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C’era una volta il proletariato …. e c’è ancora

Creato: 19 Dicembre 2011 Ultima modifica: 17 Settembre 2016 Visite: 1783

Dalla  rivista  D-M-D' n °1

Molti sedicenti rivoluzionari, anche di quel variegato e frantumato mondo della sinistra comunista, sono caduti nell’illusione meccanicistica di prevedere nel breve e/o medio periodo una ripresa della lotta di classe da parte del proletariato in conseguenza della più devastante crisi economica che ha colpito il moderno capitalismo.

Una lettura superficiale e un’ interpretazione idealistica del pensiero di Marx e del materialismo storico hanno alimentato in molti la falsa attesa di una perfetta e quasi meccanica corrispondenza tra l’insorgere della crisi economica e la ripresa spontanea della lotta di classe. Quale momento migliore se non quello in cui scoppiano le crisi economiche per assistere finalmente all’esplosione delle lotte dei lavoratori in difesa del proprio posto di lavoro o per opporsi all’attacco padronale in difesa di salari e stipendi e nello stesso tempo per contenere gli aumenti vertiginosi dei ritmi produttivi? Sono questi i momenti in cui meglio si manifestano le contraddizioni insanabili tra gli interessi del capitale e quelli del mondo del lavoro; quando s’inceppano i meccanismi d’accumulazione, il capitale, per alimentare i bassi saggi di profitto, è costretto ad attaccare con più virulenza la classe lavoratrice e questa, quasi naturalmente, è portata a lottare in difesa dei propri interessi contro quelli del capitale.

A tutta prima sembra che tale  ragionamento sia improntato ad una corretta applicazione del materialismo storico, in verità si tratta di una lettura della realtà che risponde soltanto alle esigenze della logica formale che con il pensiero di Marx c’entra come i cavoli a merenda.

A incoraggiare l’illusione della ripresa meccanica della lotta di classe da parte del proletariato, negli ultimi anni abbiamo assistito su scala mondiale a significativi sussulti da parte della classe lavoratrice; è appena il caso di ricordare le rivolte del pane nel nord Africa, i continui e striscianti scioperi degli operai cinesi, quotidianamente massacrati dalla violenta reazione borghese, nonché a altri episodi di lotte all’interno del cuore del capitalismo europeo. Senza voler sottovalutare queste iniziative di lotta da parte di masse di diseredati e lavoratori, non solo tutte sono state finora facilmente riassorbite nell’ambito delle compatibilità capitalistiche, ma sono lontane anni luce dal rappresentare, per intensità e portata, il punto di svolta che segni la ripresa della lotta di classe capace di mettere anche solo in difficoltà la borghesia internazionale.

Anche in Italia negli ultimi tempi i lavoratori sono stati protagonisti di lotte che per la “spettacolarità” delle loro azioni hanno avuto un’eco nei principali media nazionali. Ci riferiamo a quelle lotte in cui centinaia di lavoratori, contro il rischio del licenziamento, non hanno saputo o potuto far di meglio che salire su gru o sul tetto delle fabbriche e minacciare di lanciarsi giù se tale pericolo si fosse tradotto in realtà. Questi episodi di lotta in difesa del proprio posto di lavoro, in cui a farla da padrone è stata la disperazione dei lavoratori, sono stati scambiati come l’inizio di una nuova stagione. Si è scambiata la disperazione dei lavoratori con una genuina combattività proletaria, confondendo la più evidente manifestazione di sudditanza all’ideologia borghese come la nuova risposta del mondo del lavoro alla barbarie del capitalismo.

In una fase storica come quella attuale, in cui i proletari sono individualmente e totalmente sussunti al capitale, diventa di vitale importanza affilare le armi della critica per comprendere fino in fondo le dinamiche della crisi economica, la conseguente ricomposizione sociale della classe lavoratrice su scala mondiale e quali saranno i percorsi che potranno condurre a un’autentica ripresa della lotta di classe.

