazioni non sono assunte nella loro dimensione storica, cioè come prodotti degli uomini in relazione fra loro sulla base di rapporti storicamente determinati,  ma, per dirla con Marx, in maniera idealistico-speculativa, non molto diversamente dai filosofi dell’antichità.

“…Il tempo – pensava il mitico Prometeo-, nel suo invecchiare, finisce per insegnare tutto”.[5] Forse. Sicuramente non ha insegnato nulla al filosofo contemporaneo. “Se ogni strumento – sognava Aristotele, il più grande pensatore dell’antichità- potesse compiere su comando o anche per previsione l’opera ad esso spettante, allo stesso modo che gli artifici di Dedalo si muovevano da sé o i tripodi di Efeso di proprio impulso intraprendevano il loro sacro lavoro, se in questo stesso modo le spole dei tessitori tessessero da sé (il corsivo è di K. Marx che lo cita –ndr), il maestro d’arte non avrebbe bisogno dei suoi aiutanti e il padrone dei suoi schiavi”.[6] Sul filo di questo stesso ragionamento, che assume la tecnica in via del tutto astratta e indipendentemente dai rapporti di produzione vigenti, il filosofo contemporaneo è portato a concludere che dietro il volto dell’ancella che prometteva la liberazione dell’uomo da ogni sorta di schiavitù, in realtà si celava il delirio di onnipotenza della più perfida delle divinità. Il passo dall’esaltazione della Tecnica alla celebrazione della natura irriducibilmente avversa al progresso tecnologico e perfino dell’abbandono della stessa civiltà urbana diviene così molto breve. Insomma, il rapporto uomo/tecnica non essendo assunto come un rapporto fra gli uomini storicamente determinato, si risolve nel falso dilemma: scientismo o oscurantismo?

Lo strumento, la macchina e l’operaio

A questo punto occorre, però, sgombrare il campo da un equivoco. Il filosofo idealista contemporaneo, come anche l’economista, poiché, come abbiamo già visto, considera il lavoro solo come una “condizione d’esistenza dell’uomo, indipendente da tutte le forme di società[7] non opera alcuna distinzione fra gli strumenti e le macchine adoperati nell’attività produttiva. Li assume entrambi come una sorta di prolungamento delle articolazioni dell’uomo che, potenziandone le facoltà fisiche, agevolano lo svolgimento del suo lavoro alleviando, fino ad eliminarla, la fatica. Essi assegnano sia alla forbice con cui il sarto taglia la stoffa e all’ago che usa per cucirla sia alla moderna macchina utensile lo stesso compito e considerano del tutto irrilevante il fatto che mentre lo strumento è un mezzo per l’espletamento di un determinato lavoro da parte dell’uomo, la macchina è un mezzo di produzione che “compie con i suoi strumenti le stesse operazioni che prima erano eseguite con analoghi strumenti dall’operaio[8]. E considerano del tutto irrilevante anche il fatto che la nascita della macchina presuppone “che lo strumento in senso proprio è stato trasmesso dall’uomo (il grassetto è nostro – ndr) ad un meccanismo”[9] e che essa sostituisce l’uomo. Anzi, poiché nella società borghese la produzione è un fatto sociale per eccellenza cioè i “ rapporti [sociali ndr] non sono rapporti fra individuo e individuo, ma fra operaio e capitalista”. [10] E poiché fra questi ultimi è l’operaio che attende materialmente e concretamente alla produzione, è l’operaio che viene sostituito dalla macchina e non l’uomo astrattamente inteso. “Quando è usato capitalisticamente …il macchinario ha il compito di ridurre le merci più a buon mercato ed abbreviare quella parte della giornata lavorativa che l’operaio usa per se stesso, per prolungare quell’altra parte della giornata lavorativa che l’operaio dà gratuitamente al capitalista: è un mezzo per la produzione di plusvalore”.[11] Né potrebbe essere diversamente poiché il capitalismo non è organizzato ai fini della sopravvivenza degli uomini ma del profitto e il profitto non è un dono del cielo né tanto meno della Tecnica, ma è costituito dal lavoro non pagato (plusvalore)[12] erogato dalla forza lavoro impiegata dal capitalista nel processo di produzione delle merci (valori di  scambio). Nella società capitalistica, la macchina e l’operaio, quindi, non sono complementari ma sono in concorrenza spietata fra loro. Peraltro, per questa ragione, contrariamente a quanto comunemente si pensa, anche la migliore scoperta scientifica non troverà mai applicazione pratica fino a quanto il suo impiego risulterà economicamente svantaggioso rispetto a quello dell’operaio.“ Considerata la macchina esclusivamente mezzo per ridurre più a buon mercato il prodotto, il limite dell’uso delle macchine è dato dal fatto che la loro produzione costi meno lavoro di quanto il loro uso ne sostituisca. Ma per il capitale questo limite trova un’espressione ancora più ristretta. Poiché il capitale non paga il lavoro adoperato, ma il valore della forza-lavoro usata, per esso l’uso delle macchine è limitato dalla differenza fra il valore della macchina e il valore della forza-lavoro da essa sostituita. - i corsivi sono di K. Marx - n.d.r.-“ .[13]

Già a questo punto l’arcano comincia a svelarsi. Nel modo di produzione capitalistico, la relazione non è più fra una cosa, la macchina, e l’uomo ma fra due cose-merci: la forza-lavoro e la macchina. Che la prima faccia capo a degli uomini e la seconda no, è del tutto irrilevante; infatti dal punto di vista del capitalista la scelta fra l’una e l’altra è determinata esclusivamente dal rapporto con cui possono essere scambiate fra loro, dal rapporto del loro valore di scambio. “Se le merci potessero parlare direbbero: il nostro valore d’uso può interessare gli uomini. A noi, come cose non compete. Ma quello che, come cose, ci compete è il nostro valore. Questo lo dimostrano le nostre proprie relazioni come cose-merci. Noi ci riferiamo reciprocamente l’una all’altra soltanto come valori di scambio”.[14]

E dal momento che l’elemento di riferimento fra l’operaio e la macchina è il loro valore di scambio, l’operaio scompare come uomo per riapparire come un puro accessorio della macchina che, essendosi appropriata delle sue funzioni come delle sue specifiche capacità e conoscenze del processo lavorativo, lo sostituisce. In apparenza sembra che sia la macchina la causa di questa oggettivazione del lavoro: la spoletta della filatrice meccanica è più precisa delle dita di un bambino; assicura una qualità media del prodotto costante e soprattutto non si stanca. Si consuma, ma non si stanca. Insomma, quando il calcolo economico ne rende vantaggioso l’impiego, l’operaio uomo non può in alcun modo reggere la concorrenza della macchina. Di conseguenza, per un verso ne rimane abbagliato, per l’altro, è spinto a individuare in essa il suo nemico mortale. I luddisti, durante la prima rivoluzione industriale, giunsero perfino a sfasciarle. Essi purtroppo non tenevano in alcun conto il più generale contesto socio-economico che rendeva la macchina più vantaggiosa e le si accanivano contro sbagliando clamorosamente il bersaglio.

Non è la macchina che trasforma l’uomo in una merce ma il modo di produzione capitalistico che, avendo come unico scopo il profitto, non può che fondarsi sulla produzione di merci e quindi necessariamente sulla riduzione del lavoro a pura merce.

Il lavoro estraniato

Marx l’aveva colto già nei suoi scritti giovanili: “L’operaio- scrive nei Manoscritti economico-filosofici del 1844- diventa tanto più povero quanto maggiore è la ricchezza che produce, quanto più la sua produzione cresce di potenza e di estensione. L’operaio diventa una merce tanto più vile quanto più grande è la quantità di merce che produce. La valorizzazione del mondo umano cresce in rapporto diretto con la valorizzazione del mondo delle cose. Il lavoro non produce soltanto merci; produce se stesso (le macchine – ndr) e l’operaio come una merce, e proprio nella stessa proporzione in cui produce in generale le merci. Questo fatto non esprime altro che questo: l’oggetto che il lavoro produce, il prodotto del lavoro, si contrappone ad esso come un essere estraneo, come una potenza indipendente da colui che lo produce. Il prodotto del lavoro è il lavoro che si è fissato in un oggetto, è diventato una cosa, è l’oggettivazione del lavoro. La realizzazione del lavoro è la sua oggettivazione. Questa realizzazione del lavoro appare nello stadio dell’economia privata (capitalistica – ndr) come un annullamento dell’operaio, l’oggettivazione appare come perdita e asservimento dell’oggetto, l’appropriazione come estraniazione, come alienazione[15].