E’ del tutto evidente che non è più tempo di cercare di comprendere la realtà utilizzando vecchi schemi interpretativi o peggio ancora ragionare per slogan. Non è possibile comprendere il moderno capitalismo riproponendo pedissequamente le teorie di Lenin o di altri esponenti della seconda o terza Internazionale, elaborate, ricordiamolo, nei primi anni del novecento. Ma un altro pericolo s’annida tra coloro che cercano d’opporsi al pensiero unico dominante, ossia riproporre in maniera talmudica le tesi della sinistra comunista italiana, come se nel frattempo il capitalismo, ed insieme ad esso il proletariato mondiale, non avesse subito delle profonde modificazioni. Purtroppo anche la sinistra comunista, l’unica  corrente politica internazionalista che ha letto a filo di materialismo storico la drammatica esperienza dello stalinismo e del capitalismo di stato russo, è stata incapace di andare oltre l’antistalinismo, riproponendo una critica del capitale non più adeguata per comprendere le sue più recenti dinamiche. Fino a non molti anni addietro nell’ambito della sinistra comunista si è pensato che la ripresa della lotta di classe e il rilancio del progetto socialista fosse indissolubilmente legato allo smascheramento della controrivoluzione stalinista. Si pensava che solo attraverso questo processo di chiarificazione il proletariato, guidato dal partito rivoluzionario, poteva riprendere la strada maestra della lotta di classe. Ora che il capitalismo di stato russo è miseramente fallito e con esso è crollato il sistema politico nato dalla controrivoluzione stalinista nessuna meccanica ripresa della lotta di classe si è registrata. Anzi il livello dello scontro è ancor più basso che nel passato; nonostante ciò, nell’ambito della sinistra comunista non vi è stato alcun bilancio critico rispetto a questa mancata previsione. Non solo non è stato fatto un bilancio critico di questa esperienza, ma negli ultimi tempi, proprio con l’avanzare della crisi, una componente della sinistra comunista ha assunto posizioni politiche che presentano gli attuali episodi di lotta quasi come l’inizio della rivoluzione, negando in tal modo il fondamentale ruolo del partito, trasformato di fatto in un’appendice accessoria. Per questa nuova tendenza internazionalista siamo quasi alla vigilia della rivoluzione, con voli pindarici che trasformano i comitati di lotta in partito politico e quasi contestualmente in organi del nuovo potere proletario.

Se in passato si aspettava il crollo della stalinismo per la ripresa della lotta di classe, oggi ci troviamo alla vigilia della rivoluzione perché nascono comitati come i No Tav e i No dal Molin; due differenti modi di leggere la realtà, accomunati entrambi dall’incapacità di saper cogliere fino in fondo le profonde modificazioni subite dal moderno capitalismo e dalla diversa composizione del proletariato. Una classe che viene rappresentata staticamente come qualcosa immutabile nel tempo, fermo restando i rapporti di produzione capitalistici, quando in realtà si modifica continuamente in rapporto ai cambiamenti dell’organizzazione e della divisione internazionale del lavoro nonché delle forme del dominio imperilaistico. Modificandosi il capitalismo e di conseguenza la composizione di classe si modificano non solo i meccanismi in cui gli individui si riconoscono come classe sociale, ma anche le stesse modalità in cui si esprime la lotta di classe.

Partiamo dalla crisi del capitalismo e osserviamo come questa vada ad incidere sulla nostra classe.

Agli inizi della crisi

La crisi finanziaria scoppiata nell’estate 2007 affonda le sue radici nelle insanabili contraddizioni del processo di accumulazione capitalistico. Pur essendosi manifestata in un primo momento nell’ambito della sfera finanziaria, la crisi ha ben presto fatto sentire i suoi nefasti effetti sull’intero sistema economico. Dopo oltre trent’anni, vissuti quasi tutti all’insegna di una crisi strisciante, di profondissime modificazioni nei processi d’accumulazione, il capitalismo è sprofondato nella crisi più drammatica, perfino più grave di quella del 1929 sia per dimensioni che per la velocità di propagazione in ogni angolo del pianeta.

Non è qui la sede per ripercorre in maniera sistematica le diverse fasi di questo lungo processo di modificazione nei meccanismi d’accumulazione[i], ma un seppur sintetico richiamo è necessario per cogliere gli impatti sulla composizione della classe lavoratrice su scala mondiale.

Agli inizi degli anni settanta del secolo scorso, il capitalismo, dopo la fine della seconda guerra mondiale, ha vissuto la sua prima grande crisi economica. Essa si è manifestata in primo luogo, e in tutta la sua virulenza, negli Stati Uniti d’America, il paese dominante uno dei due fronti dell’imperialismo, ed è stata originata dalla caduta del saggio di profitto nell’attività industriali. Il cuore pulsante dell’economia statunitense, quello che le ha permesso di dominare il mondo da un punto di vista economico e militare, ossia il proprio apparato industriale, dalla fine degli anni sessanta del secolo scorso, in conseguenza di un’alta composizione organica del capitale, ha incominciato a generare saggi di profitto sempre più bassi. Negli Stati Uniti, proprio nell’area capitalistica ove è stato più intensa l’introduzione di tecnologia all’interno dei processi produttivi, si è si è fatta sentire la legge della caduta tendenziale del saggio di profitto. La crisi economica, originatasi nel cuore del capitalismo mondiale, si è espansa, nel volgere di poco tempo, al resto del pianeta e, grazie alla forza dell’imperialismo statunitense, sono stati gli altri paesi a pagare il conto più salato.