Fin qui, abbiamo considerato la macchina “solo come elemento semplice della produzione di tipo meccanico”[16] in realtà, nel corso del tempo, alla singola macchina indipendente è subentrato un vero e proprio sistema di macchine in cui “l’oggetto del lavoro percorre una serie continua di processi graduali differenti eseguiti da una catena di macchine utensili eterogenee, ma integrantisi reciprocamente”.[17]Nel corso del tempo, cioè, non sono solo le mansioni e le competenze del singolo operaio che sono state trasferite alla singola macchina, ma, salvo qualche rara eccezione, è l’insieme delle mansioni e delle competenze di intere linee di produzione, ivi comprese quelle delle macchine medesime che è stato progressivamente trasferito al sistema delle macchine. Poi con il passaggio dal capitalismo concorrenziale a quello monopolistico si è avuta l’integrazione di più linee di produzione fino al punto che tutta la fase esecutiva del processo di produzione è stato trasferito al sistema delle macchine; di conseguenza tutta la classe operaia è stata espropriata dei suoi saperi, di quella tecnica che Prometeo aveva rubato al cielo e ridotta a semplice accessorio delle macchine confermando così quanto già intravisto da Marx: “La realizzazione del lavoro si presenta come annullamento in tal maniera che l’operaio viene annullato sino a morire di fame. L’oggettivazione si presenta come perdita dell’oggetto in siffatta guisa che l’operaio è derubato degli oggetti più necessari non solo per la vita, ma anche per il lavoro. Già, il lavoro stesso diventa un oggetto di cui egli riesce a impadronirsi soltanto col più grande sforzo e con le più irregolari interruzioni (basti pensare, per esempio, alla sempre maggiore diffusione del lavoro precario e alla moderna figura del lavoratore povero – ndr). L’appropriazione dell’oggetto si presenta come estraniazione in tal modo che quanti più oggetti l’operaio produce, tanto meno egli ne può possedere e tanto più va a finire sotto la signoria del suo prodotto, il capitale”.[18] E, nella misura in cui il compito delle macchine è quello di “abbreviare quella parte della giornata lavorativa che l’operaio usa per se stesso, per prolungare quell’altra parte della giornata lavorativa che l’operaio dà gratuitamente al capitalista” e non di liberare gli uomini dalla fatica e dal bisogno, neppure la tecnica e, a maggior ragione, la tecnologia possono sfuggire alla signoria del capitale.Non solo- ma come ben sottolinea M. Cini- retroagisce sulla scienza- sempre più intrecciandosi con essa fino a costituire quelle nuove organizzazioni di produzione del baconiano sapere/potere che vanno sotto il nome di “tecnoscienze” – estendendo alla sua dinamica di sviluppo la propria subordinazione al vincolo economico.”[19] Infatti, il limite che il capitalismo pone al loro utilizzo, più che come un ostacolo, opera come bussola per il loro sviluppo ed esse, in realtà, non vanno laddove un astratto progresso le conduce, ma laddove la logica del capitale le indirizza. Per esempio, si fa un gran parlare dei progressi della medicina, ma non si dice che solo una parte minima degli investimenti dell’industria farmaceutica è destinata alla ricerca e allo studio di nuovi farmaci. “Il mercato dei farmaci - scrivono i ricercatori Paolo Vineis e Nerina Dirindin nel loro In buona saluteè uno degli esempi più clamorosi di come gli interessi privati possano interferire grossolanamente con la disponibilità di tecnologie sanitarie e con la spesa pubblica. Dieci industrie multinazionali del farmaco nel 2000 avevano introiti superiori a 9,8 miliardi di dollari; i profitti delle 11 case farmaceutiche indicate in Fortune500 (le 500 industrie più ricche del mondo) erano nello stesso anno pari al 19% degli introiti mentre la media per le altre imprese era del 5%... Per garantirsi ritorni così elevati le industrie farmaceutiche sembrano preferire la pubblicità agli investimenti in ricerca e sviluppo: nel 2000 le 11 imprese di Fortune 500 spendevano il 30% dei loro introiti in marketing e spese amministrative e solo il 12% in ricerca e sviluppo. La stessa ricerca sembra volta spesso a trovare farmaci più redditizi sul mercato (varianti di molecole già conosciute) piuttosto che farmaci realmente efficaci.[20]

Soltanto se si assume che lo sviluppo della scienza e della tecnica possa essere indipendente dai rapporti sociali che intercorrono fra gli uomini, si può giungere a una delle due opposte conclusioni: o la santificazione di ogni risultato della Tecnica come un passo in avanti dell’intera umanità e, per molti marxisti, anche verso la rivoluzione socialista[21], oppure il rimpianto per uno stato originario preistorico.

E’ vero invece che, dati i rapporti di produzione capitalistici, ogni potenziamento della tecnica è causa di ulteriore asservimento di tutti quegli uomini che per vivere vendono la loro forza-lavoro. Per i ricchi, per la borghesia invece è fonte di ulteriore potere economico, politico e sociale. Più la tecnica si sviluppa, più genera quel lavoro estraniato che “produce per i ricchi cose meravigliose; ma per gli operai soltanto privazioni. Produce palazzi, ma per l’operaio spelonche. Produce bellezza, ma per l’operaio deformità. Sostituisce il lavoro con macchine, ma ricaccia una parte degli operai in un lavoro barbarico e trasforma l’altra parte in macchina. Produce cose dello spirito, ma per l’operaio idiotaggine e cretinismo.”[22]

L’ingegnere operaio

A questo punto l’arcano ci pare svelato: non è la Tecnica che si è appropriata degli uomini ma è il dio Capitale che si è riappropriato della Tecnica e per mezzo suo anche degli uomini, più e meglio degli stessi dei dell’Olimpo prima della ribellione di Prometeo.

La microelettronica, e in modo particolare i suoi più recenti sviluppi, ha, infatti, consentito il trasferimento al sistema delle macchine, ora computerizzato, oltre che la fase esecutiva del processo di produzione, anche  gran parte delle fasi relative alla sua progettazione e gestione. Si è avuto così non solo il totale e definitivo annullamento dell’operaio, ma anche quello di figure professionali altamente specialistiche, un processo di proletarizzazione dall’alto verso il basso della società, senza precedenti. Non solo  il bottegaio o il piccolo imprenditore falliti  sono finiti, dalla sera alla mattina, nell’inferno proletario ma anche ampie fasce di piccola e media borghesia professionale e imprenditoriale e perfino intellettuale. Ormai non si fa in tempo a dire di una qualche nuova professione che sarà quella dal futuro assicurato che un’altra ne prende il posto. Soltanto venti anni fa si diceva che gli specialisti del futuro sarebbero stati gli informatici che oggi fanno la fila davanti alle agenzie di collocamento. Ora è  la volta dei ricercatori scientifici, dei biologi, degli ingegneri edili e gestionali ecc. ecc.

Negli anni ’80, quando l’esercizio più diffuso degli informatici, degli economisti e degli opinionisti, era la santificazione del nuovo totem, il computer, a chi esprimeva il dubbio che all’introduzione della microelettronica nei processi produttivi avrebbe potuto corrispondere la dequalificazione generalizzata di tutto il lavoro e non solo di quello operaio, si rispondeva che si trattava di una visione unilaterale e sostanzialmente reazionaria del processo in atto perché se, da un lato, indubitabilmente, molte professioni sarebbe scomparse, in mente tecnologica ve ne erano almeno altre 15.000 in attesa di vedere la luce. Poi ne é venuta fuori una soltanto: quella dello schiaccia-bottoni… Lo schiaccia-bottoni, per fare solo qualche esempio, ha sostituito del tutto il bancario, il contabile e moltissimi tecnici, per non dire di monsieur Travet e quasi del tutto non poche figure di ingegneri, il commercialista, il farmacista, il biologo e anche parecchi medici specialisti sono in serio pericolo. E poiché la formazione dello schiaccia bottoni si risolve nell’apprendimento delle nozioni fondamentali dell’aritmetica, dell’informatica e dell’inglese, la scuola pubblica di massa è stata rivoltata come un calzino per cui , almeno in Italia, ormai anche parecchie decine  di miglia di insegnanti sono rimaste senza lavoro.