Negli anni settanta, la crisi economica è stata affrontata dalla borghesia internazionale con i tradizionali strumenti di politica economica, attraverso un gigantesco processo di ristrutturazione degli apparati industriali che, alla fine del decennio, ha di fatto radicalmente trasformato il mondo della fabbrica e la sua organizzazione interna.

La ristrutturazione produttiva ha consentito il recupero, nei paesi maggiormente industrializzati, dei margini di profitto erosi dall’operare della legge della caduta tendenziale del saggio del profitto. Sul piano della composizione di classe questa prima fase della crisi e la sua successiva gestione attraverso la ristrutturazione degli apparati industriali, non ha prodotto delle conseguenze particolarmente significative. Il mondo della fabbrica è rimasto centrale nell’ambito dell’organizzazione sociale e le stesse relazioni sociali tra i singoli operai all’interno del mondo della produzione non hanno subito grandi variazioni rispetto al passato. (Come nel passato, nella fabbrica ristrutturata, i singoli operai hanno l’opportunità di maturare quella consapevolezza di appartenere ad una stessa classe sociale.) (Secondo me tutto questo passaggio fra parentesi lo puoi eliminare perché è gia detto prima e spiegato dopo)

La classe operaia è tale non in quanto dotata di una propria esistenza che trascende quella dei singoli operai che la compongono, ma solo in quanto questi stessi operai si riconoscono individualmente come classe sociale. Il riconoscersi come classe sociale non è un fatto naturale dettato dalla presenza di qualche gene all’interno del DNA dei proletari, ma il frutto dell’esperienza storica e quotidiana che i singoli proletari in relazione fra loro maturano nel corso della propria esperienza di lavoro e più in generale nel contesto sociale. Il mondo della fabbrica è stato, nonostante i continui cambiamenti nell’ambito dell’organizzazione del lavoro dovuti all’introduzione di nuove tecnologie, fino a tutti gli anni settanta l’ambiente ove i proletari hanno avuto la possibilità di maturare la coscienza della loro condizione di sfruttati, di classe in sé. Il fatto di ritrovarsi quotidianamente in fabbrica e lavorare fianco a fianco insieme ad altri centinaia di lavoratori, ha certamente favorito il maturare di questa consapevolezza. Per tutta una fase storica questo processo di maturazione della coscienza di classe è stato fortemente influenzato positivamente anche attraverso l’opera del sindacato. Pur non essendo mai stato un organismo di lotta politica, in realtà mai utilizzabile nell’ambito del decisivo scontro rivoluzionario, l’azione del sindacato per tantissimo tempo ha svolto un ruolo decisivo nel processo di produzione della coscienza di classe in sé (da non confondere, cioè con la coscienza rivoluzionaria, che è altra cosa) tra i proletari. Le lotte economiche guidate dal sindacato hanno rappresentato un’importante palestra ove questo processo è andato svolgendosi.

Il quadro che ci troviamo oggi di fronte è completamente diverso, il sindacato è strutturalmente legato alla programmazione economica capitalistica e non rappresenta già da un pezzo un elemento favorevole al maturare anche solo della coscienza di classe in sè. Al contrario, laddove i singoli lavoratori rialzano la testa per contrastare le scelte della borghesia, il sindacato è pronto a intervenire per svolgere fino in fondo il proprio ruolo di difensore più fedele della conservazione capitalistica.

Nuove figure proletarie

Inoltre, negli anni ottanta avviene una rottura epocale nell’ambito dell’organizzazione di fabbrica e nel modo in cui alcuni settori della borghesia mondiale intendono gestire la crisi economica apertasi nel decennio precedente.

Sono gli Stati Uniti e l’Inghilterra i paesi che avviano una radicale trasformazione della propria economia. Grazie al ruolo giocato dal dollaro sui mercati valutari internazionali, e in parte anche dalla sterlina, in questi due paesi s’avvia un repentino processo di finanziarizzazione dell’economia che trasforma in pochissimi anni il loro tessuto produttivo.

Dopo aver invaso il mondo con i propri prodotti industriali, gli Stati Uniti, non reggendo più la concorrenza internazionale, agli inizi degli anni ottanta operano una svolta strategica nella loro politica economica, avviando quel processo che li trasformerà da più evoluta fabbrica del mondo nel più potente centro della finanza internazionale. Non più le fabbriche ma la borsa di New York e il dollaro diventano i pilastri della rinnovata potenza imperialistica americana e il cuore pulsante del processo di accumulazione capitalistica su scala mondiale: attraverso la borsa di New York gli Stati Uniti, grazie al ruolo svolto dal dollaro nell’ambito del commercio delle materie prime e del petrolio in particolare, e alla funzione di  moneta di riserva delle varie banche centrali  di tutto il mondo da esso svolta,  attraggono nella propria orbita capitali da ogni angolo del pianeta.

La microelettronica nei processi produttivi

Sempre nei primi anni ottanta, mentre negli Stati Uniti e in Inghilterra s’avviava il processo di finanziarizzazione dell’economia, gli apparati produttivi dei paesi maggiormente sviluppati hanno subito una radicale trasformazione grazie alla microelettronica. Il mondo della fabbrica, in virtù dell’introduzione della microelettronica nei processi produttivi, a metà anni ottanta ha avuto un cambiamento radicale ponendo fine ad una realtà che è stata di fatto operante per quasi un secolo. Quali differenze si potevano cogliere nelle fabbriche degli inizi del novecento e in quelle degli anni settanta del secolo scorso? Questa domanda può sembrare provocatoria, ma se osserviamo con più attenzione il fenomeno “fabbrica” possiamo cogliere tantissimi elementi di continuità tra la realtà produttiva degli anni dieci/venti e quella degli anni settanta del secolo scorso. E’ vero che la realtà produttiva era cambiata grazie all’introduzione di nuove macchine che avevano innalzato la produttività del lavoro, ma nella sostanza l’organizzazione di fabbrica basata sulla trasferta rigida (catena di montaggio) era rimasta immutata nel tempo.

Con la microelettronica, invece, s’introducono nei cicli produttivi nuove tecnologie che stravolgono l’ambiente e l’organizzazione del lavoro. Si passa in pochissimo tempo dalla trasferta rigida, alle macchine a controllo numero ed infine alla completa flessibilità della produzione. Tutto questo ha delle conseguenze devastanti sul piano della composizione della classe del proletariato e delle condizioni che favoriscono da parte dei lavoratori la produzione della coscienza della loro condizione di sfruttati ovvero di classe in sé.

Con l’informatizzazione di quasi tutti i processi produttivi, l’economia capitalistica, ed in maniera particolare la fabbrica, subiscono una radicale svolta rispetto al passato. Come si accennava poc’anzi, proprio grazie all’introduzione della microelettronica nei processi di produzione, il mondo della fabbrica cambia aspetto e muta anche la sua collocazione rispetto al resto dell’economia capitalistica. Da cuore pulsante del sistema capitalistico, la fabbrica, grazie allo straordinario sviluppo avviatosi in quegli anni dall’informatica, subisce un fortissimo ridimensionamento nei paesi a capitalismo avanzato, tanto che, a distanza di tre decenni, l’apporto al Pil mondiale, di questi paesi, è di poco superiore al 20 per cento, mentre le attività del cosiddetto terziario rappresentano ormai una quota che sfiora il 70per cento. Se la fabbrica perde la sua centralità e muta la propria organizzazione interna è facile intuire le conseguenze sul piano della composizione di classe del proletariato e degli stessi meccanismi che garantivano il prodursi di una coscienza di classe tra i lavoratori.

Partiamo da una prima considerazione circa la perdita di centralità della fabbrica rispetto all’economia in genere. Da un punto di vista dei rapporti di classe questo fenomeno ha come conseguenza immediata che, almeno nelle aree pia avanzate del capitalismo, gli operai non rappresentano più la componente più numerosa del proletariato, facendo venir meno la spina dorsale di quel vasto movimento di lotte che ha animato per decenni lo scontro di classe, anche se solo sul terreno della lotta economica. Per tutta una fase storica i termini proletariato e classe operaia sono stati usati quasi come dei sinonimi proprio in virtù del fatto che la componente operaia rappresentava la stragrande maggioranza del proletariato e tale situazione si è di fatto protratta fino a tutti gli anni settanta del secolo scorso. Con l’informatizzazione dell’economia e la conseguente crescita delle attività terziarie rispetto al settore industriale, la classe operaia perde la propria centralità all’interno della società capitalistiche avanzate, diminuendo di fatto la capacità di lotta e smarrendo quella tradizione di combattività che da sempre ha contraddistinto l’operaio di fabbrica. La perdita della centralità operaia - che non significa assolutamente che il proletariato non sia cresciuto negli ultimi decenni – ha privato della sua punta di diamante il movimento proletario occidentale ponendo però una serie di problemi circa la ricomposizione dell’intera classe. Il fatto che la classe operaia si sia ridotta di consistenza nei paesi a capitalismo avanzato non deve autorizzare nessuno a pensare che la produzione di plusvalore non sia più il frutto dello sfruttamento della forza- lavoro. La classe operaia si è ridotta nei paesi avanzati del capitalismo, ma è aumentata in paesi come la Cina e il proletariato, in assoluto, cresce su scala mondiale.