Il processo di oggettivazione del lavoro ha rotto, così, i tradizionali argini di classe per estendersi anche a gran parte della piccola e media borghesia.  La rapidità con cui tutto ciò sta  avvenendo, in assenza di precisi riferimenti sociali e politici  capaci di esprime una concreta alternativa storica alla società capitalistica e in grado di attrarre questi strati sociali di recente proletarizzazione, alimenta un diffuso senso di smarrimento come se si fosse tutti vittime di una sorta di maledizione divina che avrebbe colpito l’uomo per aver troppo osato nella sua sfida al cielo e non del più generale processo di mercificazione del lavoro e degli uomini, ineluttabilmente e intimamente connesso al vigente modo di produzione.

Fatta eccezione per la classe dominante che, peraltro, è costituita da una parte sempre più esigua della società, il presente è vissuto come un luogo assediato da ogni diavoleria che la tecnologia può partorire e il futuro, appartenendo completamente a quest’ultima, addirittura come un non luogo. Non si sfasciano le macchine a controllo numerico né i computer come un tempo le macchine a vapore, ma ci si rifugia in un passato fantastico esistito solo nella mente dei filosofi, degli economisti e di Daniel Defoe quando partorì Robinson Crusoe. Almeno fino a quando anche agli ingegneri e agli insegnati non sarà  chiaro che il problema non è il  troppo o il poco fuoco ma che il fuoco è ancora nelle mani ”degli dei che hanno cambiato nome ma sono sempre gli stessi prepotenti[23].

Giorgio Paolucci




[1] Eschilo – Le tragedie – Prometeo incatenato – Episodio secondo- Ed. Einaudi, 1966 - pag. 122.

[2] Ib. pag. 124.

[3] E. Boncinelli e U. Galimberti con G.M. Pace – E ora?- Ed. Einaudi, 2000 – pag. 109.

[4] Ib. pag. 111.

[5] Eschilo -op. cit. - episodio quarto, pag. 143.

[6] Tratta da K. Marx – Il Capitale – Libro primo- Quarta sezione – cap. 13° - Ed. Einaudi, 1978 – pag. 499/500.

[7] Ib. pag. 52.

[8] Ib. pag. 456.

[9] Ib.

[10] K. Marx - Miseria della filosofia – Op. Compl. – Vol. VI – Ed. Riuniti – 1973, pag 165.

[11] K. Marx - Il Capitale – Libro I – cap. 13, pag. 453.

[12] Qui, ovviamente, si presuppone che il plusvalore si trasformi tutto in profitto e non anche in Interesse e Rendita come è nella realtà.

[13] Ib. – pag. 480.

[14] Ibidem. – cap. I, pag. 100.

[15] K. Marx – Manoscritti economico- filosofici del 1844 - Primo manoscritto. Ed Einaudi 1968 – pag. 71

[16] K. Marx – Il capitale - cap. 13. pag. 459.

[17] Ib. – pag. 463.

[18] Ib. - cap. I pag. 71-72.

[19] Marcello Cini – Il supermarket di Prometeo – Codice edizioni 2006, pag.xx.

[20] P. Vineis e N. Dirindin – In buona salute – Einaudi, 2004 – pag. 18 -19.

[21] Molti marxisti e, per molti versi, fra questi, lo stesso Lenin , i partiti comunisti della Terza internazionale e la stessa sinistra comunista italiana rifacendosi, a nostro avviso, in modo alquanto dogmatico soprattutto all’Antidühring, alla Dialettica della natura di Engels e alla Miseria della Filosofia di Marx, hanno visto, sbagliando a loro volta, nello sviluppo incessante delle forze produttive il grimaldello che avrebbe aperto le porte al socialismo e al regno della libertà.

[22] K. Marx - I Manoscritti – pag. 74.

[23] M. Cini - op. cit.

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