Sul piano dell’organizzazione di fabbrica, l’informatizzazione dei processi produttivi è stata altrettanto rivoluzionaria quanto la perdita di centralità della componente operaia. Infatti, proprio grazie alle nuove teconologie, i grandi impianti industriali, dove lavoravano gomito a gomito migliaia di operai, sono stati riorganizzati in isole produttive di ridotte dimensioni, facendo di fatto venir meno quel continuo scambio di idee e informazioni tra i lavoratori che sono stati i veicoli più immediati con i quali in passato si è propagato il processo di formazione della coscienza di classe. Se riflettiamo sui cambiamenti intervenuti nell’organizzazione produttiva, è facile intuire come questi abbiano avuto dei riflessi sui processi di formazione della coscienza di classe. Infatti, per dei lavoratori è molto più semplice e immediato acquisire la consapevolezza di appartenenza ad una stessa classe sociale quando quotidianamente si lavora fianco a fianco con migliaia di altri compagni di lavoro, mentre le cose si complicano, e non poco, in un contesto in cui i singoli lavoratori hanno pochissimi momenti in cui possono relazionarsi e scambiare le proprie idee sulle problematiche lavorative. Nella nuova organizzazione di fabbrica i lavoratori non solo non conoscono il lavoro altrui, ma spesso non conoscono i loro compagni, talmente pochi sono i momenti in cui possono incontrarsi. Se a tutto ciò sommiamo gli incrementi dei ritmi produttivi che di fatto riducono la possibilità di avere momenti di scambio, possiamo capire quali e quante siano le difficoltà attuali al formarsi di una  coscienza di classe anche solo di tipo sindacale o tradeunionista che dir si voglia, tra i moderni proletari di fabbrica.

Ieri e oggi

Ma per poter meglio valutare le problematiche che deve affrontare il proletariato per potersi riconoscere come classe sociale, quale precondizione necessaria per poi poter sviluppare una coscienza rivoluzionaria, vale la pena di analizzare i moderni processi di proletarizzazione e confrontarli con quelli del passato. La componente maggioritaria della prima fase di proletarizzazione è stata quella contadina. Milioni di braccianti e contadini poveri una volta catapultati nel mondo delle città e costretti alla disciplina della fabbrica, vedendo svanire nelle tremende condizioni di vita in cui erano costretti e nella brutalità dello sfruttamento a cui erano sottoposti  tutte le loro aspettative di miglioramento della loro esistenza ben presto hanno accumulato rabbia e sviluppato l’istinto alla ribellione. Non è stato un caso che il proletariato, assorbendo al proprio interno masse provenienti dalle campagne, abbia espresso in quel momento storico- stiamo parlando della nascita della grande industria- una capacità di lotta che oggi sembra lontanaa anni luce. La rabbia dei nuovi arrivati sommata a quella dei vecchi proletari, conseguente all’intensificazione dello sfruttamento determinato dall’introduzione generalizzata della macchina a vapore, ha animato poi quello straordinario movimento di lotta di classe che ha caratterizzato gran parte del XIX secolo. Le cose sono state facilitate, sul piano della maturazione di una coscienza di classe, anche dallo sviluppo urbanistico delle città con la nascita di interi quartieri operai intorno alle fabbriche. L’operaio che discuteva in fabbrica con i propri compagni, appena fuori da essa, si ritrovava con le stesse persone a discutere degli stessi problemi discussi all’interno della fabbrica. Un contesto urbano che ha sicuramente facilitato il formarsi di una coscienza di classe e quindi il formarsi di un vasto movimento operaio capace di avanzare richieste di miglioramento delle proprie condizioni di vita e di lavoro.

La nascita delle casse di mutuo soccorso, e da esse quella delle Trade Union, insieme alle lotte per la riduzione della giornata lavorativa, ne  sono la testimonianza più chiara.

Oggi, invece, il fenomeno della proletarizzazione investe soprattutto fasce sociali provenienti dalla piccola e media borghesia. Questo non è un fattore secondario: mentre la proletarizzazione dei contadini, deludendo le loro aspirazioni di un’ascesa sociale ne accresceva la rabbia e la sensibilità sociale, la proletarizzazione della piccola e media borghesia, comportando una rapida e violenta discesa nelle gerarchie sociali, è vissuta da questi strati sociali, almeno in questa prima fase, come un fatto transitorio. Per il piccolo e medio borghese proletarizzato, ancora intriso della cultura e della ideologia della classe dominante, è molto complicato pensare che la sua nuova condizione sociale sia un fatto permanente. Inevitabilmente crede che con la ripresa dell’economia la propria condizione sociale tornerà quella di prima, non accettando di fatto la nuova condizione di proletario. Moderni proletari che credono di poter ridiventare borghesi e che minimamente pensano di aggregarsi ai loro fratelli di classe per contrastare le bastonate che infligge loro la classe dominante. Fino a quando la loro condizione di proletari non sarà fatta propria da questi nuovi soggetti difficilmente essi potranno maturare una precisa coscienza della loro nuova condizione di classe e dare il loro apporto alla ripresa della lotta di classe, al contrario, in mancanza di ciò,  potrebbero essere proprie queste nuove figure di proletari a farsi portatrici delle istanze più reazionarie della borghesia.

Il nuovo mercato internazionale del lavoro e la  precarietà

Negli ultimi trent’anni, nelle aree più avanzate del capitalismo internazionale, sono venuti meno i fattori fondamentali intorno ai quali si era strutturata la società industriale: è venuta meno - nei termini che abbiamo già visto- la centralità operaia, è mutata l’organizzazione di fabbrica, la provenienza sociale dei nuovi proletari, sono cambiate le città e i luoghi di socializzazione. Inoltre, in questo stesso periodo, il dominio ideologico della borghesia si è fatto ancor più pervasivo e totalizzante grazie alla crescente mercificazione di tutte le attività sociali.  L’insieme di questi fattori uniti alle dinamiche derivanti dagli scontri imperialistici su scala mondiale hanno radicalmente cambiato il moderno proletariato, innescando su scala internazionale una corsa al ribasso senza precedente del costo della forza-lavoro e della precarizzazione del rapporto di lavoro.

Con il crollo del muro di Berlino e il successivo collasso dell’ex impero sovietico si è aperto una nuova fase politica nel contesto del capitalismo mondiale. Infatti per la prima volta, nella secolare storia del sistema di produzione capitalistico, si sono creati i presupposti per l’unificazione internazionale del mercato del lavoro. Appena caduto il muro di Berlino le aree più avanzate del capitalismo hanno potuto attingere ad un esercito industriale di riserva di dimensioni sena precdenti. Giusto per fare un esempio, la Germania ha potuto affrontare i costi della propria unificazione sfruttando il proletariato della parte orientale del paese ma anche milioni di proletari dei paesi d’oltre cortina scaraventati nella miseria più nera dal crollo del sistema economico-sociale passato alla storia come socialismo reale.

Inoltre, nel momento in cui si sono aperte nuove frontiere per lo sfruttamento della classe lavoratrice, grazie alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie informatiche, è iniziata anche la delocalizzazione di vaste produzioni industriali in paesi che con un costo della forza lavoro centinaia di volte più basso rispetto a quello dei paesi più avanzati. Il portentoso sviluppo industriale della Cina di questi ultimi decenni è stato soprattutto il frutto del processo di delocalizzazione della produzione industriale da parte delle grandi multinazionali statunitensi ed europee. Tale processo in questi ultimi anni si è così consolidato che la Cina si è trasformata nei fatti nella nuova fabbrica del mondo, accumulando immense riserve valutarie, soprattutto dollari, e ponendosi in una posizione di forza nel nuovo contesto imperialistico.

Con l’immissione sul mercato del lavoro di miliardi di cinesi, indiani ed altri proletari dei paesi del sud-est asiatico, non solo si è scatenata una rincorsa al ribasso del costo del lavoro senza precedenti nella moderna storia del capitalismo, ma l’effettiva unificazione del mercato mondiale della forza lavoro ha proletarizzato miliardi di esseri umani privi di quelle tradizioni di lotta che invece ha contraddistinto la storia del proletariato occidentale. Con lo spostamento di importanti produzioni industriali in paesi come la Cina o l’India, il capitalismo occidentale si è letteralmente trasformato in un sistema economico in cui predominano i servizi e le attività finanziarie. Questo non significa che il mondo della fabbrica sia scomparso del tutto, ma sicuramente non riveste più la stessa valenza di qualche decennio addietro.

La nuova organizzazione del lavoro nelle moderne società capitalistiche, in cui dominano i servizi del terziario avanzato, è completamente diversa rispetto a quella del mondo della fabbrica tradizionale. Al rapporto di lavoro basato sulla stabilità e gli alti salari in cambio di pace sociale, tipico del modello relazionale fordista, si è sostituito un rapporto di lavoro incentrato sulla precarietà, sull’individualizzazione del lavoro e su bassi salari. La spinta verso il basso del costo della forza lavoro, se è stata resa possibile anche grazie all’ingresso sul mercato del lavoro di miliardi di proletari cinesi e indiani, nonché di immigrati più o meno clandestini, è stata accentuata anche dalla dequalificazione del lavoro stesso che ha di fatto proletarizzato ampi settori di piccola e media borghesia. Inoltre la precarietà del rapporto di lavoro rappresenta una rottura definitiva rispetto alle tradizionali forme contrattuali del passato. La precarietà è stata resa possibile proprio grazie alle possibilità offerte dalle nuove tecnologie di rendere flessibile il ciclo della produzione. Infatti in un contesto in cui la produzione si basava sulla trasferta rigida la priorità del capitalista era quella di garantire una stabilità nel rapporto di lavoro, al contrario in un contesto in cui la produzione è facilmente resa flessibile in relazione agli andamenti del mercato per il capitalista è prioritario rendere parimenti flessibile il rapporto di lavoro. Se il mercato tira, i lavoratori lavorano anche dodici ore al giorno, se c’è aria di crisi il rapporto di lavoro s’interrompe senza alcun vincolo giuridico per il capitalista.

Lo sviluppo del terziario avanzato ha reso ancor più accentuato il diffondersi di rapporti di lavoro precari con bassi salari e senza alcuna prospettiva di avere a fine carriera una pensione adeguata a mantenere lo stesso standard di vita. Ciò è stato reso possibile grazie alla scarsissima qualificazione del tipo di lavoro richiesto; infatti mentre in passato l’alta qualificazione del lavoro di fabbrica richiedeva periodi abbastanza lunghi nel processo di formazione del lavoratore, rispondere al telefono di un call center richiede poche ore d’addestramento. La dequalificazione del lavoro su scala mondiale è stata di fatto l’apri pista non solo della precarizzazione dei rapporti di lavoro ma anche di quell’ampio processo di proletarizzazione che ha scaraventato nella nostra classe amplissimi settori di piccola e media borghesia. ( Sostituirei il pezzo sopra sottolineato con questo che segue fra parentesi e in corsivo)

(La scarsissima qualificazione del tipo di lavoro richiesto ha accentuato il diffondersi di rapporti di lavoro precari anche nel settore del terziario avanzato. In passato a causa  dell’alta qualificazione del lavoro richiesta per tali attività erano necessari periodi di formazione professionale molto lunghi, oggi imparare cosa dire al telefono di un call center richiede invece poche ore d’addestramento. La dequalificazione del lavoro su scala mondiale è stata di fatto l’apri pista non solo della precarizzazione dei rapporti di lavoro in generale ma anche di quell’ampio processo di proletarizzazione che ha scaraventato nel proletariato amplissimi settori di piccola e media borghesia).

La crisi attuale e le insufficienti risposte della classe lavoratrice

Con l’esplodere dell’attuale crisi economica sono drammaticamente peggiorate le condizioni di vita e di lavoro per miliardi di proletari sparsi in ogni angolo del pianeta. Una crisi, quella che sta vivendo oggi il capitale, che la borghesia sta gestendo attraverso un ulteriore incremento della produzione di capitale fittizio ed allargando in tal modo le forbici delle differenziazioni sociali tra pochi e straricchi borghesi e miliardi di miserabili proletari disposti, pur di sopravvivere, a svendere al miglior offerente la propria dequalificata forza lavoro.

Nonostante gli squilli di tomba della borghesia, la crisi è ben lontana dall’essere risolta, anzi proprio in questi mesi sta facendo sentire pesantemente le proprie conseguenze sul piano sociale. Ogni giorno vengono annunciate sospensioni di attività produttive o la chiusura di qualche stabilimento industriale perché non più competitivo sul mercato mondiale. Soltanto per rimanere in Italia, sono tantissimi gli insediamenti produttivi che stanno per essere dismessi e probabilmente trasferiti in paesi in cui il costo della forza lavoro è nettamente più contenuto rispetto a quello presente nel vecchio continente. La Fiat di Termini Imerese, l’Alcoa in Sardegna e in Veneto, l’Alcatel di Battipaglia sono solo alcuni esempi di situazioni di crisi occupazionale che dimostrano quanto la crisi sia ben lontana dall’essere superata. Ed è in queste realtà di fabbrica che i lavoratori hanno intrapreso delle iniziative di lotta che per la spettacolarità delle azioni sono balzate in primo piano sui media nazionali. Pur non sottovalutando la rabbia e la determinazione dei lavoratori in lotta per la difesa del proprio posto di lavoro è doveroso per chi ha ancora a cuore le sorti della classe lavoratrice evidenziarne tutti i limiti e indicare contestualmente una diversa prospettiva politica delle stesse lotte.

Il primo limite delle azioni di lotta di questi lavoratori è il loro drammatico isolamento rispetto al resto del mondo del lavoro. Questo non rappresenta un fatto contingente ma è il frutto delle trasformazioni subite dalla classe negli ultimi decenni e che qui abbiamo cercato finora di spiegare. Lavoratori che fanno una fatica enorme a riconoscersi come membri di una medesima classe sociale difficilmente cercheranno negli altri lavoratori quella solidarietà necessaria per dare alle loro lotte una dimensione ed una valenza diversa. Questi lavoratori anche quando intraprendono una lotta si trovano perciò drammaticamente isolati rispetto agli altri lavoratori che non vivono sulla propria pelle il dramma di perdere il posto di lavoro. L’isolamento delle lotte è inoltre scientificamente preparato dai sindacati che da buoni difensori della società capitalistica si guardano bene dall’allargare il fronte della lotta al resto del mondo del lavoro. Quando la rabbia e le azioni di lotta dei lavoratori colgono di sorpresa i sindacati, confederali o di base, questi hanno la capacità di cavalcare l’onda e successivamente porsi alla guida delle stesse lotte per farle confluire nella normale prassi della contrattazione istituzionale.

Finora tutte le iniziative dei lavoratori, anche quelle che nascono genuinamente all’interno della classe lavoratrice, grazie ai sindacati, si concludono con degli sterili incontri con il prefetto di turno, con il Governatore della Regione o con il Ministro dello Sviluppo Economico.

D’altra parte come, in un contesto come quello fin qui descritto, può tentare di rompere  il proprio isolamento il lavoratore in lotta per la difesa del proprio posto di lavoro se non con la spettacolarizzazione delle proprie azioni? Trovandosi completamente isolati e senza alcun contatto con il resto del mondo del lavoro, i lavoratori pensano di poter superare il proprio isolamento attraverso azioni che attirano l’attenzione dei giornali o delle televisioni. Altri pensano di risolvere il proprio problema cospargendosi benzina addosso minacciando di darsi fuoco o di lanciarsi giù da una gru se la fabbrica dovesse chiudere. La logica che muove queste azioni è appunto quella di farsi protagonisti di qualcosa che possa attirare l’attenzione dei media: solo grazie alla televisione la lotta potrà assurgere alla ribalta della cronaca nazionale e con ciò le probabilità di vincere la battaglia in difesa di quel posto di lavoro aumentano considerevolmente. Ma appena si spengono i riflettori della televisione, il lavoratore lotta rimane al buio nel proprio isolamento di classe.

A farla da padrone in queste iniziative è soprattutto la disperazione, una disperazione che però non porta i lavoratori a cercare negli stessi borghesi la soluzione dei propri problemi.

Emblematico è stato il caso dei lavoratori della Innse di Milano che cantavano vittoria perché avevano trovato un nuovo padrone dal quale farsi sfruttare più e meglio di prima. Questo è il drammatico quadro in cui è piombato la classe lavoratrice negli ultimi decenni e di questo occorre avere consapevolezza per poter rilanciare un progetto di società non più basata sul profitto.

In questa fase ci troviamo nella difficile situazione in cui non solo la classe lavoratrice non si riconosce come tale, ma sono totalmente assenti anche le avanguardie politiche del proletariato. Questi sono i due dati di fatto dai quali partire per poter risalire la china e riproporre  in tutta la sua attualità la necessità storica del socialismo.

Non sarà certamente l’esaltazione incondizionata delle attuali lotte dei lavoratori nè tanto meno il ripetere romantici slogan che ci permetterà di far avanzare di un millimetro da un punto di vista politico l’attuale condizione del proletariato. Ed ancor più deleterio è pensare di rappresentare, il nucleo portante intorno al quale le sparute avanguardie rivoluzionarie si aggregheranno per costruire il futuro partito mondiale del proletariato solo in virtù di ciò che si è stati in un tempo ormai troppo remoto. Per parte nostra, non avendo di tali pretese e consapevoli che per un’impresa come quella della costruzione del partito rivoluzionario è necessario l’apporto di ben altre forze e intelligenze, ci basterà aver  dato il nostro contributo nello sforzo di affilare le armi della critica per poter meglio comprendere la nuova condizione del proletariato affinchè possano emergere, in modo sempre più chiaro e distinto, tutti gli elementi formativi di una nitida coscienza di classe senza la quale un’ulteriore e più drammatica sconfitta sarà inevitabile.



[i] Rinviamo al nostro libro “La crisi del capitalismo. Il crollo di Wall Street” ed. Istituto Onorato Damen – giugno 2009

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